lunedì 8 aprile 2019

I grandi protagonisti della musica sacra romana. Ottavo "Medaglione": Gregorio Allegri

Pubblichiamo l'ottavo contributo che il Maestro Aurelio Porfiri ha donato a MiL (il primo, su Palestrina, QUI, il secondo, su Orlando di Lasso, QUI, il terzo su de Victoria QUI, il quarto QUI su G. M. Nanino, il quinto QUI su Domenico Massenzio da Ronciglione e le aggregazioni laicali, il sesto QUI su Cristobal de Morales. il settimo su Giuseppe Ottavio Pitoni QUI ).
Luigi

IL TESTO E LO SPAZIO

Ci sono compositori che sono ricordati soltanto per un pezzo, pur se essi meriterebbero ben altra attenzione. Ne abbiamo esempi anche nella nostra scuola romana, come per esempio il Pitoni che per i cori di mezzo mondo, come già detto, è solo il compositore del “Cantate Domino” (e invece è ben altro). Un altro esempio è quello di Gregorio Allegri (1584-1652), compositore e sacerdote, che è noto praticamente soltanto per il suo famosissimo “Miserere” per la Settimana Santa. Questo pezzo è un classico di molto cori di livello medio alto e certamente ci sono buone ragioni per questo, come vedremo in seguito.
Gregorio Allegri era nato a Roma da un padre che svolgeva la professione di cocchiere. Anche i fratelli Bartolomeo e Domenico si dedicheranno alla musica ma con minore fortuna di Gregorio, che fu mandato alla grande scuola che si poteva acquisire con il cantare da fanciullo cantore nella Cappella Musicale della chiesa di San Luigi dei Francesi. Fu allievo dei due Nanino, la cui importanza abbiamo segnalato in precedenza. Dopo la muta di voce rimase nella cappella per qualche tempo come tenore e poi fu maestro di cappella nella chiesa metropolitana di Fermo. Nel 1628 lo troviamo a Roma come maestro della chiesa di Santo Spirito in Sassia mentre nel 1629 entra come contralto nella Cappella Musicale Pontificia (traggo queste notizie biografiche dalla voce ben fatta che si trova su questo autore nella Treccani). Morì nella sua abitazione vicino al Pantheon in febbraio e fu sepolto nella chiesa di Santa Maria in Vallicella, nella tomba dei cantori pontifici, anche se alcuni anni più tardi.

Egli fu generalmente giudicato come ottimo compositore ma non buinjssmk cantore (giudizi dei cantori pontifici Andrea Adami da Bolsena e Romano Micheli). La Treccani, nel suo articolo del 1960, da questo giudizio sul nostro facendo riferimento in modo specifico al Miserere: “L'Allegri fu uno degli ultimi e rappresentativi esponenti della scuola romana palestriniana; certamente valido contrappuntista, non si può dire, però, che egli abbia raggiunto nella totalità delle sue opere lo stesso livello artistico. Alcune sue composizioni - e forse non sempre meritatamente - sopravvissero e furono eseguite nella cappella pontificia molto a lungo. Assai note sono, infatti, le vicende legate a quel suo Miserere a 9 voci, in due cori, composto nel 1638 e cantato ogni anno nei mattutini del mercoledì e venerdì santo, mentre il giovedì si eseguiva quello di Felice Anerio o di Sante Naldini, meno stimati rispetto alla composizione dell'Allegri. Due Miserere di Alessandro Scarlatti e di Johann Adolph Hasse, eseguiti nel 1680, non riscossero il favore dei cantori, che affidarono a Tommaso Bai nel 1714 il compito di scrivere un Miserere da porre accanto a quello dell'Allegri. Con alterne vicende, il Miserere dell'Allegri, insieme con quello del Bai, continuò ad essere cantato fino al 1870. Capace, nella sua semplicità, di destare l'ammirazione e la commozione di tutti coloro che ebbero l'occasione di ascoltarlo nella perfetta e particolare esecuzione dei cantori pontifici (i quali se ne tramandavano a voce gli abbellimenti), suscitò, fra gli altri, l'entusiasmo di W.A. Mozart quattordicenne, che riuscì a trascriverlo, dopo averlo udito appena due volte, essendone stata proibita dai papi la stampa e la pubblicazione. Quando ciò avvenne, dapprima per opera di Charles Burney, che lo pubblicò a Londra nel 1771 con tutte le altre composizioni della Settimana Santa cantate nella cappella pontificia, poi per opera dell'abate Pietro Alfieri, sotto lo pseudonimo di Alessandro Geminiani, a Lugano nel 1840, si considerò un vero tradimento l'aver divulgato quanto formava il vanto e il tesoro della cappella pontificia”. 

Questa composizione (costituita da due moduli in falsobordone alternati al camto gregoriano) dovette senz’altro parte della sua fama al luogo in cui veniva eseguita e alla particolare suggestione delle liturgie papali della Settimana Santa, con il fasto e l’apparato cerimoniale che oggi forse possiamo solo lontanamente immaginare ma che possiamo ancora leggere nel resoconto che ne faceva due secoli dopo Gaetano Moroni (1802-1883), assistente di Gregorio XVI, nella sua opera sulle cappelle pontificie, cardinalizie e prelatizie. Un elemento importante era senz’altro dato dal particolare modo di eseguire questa composizione, con gli abbellimenti che i cantori si tramandavano e con la particolare maniera di declamare il testo che nell’esecuzione, pur apprezzabile tecnicamente, dei cori anglosassoni, spesso diviene tecnicistica, quando non leziosa. Nel suo “Viaggio musicale in Italia” (1770) Charles Burney così lo descriveva, parlando prima della Cappella Sistina: “Nella Cappella Papale, o Sistina, non esiste organo , nè altro istrumento per accompagnare le voci, le quali sono, ordinariamente, 32 : 8 bassi, 8 tenori, 8 soprani, e 8 contralti. Molti soprannumeri son destinati a rimpiazzare quelli che possano essere assenti, in modo che i cantori non sono mai meno di 32, nei giorni ordinari, e quasi il doppio nei giorni festivi. Il vestito dei cantori si compone di una specie di sottana di porpora uniforme, nei giorni feriali; la loro paga è piuttosto poca, e presentemente, siccome gli artisti di merito appartenenti a questa istituzione, vi trovano poco incoraggiamento, la musica vi comincia ad essere men buona e a perdersi insensibilmente. La principale ragione va cercata nei considerevoli riguardi coi quali sono trattati i cantanti migliori per attirarli nei teatri, i quali oggi sono numerosissimi in Italia e in tutta l'Europa. Ne risulta, a poco a poco, la perdita di queste belle istituzioni musicali in cui si eseguono le opere antiche, e dell'elegante semplicità che forma il merito e la riputazione della Cappella Sistina. (...) Questo pezzo di musica che ha più di 150 anni di vita, vien cantato ogni anno, nella settimana di Passione, nella Cappella Sistina, e nel mercoledì e venerdì Santo; esso è sì semplice, in sè stesso, che quando lo si vede scritto solo sulla carta ci si meraviglia e ci si chiede donde possa provenire la sua bellezza e l'impressione che suscita. Forse la sua riputazione origina più dal modo ond'è eseguito che dalla composizione; si ripete la stessa musica sui differenti versetti, ma i cantanti che l'eseguono serbano per tradizione certe abitudini d' espressione, certe grazie convenzionali che producono grandi effetti: rinforzare e diminuire insieme il suono, accelerare o rallentare il tempo a qualche parola speciale, cantare interi versetti più vivacemente degli altri, ecc. ecc. Fin qui ho esposto idee del Santarelli; mi si lasci aggiungere quelle di Andrea Adami, tratte dall’opera poc'anzi nominata: «Gregorio Allegri, dopo diversi studi, fatti in più di cento anni dai compositori che lo precedettero, per mettere in musica le stesse parole in soddisfazione dei capi della Chiesa, riuscì egli solo tanto bene da meritare un eterno elogio, poiché con poche note, ben modulate e ben composte, scrisse un Miserere così sublime ch'esso continuerà ad essere cantato e compreso con lo stesso piacere negli stessi giorni di ogni anno, nei secoli da venire. Questo pezzo di musica è concepito con tali e così perfette proporzioni, che meraviglierà sempre, affascinando sempre, come fa oggi, l'anima degli uditori». Pure, qualcuno dei grandi effetti ch'esso produce può, forse, attribuirsi con ragione al luogo dove è cantato, al tempo, e alle cerimonie solenni praticate durante l'esecuzione. Il Papa, il Conclave stanno prostrati; i ceri della Cappella si spengono ad uno ad uno, e l'ultimo versetto del salmo è terminato da due cori. Il Maestro di cappella che batte il tempo, lo rallenta insensibilmente, i cantori diminuiscono il suono delle loro voci, spegnendo, per dir così, l'armonia a poco a poco, fino a un punto perfetto. A Roma questa composizione era considerata come un oggetto di venerazione, al punto che si minacciava di scomunica chiunque tentasse di farne una copia. Il P. Martini mi disse che non ve n'erano mai state più di due copie fatte col permesso delle autorità: una per il fu Re del Portogallo, e l'altra per lui stesso, e fu la sua ch'egli mi permise di copiare, quando fui a Bologna. Il cavalier Santarelli mi fece il favore di darmene un' altra, tratta dagli archivi della Cappella Sistina. Collezionandole, io le ho trovate esattamente uguali meno al primo versetto; ne ho visto altre copie fra le mani di diverse persone, ma in quelle, mentre il canto del soprano, o della prima parte, era abbastanza corretto, le altre parti erano difettose. Questa circostanza mi fece supporre che le parti alte siano state scritte a memoria, cosa non difficile dopo le serie di ripetizioni molteplici che si fanno dei versetti, durante l'esecuzione; e che l'altre parti siano state aggiunte da qualche contrapuntista moderno”.

L’interessante descrizione del Burney in effetti ci dice già molto sulla efficacia di questo pezzo, che non è tanto legata alla (pur pregevole) musica, ma alla tradizione esecutiva innestata in un luogo di suggestione unica.

Aurelio Porfiri