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lunedì 2 marzo 2020

I grandi protagonisti della musica sacra romana. Quindicesimo"Medaglione": Domenico Bartolucci

Pubblichiamo il quindicesimo contributo che il Maestro Aurelio Porfiri ha donato a MiL: 
il primo, su Palestrina, QUI,
il secondo, su Orlando di Lasso, QUI,
il terzo su de Victoria QUI,
il quarto QUI su G. M. Nanino,
il quinto QUI su Domenico Massenzio da Ronciglione e le aggregazioni laicali,
il sesto QUI su Cristobal de Morales,
il settimo su Giuseppe Ottavio Pitoni QUI ,
l'ottavo su Gregorio Allegri QUI),

il nono su Giuseppe Baini   QUI.
Il decimo su  Gaetano Capocci QUI.
L'undicesimo su Giovanni Aldega QUI.
Il dodicesimo su  Giacomo Carissimi QUI.
Il tredicesimo su Paolo Agostini QUI.
Il quattordicesimo su Raffaele Casimiri QUI.
QUI un articolo del Maestro Porfiri sulla polifonia.
Sul grande Maestro Domenico Bartolucci, QUI alcuni post di MiL: chi scrive ha avuto il privilegio di vederlo e ascoltarlo dirigere un Credo al pontificale di qualche anno fa, nella Basilica di S. Pietro, durante l'annuale Pellegrinaggio Summorum Pontificum: ero a due metri da lui, un'emozione unica
Luigi

LA FORZA DELLA MEMORIA


Ho già parlato in molte occasioni della figura del cardinale e maestro Domenico Bartolucci (1917-2013). Come persona che ho frequentato, con cui ho molto dialogato negli ultimi anni della sua vita, ho veramente tante memorie che si affollano nella mia mente mentre scrivo queste righe. Certamente, ci sono delle cose che rimarranno sigillate dentro di me, visto che furono espresse confidenzialmente. Su altre posso certamente esprimermi, avendo dedicato al Maestro già vari scritti.

Conservo con cura l’attestazione scritta della mia frequentazione (con relativo esame) dei suoi corsi di Forme musicali polifoniche e anche la mia partecipazione ai suoi corsi di direzione di coro al PIMS. Ricordo i molti allievi passati per quelle lezioni, ricordo come erano allora e per alcuni posso paragonare come sono oggi. Il Maestro, ci insegnava soprattutto a coltivare la forza della memoria. Cioè, capire che noi non siamo l’inizio di un qualcosa, ma siamo come un anello di una catena, una catena che va molto indietro nel tempo, non tanto nel passato, ma cercando l’origine dove tutto scaturisce. I discorsi che questo grande musicista faceva non erano legati ad una nostalgia del passato, ma a cercare quel senso originario nella musica e nella liturgia, quel senso che oggi viene appaltato alle mode.

Il Maestro, nato e cresciuto in Toscana, aveva però avuto una formazione romana, una formazione in un tempo in cui le cappelle musicali erano ancora pienamente attive, impegnate nello svolgimento del servizio liturgico quasi giornaliero, come si aveva nella città di Roma. Questo oramai è un ricordo di un lontano passato, un ricordo di un tempo che è probabilmente tramontato per sempre. Lui però lo aveva vissuto, e questa memoria cercava di passarla ai suoi allievi. Purtroppo, non tutti sono in grado di capire che questo non era un discorso di contestazione del presente, ma era mettere al centro dei valori essenziali che purtroppo sono stati accantonati senza considerare le conseguenze di questo abbandono. Lui era stato attivo in varie cappelle romane, come a San Giovanni in Laterano, Santa Maria Maggiore, e soprattutto come direttore della Cappella Musicale Pontificia, detta Sistina. Per queste istituzioni creò composizioni di livello elevatissimo, composizioni che sono ancora oggi un esempio di come la Musica Sacra sarebbe potuta avanzare nel secolo passato e in quello presente, anche in un senso linguistico. Il suo amore per la modalità, non era dettato da un semplice capriccio, ma dal fatto che aveva capito che questo linguaggio aveva delle potenzialità ancora pienamente da esplorare.

Mi viene in mente Plinio Corrêa de Oliveira quando diceva: “Dio affida a talune persone la missione di essere simboli. Esse hanno un portamento, un modo d'essere che corrisponde a una certa grazia, accompagnato dalla capacità di esprimere sensibilmente questa grazia. Hanno un modo d'essere che rende particolarmente allettante le virtù legate alla grazia. Perciò sono chiamate non solo a praticarla in modo esimio, ma a simboleggiarla”. Ecco, posso dire che Domenico Bartolucci, aveva senz’altro questo dono di essere un simbolo di un certo modo di intendere il canto liturgico, un simbolo che dopo la sua scomparsa era difficile, se non impossibile, rimpiazzare. Questo, anche perché aveva avuto la possibilità di avere una lunga vita, e di aver donato vari decenni della stessa al suo servizio di musicista di Chiesa.

Aveva un carattere molto forte, alcuni lo trovavano brusco. In realtà, proprio per averlo frequentato per tanto tempo ed averlo conosciuto abbastanza bene, posso dire che era una persona estremamente affabile, a cui piaceva anche farsi qualche risata, ma che certamente non aveva paura di difendere le sue idee con tutta la forza di cui era capace. Anche qui mi viene in mente una frase del Dottor Plinio, quando diceva: “Equilibrio  non è la posizione di un uomo seduto pacatamente su una poltrona. Il vero equilibrio è quello del cavaliere sul suo cavallo, mentre realizza con la massima intensità tutte le sue potenzialità”. Questo descrive bene la maniera di essere equilibrato del Maestro Bartolucci, non quella comoda di chi si accontenta del quieto vivere, ma quella di chi pensa che la memoria vada coltivata perché senza la sua forza rischiamo, e lo stiamo già facendo, di essere irrilevanti.

Aurelio Porfiri