martedì 22 luglio 2014

Mosul : i Monaci hanno chiesto invano di risparmiare dal saccheggio le Reliquie del Monastero

Mosul (Iraq) – I militanti jihadisti hanno preso il controllo di un monastero nel nord dell’Iraq, uno dei più noti luoghi cristiani del paese, ed espulso i monaci. 
I combattenti di ISIS hanno preso d’assalto Mar(San) Behnam, un monastero del 4° secolo gestito dalla chiesa siro cattolica vicino alla città a maggioranza cristiana di Qaraqosh. 
E’ accaduto ieri, domenica, hanno detto le fonti. “Tu non hai posto più qui, dovete lasciare immediatamente”, le minacce fatta ad un monaco dai militanti islamici. 
I monaci hanno chiesto di risparmiare un le reliquie del monastero dal saccheggio, ma i terroristi si sono rifiutati e ordinato loro di lasciare a piedi con nulla, tranne i loro vestiti. 
I cristiani residenti della zona hanno detto all’agenzia AFP, che i monaci hanno camminato diversi chilometri lungo una strada deserta e sono stati poi raccolti dai combattenti peshmerga curdi che li hanno condotti a Qaraqosh. 
Durante il fine settimana, centinaia di famiglie cristiane sono fuggite da Mosul, una città un tempo cosmopolita, che si trova a circa 15 chilometri dal paese e a nord ovest del monastero di Mar Behnam
Hanno abbandonato case e beni dopo l’ultimatum emesso per i cristiani di convertirsi, pagare una tassa speciale o lasciare altrimenti avrebbero affrontato la ‘spada’. 
Per i leader di caldei e di altre chiese irachene, Mosul è ora ormai svuotata dei cristiani per la prima volta nella storia. 
Mar Behnam è un importante punto di riferimento cristiano in Iraq e un sito dove la comunità locale e i pellegrini tradizionalmente pregano per le guarigioni e la fertilità. 
E ‘stato costruito dal re assiro Sennacherib II come una penitenza per avere ucciso i suoi figli Behnam e Sarah perché si erano convertiti al cristianesimo. 

Fonte : VoxNew
Anche Agenzia ASCA

Per iniziativa di alcuni gruppi stabili sarà presto organizzata una veglia di preghiera e di penitenza per supplicare il Signore affinchè, per l'intercessione della Madonna Santissima Madre della Chiesa  , assista in questo momento di feroce persecuzione i Monaci e tutte le Famiglie cristiane irachene vittime della ferocia delle  frange islamiche jihadiste.


Petriolo ( Arcidiocesi Metropolitana di Fermo ) Santuario della Madonna della Misericordia : Madonna della Vittoria,  pala d'altare del pittore fermano Alessandro Ricci (1750/1827) commissionata dalla Confraternita del Rosario ( che aveva la cura di quella cappella ) in ricordo della battaglia di Lepanto - 1571- vinta dalle armi Cristiane contro i Turchi . 
Da notare le bandiere con la mezzaluna esposte come trofei ed i prigionieri incatenati ai piedi del trono che bene  interpretano l’espressione biblica del Salmo 110 : Donec ponam inimicos tuos scabellum pedum tuorum .

lunedì 21 luglio 2014

Il Papa ai cristiani cacciati da Mosul : "Io so quanto soffrite... Sono con voi “


La comunità cristiana di Mosul, la seconda città dell’Iraq, esisteva già 1700 anni fa. 
Ora però, dopo l'editto degli estremisti musulmani sunniti dello Stato islamico (Isis), è quasi del tutto sparita. 
 I miliziani dell'Isis, guidati da Abu Bakr al Baghdadi, hanno scatenato una durissima campagna di terrore contro le minoranze religiose non islamiche e i loro correligionari sciiti. 
I cristiani si sono rifugiati nel Kurdistan o in alcuni villaggi ancora non conquistati dai fondamentalisti. 
Ma nei loro confronti è caccia all'uomo, con le case che vengono abbandonate in fretta e furia, senza portare via nulla, per poter salvare la vita. 
Nel 2003, quando cadde Saddam Hussein, a Mosul i cristiani erano sessantamila. 
Un mese fa erano quasi dimezzati: trentacinquemila. 
Dopo l'editto del "califfo Ibrahim" (al Baghdadi) sono scappati quasi tutti. 
 "Gli hanno rubato tutto, li hanno insultati, li hanno lasciati così, in pieno deserto", ha raccontato il patriarca della Chiesa siro-cattolica, Ignace Joseph III Younan, aggiungendo che il palazzo episcopale dei siro-cattolici a Mosul è stato dato alle fiamme: "È terribile - ha aggiunto - questa è una vergogna per la comunità internazionale". 
Oggi Papa Francesco, nel suo discorso ai fedeli dopo l'Angelus, ha voluto ricordare la tragedia dei cristiani perseguitati in Medio Oriente. 
Il pontefice ha detto di seguire "con preoccupazione le notizie che giungono dalle comunità cristiane a Mosul, in Iraq, e in altre parti del Medio Oriente". 
Poi ha ricordato che in Iraq e in tutto il Medio Oriente le comunità cristiane "sin dall’inizio del cristianesimo hanno vissuto con i loro concittadini offrendo un significativo contributo al bene della società". 
Ma tutto questo evidentemente non conta a nulla per gli estremisti islamici che si sono messi in testa di fare pulizia etnica in nome di Allah. 
"Oggi le comunità cristiane sono perseguitate", sottolinea con dolore il Papa. "I nostri fratelli - prosegue - sono perseguitati, cacciati via, devono lasciare le loro case senza poter portare niente. 
Assicuro a queste famiglie e a queste persone la mia vicinanza e la mia costante preghiera". IL GIORNALE 


Le parole del Papa dopo l'Angelus

" Cari fratelli e sorelle, Ho appreso con preoccupazione le notizie che giungono dalle Comunità cristiane a Mossul (Iraq) e in altre parti del Medio Oriente, dove esse, sin dall’inizio del cristianesimo, hanno vissuto con i loro concittadini offrendo un significativo contributo al bene della società. 
Oggi sono perseguitate; i nostri fratelli sono perseguitati, sono cacciati via, devono lasciare le loro case senza avere la possibilità di portare niente con loro. 
A queste famiglie e a queste persone voglio esprimere la mia vicinanza e la mia costante preghiera. 
Carissimi fratelli e sorelle tanto perseguitati, io so quanto soffrite, io so che siete spogliati di tutto. 
Sono con voi nella fede in Colui che ha vinto il male! 
E a voi, qui in piazza e a quanti ci seguono per mezzo della televisione, rivolgo l’invito a ricordare nella preghiera queste comunità cristiane. 
Vi esorto, inoltre, a perseverare nella preghiera per le situazioni di tensione e di conflitto che persistono in diverse zone del mondo, specialmente in Medio Oriente e in Ucraina. 
Il Dio della pace susciti in tutti un autentico desiderio di dialogo e di riconciliazione. 
La violenza non si vince con la violenza. 
La violenza si vince con la pace! 
Preghiamo in silenzio, chiedendo la pace; tutti, in silenzio…. Maria Regina della pace, prega per noi  !  "

IL CARDINALE SANDRI AI CRISTIANI ORIENTALI: LE VOSTRE LACRIME SONO LE NOSTRE, MA NOI CONDIVIDIAMO LA STESSA SPERANZA CHE È CRISTO
( VISnews140721 )
Città del Vaticano, 21 luglio 2014 (VIS). Nella giornata di ieri, nella Cattedrale maronita di Los Angeles (Stati Uniti d'America), il Cardinale Leonardo Sandri, Prefetto della Congregazione per le Chiese Orientali, ha celebrato la Santa Messa per la festa di San Charbel e di Sant'Elia, che i libanesi maroniti celebrano in tutto il mondo la terza domenica di luglio. 
Alla celebrazione eucaristica hanno preso parte circa quattrocento fedeli delle Chiese Orientali. 
Il Cardinale Sandri - rende noto un Comunicato della Congregazione per le Chiese Orientali - si è fatto interprete, nell'omelia, dell'immenso dolore per la sorte disperata di tante persone innocenti fra le quali le più colpite sono i cristiani di Mossul (Iraq) e di Aleppo (Siria). 
" Le loro case e chiese sono state saccheggiate e incendiate. 
Se essi sono oggi i più minacciati, è tutta la regione che è nell'insicurezza, purtroppo favorita dall'indifferenza di molti ". 
Non dimenticando che la Palestina "è in lacrime" e che i suoi abitanti non possono essere cristiani in serenità e dignità, il Cardinale ha affermato: "Le loro lacrime sono le nostre, ma noi condividiamo la stessa Speranza che è Cristo; e Gesù Cristo è fedele. Per questo perseveriamo insieme nello stesso cammino"
Dopo aver dato lettura dell'appello in favore dei cristiani perseguitati lanciato da Papa Francesco nell'Angelus di ieri, il Cardinale ha invitato alla preghiera silenziosa ed ha rinnovato tutta la vicinanza della Congregazione per le Chiese Orientali a quanti sono gravemente colpiti dall'odio e dalla violenza, in particolare ai Patriarchi Siro-cattolico e Caldeo, che sono accanto ai loro fedeli con gli altri vescovi per condividere la sofferenza e la perseveranza nella difesa dei diritti umani e della libertà religiosa anche per i cristiani, che non sono stranieri in Oriente: là è nato il cristianesimo; là hanno mantenuto la fede per due millenni, edificando come cittadini generosi il bene delle rispettive nazioni; là devono poter continuare a dare il proprio contributo alla comunità umana. 


Foto : L'incendio della chiesa che fa parte  di una serie di distruzioni delle proprietà cristiane a Mosul occupata dagli estremisti islamici. ( QUI

Notizia di oggi 21 luglio 2014  ( QUI ) " Iraq: monastero del IV secolo in mano a jihadisti Isis, monaci scacciati "

domenica 20 luglio 2014

Patriarcato Caldeo : " Salvate i cristiani di Mosul ". In Vaticano invece ...

L'intera comunità cristiana di Mosul, la seconda città dell'Iraq caduta il mese scorso nelle mani dei jihadisti dello Stato islamico, è stata costretta a fuggire nelle ultime ore, dopo che i miliziani avevano intimato loro di convertirsi all'Islam o di pagare la Jiziya, il prezzo della 'protezione' alle minoranze religiose previsto dall'antica legge islamica. 
Lo riferiscono testimoni nelle aree della provincia di Ninive e nella regione autonoma curda dove migliaia di profughi stanno arrivando. ( ANSA )

Aggiornamento 20/07/2014 h.12 : "Alla fine, questa mattina l’Isil ha annunciato attraverso i megafoni delle moschee che i cristiani devono lasciare la città, oppure pagare la jizya ( ossia la tassa di ‘protezione’, ndr ) oppure diventare musulmani. 
Quando i cristiani hanno iniziato ad uscire di casa, gli elementi dell’Isil li hanno fermati e derubati di ogni cosa, soldi, oggetti preziosi e anche le automobili, costringendoli a lasciare la città a piedi". 
Foto © Copyright ANSA 

 19 luglio – Tutti coloro che hanno un potere in Iraq e nel mondo intervengano per salvare i cristiani di Mosul, depredati e scacciati dalla città ”
E’ l’appello lanciato da Shlemon Warduni, vice patriarca della Chiesa caldea in Iraq, in risposta alle misure che lo Stato islamico in Iraq e nel Levante (Isil), che il 9 giugno ha preso il controllo di Mosul, sta adottando nei confronti della comunità cristiana locale. 
Nei confronti di questa minoranza, è stato diffuso oggi un nuovo ordine di lasciare la città.

Iraq: Jihadisti Isil segnano le porte dei cristiani a Mosul, “casa espropriata” e stop cibo ISIL_case_cristiani

Qualche giorno fa, i miliziani dell’Isil hanno segnato tutte le case dei cristiani con la lettera araba ‘N’, che sta per ‘nasrani’, ossia ‘cristiano’ (plur. nasara), e con la scritta “Proprietà immobiliare dello Stato islamico”. ( * )
Inoltre, i commercianti sono stati messi in guardia dal distribuire ai cristiani le razioni alimentari sovvenzionate dal governo e lo stesso è capitato ai distributori di energia elettrica. 
“L’Isil ha invitato ieri con una lettera ufficiale tutti i rappresentanti della comunità cristiana a partecipare a una riunione per organizzare la questione degli alloggi in città”, racconta Warduni ad Aki-Adnkronos International. 
“Tuttavia – prosegue – la lettera è arrivata tardi ad alcuni di loro, mentre altri hanno preferito non presentarsi per paura di quel che li aspettava e di conseguenza nessuno ha risposto a questo invito”. 
 “Alla fine, questa mattina l’Isil ha annunciato attraverso i megafoni delle moschee che i cristiani devono lasciare la città, oppure pagare la jizya (ossia la tassa di ‘protezione’, ndr) oppure diventare musulmani”, racconta Warduni. 
Quando i cristiani hanno iniziato ad uscire di casa, gli elementi dell’Isil li hanno fermati e derubati di ogni cosa, soldi, oggetti preziosi e anche le automobili, costringendoli a lasciare la città a piedi”, aggiunge.

Vaticano ai musulmani: “felicitazioni ed i migliori auguri per il ramadan”  ( ** )
“Com’è possibile che accada una cosa del genere nel 2014?”, si chiede il vicario patriarcale. 
Dove siamo arrivati, dov’è l’Iraq, dove sono i diritti umani?”, prosegue Warduni, che chiede “all’Onu e alla comunità internazionale di intervenire per risolvere questa situazione inaccettabile e rispetto alla quale il governo iracheno è totalmente assente”. 
Il mondo intero deve sapere quel che accade oggi nel nostro Paese”, sottolinea il prelato, precisando che “in passato non abbiamo mai parlato in questo modo, ma non è più possibile tacere questa situazione”.
Warduni lancia poi un “appello ai Paesi vicini, come Turchia, Qatar e Arabia Saudita, a intervenire per trovare una soluzione al problema dei cristiani” in Iraq. ( IMOLA OGGI



19 luglio – Sempre piu’ drammatica la situazione per i cristiani in Iraq. Il palazzo episcopale dei siro-cattolici di Mosul e’ stato bruciato dagli jihadisti sunniti dello Stato Islamico (is) appena scaduto l’ultimatum lanciato dai miliziani dello Stato ai cittadini cristiani.
Lo ha denunciato il Patriarca della Chiesa cattolica sira, Ignace Joseph III Younan.
Il Patriarca ha incontrato stamani in Vaticano l’arcivescovo Dominique Mamberti, segretario per i Rapporti con gli Stati. ( NOSTRA NOTA Ambienti vaticani ci hanno fatto notare che il Patriarca siro cattolico non è stato - ancora - ricevuto in udienza dal Santo Padre ne' dal Segretario di Stato Vaticano - scriviamo questo il 20 luglio 2014 alle ore 9,00. Tutto è possibile nelle prossime ore ... ).
Le notizie che riporta sono disastrose: ”Il nostro arcivescovado a Mosul e’ stato bruciato totalmente: manoscritti ( di enorme valore storico N.d.R. ), biblioteca… e hanno gia’ minacciato che, se non si convertiranno all’islam, tutti i cristiani saranno ammazzati. 
E’ terribile! 
Questa e’ una vergogna per la comunita’ internazionale”, ha detto Younan a Radio Vaticana, invitando a ”sospendere tutti gli aiuti finanziari” agli estremisti. ( IMOLA OGGI )

NOTE

( * )  Nun (ن), la lettera 14 dell'alfabeto arabo (l'equivalente della lettera N nel nostro alfabeto romano), è la prima lettera della parola Nasara (نصارى  = Nazareni)
E' il modo in cui i musulmani hanno chiamato i cristiani dall'inizio della loro invasione del mondo cristiano nel VII secolo. 
I terroristi musulmani mettono la lettera Nun ( ن  ) sulle case dei cristiani di Mosul per procedere più speditamente  alla confisca dei loro edifici e alla cacciata delle famiglie cristiane.

( ** ) “Verso un’autentica fraternità fra cristiani e musulmani” ( Sic !!! ) è il titolo del Messaggio che il Pontificia Consiglio per il Dialogo Interreligioso rivolge ai fedeli dell’Islam per la fine del Ramadan, (Id al-Fitr 1435 H./2014 A.D). 
Il Documento è a firma del Cardinale Jean-Louis Tauran, Presidente del Dicastero, e del Padre Miguel Ángel Ayuso Guixot, MCCJ, Segretario del medesimo Pontificio Consiglio. 
Ricordando che nel 2013, primo anno del suo ministero petrino, il Santo Padre Francesco aveva personalmente firmato il Messaggio in occasione dell”Id-al Firt, il Cardinale Tauran cita anche l’Angelus dell’11 agosto 2013, nel quale il Papa aveva salutato i musulmani come “nostri fratelli” ( Sic !!! )  
“Tutti noi riconosciamo – si legge nel testo – la pregnanza di queste parole. 
Infatti, cristiani e musulmani sono fratelli e sorelle dell’unica famiglia umana, creata dall’unico Dio”.
" Intanto i poveri Cristiani dell' Iraq ( e della Siria) dopo 20 secoli di storia sono quasi del tutto estinti: uccisi, derubati, affamati, umiliati, torturati, insomma sterminati nel silenzio assordante del mondo mediatico ".
A.C. 

venerdì 18 luglio 2014

Mons. Giovanni D’Alise, Vescovo di Caserta : “ Santità, incontri ANCHE i miei concittadini ”

Il Papa a Caserta . Molto stupore ed imbarazzo ha suscitato il fatto che il Vescovo di Caserta , il Cardinale-Arcivescovo di Napoli e le altre istituzioni ecclesiastiche locali abbiano saputo solo dalla stampa del viaggio papale a Caserta ( inizialmente previsto  il 26 luglio ) per " visitare la nuova chiesa evangelica del pastore Giovanni Traettino, in costruzione alle porte della città" . 
Il Vescovo Diocesano Mons. Giovanni D’Alise ha voluto supplicare Papa Francesco  : “ Santità, incontri ANCHE i miei concittadini : desiderio enorme” .
Quell’ ANCHE ha commosso un po’ tutti : dalle Congregazioni Vaticane ( dove alcuni hanno recitato una preghiera speciale alla Vergine Maria che scioglie i nodi ) agli Uffici civili dove non hanno mai smesso di sudare ... 
La Santissima Vergine Maria ha sciolto anche questa volta il nodo della complicata situazione ecclesiale che si era venuta a creare : il Papa infatti raddoppierà, nel giro di poche ore, la sua presenza nella Città Campana :  il 26 luglio ( Festa di Sant'Anna, Protettrice di Caserta ) e il 28 luglio per la visita, in forma privata, al suo amico pastore evangelico Giovanni Traettino.
Nel dare l'annuncio alle Autorità, ai fedeli ed alla stampa della visita del Papa alla Città di Caserta il Vescovo Diocesano, a cui compete questo compito,   si è commosso fino alle lacrime  ( QUI video ).
" Sunt lacrimae rerum " che commuovono anche noi e che non hanno bisogno di commenti ! 
Interpretando  i medesimi sentimenti dei fedeli e dei Chierici ( che ci leggono e che ci consigliano ) assegnamo idealmente il  Premio " dignità e  coraggio "   a Sua Eccellenza Reverendissima Mons. Giovanni D’Alise Vescovo di Caserta per il modo con cui ha gestito l'intricata vicenda Caserta/visita di Papa Francesco
Un piccolo riassunto di quanto è accaduto.


Ad perpetuam rei memoriam.


PROEMIO : " Papa: a Caserta il 26 luglio in visita privata 
CdV, 10 lug. - Papa Francesco sara' a Caserta, presumibilmente il 26 luglio, per visitare la chiesa di un suo amico pastore evangelico, Giovanni Traettino. 
Lo conferma padre Federico Lombardi, direttore della Sala Stampa Vaticana. 
La notizia della visita di Francesco a Caserta era stata annunciata da un quotidiano ( Il Mattino N.d.R.) ma non vi era la conferma ufficiale della Santa Sede. Il Pontefice, in giugno, in un incontro con un gruppo di pastori evangelici 'ha manifestato a un pastore amico, da lui ben conosciuto gia' dal tempo di Buenos Aires, l'intenzione di recarsi in forma del tutto privata', quindi 'estremamente semplice e rapida, nel corso di una sola settimana' a visitare la sua chiesa a Caserta ". Repubblica 
 [NOSTRA NOTA Per la prima volta, nella storia moderna della Chiesa, l’annuncio della visita del Papa ha colto di sorpresa proprio il Vescovo Diocesano ma non il Pastore protestante che ne aveva dato preventivamente notizia…]

IL DISORIENTAMENTO - Se i casertani hanno saputo della visita del Pontefice al pastore evangelico, con il quale intrattiene da anni un fitto dialogo ecumenico, solo da notizie di stampa, altrettanto si può dire che sia accaduto per i vertici della chiesa locale. 
Vescovo in testa, erano tutti all’oscuro di quanto si andava predisponendo dalla Santa Sede. 
Finanche l’arcivescovo di Napoli, il cardinale Crescenzio Sepe - casertano di di Carinaro - non era a conoscenza delle intenzioni del Papa di ricambiare le visite del pastore Traettino a Santa Marta (oltre che in udienze pubbliche, l’ultima il 19 di giugno) rinsaldando i rapporti tra cattolici ed evangelici con una visita lampo di poche ore e fuori dagli schemi.
Ma tant’è, la mattina del 26 luglio Papa Francesco sarà a Caserta e l’unico obiettivo per la Diocesi, adesso, è quello di salvare il salvabile anche davanti alle centinaia di richieste (anche strampalate) provenienti da mezza regione: in Cattedrale arrivano telefonate per prenotare posti a sedere al Duomo.
LA LETTERA (del coraggioso Vescovo Diocesano Mons. Giovanni D’Alise al Segretario di Stato Card. Parolin :   “Santità, incontri anche i miei concittadini : desiderio enorme” N.d.R.) - Nonostante i primi comprensibili imbarazzi, la chiesa di Caserta prova con il suo pastore ad allineare le cose il più possibile.
Il vescovo D’Alise, insediatosi di recente su nomina dello stesso Papa Francesco, ha scritto di suo pugno al cardinale Pietro Parolin, a capo della Segreteria di Stato vaticana.
A colui il quale riveste una sorta di ruolo segretariale nei confronti del Pontefice, il più alto in grado della Diocesi del capoluogo ha voluto rappresentare in una lettera di poche righe l’aspirazione della città di avere anche solo un abbraccio fugace con Francesco. 
…  Corriere del Mezzogiorno


LA SOLUZIONE L’annuncio ufficiale della Santa Sede : " VISITA DEL SANTO PADRE A CASERTA SABATO 26 E LUNEDÌ 28 LUGLIO Città del Vaticano, 17 luglio 2014 (VIS).
Questa mattina, la Sala Stampa della Santa Sede ha confermato che il Santo Padre Francesco si recherà a Caserta (Italia), nei giorni 26 e 28 luglio 2014. 
Nel pomeriggio di sabato 26, su invito del Vescovo Giovanni D'Avise, il Papa incontrerà la comunità cattolica della Diocesi e celebrerà la Santa Messa nella festa di Sant'Anna, Patrona della città, probabilmente nel parco della Reggia di Caserta. 
La sera dello stesso giorno, il Papa rientrerà in Vaticano per la recita dell'Angelus di domenica 27 luglio, in Piazza San Pietro. Lunedì 28 luglio, Papa Francesco si recherà nuovamente a Caserta per incontrare in forma privata il Pastore evangelico Giovanni Traettino e la sua comunità, nella Chiesa della Riconciliazione ".

Papa Francesco nella Terra dei Fuochi: «Sarò due volte con voi»
Due giorni a Caserta. 
Una per la gente e per i fedeli il 26 luglio, l’altra per una visita privata al pastore evangelico Giovanni Traettino il 28 luglio.
Lo ha annunciato il vescovo Giovanni d'Alise in una conferenza stampa.
Il Pontefice incontrerà per 45 minuti vescovo ed i sacerdoti della diocesi in forma privata, in un luogo non ancora reso noto.
Poi, a bordo della papa-mobile si muoverà dalla Scuola aeronautica, in Piazza Carlo III, davanti all'ingresso principale della Reggia borbonica, dove celebrerà alle 18, sulla grande spianata, la Messa per la festa di S. Anna, patrona di Caserta.
Una giornata a Roma la domenica e il lunedi successivo Papa Francesco sarà di nuovo a Caserta per la visita in forma privata al tempio evangelico del pastore Giovanni Traettino.

Il Mattino 

anche QUI

giovedì 17 luglio 2014

Eh, ma allora, Santità... non le è servita la volta scorsa?

E vabbè, Santità, ma allora lo fa apposta?
Non le era bastata l'imprudenza dello scorso 1° ottobre 2013? Eh! 
Era successo un putiferio curiale e dottrinale a seguito della sua prima intervista a quel simpaticone mangiapreti di Scalfari (che non vedeva l'ora!) 
- Alcuni commenti sulla prima interivista di Scalfari al Papa qui e qui

E ora che cosa fa, la Santità Vostra? Ci ricade? ... 

  Santità, mai più senza registratore!
di Marco Tosatti, da La Stampa, del 13.07.2014



Qualche riflessione sull’ultimo caso giornalistico, e cioè il colloquio/intervista di papa Francesco a Eugenio Scalfari. Il genere letterario del colloquio ha una sua nobiltà. Si incontra un grande personaggio, non si vuole svilire la grandezza del momento con taccuini e registratori (ma perché no?) e poi si riporta il senso di quanto detto il meglio possibile con parole nostre. Benissimo. Ma nel momento in cui si virgolettano lunghi brani di conversazione, il genere cambia, e si entra nell’intervista. E allora i casi sono due: o si sono riportati correttamente i brani, oppure si viene smentiti. Il che è successo.  
Come dice il Direttore della Sala Stampa della Santa Sede, padre Federico Lombardi, "Il colloquio è cordiale e molto interessante e tocca principalmente i temi della piaga degli abusi sessuali su minori e dell'atteggiamento della Chiesa verso la mafia. Tuttavia, come già in precedenza in una circostanza analoga, bisogna far notare che ciò che Scalfari attribuisce al Papa, riferendo 'fra virgolette' le sue parole, è frutto della sua memoria di esperto giornalista, ma non di trascrizione precisa di una registrazione e tantomeno di revisione da parte dell'interessato, a cui le affermazioni vengono attribuite".  
Ancora padre Federico Lombardi: "Non si può e non si deve quindi parlare in alcun modo di un'intervista nel senso abituale del termine, come se si riportasse una serie di domande e di risposte che rispecchiano con fedeltà e certezza il pensiero preciso dell'interlocutore", chiarisce padre Lombardi. Secondo Lombardi, "se quindi si può ritenere che nell'insieme l'articolo riporti il senso e lo spirito del colloquio fra il Santo Padre e Scalfari, occorre ribadire con forza quanto già si era detto in occasione di una precedente 'intervista' apparsa su Repubblica, cioè che le singole espressioni riferite, nella formulazione riportata, non possono essere attribuite con sicurezza al Papa".  
Padre Lombardi sottolinea che "in particolare, ciò vale per due affermazioni che hanno attirato molta attenzione e che invece non sono attribuibili al Papa: cioè che fra i pedofili vi siano dei 'cardinali', e che il Papa abbia affermato con sicurezza, a proposito del celibato, 'le soluzioni le troverò'. "Nell'articolo pubblicato su Repubblica queste due affermazioni vengono chiaramente attribuite al Papa, ma, curiosamente, le virgolette vengono aperte prima, ma poi non vengono chiuse. Semplicemente mancano le virgolette di chiusura: dimenticanza o esplicito riconoscimento che si sta facendo una manipolazione per i lettori ingenui?", si chiede Lombardi.  
Purtroppo restano tante domande. La prima: dal momento che l’episodio non è nuovo (è la seconda volta che ciò accade) perché permetterlo? Un miliardo e duecento milioni di cattolici hanno il diritto di sapere con precisione quello che ha detto il Papa. Specialmente su temi così delicati e interessanti. Se l’interlocutore, per motivi suoi, disdegna l’uso del registratore, e dal momento che già nel primo incontro ci sono stati problemi, forse sarebbe opportuno che la Santa Sede ne comprasse uno. Per difendere “i lettori ingenui”, e per non sembrare – la seconda volta che succede – di passare per ingenui. A meno che, e anche questa è una possibilità, che il tutto faccia parte di una strategia. Lanciare frasi o mezze frasi, che vengono ghermite avidamente, e lasciare alla volenterosa responsabilità dell’interlocutore il compito di renderle più clamorose di quanto esse fossero all’inizio, per poi smentirle. Forse anche, come cantava l'indimenticabile Jannacci, "per vedere l'effetto che fa". Nell’incertezza generale, può anche essere così.  
Ma di incertezza, e non solo, nel mondo dei credenti ce n’è già abbastanza.  
Noi tifiamo per il registratore.  


 ***

Questa la nota di "smentita" e di "correzione" di P. Lombardi sulla seconda intervista di Scalfari al Papa. 

Su “la Repubblica” di questa domenica mattina [13 ottobre 2014, n.d.r.] viene pubblicato con grande evidenza il resoconto, firmato da Eugenio Scalfari, di un suo nuovo colloquio con il Santo Padre Francesco. Il colloquio è cordiale e molto interessante e tocca principalmente i temi della piaga degli abusi sessuali su minori e dell’atteggiamento della Chiesa verso la mafia.
Tuttavia, come già in precedenza in una circostanza analoga, bisogna far notare che ciò che Scalfari attribuisce al Papa, riferendo “fra virgolette” le sue parole, è frutto della sua memoria di esperto giornalista, ma non di trascrizione precisa di una registrazione e tantomeno di revisione da parte dell’interessato, a cui le affermazioni vengono attribuite. Non si può e non si deve quindi parlare in alcun modo di un’intervista nel senso abituale del termine, come se si riportasse una serie di domande e di risposte che rispecchiano con fedeltà e certezza il pensiero preciso dell’interlocutore.
Se quindi si può ritenere che nell’insieme l’articolo riporti il senso e lo spirito del colloquio fra il Santo Padre e Scalfari, occorre ribadire con forza quanto già si era detto in occasione di una precedente “intervista” apparsa su Repubblica, cioè che le singole espressioni riferite, nella formulazione riportata, non possono essere attribuite con sicurezza al Papa.
Ad esempio e in particolare, ciò vale per due affermazioni che hanno attirato molta attenzione e che invece non sono attribuibili al Papa. Cioè che fra i pedofili vi siano dei “cardinali”, e che il Papa abbia affermato con sicurezza, a proposito del celibato, “le soluzioni le troverò”.
Nell’articolo pubblicato su Repubblica queste due affermazioni vengono chiaramente attribuite al Papa, ma – curiosamente - le virgolette vengono aperte prima, ma poi non vengono chiuse. Semplicemente mancano le virgolette di chiusura…Dimenticanza o esplicito riconoscimento che si sta facendo una manipolazione per i lettori ingenui?
(Tratto dall'archivio della Radio Vaticana)

mercoledì 16 luglio 2014

Card. Brandmüller replica a Scalfari: " Noi sacerdoti, celibi come Cristo"

 Noi sacerdoti, celibi come Cristo 
di Walter Brandmüller*
*Cardinale e Presidente Emerito del Pontificio comitato di Scienze storiche.

(Traduzione di Andrea Affaticati) 
Da : IL FOGLIO  del 16 luglio 2014


"Ill.mo dott. Scalfari, anche se non godo del privilegio di conoscerla di persona, vorrei tornare alle Sue affermazioni riguardo il celibato contenute nel resoconto del Suo colloquio con Papa Francesco, pubblicate il 13 luglio 2014 e immediatamente smentite nella loro autenticità da parte del direttore della sala stampa vaticana. 
In quanto “vecchio professore” che per trent’anni ha insegnato Storia della chiesa all’università, desidero portare a Sua conoscenza lo stato attuale della ricerca in questo campo. 
In particolare, deve essere sottolineato innanzitutto che il celibato non risale per niente a una legge inventata novecento anni dopo la morte di Cristo. 
Sono piuttosto i Vangeli secondo Matteo, Marco e Luca che riportano le parole di Gesù al riguardo. 
 Matteo scrive (19,29): “… Chiunque abbia lasciato in mio nome case o fratelli, sorelle, padre, madre, figli o campi, otterrà cento volte di più e la vita eterna”. 
Molto simile è anche quanto scrive Marco (10,29): “In verità, vi dico: non c’è nessuno che abbia lasciato casa o fratelli o sorelle o madre o padre o figli o campi per causa mia che non riceva cento volte tanto…”. 
Ancora più preciso è Luca (18,29 ss): “In verità, io vi dico: chiunque abbia abbandonato per il Regno di Dio casa o moglie, fratelli, genitori o figli, riceverà già ora, in cambio molto di più, e nel mondo futuro la vita eterna”. 
Gesù non rivolge queste parole alle grandi masse, bensì a coloro che manda in giro, affinché diffondano il suo Vangelo e annuncino l’avvento del Regno di Dio. 
Per adempiere a questa missione è necessario liberarsi da qualsiasi legame terreno e umano. 
E visto che questa separazione significa la perdita di ciò che è scontato. 
Gesù promette una “ricompensa” più che appropriata. 
A questo punto viene spesso rilevato che il “lasciare tutto” si riferiva solo alla durata del viaggio di annuncio del suo Vangelo, e che una volta terminato il compito, i discepoli sarebbero tornati alle loro famiglie. 
Ma di questo non c’è traccia. 
Il testo dei Vangeli, accennando alla vita eterna, parla peraltro di qualcosa di definitivo. 
Ora, visto che i Vangeli sono stati scritti tra il 40 e il 70 d. C., i suoi redattori si sarebbero messi in cattiva luce se avessero attribuito a Gesù parole alle quali poi non corrispondeva la loro condotta di vita. 
Gesù, infatti, pretende che quanti sono resi partecipi della sua missione adottino anche il suo stile di vita. 
Ma cosa vuol dire allora Paolo, quando nella prima Lettera ai Corinzi (9,5) scrive: “Non sono libero? Non sono un apostolo? … 
Non abbiamo il diritto di mangiare e bere? 
Non abbiamo il diritto di portare con noi una donna credente, esattamente come gli altri apostoli e i fratelli del Signore e Cefa? 
Dovremmo essere solo io e Barnaba a dover rinunciare al diritto di non lavorare?”. 
 Queste domande e affermazioni non danno per scontato che gli apostoli fossero accompagnati dalle rispettive mogli? 
Qui bisogna procedere con cautela. 
Le domande retoriche dell’apostolo si riferiscono al diritto che ha colui che annuncia il Vangelo di vivere a spese della comunità, e questo vale anche per chi lo accompagna. 
E qui si pone ovviamente la domanda su chi sia questo accompagnatore. 
L’espressione greca “adelphén gynaìka” necessita di una spiegazione. “Adelphe” significa sorella. 
E qui per sorella nella fede si intende una cristiana, mentre “Gyne” indica – più genericamente – una donna, vergine, moglie o sposa che sia. 
Insomma un essere femminile. 
Ciò rende però impossibile dimostrare che gli apostoli fossero accompagnati dalle mogli. 
Perché, se invece così fosse, non si capirebbe perché si parli distintamente di una adelphe come sorella, dunque cristiana. 
Per quel che riguarda la moglie, bisogna sapere che l’apostolo l’ha lasciata nel momento in cui è entrato a far parte della cerchia dei discepoli. 
Il capitolo 8 del Vangelo di Luca aiuta a fare più chiarezza. 
Li si legge: “(Gesù) venne accompagnato dai dodici e da alcune donne che aveva guarito da spiriti maligni e malattie: Maria Maddalena, dalla quale erano usciti sette demoni. Giovanna, la moglie di Cuza, un funzionario di Erode. Susanna, e molte altre. 
Tutte loro servivano Gesù e i discepoli con quel che possedevano”. 
Da questa descrizione pare logico dedurre che gli apostoli avrebbero seguito l’esempio di Gesù. 
Inoltre va richiamata l’attenzione sull’appello empatico al celibato o all’astinenza coniugale fatto dall’apostolo Paolo (1. Cor. 7,29 ss): “Perché io vi dico, fratelli: il tempo è breve. 
Per questo, chi ha una moglie deve in futuro comportarsi come se non ne avesse una…”. 
E ancora: “Il celibe si preoccupa delle questioni del Signore: vuole piacere al Signore. 
L’ammogliato si preoccupa delle cose del mondo: vuole piacere a sua moglie. 
Così finisce per essere diviso in due”. 
È chiaro che Paolo con queste parole si rivolge in primo luogo a vescovi e sacerdoti. 
E lui stesso si sarebbe attenuto a tale ideale. 
Per provare che Paolo o lo Chiesa dei tempi apostolici non avessero conosciuto il celibato vengono tirate in ballo, a volte, le lettere a Timoteo e Tito, le cosiddette lettere pastorali. 
E in effetti, nella prima lettera di Timoteo (3,2) si parla di un vescovo sposato. 
E ripetutamente si traduce il testo originale greco nel seguente modo: “Il vescovo sia il marito di una femmina”, il che viene inteso come precetto. 
E sì, basterebbe una conoscenze rudimentale del greco, per tradurre correttamente: “Per questo il vescovo sia irreprensibile, sia sposato una volta sola (e deve essere marito di una femmina!!), essere sobrio e assennato…”. 
E anche nel libro a Tito si legge: “Un anziano (cioè un sacerdote, vescovo) deve essere integerrimo e sposato una volta sola…”. 
Sono indicazioni che tendono a escludere la possibilità che venga ordinato sacerdote-vescovo chi, dopo la morte della moglie, si è risposato (bigamia successiva). 
Perché, a parte il fatto che a quei tempi non si vedeva di buon occhio un vedovo che si risposava, per la chiesa si aggiungeva poi la considerazione che un uomo così non poteva dare alcuna garanzia di rispettare l’astinenza, alla quale un vescovo o sacerdote doveva votarsi. 


La pratica della Chiesa post-apostolica 

La forma originaria del celibato prevedeva dunque che il sacerdote o il vescovo continuassero la vita familiare, ma non quella coniugale. 
Anche per questo si preferiva ordinare uomini in età più avanzata. 
Il fatto che tutto ciò sia riconducibile ad antiche e consacrate tradizioni apostoliche, lo testimoniano le opere di scrittori ecclesiastici come Clemente di Alessandria e il nordafricano Tertulliano, vissuti nel Duecento dopo Cristo. 
Inoltre, sono testimoni dell’alta considerazione di cui godeva l’astinenza tra i cristiani una serie di edificanti romanzi sugli apostoli: si tratta dei cosiddetti atti degli apostoli apocrifi, composti ancora nel II secolo e molto diffusi. 
 Nel successivo III secolo si moltiplicano e diventano sempre più espliciti – soprattutto in oriente – i documenti letterari sull’astinenza dei chierici. 
Ecco per esempio un passaggio tratto dalla cosiddetta didascalia siriaca: “Il vescovo, prima di essere ordinato, deve essere messo alla prova, per stabilire se è casto e se ha educato i suoi figli nel timore di Dio”. 
Anche il grande teologo Origene di Alessandria (t253/’54) conosce un celibato di astinenza vincolante; un celibato che spiega e approfondisce teologicamente in diverse opere. 
E ci sarebbero ovviamente altri documenti da portare a sostegno, cosa che ovviamente qui non è possibile. 

 La prima legge sul celibato 

Fu il Concilio di Elvira del 305/’06 a dare a questa pratica di origine apostolica una forma di legge. 
Con il Canone 33, il Concilio vieta ai vescovi, sacerdoti, diaconi e a tutti gli altri chierici rapporti coniugali con la moglie e vieta loro altresì di avere figli. 
Ai tempi si pensava dunque che astinenza coniugale e vita familiare fossero conciliabili. 
Così, anche il Santo Padre Leone I, detto Leone Magno, attorno al 450 scriveva che i consacrati non dovevano ripudiare le loro mogli. 
Dovevano restare insieme alle stesse, ma come se “non le avessero” scrive Paolo nella Prima Lettera ai Corinzi (7,29). 
Con il passar del tempo, si tenderà vieppiù ad accordare i sacramenti solo a uomini celibi. 
La codificazione arriverà nel medioevo, epoca in cui si dava per scontato che il sacerdote e il vescovo fossero celibi. 
Altra cosa è il fatto che la disciplina canonica non venisse sempre vissuta alla lettera, ma questo non deve stupire. 
E, com’è nella natura delle cose, anche l’osservanza del celibato ha conosciuto nel corso dei secoli alti e bassi. 
Famosa è per esempio la disputa molto accesa che si ebbe nell’XI secolo, ai tempi della cosiddetta riforma gregoriana. 
In quel frangente si assistette a una spaccatura così netta – soprattutto nella chiesa tedesca e francese – da portare i prelati tedeschi contrari al celibato a cacciare con la forza dalla sua diocesi il vescovo Altmann di Passau. 
In Francia, gli emissari del Papa incaricati di insistere sulla disciplina del celibato venivano minacciati di morte, e il santo abate Walter di Pontoise venne picchiato, durante un sinodo tenutosi a Parigi, dai vescovi contrari al celibato e sbattuto in prigione. 
Ciò nonostante, la riforma riuscì a imporsi, e si assistette a una rinnovata primavera religiosa. 
È interessante notare che la contestazione del precetto del celibato si è sempre avuta in concomitanza con segnali di decadenza nella Chiesa, mentre in tempi di rinnovata fede e di fioritura culturale si notava una rafforzata osservanza del celibato. 
E non è certo difficile trarre da queste osservazioni storiche paralleli con l’attuale crisi. 


I problemi della Chiesa d’oriente 

Restano aperte ancora due domande che vengono poste frequentemente. 
C’è quella che riguarda la pratica del celibato da parte della chiesa cattolica del regno bizantino e del rito orientale: questa che non ammette il matrimonio per vescovi e monaci, ma lo accorda ai sacerdoti, a patto che si siano sposati prima di prendere i sacramenti. 
E prendendo proprio ad esempio questa pratica, c’è chi si chiede se non potrebbe essere adottata anche dall’occidente latino. 
A questo proposito va innanzitutto sottolineato che proprio a oriente la pratica del celibato astinente è stata ritenuta vincolante. 
Ed è solo durante il Concilio del 691, il cosiddetto Quinisextum o Trullanum, quando risultava evidente la decadenza religiosa e culturale del regno bizantino, che si giunge alla rottura con l’eredità apostolica. 
Questo Concilio, influenzato in massima parte dall’imperatore, che con una nuova legislazione voleva rimettere ordine nelle relazioni, non fu però mai riconosciuto dai papi. 
È proprio ad allora che risale la pratica adottata dalla Chiesa d’oriente. 
Quando poi, a partire dal XVI e XVII secolo, e successivamente, diverse chiese ortodosse tornarono alla chiesa d’occidente, a Roma si pose il problema su come comportarsi con il clero sposato di quelle chiese. 
I vari papi che si susseguirono decisero, per il bene e l’unità della Chiesa, di non pretendere dai sacerdoti tornati alla Chiesa madre alcuna modifica del loro modo di vivere.  


L’eccezione nel nostro tempo 
Su una simile motivazione si fonda anche la dispensa papale dal celibato concessa – a partire da Pio XII – ai pastori protestanti che si convertono alla Chiesa cattolica e che desiderano essere ordinati sacerdoti. 
Questa regola è stata recentemente applicata anche da Benedetto XVI ai numerosi prelati anglicani che desideravano unirsi, in conformità alla constitutio apostolica Anglicanorum coetibus, alla Chiesa madre cattolica. 
Con questa straordinaria concessione, la chiesa riconosce a questi uomini di fede il loro lungo e a volte doloroso cammino religioso, giunto con la con-versione alla meta. 
Una meta che in nome della verità porta i diretti interessati a rinunciare anche al sostentamento economico fino a quel momento percepito. 
E l’unità della Chiesa, bene di immenso valore, che giustifica queste eccezioni. 

Eredità vincolante? 
Ma a parte queste eccezioni, si pone l’altra domanda fondamentale, e cioè: la Chiesa può essere autorizzata a rinunciare a una evidente eredità apostolica? 
È un’opzione che viene continuamente presa in considerazione. 
Alcuni pensano che questa decisione non possa essere presa solo da una parte della chiesa, ma da un Concilio generale. 
In questo modo, si pensa che pur non coinvolgendo tutti gli ambiti ecclesiastici, almeno per alcuni si potrebbe allentare l’obbligo del celibato, se non addirittura abolirlo. 
E ciò che oggi appare ancora inopportuno, potrebbe essere realtà domani. 
Ma se cosi si volesse fare, si dovrebbe riproporre in primo piano l’elemento vincolante delle tradizioni apostoliche. 
E ancora ci si potrebbe chiedere se, con una decisione presa in sede di Concilio, sarebbe possibile abolire la festa della domenica che, a voler essere pignoli, ha meno fondamenti biblici del celibato. Infine, per concludere, mi si permetta di avanzare un considerazione proiettata nel futuro: se continua a essere valida la constatazione che ogni riforma ecclesiastica che merita questa definizione scaturisce da una profonda conoscenza della fede ecclesiastica, allora anche l’attuale disputa sul celibato verrà superata da una approfondita conoscenza di ciò che significa essere sacerdote. 
E se si comprenderà e insegnerà che il sacerdozio non è una funzione di servizio, esercitata in nome della comunità, ma che il sacerdote – in forza dei sacramenti ricevuti – insegna, guida e santifica in persona Christi, tanto più si comprenderà che proprio per questo egli assume anche la forma di vita di Cristo. 
E un sacerdozio così compreso e vissuto tornerà di nuovo a esercitare una forza di attrazione sull’élite dei giovani. 
Per il resto, bisogna prendere atto che il celibato, così come la verginità in nome del Regno dei Cieli, resteranno per chi ha una concezione secolarizzata della vita, sempre qualcosa di irritante. 
Ma già Gesù a tal proposito diceva: “Chi può capire, capisca”."

Fonte : Cristianesimo Cattolico 
( Ringraziamo Setfano per la segnalazione. A.C.)

martedì 15 luglio 2014

" Et ut in musica in convivio vini "

Norcia. Basilica di San Benedetto Venerdì 11 luglio 2014 : c'erano tanti  fedeli, che abitualmente si abbeverano alle fresche sorgenti della Liturgia disciplinata dal Motu Proprio Summorum Pontificum, ad assistere alla Messa Solenne ( in terzo).
Un "pellegrinaggio" spontaneo ;  un ritrovarsi fra fratelli in modo del tutto casuale ed inaspettato  pur sapendo che i Benedettini festeggiano solennemente l'inclito Patriarca d'Occidente nel giorno della sua nascita al cielo il 21 marzo ...
"Nondimeno l'11 luglio, sin dal VII-VIII sec., era commemorata la traslazione (di parte) delle reliquie del santo all'Abbazia francese di Fleury, a Saint-Benoît-sur-Loire (11 luglio 660).
Di qui il significato, anche in ambito tradizionale, della celebrazione di questo giorno soprattutto per i benedettini ". 
Dal sito Scuola Ecclesia Mater prendiamo il testo dell'Omelia di Padre Benedetto Nivakoff, O.S.B, Vice Priore della Comunità Benedettina di Norcia, " onde far assaporare, nel rileggerle, pure a chi non era presente alla Celebrazione, l'aria ed i sentimenti da noi vissuti in quella circostanza.
Difatti la conclusione del III Pellegrinaggio Internazionale del Populus Summorum Pontificum sarà proprio nella Basilica di San Benedetto di Norcia Domenica 26 ottobre 2014. 


P. Benedetto Nivakoff, O.S.B. 
 Omelia In Festo Sancti P. Benedicti 
ET UT MUSICA IN CONVIVIO VINI 
Norcia, 11 luglio 2014 


La memoria del santo come musica in un banchetto di vino. 
Così dice il libro della Sapienza nell’Epistola (Eccli. 49). 
Come musica, che accompagna il vino, o anche la birra volendo, ma in ogni caso nel contesto di una grande festa, dove si mangia bene e si beve bene, e oltre a ciò si ascolta bella musica. 
Specialmente a noi, che viviamo qui a Norcia, questa descrizione poetica di un convivio festivo, in cui si celebra un’occasione particolare, un giorno solenne o una persona importante, risulta familiare. 
Pensiamo ad ogni 21 marzo, in cui festeggiamo il transito di San Benedetto, il suo passaggio all’eternità. 
Ci sono processioni, costumi, pranzi, intervengono le nostre autorità, ci sono i fuochi d’artificio e così via. 
Ma sebbene la grande festa renda quella ricorrenza solenne e felice, essa comporta anche il rischio di oscurare proprio la realtà che si celebra. 
Per questo motivo approfittiamo dell’11 luglio per una festa più intima, noi monaci, con i cittadini che venerano il Santo. 
La lettura del libro della Sapienza ci aiuta molto a comprendere la realtà di San Benedetto. 
Et ut musica in convivio vini (Vulg. Eccli. 49, 2). 
Possiamo dire tante cose su San Benedetto, o meglio sono già state dette tante cose, e spesso si ripetono anno dopo anno. 
Ma quando mai lo abbiamo sentito paragonato alla musica di un banchetto di vini? 
La musica piace a tutti, che sia rock, jazz, o canto gregoriano, e pochi non riescono ad apprezzarla almeno un poco. 
Ma per avere una festa, è veramente necessaria la musica? 
Non si può mangiare anche senza? 
Persino del vino, possiamo dire che sia indispensabile? 
Infine, abbiamo proprio bisogno di una festa per ricordare una persona? 
In realtà l’idea di fare festa appartiene profondamente al cattolicesimo; significa fermarsi dal ritmo quotidiano per celebrare, senza che ci sia necessità o utilità. 
Ma è proprio il fatto che una festa non sia necessaria, indispensabile, o utile da punto di vista produttivo, che le dà carattere di gioia e la rende veramente una festa. 
La festa non è necessaria e neanche la musica ... e neanche i monaci. 
Sì, è questo il punto importante da capire della vita monastica come la vuole San Benedetto, è una vita del tutto inutile. 
Al mondo piace sempre inquadrare le cose e così sono diventate famose massime spesso ripetute come “Ora et labora” (cfr. Reg. cap. XLVIII), o “Nulla anteporre all’amore di Cristo” (Reg. cap. IV, 21; cap. XLIII, 3), come se San Benedetto avesse avuto in mente di lasciarci un libro di frasi intelligenti ed accattivanti. 
No, San Benedetto riteneva la sua Regola un’umile guida destinata ai principianti nella vita spirituale (cfr. Reg. cap. LXXIII). 
Il suo scopo era di creare le condizioni per una vita in cui i monaci non si dedicassero che ad una cosa sola: cercare Dio (cfr. Reg. cap. LVIII, 7). 
E cercare Dio, cari fratelli, non ha lo scopo dell’utilità per il mondo. 
Che senso ha? 
Che cosa produce? 
Che fine ha? 
Praticamente, si tratta di una vita di far festa e di giocare. 
Sì, dico far festa e giocare – non come pensa il mondo, ma come pensa Dio. 
L’allora Cardinal Ratzinger descriveva anche la liturgia attraverso la similitudine del gioco (J. Ratzinger, Introduzione allo spirito della liturgia, ed. Paoline, Cinisello Balsamo, 2001, pp. 9 s.). 
Ci sono centinaia di regole, ad esempio, su come mangiare (senza carne, Reg. cap. XXXIX, 11; al più un bicchiere di vino, Reg. XL, 3), su come vestirsi (coltello alla cintura) (cfr. Reg. cap. XXII, 5), perfino su come pregare (ricordando che siamo alla presenza degli angeli, Reg. cap. XIX, 5-6) o su come camminare (capo chino, Reg. cap. VII, 63). 
Anche quanto alla disciplina della preghiera, il Santo prescrive un rito che va decisamente oltre la necessità: non solo tutti i 150 salmi ogni settimana (cfr. Reg. capp. IX-XVIII), ma in più quaranta salmi di ripetizione (cfr. Reg. capp. IX, XII, XIII, XVIII)! 
Nei giorni festivi, noi monaci non dormiamo per più tempo come molti fanno, ma ci alziamo ancora prima, cioè alle 3:20 anziché alle 3:40 (Reg. cap. XI, 1)! 
Parliamo di regole che per un mondo che cerca solo l’utilità non potranno mai avere un senso. 
E queste regole, che a volte sembrano non solo al mondo, ma anche ai monaci stessi, una grande assurdità, non hanno però l’effetto di farci prigionieri del monastero, ma di liberarci dal mondo ossessionato dalla ricerca dell’utile. 
È per questo motivo che la liturgia ha e deve avere il ruolo centrale nella vita del monaco; e questo era uno dei motivi per cui la nostra comunità ha adottato anche la forma più antica per il rito della Messa Conventuale, la cosiddetta forma straordinaria, la cosiddetta forma straordinaria: è proprio nei suoi apparenti arcaismi, in certi gesti che non sembrano avere utilità o senso (ad esempio “nessuno” sente il canone detto sottovoce!) che troviamo pienamente lo spirito di culto che un monaco deve avere. 
Tutto orientato verso Dio! 
La vita del monaco è come una vita di festa continua, perché mentre cammina, mentre mangia, mentre dorme, mentre lavora nei campi, mentre produce la birra, o fa qualsiasi altra cosa, egli agisce non per uno scopo immediato ed evidente, ma per onorare ed adorare un Dio che sembra essere sempre nascosto! 
Il monaco di Norcia resta quindi sempre un segno di contraddizione. 
Tutti si meravigliano della gioia dei monaci, del loro sorriso, del loro modo di vedere le cose diversamente. 
Per quanto ciò sia vero, la causa sta in questo spirito di gioco, per cui non si cerca l’utilità delle cose, ma la loro bellezza, come nella musica. 
E quanti di noi hanno visto dei bambini giocare sanno che sono tanto contenti perché nello stesso tempo non hanno niente da perdere e hanno tutto da guadagnare. 
Il monaco non ha da perdere perché egli ha già perso, o meglio ha già rinunciato, come dice il Vangelo, a madre, padre, fratelli, sorelle e campi, e anche ad una moglie! 
Mirabile dictu per il mondo di oggi. 
Ma, ciò che è più difficile di tutto, il monaco ha rinunciato, e continua a rinunciare ogni giorno, a se stesso. 
Alzarsi presto risulta facile se paragonato con il rialzarsi spiritualmente giorno dopo giorno, tra battaglie spirituali che non hanno mai fine. 
E quello che contraddice di più un’ottica solamente umana, è che il monaco vince di più quando perde di più. Dio vuole provare la nostra debolezza, non la nostra forza. 
Come dice Bernanos, il monastero non è una casa di pace, ma è una casa dove noi, attraverso la guerra della nostra preghiera, speriamo di vincere la pace per darla al mondo, a voi. 
Non possiamo tenere chiuso in clausura ciò di cui il mondo ha disperatamente bisogno. 
La vita di San Benedetto, che oggi in una atmosfera familiare celebriamo, ci offre grande motivo di far festa, di far musica. 
Ma la sfida del monaco è di ricordare sempre che la musica è la conseguenza e non la causa della nostra ricerca per Dio. 
San Benedetto lo sapeva bene, e l’ha condiviso con i suoi discepoli, i suoi monaci. 
Tocca a noi ricevere il suo insegnamento in maniera sempre più autentica e coerente, e poi offrire al mondo lo stesso messaggio; per questo il monaco centuplum accipiet, et vitam aeternam possidebit … (Matth. 19, 29). 



Foto di Elisabetta Nardi (g.c.)