venerdì 19 dicembre 2014

Nel Duomo di Ferrara il Penitenziere disobbedisce al Vescovo Negri? Sembrerebbe di sì

Un lettore trasferitosi a Ferrara per lavoro, ci segnala il seguente episodio (di disobbedienza?), durante le Messe celebrate in Duomo alle 08.00.

Premessa: risulterebbe che all’ultima “Tre giorni del clero” (espressione quanto mai esilarante: sembra un meeting di ciclismo su pista indoor) l’Arcivescovo S.E.R. Mons. Negri abbia raccomandato l’uso del piattino per la Santa Comunione. Tale raccomandazione episcopale è stata necessaria per ricordare quanto previsto sia dalle regole del messale riformato di Bugnini-Montini (che strano: sarà sfuggito ai sei consulenti protestanti), sia come solennemente ribadito ed imposto - come obbligatorio - dai nn. 93/94 dell’Istruzione Post-Sinodale Redemptionis Sacramentum, ma ormai disattesto (e non solo nella diocesi romagnola). L'uso del piattino inoltre, dovrebbe essere la cosa più normale e giusta del mondo, per chi crede nella Presenza Reale (e cioè appunto noi cattolici): DOMINUS EST! 

Ora veniamo al fatto: 
mons. Bentivoglio
Il lettore ci scrive che in Duomo, proprio nella chiesa del Vescovo,  durante le celebrazioni del Penitenziere Generale dell’Arcidiocesi, Mons. Antonio Bentivoglio (alle ore 08.00 del mattino) il piattino non viene mai usato. 
Forse il Penitenziere si ritiene investito di un'autorità superiore sia all’autorità papale, sia a quella della Sacra Congregazione per il Culto Divino, sia a quella dell’Arcivescovo. 
Sta di fatto che alle messe dell 8:00 il piattino non si usa, contravvenendo così alla pia regola della Chiesa nonchè al "consiglio pastorale" dell’Arcivescovo.
Ma quel che è peggio, si rischia di fare cadere Gesù Eucarestia in terra. 

Sappiamo che la Curia di Ferrara-Comacchio ci legge, e che ci legge anche il segretario dell'Arcivecovo, e, ci dicono, addirittura Mons. Negri in persona (se vero, se siamo davvero onorati).
Bene: auspichiamo che chi di dovere intervenga in merito a questo triste episodio (che agli occhi dei più potrebbe sembrare quasi  di sfida all'autorità) e, confidando in un gesto di umiltà del monsignore penitenziere, aggiungiamo una nostra umile considerazione. E' inutile dare "consigli" ed esortazioni di osservanza delle regole, se poi non si vigila che i "consigli" vengano seguiti e le regole rispettate. Il Vescovo potrebbe perde autorevolezza. E non è pastoralmente efficace fare vedere che gli stessi preti non rispettano le regole nè il proprio Vescovo, disattendendo a quanto egli "consiglia". Soprattutto su cose così importanti e istruttive (l'uso del piattino infatti induce davvero a riflettere e a capire meglio la Presenza Reale). I fedeli si sentirebbero anch'essi autorizzati a non rispettare quanto quel Vescovo e quei preti insegnano (nel campo della morale e della dottrina). 
 Roberto
ps.
Mons. Negri, non vogliamo insegnarLe il mestiere di Vescovo. Ma non ci deluda. E soprattutto non deluda Colui (e colui...) che l'ha chiamata al ministero episcopale. 
Con deferente ossequio,
Roberto

giovedì 18 dicembre 2014

Uso improprio del Catechismo della Chiesa Cattolica nella RelatioSynodi della III Assemblea generale straordinaria del Sinodo deiVescovi (5-19 ottobre 2014)

di Don Alfredo Morselli

Non si accetta un proverbio dalla bocca dello stolto,
perché non lo dice mai a proposito. (Prov 20,20)

Se la Scrittura considera inaccettabili le parole sagge proferite non a proposito da parte degli stolti, quanto più la cosa sarà aberrante se vengono male usate e travisate le parole stesse della Bibbia o dei documenti più preziosi del Magistero? Il demonio ha tentato Gesù con la S. Scrittura, e gli eretici ne ritagliano e ne incollano assieme i versetti per attaccare i santi Dogmi.
Un'operazione analoga è stata compiuta al recente sinodo dei vescovi, per giustificare l'ammissione ai Sacramenti dei carissimi fratelli cosiddetti divorziati risposati. In questa occasione, nella redazione della Relatio synodi, è stato usato maldestramente il Catechismo della Chiesa Cattolica. Ecco quanto ha letto il Cardinale Péter Erdó:

"52 Si è riflettuto sulla possibilità che i divorziati e risposati accedano ai sacramenti della Penitenza e dell’Eucaristia. Diversi Padri sinodali hanno insistito a favore della disciplina attuale, in forza del rapporto costitutivo fra la partecipazione all’Eucaristia e la comunione con la Chiesa ed il suo insegnamento sul matrimonio indissolubile. Altri si sono espressi per un’accoglienza non generalizzata alla mensa eucaristica, in alcune situazioni particolari ed a condizioni ben precise, soprattutto quando si tratta di casi irreversibili e legati ad obblighi morali verso i figli che verrebbero a subire sofferenze ingiuste. L’eventuale accesso ai sacramenti dovrebbe essere preceduto da un cammino penitenziale sotto la responsabilità del Vescovo diocesano. Va ancora approfondita la questione, tenendo ben presente la distinzione tra situazione oggettiva di peccato e circostanze attenuanti, dato che «l’imputabilità e la responsabilità di un’azione possono essere sminuite o annullate» da diversi «fattori psichici oppure sociali» (Catechismo della Chiesa Cattolica, 1735)."

Questo paragrafo presenta molte difficoltà (non per niente ci sono stati 74 non placet): in questo articolo mi limito ad esaminare le ultime righe del testo appena riportato, dove si rimanda al § 1735 del Catechismo della Chiesa Cattolica per suffragare "la distinzione tra situazione oggettiva di peccato e circostanze attenuanti", in vista di un'eventuale ammissione ai sacramenti dei "divorziati risposati". Che cosa dice in realtà il § 1735 del Catechismo? Leggiamolo per intero:

“L’imputabilità e la responsabilità di un’azione possono essere sminuite o annullate dall’ignoranza, dall’inavvertenza, dalla violenza, dal timore, dalle abitudini, dagli affetti smodati e da altri fattori psichici oppure sociali.”

E adesso cerchiamo di spiegare questo testo: ipotizziamo il caso di una povera ragazza in India o in Cina che viene sterilizzata subendo pressioni, o una ragazza di oggi in Italia che viene indotta ad abortire dai parenti suoi e del fidanzato... In questi casi sicuramente l’ imputabilità è sminuita o annullata, ma non direttamente (simpliciter) per le tristi circostanze, ma per l'imperfezione dell'atto: un atto moralmente giudicabile - un atto umano, in termini più precisi - deve essere libero e consapevole.
Oggi, anche in Italia, con la cattiva educazione che si riceve fin dalla scuola materna, una ragazza può benissimo non rendersi conto che l'aborto è un omicidio: inoltre potrebbe essere psicologicamente fragile e non avere costitutivamente la grinta per andare contro tutti e tutto.  È chiaro che la responsabilità morale di questa ragazza è attenuata.
Altro è il caso di un divorziato, risposato civilmente, che ha ritrovato la fede a giochi fatti: ipotizziamo sia stato abbandonato dalla moglie, che si sia risposato con l'errata idea di rifarsi una famiglia, e che non possa più ritornare con la prima vera unica moglie (magari questa si è riaccompagnata con un altro uomo e ha avuto di figli da lui); questo fratello, pur pregando e partecipando attivamente alla vita della parrocchia, benvoluto dal parroco e da tutti i fedeli, consapevole del suo stato di peccato e neppure ostinato a volerlo giustificare, vive more uxorio con la moglie meramente civile, non riuscendo a vivere con lei come fratello e sorella. In questo caso, la scelta di accostarsi alla nuova moglie è un atto perfettamente libero e consapevole, e quanto detto dal § 1735 del Catechismo della Chiesa Cattolica non si può applicare nel modo più assoluto.
Lo stesso Catechismo insegna infatti, al § 1754:

"Le circostanze, in sé, non possono modificare la qualità morale degli atti stessi; non possono rendere né buona né giusta un’azione intrinsecamente cattiva."

E San Giovanni Paolo II, nell'enciclica Veritatis splendor, al § 115, affermava (il corsivo è mio):

"È la prima volta, infatti, che il Magistero della Chiesa espone con una certa ampiezza gli elementi fondamentali di tale dottrina, e presenta le ragioni del discernimento pastorale necessario in situazioni pratiche e culturali complesse e talvolta critiche.

Alla luce della Rivelazione e dell'insegnamento costante della Chiesa e specialmente del Concilio Vaticano II, ho brevemente richiamato i tratti essenziali della libertà, i valori fondamentali connessi con la dignità della persona e con la verità dei suoi atti, così da poter riconoscere, nell'obbedienza alla legge morale, una grazia e un segno della nostra adozione nel Figlio unico (cf Ef 1,4-6). In particolare, con questa Enciclica, vengono proposte valutazioni su alcune tendenze attuali nella teologia morale. Le comunico ora, in obbedienza alla parola del Signore che a Pietro ha affidato l'incarico di confermare i suoi fratelli (cf Lc 22,32), per illuminare e aiutare il nostro comune discernimento.

Ciascuno di noi conosce l'importanza della dottrina che rappresenta il nucleo dell'insegnamento di questa Enciclica e che oggi viene richiamata con l'autorità del successore di Pietro. Ciascuno di noi può avvertire la gravità di quanto è in causa, non solo per le singole persone ma anche per l'intera società, con la riaffermazione dell'universalità e della immutabilità dei comandamenti morali, e in particolare di quelli che proibiscono sempre e senza eccezioni gli atti intrinsecamente cattivi."

Le parole di San Giovanni Paolo II sono inequivocabili: con l'autorità del successore di Pietro vengono riaffermate l'universalità e l' immutabilità dei comandamenti morali, e in particolare di quelli che proibiscono sempre e senza eccezioni gli atti intrinsecamente cattivi. Inoltre viene confutata la artificiosa e falsa separazione di chi pretende di lasciare inalterata la dottrina immutabile, ma poi di conciliare l'inconciliabile, ovvero di comportarsi pastoralmente in modo non consequenziale con la dottrina stessa.
Infatti lo stesso santo Pontefice non ha scritto l'enciclica come un'esercitazione speculativa fuori dal mondo, ma ha voluto offrire le ragioni del discernimento pastorale necessario in situazioni pratiche e culturali complesse e talvolta critiche. Non si sarebbe potuto immaginare, il Santo Papa, che i suoi insegnamenti sarebbero stati dimenticati così in fretta, da parte di numerosi Vescovi, a pochi metri dalla sua tomba.

Certamente un divorziato risposato, come quello descritto nell'esempio precedente (caso assolutamente non raro), va amato, seguito, accompagnato verso la conversione completa e solo allora potrà ricevere SS. Eucaristia. Questa conversione va annunciata come realmente possibile con l'aiuto della grazia, con la pazienza e la misericordia di Dio, senza contravvenire a una verità indiscutibile della nostra fede, per cui non si può fare la S.Comunione in stato di peccato mortale.
Nell'ospedale da campo (per usare un'espressione cara a Papa Francesco), ammettere alla S. Comunione chi non è in stato di grazia costituirebbe la somministrazione di un farmaco controindicato e nocivo al malato stesso. Nell'armadietto dei medicinali della Madre Chiesa ci sono tante altri farmaci salutari che possono essere prescritti in questi casi: i grandi desideri, la preghiera, la devozione alla Madonna, la confidenza in Dio, la Comunione spirituale (rettamente intesa) etc. Tutto questo, passo dopo passo, può portare il divorziato risposato a vivere in grazia di Dio, senza schiodarsi dalla croce... facienti quod in se est (gratia actuali), Deus non denegat gratiam (habitualem). A chi fa quello che può (e, aggiungo io, anche molto meno di quello che potrebbe) con la Grazia attuale, Dio non negherà un giorno la Grazia santificante.

Si tratta dunque di favorire la preparazione alla giustificazione, non di ammettere chi vive ancora in stato di peccato a un Sacramento che è essenzialmente proprio e significativo di un uomo già giustificato in atto.

Il Noi "maiestatis" e il Noi "synodalis"

Gli amici di Chiesa e Post-concilio hanno rilevavo sabato scorso (13.12.2014) che il Papa, nel discorso sui Linementa per il Sinodo 2015, ha mutato il plurale maiestatis papale in plurale sinodale [qui]. 
"Uno slittamento non da poco, se il primo riguarda un "Noi" che raccoglie misticamente l'Io di Cristo, cioè di Dio, e l'Io del suo Vicario e di tutti quelli che lo hanno preceduto e lo seguiranno mentre il secondo dice un "noi" che parifica il Vicario di Cristo al Collegio dei vescovi." (Mic).
Vi riproponiamo alcuni brani, selezionati da Chiea e post-concilio: tratti dal libro di E.M. Radaelli
La Chiesa ribaltata [qui]
Ci sembra molto interessante e anche noi ve li proponiamo.  
Roberto
 tratto da La Chiesa Ribaltata di E. M. Radaelli,
a cura di Mic di Chiesa e post-concilio del 14.12.2014
Il plurale maiestatis, va ricordato, è quella figura retorica introdotta nella prassi del governo ecclesiastico nel IV secolo da quell’accorto Pastore che fu Papa san Damaso I (366-84), attraverso la quale un Sommo Pontefice ricorda (a se stesso, oltre che all’universo di fedeli cui si rivolge) che la propria locuzione di Dottore della Chiesa universale non germina unicamente dal proprio cuore, ma lo fa in unione intenzionale con il Dottore e Maestro soprannaturale della Chiesa, il Signore nostro Gesù Cristo, di cui egli è per sua grazia Vicario, così da dover necessariamente pronunciare un “Noi” che raccoglie misticamente, cioè realmente pur se non fisicamente, due Io: l’Io proprio e l’Io di Cristo, cioè di Dio.
Non solo: ma, rappresentando ed essendo la propria vicarietà in continuità temporale ininterrotta, tale da garantire la continuità di insegnamento veritativo come fosse un solo e unico insegnamento malgrado la sua estensione nei secoli e nei millenni, la sua locuzione ha per soggetto un “Noi” che raccoglie, oltre l’Io di Cristo e l’Io proprio, anche gli “Io” di tutti i Papi che quel singolo Io hanno preceduto e seguiranno, così da raccogliere la somma Autorità dei cento e cento Papi in un solo “Noi” puntiforme, che fa e che dà unità di voce all’universo intero in unione al suo Creatore.

In altri termini, quella piccola parola “Noi” del plurale maiestatis, così come pensato dalla Chiesa, non solo raccoglie il magistero di secoli e millenni in un singolo e minimo vocabolo, che è già molto, ma, nella semantica leggibile in quel minimo lemma, unisce tali secoli e millenni all’eternità, e questo è il soprannaturale “tutto” che va sottolineato nel “Noi”.

Il plurale maiestatico papale si distanzia dunque essenzialmente da ogni altro plurale della retorica, quali il plurale didattico, il plurale narrativo, il plurale impersonale eccetera, tutte figure necessitate da fini pratici e umani, al contrario della nostra, mossa da obiettivi sostanziali e soprannaturali: legare la parola umana alla divina; o meglio: ricordare che una certa parola umana – quella di un Papa – è a volte, in qualche modo tutto mistico, particolarmente legata alla parola divina.
Il pregio dell’uso del plurale maiestatis papale, come si può intuire, è infondere al documento che ne origina un’autorevolezza altrimenti impossibile, come visto, e, in secondo, una altrettanto impossibile – peraltro ancora ben intuibile – oggettività: tanto come l’“Io” afferma la soggettività di un pensiero, il “Noi”, allargando il soggetto come qui si è visto, e coinvolgendo in esso persino Dio, afferma la più fredda e distante oggettività, con ciò portando la più forte garanzia di verità, necessaria a convincere i cuori dell’immensa intenzione di bene, e di bene sicuro, che si ha nei loro confronti.


(§ 20, p. 62-5). CONTRO LA “BONOMIA” ESERCITATA DA PAPA GIOVANNI XXIII: NATURA EXTRAGIURIDICA, ANZI: FORTEMENTE AMOREVOLE, DEL LINGUAGGIO ASSEVERATIVO E GIURIDICO DELLA CHIESA.


Perché questo è il paradosso da scoprire in ciò che si sta dicendo intorno al “Noi” e alla sua carica formale di autorità e di oggettività: che, dietro l’apparenza glaciale, cool, si direbbe oggi, distaccata e “terribile”, di un pronome tanto potente da rappresentare persino, nel suo piccolo sé, il Padre soprannaturale di ogni verità, si cela un sentimento che più caldo, più tenero, più palpitante non si può, essendo esso il più accorato amore, la più vibrante e sentita preoccupazione, di dare le più ampie garanzie ai propri fedeli, alle proprie pecorelle, che tutto ciò che discende da quel “Noi” è sicuro, è vero, è buono, è garantito, perché è affermato all’unisono, in consonanza, in armonia, col Padre stesso della Verità.

Non si dirà e non si ribadirà mai abbastanza che il discorso formale, nella Chiesa, più riveste le forme giuridiche, algide e legali, più in realtà si arroventa d’amore, perché il linguaggio della Chiesa ha più di ogni altro l’incombenza di garantire che ciò che si sta dicendo è la pura verità, è tutta la verità ed è solo la verità, e tale estrema garanzia la Chiesa può darla solo cucendo la propria parola sulla veste più asseverativa, ferma e rigorosa offerta dal linguaggio.
Ciò va detto, in specie, contro la cosiddetta bonomia e la falsa benignità impresse al magistero della Chiesa da Papa Giovanni XXIII a partire dalla Gaudet Mater Ecclesia, atteggiamenti, questi, sulla cui indubbia problematicità ci si soffermerà, come necessario, più avanti (§§ 35-6), perché si sa che certe affermazioni, se proprio ci si sente in dovere di farle, come qui il caso, vanno giustificate e spiegate quanto meglio possibile, e con la più religiosa e ossequiente cura.

Tornando a noi, l’amore sotteso dal linguaggio giuridico della forma dogmatica è amore vero, denso, forte, ardente, non inficiato da secondi fini di nessun tipo, quali il desiderio di non turbare nessuno, di non scuotere nessuno, di mostrare a tutti, anzi, la bontà sorridente e disarmata con cui la verità di nostro Signore e della Chiesa si avvicina alle anime.

È stato già visto – e ancor più si vedrà – quanto tale machiavellica sub-intenzione sia nociva, deleteria, gravemente lesiva della forma della Chiesa, originalmente e insopprimibilmente dogmatica, e della stessa salus animarum cui essa è chiamata, e, specialmente, della giustizia sublime di Dio.
Sul plurale maiestatis ci sarebbero ancora molte altre cose da dire, ma qui si vuole solo evidenziare che la sua assenza infirma notevolmente il tono generale di una Lettera enciclica, privandola ab origine, almeno sul piano della percezione, di un requisito che parrebbe peraltro utile, se non sostanziale, al magistero papale, allorché esso voglia porsi su un livello significativo, non ordinario, per quanto esso voglia stendersi unicamente su un piano pastorale, dunque non vincolante, non irreformabile, non infallibile, ma solo sollecitativo e suggestivo di sante e universali indicazioni.

Si consideri una qualsiasi delle Lettere encicliche papali fino a Paolo VI compreso (la sua Humanæ vitæ è ancora in plurale maiestatis, non lo è invece già nessuna di quelle scritte da Giovanni Paolo II). Si prenda per esempio la Mystici Corporis, firmata da Pio XII, pubblicata il 29-6-1943. Anche sotto questo punto di vista, essa è davvero esemplare, giacché dalla sua lettura si percepisce subito, fin dalle prime parole, quanto la firma al plurale abbia influenzato e direi determinato tutto il suo costrutto: vi si respira immediatamente una serietà d’intenti, un rigore – religioso prima che intellettuale –, una determinazione alla verità e al realismo, infine una schiettezza pastorale, che infondono nel lettore la consapevolezza di star cogliendo, di toccare quasi con mano, nelle preziose parole da lì salenti, qualcosa di importante, di vitale, di risolutivo proprio per lui.

Il “Noi”, quel “Noi” lì, dice presto al lettore – insieme ad altri strumenti linguistici ben più presenti nella forma asseverativa del linguaggio germinante da quella peculiare fonte data dal plurale maiestatis papale – che i concetti espressi che si stanno via via cogliendo sono realtà da prendere ben sul serio: indubitabili, decisive. Al contrario, nella Lumen Fidei, il lettore-fedele si accorgerà invece che, in assenza del “Noi”, l’augusto Autore può gettare sulla bilancia del giudizio, oltre a luminose e semplici belle verità, malauguratamente anche l’indicazione di altrettanti ben precisi e pericolosi errori.
Ma se tutto ciò è vero, se tutto ciò ha quella rispondenza con la realtà che giustamente ci si aspetta allorché si parla al tempo presente di fatti angolari, netti, “pesanti”, ciò vuol dire che questo famoso “Noi” dovrebbe essere definito, oltre che plurale maiestatis, anche e ancor più plurale caritatis, plurale amoris: plurale di carità donativa e di altruistico amore, ossia plurale determinato dalla e finalizzato alla carità.

Perché è la carità il nerbo essenziale, il cuore del linguaggio asseverativo, come d’altronde sanno bene tutti i portatori sani d’amore: i padri e le madri, p. es., che insegnano con infinita attenzione i rudimenti della vita ai loro figlioletti, e gli innamorati, che al dunque, al di là di ogni linguaggio poetico, al di là di ogni segnale fascinoso più o meno portatore di simboli amorosi trasversali e di leggiadre figure evocative, chiuso il proscenio delle danze, delle musiche e dei canti, possono comunicarsi qualcosa di certo e di definitivo sul loro amore solo se si dicono, molto semplicemente e senza mezzi termini: “Io ti amo”, con annesso anathema: “Non dovrà esserci nessun altro che te lo dica in eterno”: se non usano queste formule basiche e asseverative non avranno mai nel cuore la certezza del loro sentimento, che è la prima, fondamentale e decisiva cosa da sapere intorno al loro legame.
Certo, se non vogliono comunicarla, questa certezza, è altro discorso. Ma se lo vogliono, se vogliono vicendevolmente essere sicuri del loro amore, altro linguaggio, più sicuro, deciso e indubitabile di questo, non c’è. Ecco perché dico (si veda il mio Il domani…, Radaelli 2013, pp. 113-7) che il linguaggio asseverativo, “dogmatico”, del presente indicativo e dalle affermazioni inequivocabili, è il linguaggio per eccellenza dell’amore, tanto che il Profeta esclama: « Quando le tue parole mi vennero incontro, le divorai con avidità: la tua parola fu la gioia e la letizia del mio cuore » (Ger 15,16), perché è una parola che annuncia l’evento, e la gioia che circonda un evento può essere descritta solo da parole (altro è il sorriso, o la luminosità degli occhi ridenti: essi “dicono” la gioia, ma la sua descrizione la dà solo la parola).
Come si può notare, è sufficiente la lettura “linguistica” di una Enciclica per entrarvi e carpirne tutta la sostanza.


(§ 21, p. 65-8). ASIMMETRIA TEOLOGICA TRA LA SCELTA DI PAPA SAN DAMASO – UTILIZZARE IL PLURALE MAIESTATIS – E QUELLA DI PAPA GIOVANNI PAOLO I – ABBANDONARLO –.


La scelta di suggellare con firma singolare invece che plurale i propri atti di magistero e di governo, stante le considerazioni fatte sulla semantica del plurale maiestatis in uso presso tutti i Sommi Pontefici dal IV al XX secolo, in calce a quei loro documenti e atti di magistero di particolare valore, come sono le Lettere encicliche (gr. enkyklos, “in giro”, “in circolo”, cioè universali), uso che si era presto esteso anche agli atti di magistero privato e persino agli atti personali, è scelta che offre forti e ragionevoli motivi di perplessità sia sulla certezza veritativa del contenuto di un magistero così miserevolmente, così “umanamente” suggellato, sia sulla reale portata di ‘amore di dedizione’, di caritas, instillato da quei Pontefici in quei loro documenti: saranno o non saranno essi ancora ripieni di quella sostanza veritativa soprannaturale invece tanto più chiaramente e quasi arditamente esposta, quasi a “metterci la faccia” dell’Altissima e Divinissima Trinità, data dall’aureola (= piccola aura) del pronome di prima persona plurale formulato col “Noi”? e se tale scelta, al contrario, come sostengono i suoi fautori, in nulla infirma tale certezza veritativa, perché mai il magistero bimillenario di Santa Romana Chiesa per secoli ritenne bene adottare tale aurico costume, includendo nel suo numinoso carisma non solo gli atti di magistero, ma la persona stessa del Papa, tutto ciò motivando, appunto, con gli argomenti riportati?
C’è da considerare, infatti, che, teologicamente parlando, la decisione presa nel IV secolo da Papa san Damaso – accendere l’aureola del plurale maiestatis – non è affatto simmetrica a quella del tutto opposta presa nel XX da Papa Giovanni Paolo I, poi mantenuta e avvalorata dai Papi successivi – spegnere l’aureola del plurale maiestatis –: la prima, infatti, non faceva altro che esplicitare un concetto fondante del magistero – la “Logoscrazia” che regna sulla storia di cui parlo in Radaelli 2008 –, per il quale, esprimendosi esso, in specifiche situazioni, a nome (orizzontalmente) dell’universalità dottorale della Chiesa – ossia di tutti i vescovi del mondo – e parlando (verticalmente) a nome di Dio, l’Io di quell’uomo eletto Vicario di Cristo, chiunque fosse, nella successione Apostolica petrina veniva a trovarsi in quell’intima relazione con l’Io collegiale della Chiesa e con l’Io divino, tale da poter essere espressa solo dall’aura di un “Noi” anche in quei secoli in cui – dal I al IV – era stata di fatto espressa solo da un “Io”: nel quale “Io” la raggiera del “Noi” già irradiava però la sua luce tutta implicitamente sfolgorante.

La seconda decisione invece, quella di Papa Luciani, che rigettava il “Noi” e riprendeva l’uso dell’“Io” singolare, con ciò stornava proprio quel concetto di unione mistica (che non vuol dire irreale, ma, per quanto unione sommamente reale, vuol dire, per il carattere soprannaturale di uno dei due componenti, “misterica”), di legame ideale e intenzionale (orizzontale e verticale), sì da ridurre, rattrappire l’augusto Parlante alla singola persona di quel Papa lì, slegandolo e rendendolo avulso dal contesto ecclesiale e divino che si è detto avrebbe dovuto invece come un’aureola sempre circondarlo, quasi facendolo parlare anzi, se così si può dire, per suo tramite. Ma così facendo ha svuotato la Logoscrazia di se stessa.

Dunque la decisione presa da Papa san Damaso I dopo il 366 (anno della sua elezione), non faceva altro che raccogliere ed esplicitare la consapevolezza, la coscienza della realtà divina delle cose, realtà divina fino ad allora comunque presente egualmente alla mente di tutti, fossero stati san Pietro o il più umile dei fedeli, ma non ancora espressa apertis verbis, non ancora manifestata con la bocca in ciò che era nel cuore. È adombrato qui il classico principio di Lérins, che dà a una dottrina un valore di credibilità magisteriale vicino al dogma: « Quod semper, quod ubique, quod ab omnibus creditum est », “[Noi crediamo solo a] ciò che sempre, in ogni luogo e da tutti è stato creduto”: prima implicitamente, ora esplicitamente. La decisione di Papa Giovanni Paolo I e successori invece, proprio per la sua natura negativa, per la sua natura autoprivativa, non può più essere letta come implicante quella realtà divina, quella Logoscrazia, ora tralasciata, ma come un suo chiaro se pur non esplicitato rigetto, forse persino come una sua silente smentita.

Con ciò non si vuol dire che questa fosse l’intenzione di chi fece quella scelta, giacché i motivi potrebbero essere anche altri, per esempio la ricerca di una certa semplicità, o di una qualche umiltà di esposizione, tale da togliersi di dosso, in qualche modo, quelli che si vollero ritenere, se pur inopinatamente e certo erroneamente, paludamenti inutili – persino dannosi! – alla verità con cui presentare la Chiesa.
Resta il fatto che la scelta fu fatta, e fu fatta e approvata in successione e da uno, e da due, e da tre, e da quattro Pontefici. E se qualcuno ritiene che essa fosse motivata al fondo da motivi non strettamente religiosi, cioè teologici, ma “ideologici”, “di convenienza comportamentale”, ossia, come dice Livi in Vera e falsa teologia, attraverso filosofie falsificate, come le succitate, da machiavellismo utilitaristico (v. Livi 2012, p. 118), resta ben possibile che questo qualcuno avesse ben ragione a crederlo, giacché essa va di pari passo con altre scelte analoghe, che si vedranno in seguito.

Fu una scelta de-dogmatizzante? Certo contribuì a smussare l’auctoritas, ad allontanare la potestas del dogma dalla personalitas del Papa: la figura del Papa-Dogma iniziava anche con ciò a essere scalfita, e il ferreo, cristico, soprannaturale chiavistello veritativo che serra i polsi al Mistero d’iniquità certo subiva qui una prima significativa limatura (vistosa, sì, ma, in apparenza, teologicamente non davvero rilevante).


Qui alcune osservazioni critiche di Luciana Cuppo, su un brano di Radaelli: 

Dal testo del prof. Radaelli:
"Un sommo Pontefice ricorda...che la propria locuzione di Dottore della Chiesa universale non germina unicamente dal proprio cuore, ma lo fa in unione intenzionale con il Dottore, etc." "Noi" - continua Radaelli, ripreso ed amplificato da Mic - raccoglie misticamente, cioe' realmente se pur non fisicamente, due Io: l'Io proprio e l'Io di Cristo, cioe' di Dio."
Alcune riflessioni:
(1) Il "Noi" e' segno d'autorita' e significa che cio' che il Papa dice o fa vale per tutta la Chiesa. Cio' anche nelle vicende d'ordinaria amministrazione, ad esempio: se papa Tizio dona al convento di Forlmpopoli un pezzo di terra, tutta la Chiesa e' tenuta a riconoscere che quella terra appartiene al convento di Forlimpopoli. Qui la dottrina non c'entra.
(2) L'io del Papa e l'Io di Cristo, che risulterebbero nel "Nos", sono certamente uniti solo quando il Papa fa dichiarazioni infallibili, e cio' perché Cristo gli ha promesso l'infallibilità. Negli altri casi il "Nos" vuol dire che il Papa esercita la propria autorita'; e potrebbe anche esercitarla in modo errato
(3) Che il "nos" indichi autorita' risulta dal fatto che gia' a Roma lo si usava; da Ennio, dice la Treccani, certo da Cicerone nell'esercizio delle sue funzioni di console, e poi dagli imperator; regolarmente, si pensa, da Diocleziano in poi. Quindi ben prima di papa Damaso; come in molte altre occasioni, la Chiesa fece propri usi ed istituzioni romane.
(4) Prima di librarsi in voli pseudomistici, sarebbe bene aver l'onesta' intellettuale di (a) citare le proprie fonti (papa Damaso? forse, ma si attribuiscono a lui molte cose non sue), e (b) di non dare come dato di fatto cio' che e' oggetto di discussione, se non frutto di fantasia galoppante; come il "nos" che starebbe a significare il mistico Io di Cristo e di tutti i papi, in opposizione al "nos" sinodale che parificherebbe papa e vescovi. E giova ricordare che le consultazioni con i vescovi, in genere distribuiti per zone geografiche, sono normali nella storia della Chiesa; fermo restando che l'autorita' e la decisione ultima spettano al Papa, cosa che papa Francesco ha recentemente ribadito al Sinodo di ottobre.
Luciana Cuppo

mercoledì 17 dicembre 2014

17 dicembre - Compleanno di Papa Francesco

 
 Papa Francesco
17 dicembre 1936 - attualmente regnante
(foto S. Sede)

Perchè nononstante ogni tanto ci sembra che sbagliate, nonostante le nostre osservazioni critiche su alcune Vostre scelte, nonostante non ci troviamo in sintonia su molti punti, Voi siete il nostro Bianco Padre, il Dolce Cristo in Terra.
Quindi: Auguri, Santità

La redazione MiL

 Biografia tratta dal sito della Santa Sede

Il primo Papa giunto dalle Americhe è il gesuita argentino Jorge Mario Bergoglio, 76 anni, arcivescovo di Buenos Aires dal 1998. È una figura di spicco dell’intero continente e un pastore semplice e molto amato nella sua diocesi, che ha girato in lungo e in largo, anche in metropolitana e con gli autobus.
«La mia gente è povera e io sono uno di loro», ha detto una volta per spiegare la scelta di abitare in un appartamento e di prepararsi la cena da solo. Ai suoi preti ha sempre raccomandato misericordia, coraggio e porte aperte. La cosa peggiore che possa accadere nella Chiesa, ha spiegato in alcune circostanze, «è quella che de Lubac chiama mondanità spirituale», che significa «mettere al centro se stessi». E quando cita la giustizia sociale, invita a riprendere in mano il catechismo, i dieci comandamenti e le beatitudini. Nonostante il carattere schivo è divenuto un punto di riferimento per le sue prese di posizione durante la crisi economica che ha sconvolto il Paese nel 2001. 

Nella capitale argentina nasce il 17 dicembre 1936, figlio di emigranti piemontesi: suo padre Mario fa il ragioniere, impiegato nelle ferrovie, mentre sua madre, Regina Sivori, si occupa della casa e dell’educazione dei cinque figli.
Diplomatosi come tecnico chimico, sceglie poi la strada del sacerdozio entrando nel seminario diocesano. L’11 marzo 1958 passa al noviziato della Compagnia di Gesù. Completa gli studi umanistici in Cile e nel 1963, tornato in Argentina, si laurea in filosofia al collegio San Giuseppe a San Miguel. Fra il 1964 e il 1965 è professore di letteratura e psicologia nel collegio dell’Immacolata di Santa Fé e nel 1966 insegna le stesse materie nel collegio del Salvatore a Buenos Aires. Dal 1967 al 1970 studia teologia laureandosi sempre al collegio San Giuseppe.

Il 13 dicembre 1969 è ordinato sacerdote dall’arcivescovo Ramón José Castellano. Prosegue quindi la preparazione tra il 1970 e il 1971 in Spagna, e il 22 aprile 1973 emette la professione perpetua nei gesuiti. Di nuovo in Argentina, è maestro di novizi a Villa Barilari a San Miguel, professore presso la facoltà di teologia, consultore della provincia della Compagnia di Gesù e rettore del Collegio.

Il 31 luglio 1973 viene eletto provinciale dei gesuiti dell’Argentina. Sei anni dopo riprende il lavoro nel campo universitario e, tra il 1980 e il 1986, è di nuovo rettore del collegio di San Giuseppe, oltre che parroco ancora a San Miguel. Nel marzo 1986 va in Germania per ultimare la tesi dottorale; quindi i superiori lo inviano nel collegio del Salvatore a Buenos Aires e poi nella chiesa della Compagnia nella città di Cordoba, come direttore spirituale e confessore. 

È il cardinale Quarracino a volerlo come suo stretto collaboratore a Buenos Aires. Così il 20 maggio 1992 Giovanni Paolo II lo nomina vescovo titolare di Auca e ausiliare di Buenos Aires. Il 27 giugno riceve nella cattedrale l’ordinazione episcopale proprio dal cardinale. Come motto sceglie Miserando atque eligendo e nello stemma inserisce il cristogramma ihs, simbolo della Compagnia di Gesù. È subito nominato vicario episcopale della zona Flores e il 21 dicembre 1993 diviene vicario generale. Nessuna sorpresa dunque quando, il 3 giugno 1997, è promosso arcivescovo coadiutore di Buenos Aires. Passati neppure nove mesi, alla morte del cardinale Quarracino gli succede, il 28 febbraio 1998, come arcivescovo, primate di Argentina, ordinario per i fedeli di rito orientale residenti nel Paese, gran cancelliere dell’Università Cattolica.

Nel Concistoro del 21 febbraio 2001, Giovanni Paolo II lo crea cardinale, del titolo di san Roberto Bellarmino. Nell’ottobre 2001 è nominato relatore generale aggiunto alla decima assemblea generale ordinaria del Sinodo dei vescovi, dedicata al ministero episcopale. Intanto in America latina la sua figura diventa sempre più popolare. Nel 2002 declina la nomina a presidente della Conferenza episcopale argentina, ma tre anni dopo viene eletto e poi riconfermato per un altro triennio nel 2008. Intanto, nell’aprile 2005, partecipa al conclave in cui è eletto Benedetto XVI.

Come arcivescovo di Buenos Aires — tre milioni di abitanti — pensa a un progetto missionario incentrato sulla comunione e sull’evangelizzazione. Quattro gli obiettivi principali: comunità aperte e fraterne; protagonismo di un laicato consapevole; evangelizzazione rivolta a ogni abitante della città; assistenza ai poveri e ai malati. Invita preti e laici a lavorare insieme. Nel settembre 2009 lancia a livello nazionale la campagna di solidarietà per il bicentenario dell’indipendenza del Paese: duecento opere di carità da realizzare entro il 2016. E, in chiave continentale, nutre forti speranze sull’onda del messaggio della Conferenza di Aparecida nel 2007, fino a definirlo «l’Evangelii nuntiandi dell’America Latina».

Viene eletto Sommo Pontefice il 13 marzo 2013.

Preoccupante: una lettrice di MiL accusa il marito NC e denuncia una situazione familiare molto disagiata per colpa del Cammino (confermando le nostre battaglie)

Abbiamo trovato un recente commento ad un nostro post su MiL sull'indagine che Papa Benedetto XVI aveva imposto alla Dottrina della Fede sull'ortodossia e sulla prassi liturgica del Cammino Neo Catecuminale (si veda qui). 
Una signora, moglie e mamma, ha scritto parole dure contro il Cammino e lanciato accuse forti, (che condividiamo!). La sua testimonianza accorata purtroppo conferma una situazione contro cui MiL da sempre si batte. 
Leggete voi stessi: abbiamo deciso di pubblicarla perchè "qualcuno" si convinca che l'organizzazione del pittore Kiko e della 'suora mancata' Carmen non è così tutta rose e fiori come si insiste di voler fare credere!
Amici lettori, lasciate qualche suggerimento per aiutare questa signora disperata. 
Da parte nostra c'è il suggerimento di rivolgersi ad un sacerdote fidato o ad un Vescovo. E non servisse, anche ad un avvocato (possibilmente donna) per contestare al marito le vessazioni che le impone nella conduzione della vita familiare. 
Roberto


12 dicembre 2014
Sono moglie e mamma, mio marito frequenta assiduamente il cammino, per il cammino farebbe qualsiasi cosa, destina cifre consistenti al movimento, io non so che cosa significa andare a mangiare una pizza, a vedere un film o una vacanza, perchè non c'è tempo, ma per seguire tutti gli incontri durante la settimana, il sabato e le convivenze fuori casa della durata di due giorni e mezzo, che si avvicendano abbastanza di frequente e che mi comunica all 'ultimo momento, ci mette tutto il tempo.
Siamo quasi a Natale, ebbene c'è convivenza dal venerdì sera alla domenica pomeriggio, io sono a casa non ho ancora adornato la casa, ne mi sento di farlo, e questo che il Signore vuole da me...
Mi sento offesa, trascurata, umiliata, come è possibile che il papa non capisca che esistano anche queste situazioni, perchè non impedisce questi oltraggi, le persone che entrano in questo cammino, oltre che ad essere alleggeriti, usano comportamenti con la propria famiglia se non frequentano allucinanti, quante volte ho pensato di dividermi, di farla finita, ma non ce la faccio a fare nulla di tutto ciò, per ora almeno.
Convinta a partecipare a Milano circa due anni fa andai all'incontro del papa con le famiglie, successivamente partecipai all'incontro con Kiko Arguello - per conto mio un "assatanato" -, la cosa che mi ha più schifato, sentirlo urlare per convincere la gente a sborsare cifre considerevoli perchè l'affitto della fiera andava pagato, se ricordo bene chiedeva centinaia di migliaia di euro.
Di Kiko e Carmen si sa veramente tutto, o sono degli impostori, che accumulano per se cifre da capogiro.
Mio marito è sempre stato una persona di carattere fragile nel senso che lui si fa colpa per tutti i suoi comportamenti (trascurando naturalmente l' atteggiamento che tiene con me, da padrone), pertanto il lavaggio del cervello che gli hanno fatto funziona benissimo, io non posso permettermi di chiedergli nulla del suo operato, una donna come può continuare a vivere così non lo so.
Capisco che questo periodo sotto tuttli gli aspetti è uno schifo, in tutte le cose ci vorrebbe un limite, tutte le esagerazioni non vanno bene, questi comportamenti sono frustrazioni.
Grazie

martedì 16 dicembre 2014

Gli auguri al nuovo Vescovo : "la Liturgia... grande educatrice al primato della fede e della grazia"( Cfr.Benedetto XVI)


Alcune  foto della Liturgia di Ordinazione Episcopale conferita Giovedì 11 dicembre 2014 nel Sagrato della Cattedrale di Sant'Isidoro Lavoratore  a Sua Eccellenza Reverendissima Mons. Martin Fassi, consacrato Vescovo titolare di Dionisiana  e Vescovo Ausiliare della Diocesi di San Isidro, Suffraganea dell'Arcidiocesi Metropolitana di Buenos Aires (Argentina).
Consacrante principale:  S.E.R. Mons. Oscar Vicente Ojea Quintana, Vescovo di San Isidro.
Co-consacranti principali:
- S.E.R. Mons. Alcides Jorge Pedro Casaretto, Vescovo emerito di San Isidro
- S.E.R. Mons. Miguel Angel D'Annibale, Vescovo di Rio Gallegos.

Al novello Vescovo Ausiliare della Diocesi di San Isidro  giungano idealmente anche i nostri auguri :   affinchè nella  Santa Liturgia Egli riesca a trovare  tutte quelle  aspirazioni spirituali necessarie alla  santificazione dei Fedeli affidati alle Sue cure pastorali. 
Il Magistero della Chiesa difatti insegna e l'agiografia antica e moderna  sottolinea che la Liturgia è il : " Culmine verso cui tende l'azione della Chiesa e insieme fonte da cui promana la sua virtù (cfr Sacrosanctum Concilium, 10), la Liturgia con il suo universo celebrativo diventa così la grande educatrice al primato della fede e della grazia" ( Benedetto XVI, 6 maggio 2011 al Convegno per i 50 anni dell'Ateneo di Sant'Anselmo).
Επίσης, σε μας τους αμαρτωλούς ( A.C.)


Fonte  : Cattolici Romani

I digiuni di Mosè, di San Francesco, S. Antonio, e di Nostro Signore (!) erano anch'essi segno di cuore debole?

Non critichiamo la decisione di Pio XII di modificare la regola sul digiuno, nè l'omelia di Francesco di ieri (15.12.2014, a Santa Marta) sul rimprovero della rigidità e dell'ipocrisia di alcuni fedeli nel rispettare solo esteriormente e aridamente le regole della disciplina cattolica (sepolcri imbiancati). Il senso di fondo è giusto.
Ma come al solito il Papa rischia di essere frainteso.
Se estrapolate dall'intero discorso, come ahimè è successo, le parole sul digiuno vengono veicolare dai media in maniera errata e si corre il rischio, anche questa volta, che si diffonda tra i fedeli un errato messaggio: quello che il digiuno non abbia più senso, e che esso venga pauperizzato del suo grande valore penitenziale (di istituzione divina!), riconosciuto dalla Chiesa (vedasi Catechismo della CC. n. 2041, e CJC can. 1249).
Di questo passo allora anche Mosè (40 giorni di digiuno sul monte Sinai), Santa Maddalena, S. Antonio ab., S. Girolamo, S. Francesco, e tantissimi altri santi, e lo stesso Nostro Signore Gesù Cristo  (quaranta giorni di digiuno nel deserto!) aveano un cuore debole?
Tutt'altro! 
Proponiamo il testo intero dell'omelia per comprendere meglio il senso del discorso del Papa.
Roberto



 Francesco: la rigidità è segno di cuore debole
di Sergio Centofanti, da RadioVaticana, del 15.12.2014

Gesù ci rende misericordiosi verso la gente, mentre chi ha il cuore debole perché non fondato su Cristo rischia di essere rigido nella disciplina esteriore, ma ipocrita e opportunista dentro: è quanto ha detto il Papa nell’omelia mattutina a Casa Santa Marta. 
Al centro dell’omelia del Papa il Vangelo del giorno, in cui i capi dei sacerdoti chiedono a Gesù con quale autorità compia le sue opere. E’ una domanda – spiega – che dimostra il “cuore ipocrita” di questa gente: “a loro non interessava la verità”, cercavano solo i loro interessi e andavano “secondo il vento: ‘Conviene andare di qua, conviene andare di là…’ erano banderuole, eh, tutti! Tutti. Senza consistenza. Un cuore senza consistenza. E così negoziavano tutto: negoziavano la libertà interiore, negoziavano la fede, negoziavano la patria, tutto, meno le apparenze. A loro importava uscire bene dalle situazioni”. Erano opportunisti: “approfittavano delle situazioni”.
Eppure – ha proseguito il Papa – “qualcuno di voi potrà dirmi: ‘Ma padre, questa gente era osservante della legge: il sabato non camminavano più di cento metri - o non so quanto si poteva fare – mai, mai andavano a tavola senza lavarsi le mani e fare le abluzioni; ma era gente molto osservante, molto sicura nelle sue abitudini’. Sì, è vero, ma nelle apparenze. Erano forti, ma al di fuori. Erano ingessati. Il cuore era molto debole, non sapevano in cosa credevano. E per questo la loro vita era, la parte di fuori, tutta regolata, ma il cuore andava da una parte all’altra: un cuore debole e una pelle ingessata, forte, dura. Gesù al contrario, ci insegna che il cristiano deve avere il cuore forte, il cuore saldo, il cuore che cresce sulla roccia, che è Cristo, e poi nel modo di andare, andare con prudenza: “In questo caso faccio questo, ma…” E’ il modo di andare, ma non si negozia il cuore, non si negozia la roccia. La roccia è Cristo, non si negozia!”:
Questo è il dramma dell’ipocrisia di questa gente. E Gesù non negoziava mai il suo cuore di Figlio del Padre, ma era tanto aperto alla gente, cercando strade per aiutare. ‘Ma questo non si può fare; la nostra disciplina, la nostra dottrina dice che non si può fare!’ dicevano loro. ‘Perché i tuoi discepoli mangiano il grano in campagna, quando camminano, il giorno del sabato? Non si può fare!’. Erano tanto rigidi nelle loro discipline: ‘No, la disciplina non si tocca, è sacra’”.
Papa Francesco ricorda quando “Pio XII ci liberò da quella croce tanto pesante che era il digiuno eucaristico”:
“Ma alcuni di voi forse ricordano. Non si poteva neppure bere un goccio d’acqua. Neppure! E per lavarsi i denti, si doveva fare in modo che l’acqua non venisse ingoiata. Ma io stesso da ragazzo sono andato a confessarmi di aver fatto la comunione, perché credevo che un goccio d’acqua fosse andato dentro. E’ vero o no? E’ vero. Quando Pio XII ha cambiato la disciplina – ‘Ah, eresia! No! Ha toccato la disciplina della Chiesa!’ - tanti farisei si sono scandalizzati. Tanti. Perché Pio XII aveva fatto come Gesù: ha visto il bisogno della gente. ‘Ma povera gente, con tanto caldo!’. Questi preti che dicevano tre Messe, l’ultima all’una, dopo mezzogiorno, in digiuno. La disciplina della Chiesa. E questi farisei erano così – ‘la nostra disciplina’ - rigidi nella pelle, ma, come Gesù gli dice, ‘putrefatti nel cuore’, deboli, deboli fino alla putredine. Tenebrosi nel cuore”.
Questo è il dramma di questa gente” e Gesù denuncia ipocrisia e opportunismo: 
Anche la nostra vita può diventare così, anche la nostra vita. E alcune volte, vi confesso una cosa, quando io ho visto un cristiano, una cristiana così, col cuore debole, non fermo, non saldo sulla roccia – Gesù – e con tanta rigidità fuori, ho chiesto al Signore: ‘Ma Signore buttagli una buccia di banana davanti, perché faccia una bella scivolata, si vergogni di essere peccatore e così incontri Te, che Tu sei il Salvatore’. Eh, tante volte un peccato ci fa vergognare tanto e incontrare il Signore, che ci perdona, come questi ammalati che erano qui e andavano dal Signore per guarire”.
Ma la gente semplice” - osserva il Papa - “non sbagliava”, nonostante le parole di questi dottori della legge, “perché la gente sapeva, aveva quel fiuto della fede”.
Il Papa conclude con questa preghiera la sua omelia: “Chiedo al Signore la grazia che il nostro cuore sia semplice, luminoso con la verità che Lui ci dà, e così possiamo essere amabili, perdonatori, comprensivi con gli altri, di cuore ampio con la gente, misericordiosi. Mai condannare, mai condannare. Se tu hai voglia di condannare, condanna te stesso, che qualche motivo avrai, eh?”.
Chiediamo al Signore la grazia che ci dia questa luce interiore,che ci convinca che la roccia è soltanto Lui e non tante storie che noi facciamo come cose importanti; e che Lui ci dica – Lui ci dica! – la strada, Lui ci accompagni nella strada, Lui ci allarghi il cuore, perché possano entrare i problemi di tanta gente e Lui ci dia una grazia che questa gente non aveva: la grazia di sentirci peccatori”.

I grandi del Catechismo: San Pio X e il VenerabileTrona



Relazione di Cristina Siccardi

 «Instaurare omnia in Christo» è il timone al quale si mise San Pio X quando salì sulla nave di San Pietro. È l’obiettivo che si prefisse fin dal principio e che scrisse nella sua prima enciclica, quella programmatica, E supremi apostolatus del 4 ottobre 1903.
Egli è stato fra i più grandi riformatori di tutta la storia della Chiesa, come ebbe a dire lo studioso Aubert. Fu tra i Pontefici più attivi di tutta la storia e la sua forza risiedeva nel suo essere super partes. Da un lato condannò e dall’altra riformò: Riformare per restaurare! Leggiamo nel numero di «Civiltà Cattolica» del 1908[1]: «Restaurare un edificio non è abbatterlo per farne un altro; è rinnovarlo, conservandolo e preservandolo. Tale fu l’opera instauratrice di Pio X; d’incremento e di miglioramento da un lato, di correzione e di difesa dall’altro».
L’operato di San Pio X fu a 360°: il nuovo, nuovissimo, poiché nella storia della Chiesa non era mai esistito, Codice di Diritto Canonico (Codex iuris canonici); la riforma della Curia Romana (dal 1588 la situazione era ingessata); la fondazione dell’Istituto biblico; l’erezione dei Seminari centrali-regionali; la legislazione per una migliore e solida formazione del clero; la nuova disciplina per la prima – e più frequente – Comunione; la restaurazione della musica sacra; il poderoso atteggiamento che ebbe contro gli errori del Modernismo e la sua energica difesa della libertà della Chiesa in Francia, in Germania, in Portogallo, in Russia e altrove…
La grande preoccupazione di San Pio X fu quella di osservare, con sgomento, lo scollamento che si era creato nella società che andava via via secolarizzandosi e scristianizzandosi. Dalle filosofie illuministe erano nati il liberalismo, il positivismo, lo scientismo, lo storicismo, il sociologismo… insomma il relativismo di cui parlerà Benedetto XVI, che arriverà a definirlo «dittatura del relativismo». La Chiesa dei modernisti era quella che rinunciava a guidare il mondo per essere trascinata dalla cultura moderna. San Pio X comprese che la Chiesa era in pericolo: della modernità utilizzava soltanto quegli strumenti utili ad essere appunto mezzi, ma non le finalità. La Chiesa è sempre identica a se stessa nella sua essenza: difesa della Fede e difesa della Chiesa. La Chiesa non può mutare la sua natura, non può conformarsi agli obiettivi del mondo. Non è un’istituzione umana, non è l’Onu, non è un organo internazionale e ha una natura non solo umana, ma divina, essa è, prima di tutto, Corpo mistico di Nostro Signore. «La politica della Chiesa»,m diceva, «è quella di non fare politica e di andare sempre per la retta via».
Grande sua apprensione: la separazione, la cesura fra Fede e vita (proprio quella richiesta dal liberalismo e dagli stessi modernisti), togliendo così, come poi avverrà in uno sviluppo a valanga, i crocifissi dalle pareti, ma anche dai cuori. Pio XII lo beatificò nel 1951 e lo canonizzò nel 1854, il suo fu un atto che andò oltre la canonizzazione della sua persona, innalzò all’onore degli altari non solo Giuseppe Sarto, ma anche il suo Pontificato.
Per realizzare questo disegno in terra San Pio X avviò un piano santamente ambizioso e di riforma generale poiché non solo le forze nemiche, liberali e massoniche, minacciavano la Chiesa, e i semi avvelenati del liberalismo e del modernismo (termine presente per la prima volta nella Pascendi) avevano ormai attecchito con successo in alcuni ambienti “cattolici”, sia nel clero, sia fra i laici[2]; ma si era andato formando, in particolare sotto il Pontificato di Leone XIII (1810-1903), un clima di stanchezza e di apatia nei Seminari, nelle parrocchie e persino nelle celebrazioni delle Santa Messe, dove erano entrati addirittura canti profani, bande musicali, arie di opere liriche… fra le azioni di Papa Sarto ci fu anche la Riforma della musica sacra: avvalendosi della consulenza di un eccellente esperto e compositore come Lorenzo Perosi (1872-1956), diede al canto gregoriano la preminenza assoluta nella Liturgia.
Il Modernismo, definito nella Pascendi, «sintesi di tutte le eresie», tentava di coniugare Vangelo e positivismo, Chiesa e mondo, filosofia moderna e teologia cattolica; esso aveva visto i suoi albori in Francia, dove si era consumata la Rivoluzione che aveva abolito il diritto divino, incoronando la «dea ragione». Il motto «liberté, egalité, fraternité», che aveva prodotto il testo giuridico della Déclaration des Droits de l’Homme et du Citoyen (26 agosto 1789), divenne, lungo i decenni, il lite motive di molti pensatori cristiani che decisero di inchinarsi al mondo, senza più condannare gli errori e senza più preservare l’integrità della dottrina della Fede. Fu proprio contro questa mentalità che San Pio X decise di combattere al fine di tutelare gli interessi di Cristo e della Sua Sposa.
Profonda Fede, amore immenso per la Chiesa, grande umiltà e grande sensibilità. Uomo dalle poche parole e dai molti fatti, era sempre teso a compiere la volontà di Dio, anche quando, chiamato ad alte mansioni, sentiva tutto il peso gravoso delle responsabilità; ma una volta accolto l’impegno, la sua preoccupazione era quella di rispettare e far rispettare leggi e principi divini, senza distrazioni verso il rispetto umano e il consenso delle opinioni del mondo. Non cercò mai i riflettori, ma soltanto la difesa dei diritti del Creatore e la salvezza delle anime.
Dal campanile di Riese, dove nacque il 2 giugno 1935, passò a quelli di Salzano e di Treviso per poi arrivare a quello di San Marco a Venezia e approdare a quello di San Pietro a Roma, tuttavia rimase sempre identico a se stesso: libero da ogni passione terrena, continuò a voler vivere in povertà, come lasciò scritto nel suo Testamento: «Nato povero, vissuto povero e sicuro di morir poverissimo». Povertà per sé, ma non per Dio: non lesinava mai corredi e paramenti nella Sacra Liturgia.
Le riforme furono uno scossone decisamente forte a Roma. Procedendo con autorità di Pastore responsabile dell’incarico assegnatogli. San Pio X compì in pochi anni una serie di riforme, alcune delle quali erano reclamate da secoli, parecchie delle quali passarono come rivoluzionarie e si urtarono contro la resistenza passiva dei vari conservatori, quelli dello Status quo.
Le riforme si realizzarono non senza il superamento di ostacoli di varia natura e i drastici mutamenti non furono certo indolori.
Ha scritto lo studioso Giovanbattista Varnier:
«Siamo proprio sicuri che Pio X apparve ai contemporanei così poco moderno, così conservatore come tanti testi ce lo hanno tramandato?» Felice quesito e felice intuizione. La risposta indiretta giunge da una celebre fonte narrativa, ovvero da quel capolavoro che è il Gattopardo di Giuseppe Tommasi di Lampedusa, formidabile affresco della Sicilia nel doloroso trapasso dall’epoca borbonica a quella dello Stato unitario italiano, dove nobiltà e borghesia si contendono la scena. L’autore della sua unica opera letteraria, uscita postuma nel 1958, chiude la narrazione ambientandola nel maggio del 1910. Sono trascorsi 50 anni e le 3 signorine di Casa Salina (Concetta, Carolina, Caterina) consumano il loro tramonto nelle pratiche religiose, in una forma piuttosto bigotta. Arriva il Vicario generale dell’Arcidiocesi di Palermo che, seguendo le disposizioni pontificie aveva iniziato un’ispezione agli oratori privati. Carolina reagisce: «Questo Papa dovrebbe badare ai fatti propri, Farebbe meglio». Alla visita del Cardinale Arcivescovo di Palermo Carolina va in escandescenze: «Per me questo Papa è un turco».
La sua fu una Riforma globale perché si rese conto che non era più possibile utilizzare gli strumenti ereditati così come erano, ma occorreva riorganizzare e dare nuova linfa e ordinare ciò che non funzionava, secondo parametri più confacenti alle necessità urgevano.
Fu un grande realista!
Uomo di azione e non di buoni propositi ideali e utopici. Sapeva come sono gli uomini e sapeva che cos’è la Chiesa, la quale ha un solo ed unico scopo imprescindibile, la Salus animarum per la quale è stata fondata da Gesù Cristo, il reale Capo della Chiesa. San Pio X era ben cosciente di essere l’umile vicario che con saggezza deve assolvere il suo mandato di governo.
Dunque cambiamenti e riforme per stare al passo delle nuove esigenze, ma sempre avendo al primo posto la difesa della Fede e della Chiesa dalle idee sovversive e dalle insidie.
Il Suo Pontificato ebbe un’ampiezza tale da accorpare sia le esigenze che si erano accumulate lungo i secoli, sia le prospettive future che con sapienza e perspicacia aveva decodificato: la società si secolarizzava sempre più in un mondo che offriva mirabili opportunità in campo scientifico, tecnologico, economico; mondo che avrebbe potuto inghiottire tutto e tutti se non orientato da Cristo e dalla Chiesa, cadendo in errori di pensiero, di azione e di morale. Il suo disegno fu: restaurazione cristiana generale e in questo senso deve essere vista tutta la sua opera di riforme e la sua lotta al Modernismo: «sintesi di tutte le eresie», come ebbe a definire tale fenomeno nella Pascendi Dominici Gregis del 1907.
Con la condanna, nel dicembre del 1903, di alcune opere dell’esegeta e storico Alfred Firmin Loisy (1857-1940), venne aperta l’epoca della repressione. L’Èvangile et l’Église comparve fra i libri condannati, si trattava del «livre rouge»[3], che venne considerato come il manifesto del Modernismo. Oltre Loisy furono chiamati inutilmente all’ordine altri studiosi francesi: Houtin (1867-1926), Laberthonnière (1860-1932), Le Roy (1870-1954). Dopodiché fu la volta di Antonio Fogazzaro (1842-1911), autore del romanzo Il Santo, pubblicato nel 1906: assertore del movimento modernista, egli sostenne la volontà di coloro che chiedevano di sottoporre a critica storica i testi biblici. Con Il Santo si propose di rinnovare le coscienze dei cattolici. La condanna all’Indice del romanzo (5 aprile 1906) prelude la condanna del Modernismo da parte del Sommo Pontefice, che arriverà con l’enciclica Pascendi Dominici Gregis dell’8 settembre 1907. Imprescindibili furono per il Papa la denuncia e la condanna degli errori, non lo avesse fatto non avrebbe potuto mettere in atto l’obiettivo del suo Pontificato: «Instaurare tutto in Cristo», che significava innanzitutto diagnosticare ciò che impediva a Cristo stesso di regnare e per farlo regnare occorreva che la società venisse ricristianizzata grazie alla presenza robusta della Chiesa, la quale poteva agire soltanto con il ministero di sacerdoti degni di essere tali. Ad un sacerdote più che la scienza raccomandava la pietà e ad un sacerdote secolare, uso ad operare nel mondo, raccomandava più che la pietà la prudenza. «Saper tacere, sapersi barcamenare, ascoltare tutti, esporsi il meno possibile era condizione essenziale per la sopravvivenza e la credibilità di un prete in cura d’anime»[4].
L’ideale di sacerdote a cui sempre guardò don Giuseppe Sarto era quello del Sommo Sacerdote, Gesù Cristo, né mitizzato, né rivoluzionato: umile e povero Gesù, che redime dal peccato e imprime la grazia. Il sacerdote amato e desiderato da questo Papa, ignis ardens[5], veste la talare della coerenza, della costanza e della perseveranza, trabocca di virtù, è padre solerte, è ministro benedicente che cura con amore e con i sacramenti il suo gregge, proprio come il buon Pastore:
«Io sono il buon pastore. Il buon pastore offre la vita per le pecore. Il mercenario invece, che non è pastore e al quale le pecore non appartengono, vede venire il lupo, abbandona le pecore e fugge e il lupo le rapisce e le disperde; egli è un mercenario e non gli importa delle pecore. Io sono il buon pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me, come il Padre conosce me e io conosco il Padre; e offro la vita per le pecore. E ho altre pecore che non sono di quest’ovile; anche queste io devo condurre; ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge e un solo pastore»[6].
San Pio X visse per realizzare questa missione stabilita ed indicata da Cristo: allontanare i mercenari dal gregge ed essere un fedele Pastore che conduce le sue pecore, quelle che lo riconoscono, e anche quelle «che non sono di quest’ovile», per diventare un solo gregge con un solo Pastore. Non è un caso che sulla sua scrivania, in Vaticano, avesse in bella vista una statuetta, di discrete dimensioni, di colui che disse:
«Se non avessimo il Sacramento dell’Ordine, noi non avremmo Nostro Signore. Chi l’ha messo nel tabernacolo? Il sacerdote. Chi ha ricevuto la vostra anima al suo ingresso a questo mondo? Il sacerdote. Chi la nutre per darle forza di fare il suo pellegrinaggio? Sempre il sacerdote. Chi la preparerà a comparire davanti a Dio, lavando l’anima per la prima volta nel sangue di Gesù Cristo? Il sacerdote, ogni volta il sacerdote. Se l’anima, poi, giunge all’ora del trapasso, chi la farà risorgere, rendendole la calma e la pace? Ancora una volta il sacerdote. Non potete pensare a nessun beneficio di Dio senza incontrare, insieme a questo ricordo, l’immagine del sacerdote. Se andaste a confessarvi alla Santa Vergine o a un angelo, vi assolverebbero? No. Vi darebbero il Corpo e il Sangue di Gesù? No. La Santa Vergine non può far scendere il Suo divin Figlio nella Santa ostia. Anche duecento angeli non vi potrebbero assolvere. Un sacerdote, per quanto semplice sia, lo può fare, egli può dirvi: “Va in pace, ti perdono”. Che cosa grande è il sacerdote!…»[7].
Autore di tale brano è il Santo Curato d’Ars[8], vero Alter Christus, che il Papa riformatore e restauratore della Chiesa, fra i più attivi Pontefici di tutta la storia, beatificò l’8 gennaio del 1905 nella Basilica di San Pietro.
Il Cardinale Burke, che ha scritto la prefazione al libro San Pio X. Il papa che ha ordinato e riformato la Chiesa (San Paolo), ne esalta le doti e, in particolare, la sua straordinaria opera catechetica.
Pochissimi sanno che San Pio X, per redigere il suo celebre Catechismo (quello Maggiore uscito nel 1905 e quello più divulgato nel 1912) attinse al Catechismo di un Vescovo, Monsignor Michele Casati (1699-1782), la cui stesura è da attribuire al Venerabile Giovanni Battista Trona (1682-1750)[9], chiamato «Apostolo del catechismo e Apostolo delle virtù teologali», fu lui, infatti, a scrivere l’Atto di Fede, l’Atto di Carità e l’Atto di Speranza. Egli merita di essere presto innalzato all’onore degli altari.
Il Venerabile Trona fu eccellente direttore di anime. Scriveva a Carlo Vincenzo Ferrero, Marchese d’Ormea (1680-1745), Ministro di Stato di Carlo Emanuele III (1701-1773), affinché la sua Fede crescesse più della sua fama e del suo prestigio:
«Quello che non è eterno vale poco. Quel che conta è l’eternità, e la carità che ne è la via. Gli anni passano e con essi passiamo anche noi. La salvezza è il sommo bene, gli altri ci sono dati in aggiunta. Per questo cerchiamo di trovare ogni anno il tempo per fare gli esercizi spirituali: qui conta solo l’eterno»[10].
Al tempo del religioso filippino, come in quello di San Pio X, non scarseggiavano i sacerdoti, ma scarseggiavano i catechisti anche fra i presbiteri. Proprio ai sacerdoti padre Trona iniziò ad insegnare catechismo; perciò scrisse molte opere di teologia adatte a loro e ai cappellani rurali, insieme a volumi sulle virtù teologali che ebbero immediata approvazione da parte di Papa Benedetto XIV (1675-1758).
Nel 1765 il Vescovo Casati pubblicò a Mondovì, ad uso della propria diocesi, un Compendio della dottrina cristiana. Il testo era del Venerabile Trona e rispecchiava la cura a scegliere quanto era «dottrina della Chiesa universale», liberata dalle «private dottrine di teologi, ancorché cattolici»[11]. L’autore compilò, quindi, una catena di formule concise, tali da essere di facile memorizzazione (ricordiamo che la maggior parte delle persone erano analfabete). Sue fonti risultano essere il catechismo del Concilio di Trento, quelli di Jacques Bénigne Bossuet (1627-1704), di Monsignor Jean-Pierre Biord che fu Vescovo di Ginevra e Annecy dal 1764 al 1785 e, in parte, la dottrina di Bellarmino.
Gradatamente il Catechismo Casati-Trona sostituì quello di Bellarmino e i vari catechismi diocesani del Piemonte, della Lombardia, del Veneto, della Toscana, della Sardegna, fino a diventare quello più diffuso e finì per essere il fondo dottrinale e letterario del Catechismo di San Pio X.
Concludiamo ricordando che il fascicolo della Pascendi, custodito all’Archivio Segreto Vaticano, comprende 300 fogli: il primo documento del fascicolo è un autografo del Papa di una pagina e mezza, in esso viene evocata con grande lucidità la situazione drammatica del momento storico, la quale può essere letta, oltre che per interesse storiografico, anche per la sua incredibile attualità:
«L’implacabile nemico del genere umano non dorme mai; secondo le vicende dei tempi, ed il prodursi degli avvenimenti cambia tatticamente linguaggio, ma sempre pronto alla lotta, anzi quanto più l’errore inseguito dalla verità è condannato a nascondersi e tanto più è da temersi per le pericolose imboscate dietro le quali non tarderà molto a ristabilire le sue batterie sempre micidiali. – Perciò non potremo mai abbandonarci ad una falsa sicurezza senza incorrere in quegli anatemi lanciati contro i falsi profeti che annunciavano la pace dove la pace non era, e cantavano la vittoria quando tutto ci chiamava al combattimento. – E per questo è necessario in tutti i tempi, ed è specialmente in questo, in cui la grande cospirazione ordita direttamente contro nostro Signore GCristo, contro la sua religione soprannaturale e rivelata, contro dei popoli i falsi maestri che dicono bene al male e male al bene, vocantes tenebras lucem et lucem tenebras, seducendo molte intelligenze che si piegano ad ogni vento di dottrina. – Per questo crediamo sia venuto il tempus loquendi»[12]. Anche oggi, come allora, è tempo di parlare.
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[1] «La Civiltà Cattolica», 1908 vol. IV, p. 514
[2] Il modernismo si diffuse in tutta Europa. Fra i principali esponenti: i francesi Alfred Loisy (1857- 1940) e Lucien Laberthonnière (1860-1932); gli italiani Salvatore Minocchi (1869–1943), Romolo Murri (1870-1944), Ernesto Buonaiuti (1881-1946), Antonio Fogazzaro, 1842-1911; l’irlandese George Tyrrell (1861-1909); gli inglesi Maude Petre (1863-1944) e Friedrich von Hügel (1852-1925).
[3] «Libro rosso», dal colore della copertina.
[4] G. Romanato, Pio X… op. cit., p. 118.
[5] Definizione che veniva assegnata a San Pio già in vita. Cfr. C. Albin de Cigala (chapelain du Maréchal du Conclave), Vie intime de Pie X, ouvrage orné de gravures, P. Lethielleux, Libraire-Èditeur, Paris 1904.
[6] Gv 10, 11-16.
[7] A. Monnin, Spirito del Curato d’Ars, Ed. Ares, Roma 1956, p.81-82.
[8] Giovanni Maria Vianney (1786-1859) venne canonizzato il 31 maggio 1925 da Pio XI (1857-1939), che nel 1929 lo dichiarò patrono dei parroci.
[9] Giovanni Battista Trona nacque a Frabosa Soprana, nel monregalese, il 18 ottobre 1682. Nella sua esemplare famiglia, stimata e di molta pietà, trascorse una fanciullezza segnata da povertà e stenti, rattristata inoltre dalla morte prematura del padre e da grave debolezza fisica, poi superata per intercessione di Vicent Ferrer (1350-1419). All’età di tredici anni, Giovanni Battista assistette all’omicidio della madre, reagendo con grande fede e con il perdono cristiano dell’assassino. Questi fu in seguito persino da lui beneficato. Compiuti privatamente i primi studi, entrò nel 1695 nel Seminario di Mondovì, ove si distinse per il suo comportamento esemplare e la spiccata intelligenza. Ricevette l’ordinazione presbiterale il 19 settembre 1705. Avrebbe voluto partire missionario, ma fu dissuaso dal suo Vescovo, che lo invitò ad entrare nella Congregazione dell’Oratorio, istituita in diocesi l’anno precedente. Padre Trona si prodigò per l’istruzione del popolo e la riforma del clero, contribuendo alla pacificazione dei dissidi e ad alleviare le sofferenze dei poveri. Predicatore instancabile, percorse le zone più impervie della diocesi di Mondovì e si distinse particolarmente nell’apostolato catechistico, rivolto a tutte le categorie e le età. È comunemente a lui attribuita la stesura del Catechismo di Monsignor Casati, dal nome del Vescovo che lo promulgò, a cui attinse il Catechismo di San Pio X. Fra le sue opere va pure ricordato il Trattato sulle tre virtù teologali spiegate al popolo. Proprio come San Filippo Neri, ebbe una particolare predilezione per i giovani e si dedicò ad essi anche come direttore spirituale delle regie Scuole di Mondovì, incaricò che accettò nel 1729 e condusse sino al termine della sua vita. Fu consigliere di Carlo Emanuele III di Savoia (1701-1773) e del ministro di Stato Marchese Ormea (1680-1745), della cui amicizia si servì per il bene delle anime e per riannodare i difficili rapporti sociali e politici del tempo. Benedetto XIV (1675-1758) gli dimostrò la sua stima, onorandolo di preziose lettere autografe, come pure fecero numerosi vescovi piemontesi che trovarono in lui un valido consigliere. Apostolo del catechismo, Padre Trona morì mentre faceva catechismo ai fanciulli, il 13 dicembre 1750, nella casa dell’Oratorio di Mondovì, la cui costruzione egli aveva promosso. La Chiesa ha riconosciuto le virtù eroiche di Giovanni Battista Trona il 15 maggio 1927, dichiarandolo Venerabile.
[10] M.C. Carulli, Una vita tutta per gli altri. Il Venerabile Giovanni Battista Trona sulla base dell’antica biografia scritta nel 1781, Stampato in proprio, Edizione fuori commercio – Villaggio Famiglia Mariana, Frabosa Soprana (CN) 1997, p. 49.
[11] Lettera del 28 luglio 1761, Raccolta di lettere pastorali dell’illustrissimo… mons. M. C., Torino 1778, p. 73.
[12] Archivio Segreto Vaticano, Epistolae ad principes. Positiones et minutae 157 (1907-08), fascicolo 35°.