giovedì 26 marzo 2015

Proteste e lacrime dei fedeli per il "restauro" del Santuario :“Muxia non si merita tutto questo, non vogliamo questo pasticcio”

Muxia, Spagna. Il Santuario della Vergine della Barca di Muxia, XI-XII secolo,  uno dei «più antichi e importanti della Galizia» è annoverato fra i  simboli del Cammino di Santiago di Compostela. 
I pellegrini infatti, dopo aver completato il percorso che dalla Francia e la Spagna li porta a Santiago possono ammirare l'Oceano proprio da quel luogo meraviglioso.
Quello storico ed artistico Santuario all'alba di Natale 2013 fu purtroppo distrutto, in sole due ore, dall'incendio provocato da un fulmine.
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Dal sito spagnolo Faro De Vigo, avvalendoci della preziosa traduzione di un affezionato Lettore di MiL che ringraziamo di cuore per la gentilezza dimostrata, riusciamo a postare la notizia della vivace contestazione che diversi Fedeli del Santuario della Vergine della Nave hanno inscenato dopo aver purtroppo visto che la loro cara chiesa era stata ridotta  ad una specie di "pasticciata dell'IKEA" .
Finalmente i fedeli vogliono far sentire la loro voce reagendo con fermezza agli scempi imposti nel nome di una falsa modernità e del mito della sobrietà liturgica che, in realtà,  si prefiggono di frantumare  la devozione che le opere di Arte Sacra  riescono a suscitare.
Επίσης, σε μας τους αμαρτωλούς ( A.C.)
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"La sventura ha colpito il 25 dicembre 2013 Muxia, l’epicentro della tragedia ecologica causata dalla fuoriuscita di petrolio del “Prestige”, quando un fulmine ha provocato un incendio che ha divorato il santuario della Vergine della Barca  che dopo la ristrutturazione è apparso con un nuovo look che a molti non è piaciuto affatto. 
Un gruppo di abitanti di Muxia ha dimostrato oggi il suo disappunto e l’indignazione per il risultato della prima fase di restauro del santuario, e lo hanno manifestato proprio durante la “cerimonia” della firma dell’atto di ricezione dell’opera, alla quale hanno partecipato rappresentanti dell’Arcidiocesi di Santiago e gli architetti interpellati per il restauro. 
In un’atmosfera molto tesa , i parrocchiani hanno manifestato il loro dissenso al Vicario Generale dell’Arcidiocesi, Victor Marono, per il “pasticcio” fatto con il restauro dell’edificio bruciato a Natale e anche per l’investimento fatto, pari a 736,324.76 euro . 
“Mani in alto questa è una rapina” o “ non vogliamo questo pasticcio” sono alcuni degli slogan gridati e scritti dai manifestanti contro i rappresentanti dell’arcidiocesi e contro gli architetti dello studio che ha curato il restauro, (studio ...); nemmeno l’intervento del Sindaco Felix Porto, che ha espresso le sue critiche sul restauro, è servito a ristabilire la calma tra i partecipanti, sempre più arrabbiati. 
Queste tablas  sembrano venire direttamente da Ikea! “è una vergogna” è il grido di una manifestante al Vicario Marono, anche davanti agli occhi dei poliziotti presenti, incapaci di “placare” i cittadini infuriati. 
Bisogna rimettere a fuoco questo pasticcio” 
Muxia non si merita tutto questo” 
"Mascalzoni!"
Uno degli architetti del lavoro ha detto ai presenti che l'obiettivo principale di questa prima fase "Era ripristinare il culto il più rapidamente possibile, e questo prevedeva dei lavori urgenti , ma non definitivi; il santuario è stato a lungo senza copertura e i muri in questo periodo hanno immagazzinato una quantità di acqua incredibile, per questo motivo le pareti potrebbero sembrare ad una prima vista non completamente bianche, tutto questo è dovuto all’umidità accumulata, ma che pian piano sta uscendo fuori" ha aggiunto l’architetto. 
Tra i fischi dei presenti ha inoltre annunciato che la fine completa dei lavori non potrà essere dichiarata finché tutta l’umidità sarà stata eliminata, e questo richiederà alcuni anni. 
Queste spiegazioni non hanno soddisfatto molti, spingendo anche il sindaco del paese a prendere la parola e a manifestare il suo sostegno, anche se il suo intervento non era stato previsto.
 “E’ opportuno ascoltare i cittadini, per evitare di commettere gli stessi errori anche nella seconda parte del restauro, e lo sappiamo bene, perché alcuni sono stati tenuti al margine di tutto quello che è accaduto nel santuario” denuncia el regidor ( Autorità civile locale )  acclamato dalle persone intervenute all’evento. 
Felix Porto (il Sindaco) esonera dalla questione il parroco di Muxia, Manuel Linero : “perché in questa situazione è quello che ha sofferto più di tutti”, e chiede inoltre rispetto per la sua gente; “sappiamo che il santuario è di proprietà della chiesa, ma bisogna anche essere consapevoli che il santuario è anche parte di ogni singola casa di Muxia e di ogni singolo cittadino di questa regione” aggiunge critico il sindaco. 
Ciò che vogliamo -continua Porto- ceè una pala d’altare all’altezza del Santuario di nostra Signora della Barca. 
Quello che vogliamo è che non ci si chiuda sulle proposte senza ascoltare la gente. ( Nostra sottolineatura N.d.R.) 
L’intervento in questa prima fase è stato quello di creare una nuova struttura in legno e rinforzato la struttura della sacrestia, nella pulizia delle parti in muratura e dell’intonaco, nel sollevare il pavimento della sacrestia danneggiato dall’incendio e nel restauro della pala d’altare, degli angeli e del "coro".

Testo in spagnolo QUI

Chi ha paura del Card. Burke?

 Chi ha paura del Card. Burke?
di A.Zambrano, da La Nuova Bussola Quotidiana, del 22.03.2015

Sarà colpa dell’ubriacatura e conseguente scottatura quirinalizia, ma Pierluigi Castagnetti sembra uno di quei bambini che si armano di bastone di cartone e iniziano a minacciare di conquistare il Mar dei Caraibi. «Il cardinal Burke? Un pericolo». «Il dibattito nella Chiesa sulla comunione ai divorziati risposati? Un pericoloso precedente». Insomma, abituato a dare lezioni in quanto unto dal Dossetti pensiero, Castagnetti, una volta in pensione, si è ritirato ai giardinetti e non potendo più utilizzare le colonne dei giornali si accontenta di quel che passa il convento: così da Facebook pontifica contro il cardinale reo di girare l’Italia «per fare conferenze contro le tesi del Card. Kasper (in effetti contro Papa Francesco) sul tema della famiglia».
Prima vigliaccata: l’equazione "Contra Kasper, ergo contra Papa Francesco" è arbitraria e strumentale dato che Burke ha sempre ribadito come l’ultima parola spetti al Papa guardandosi bene dall’accostare le tesi di Kasper ad una accondiscendenza del Papa, ancora tutta da dimostrare. Secondo: Castagnetti dice che Kasper parla di famiglia, quando invece il tema toccato nello specifico dal porporato americano è proprio la comunione ai divorziati risposati. Insomma, una dissimulazione tipica di quei cattolici che per non obbedire alla dottrina cercano ogni appiglio possibile pur di portare acqua al loro mulino, in questo caso squisitamente politico.

D’altra parte Castagnetti dice questo perché Burke è arrivato nel Nord Italia e ha toccato 4 città: Biella, Piacenza, Verona e Correggio [qui e qui due nostri post su questo argomento]. Ed è qui, nella cittadina emiliana, che Castagnetti aveva una volta la base del suo collegio elettorale. Insomma, anche se non è più parlamentare, l’ex vicepresidente della Camera sente di marcare il territorio facendo presente ad un cardinale di Santa Romana Chiesa che prim’ancora di chiedere il permesso al vescovo di Reggio, cosa peraltro fatta e concessa, avrebbe dovuto domandare “scusi si può?”, all’ex ras del cattocomunismo locale. 
Non è un caso che nel linguaggio castagnettiano quella di Burke sia diventata una «vera e propria campagna "elettorale" in preparazione del Sinodo autunnale. Cose mai viste! Precedente pericolosissimo», dice lui. Dimenticando evidentemente che è intenzione dello stesso Papa Francesco favorire il dibattito proprio in preparazione al Sinodo. O forse il dibattito da favorire è solo quello che distrugge la dottrina? 
In questo caso verrebbe da chiedersi quali sono le reali intenzioni di Castagnetti, il quale sa bene che non può permettersi di essere accusato di illiberalità. «Il problema - dice mentre risponde ai commenti sul social network -, non è la libertà di pensiero e di confronto che sempre arricchisce, quanto la promozione di una campagna che oggettivamente assomiglia a una sorta di intimidazione vs il Papa. Mai si era vista prima, non a caso. Il mio non è un intervento di "un politico di lungo corso" ma di un semplice credente preoccupato di una possibile deriva del confronto vs una vera e propria spaccatura della comunione ecclesiale, ahimè non difficile da prevedere». 
Insomma, per Castagnetti un cardinale che propone conferenze per difendere la dottrina dei Papi e del Magistero, è un pericoloso precedente. Ma se l'ex presidente del Ppi fosse venuto a Correggio, si sarebbe reso conto che Burke non ha fatto né più ne meno che presentare la dottrina teologica, canonica e magisteriale in materia di comunione ai divorziati e famiglia. Aggiungendo che la vera intimidazione è quella di chi lo accusa di essere un ultraconservatore quando invece si sente soltanto cattolico.

Però il porporato del Wisconsin ha osato dirlo nel feudo elettorale di Castagnetti, che come un boss ha accusato il colpo reagendo in maniera scomposta. Si vede che la delusione per non essere diventato presidente della Repubblica deve avergli giocato brutti scherzi. Sic transit gloria mundi. Però dalla tribuna di Facebook può ottenere ancora qualche sparuto “mi piace” che una volta veniva tramutato in voto mentre oggi è né più né meno che un malinconico clic.

Albenga: il testo della bolla papale di conferimento di piena potestà ordinaria a Mons. Borghetti

Il Santo Padre con questa Lettera ha nominato Mons. Guglielmo Borghetti Vescovo coadiutore di Albenga-Imperia con potestà ordinaria piena ex can. 381 CIC.  


 FRANCESCO VESCOVO, Servo dei Servi di Dio
al Venerabile Fratello Guglielmo Borghetti, finora Vescovo di Pitigliano-Sovana-Orbetello, costituito Vescovo Coadiutore della diocesi di Albenga-Imperia, salute e Apostolica Benedizione.
Per poter meglio adempiere il suo ministero pastorale, il Venerabile Fratello Mario Oliveri, Vescovo di Albenga-Imperia, ha richiesto a questa Sede Apostolica un Vescovo Coadiutore.
Certamente Noi, Successore del beato Pietro e Padre universale, desiderando accogliere la richiesta di codesto Vescovo, udito il parere della Congregazione per i Vescovi, riteniamo te, Venerabile Fratello, dotato di comprovate qualità ed esperto delle realtà pastorali, idoneo ad assumere tale ufficio.
Pertanto, con la Nostra Apostolica potestà, dopo averti sciolto dal vincolo della Sede episcopale di Pitigliano-Sovana-Orbetello ti nominiamo Vescovo Coadiutore di Albenga-Imperia con speciali facoltà, che consistono nella stessa giurisdizione che spetta al Vescovo diocesano secondo il can. 381.
Ordiniamo inoltre che questa lettera sia resa nota al clero e al popolo della Sede stessa: i quali diletti figli esortiamo ad accoglierti con la dovuta riverenza e a sostenerti in ciò che inizi.
Infine, o Venerabile Fratello, unito dalla carità fraterna al Pastore della diocesi di Albenga-Imperia, fa’ in modo di operare quotidianamente in quel luogo soprattutto con il buon fuoco della carità – cfr. S. Ambrogio, In Ps 118, 13, 2 : PL 15, 1380 – che tra le virtù Cristiane occupa il primo posto.
I doni dello Spirito Paraclito, auspice la Beata Vergine Maria, ti allietino e ti sostengano.
Dato a Roma, presso S. Pietro, il giorno 10 del mese di Gennaio dell’anno del Signore 2015, secondo del Nostro Pontificato.
 Francesco
                                                                                     Francesco Bruno, Prot. Ap.

Papa Vitaliano e l'evangelizzazione dell'Inghilterra



PAPA VITALIANO  E L’EVANGELIZZAZIONE DELL’ INGHILTERRA
di Enzo Fagiolo



  La presenza del cristianesimo nella Britannia romana è documentata già alla fine del II° secolo, ad opera di missionari provenienti dalla Gallia. Il martirio di S. Albano, avvenuto nel III° secolo a Verulamium (S. Albans) e la presenza al Concilio di Arles (314) dei vescovi: Restituto di Londinium,  Eborio di Eboracum (York) e Adelfio di Linkoln e di altri vescovi al Concilio di Rimini del 359, indicano il grado di espansione raggiunto dal Cristianesimo. La fine della presenza romana dall’inizio del V° secolo e le invasioni degli Angli e Sassoni, produssero una forte riduzione della presenza cristiana. Papa Gregorio Magno (590-604) pose una particolare attenzione alla nuova evangelizzazione di quelle terre ancora in gran parte pagane, inviando, nel 596, un gruppo di monaci benedettini con a capo Agostino consacrato vescovo di Canterbury che, tra l’altro, battezzò il re Etelberto del Kent. Tuttavia, dopo la morte del santo vescovo, varie vicende, tra cui una pestilenza che aveva decimato il clero e dissidi  tra le varie comunità  dell’isola, di natura disciplinare e dottrinale,  avevano molto ridotto il clero e l’espansione del cristianesimo.

 La definitiva evangelizzazione e l’organizzazione ecclesiastica di quelle terre risale al tempo di papa S.Vitaliano (657-672), nativo di Segni, una antica cittadina del Lazio meridionale, la cui memoria liturgica cade il 27 gennaio. Il Liber Pontificalis che lo chiama sanctissimus vir, non fa però cenno della sua opera di evangelizzazione dell’Inghilterra, decisiva per il futuro cristiano di quella nazione, mentre descrive ampiamente i suoi tentativi di riavvicinamento di Roma con l’Oriente cristiano anche attraverso la riconciliazione con l’imperatore Costante II° che venne a Roma a rendergli omaggio, pur comportandosi da arrogante padrone asportando persino le tegole bronzee del Pantheon. Pertanto, l’interesse più immediato del biografo della Curia romana sembra essere stato quello di tramandare la sua opera, intesa (Vitaliano scrisse anche al patriarca di Costantinopoli Pietro) a mantenere l’unità della Chiesa orientale ed occidentale, scossa dai forti contrasti suscitati dall’eresia monotelita, sostenuta anche dall’imperatore Costante, che, diversamente da quella monofisita, riconosceva in Cristo sì due nature, la umana e la divina, ma ammetteva una sola volontà, quella divina; eresia definitivamente condannata nel Concilio di Costantinopoli dell’anno 680. La controversia cristologica aveva raggiunto il momento più drammatico con l’arresto e la deportazione di Martino I, papa dal 649 al 653, a Costantinopoli, ove morì, colpevole di aver convocato  un Concilio nel Laterano che decise la condanna dell’eresia.

  L’evangelizzazione dell’Inghilterra da parte di papa Vitaliano è invece narrata con dovizia di particolari nell’opera storica del venerabile Beda, monaco anglosassone, vissuto tra gli anni 673 e 735:  Historia ecclesiastica gentis anglorum, che rievoca le vicende politiche ed ecclesiastiche della sua patria fin dagli inizi della conquista romana da parte di Giulio Cesare.

  Oltre ai problemi legati alle divisioni tra le varie sedi vescovili, dovuti a contrasti dottrinali e  alcuni usi liturgici tra le diocesi  dei diversi stati dell’isola, particolarmente acuta era allora la controversia sulla data della Pasqua. Alcune diocesi come quelle di Scozia la celebravano secondo la data calcolata da Vittore d’Aquitania, altre, come quella del Kent, secondo quella definita da Dionigi il Piccolo, seguita dal resto della cristianità e dalla Sede Apostolica e tuttora vigente. Il re Oswi della Northumbria, la grande regione orientale verso il mare del nord dove è York, che si estende oggi da Edimburgo a Hull, riunì un sinodo a Whitby nel 664 dove decise di adeguarsi all’uso romano in obbedienza all’autorità dell’apostolo Pietro al quale, secondo l’opinione unanime dei convenuti, erano state affidate le chiavi del regno dei cieli, perché: “non accada che quando giungerò dinanzi ai cancelli del regno, non ci sia nessuno che me li spalanchi” . Il re inviò un’ambasceria a papa Vitaliano con preziosi doni chiedendo, in accordo con Egbert del re del Kent,  un vescovo per la sede primaziale di Canterbury. Il papa, in una lettera che ci è conservata, ringrazia il re, si compiace per la sua devozione e di essersi convertito alla vera ed apostolica fede, formula auguri per il suo regno e invia, a lui le reliquie dei S. Pietro e Paolo, S.Lorenzo, i SS. Giovanni e Paolo e S.Pancrazio e,  alla consorte, una croce  aurea con frammenti delle catene dei santi Pietro e Paolo, forse per riaffermare  la credenza diffusa in tutta la cristianità sia orientale che occidentale che la Chiesa era alimentata dal sangue dei martiri, non professata però dal cristianesimo celtico.  

 Beda, narra dettagliatamente la nomina e l’invio del vescovo richiesto: “Papa Vitaliano fece una diligente ricerca su chi fosse da inviare come arcivescovo nella Chiesa degli Angli…Nel monastero non lontano da Napoli viveva l’abate Adriano, nativo dell’Africa, molto dotto nella sacra scrittura…il papa lo convocò e gli ordinò di recarsi in Britannia dopo aver ricevuto la dignità episcopale; egli rispose di essere indegno ma aggiunse di poter segnalare un altro… C’era a Roma un monaco di nome Teodoro nato a Tarso esperto sia in letteratura profana che sacra, in greco ed in latino,…ne suggerì il nome al papa che accettò di consacrarlo vescovo, la domenica 26 marzo del 668… a condizione che Adriano stesso lo accompagnasse in Britannia…. Teodoro, visitò subito tutte le regioni dell’isola in cui vivevano i popoli degli Angli e, assistito da Adriano, diffuse la corretta regola di vita ed il costume canonico di celebrare la Pasqua…Questi fu  il primo arcivescovo che l’intera Chiesa degli Angli riconobbe come suo capo…Raccolsero una folla di discepoli ed anche le regole del canto ecclesiastico, allora note soltanto nel Kent, cominciarono a studiarsi in tutte la chiese degli Angli…Insieme agli scritti sacri comunicavano ad essi la scienza dell’arte metrica, dell’astronomia  e del computo ecclesiastico…Non vi erano mai stati tempi così felici da quando gli Angli erano giunti in Britannia….Teodoro, viaggiando per la Britannia ordinava vescovi e correggeva, con la loro collaborazione le cose che trovava errate….Nell’anno 670 dell’incarnazione del Signore re Oswi morì… aveva tale attaccamento alla sede apostolica romana che aveva deciso di recarsi a Roma e terminare la sua esistenza in quei santi luoghi” 

  Da quel tempo e per tutto il medioevo, Roma diverrà per gli anglosassoni un centro di forte attrazione spirituale specialmente verso i santuari dei martiri nelle catacombe. Lo stesso Beda narra che. “ Molte genti degli Angli, nobili e servi, chierici e laici, governanti e semplici cittadini, spinti da amore divino, erano soliti venire a Roma dalla Britannia” . Alcuni  re anglosassoni vollero morire ed essere seppelliti a Roma: Cedwalla e Ina re del Wessex, nel 689 e 730, rispettivamente, come anche Coinredo re della Mercia, venuto a Roma nel 709. Così forte rimase il richiamo d’Urbe che il  benedettino Guglielmo di Malmesbury, morto nel 1142 circa, inserì nella sua opera Gesta regum anglorum, un antico itinerario del VII° secolo, prezioso per l’archeologia cristiana, di visita alle tombe dei martiri nelle catacombe romane, anche se all’epoca abbandonate e non più officiate, dato che le reliquie dei martiri  erano state trasferite in alcune chiese urbane.

  Papa Vitaliano portò a compimento l’opera iniziata da Gregorio Magno, che Beda chiama “il nostro apostolo“, per l’evangelizzazione e  promozione culturale dell’Inghilterra, sotto la protezione della Sede Apostolica che portò all’unificazione dottrinale e degli usi liturgici nelle varie etnie. Infatti, volle che il greco Teodoro fosse accompagnato da Adriano perché nell’insegnamento: “non introducesse alcun costume greco contrario alle verità della fede”, segno della preoccupazione del papa di evitare anche la diffusione, che aveva toccato anche la Britannia, delle eresie monofisita e monotelita. Nel Martirologio romano edito nel 2005 è scritto che: “ si occupò con particolare impegno della salvezza degli Angli”. F. Michele Ellis, di origine inglese, vescovo  di Segni dal 1708 al 1726, lo definì coapostolo dell’Anglia. A Vitaliano gli storici della musica riferiscono anche la definitiva sistemazione e diffusione del canto gregoriano. Nasceva allora il mirabile edificio dell’’Europa medioevale cristiana, per la cui unità spirituale e culturale tanto operarono i pontefici romani e  oggi drammaticamente decaduta.


                                                                                                                Enzo Fagiolo

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Bibliografia
L. Duchesne: Le Liber pontificalis. Paris 1892.
O. Bertolini: Roma di fronte a Bisanzio e ai Longobardi. Bologna 1941.
G. Musca: Il venerabile Beda storico dell’Altomedioevo. Bari 1973
P. Conte: Chiesa e primato nelle lettere dei papi del secolo VII. Milano 1971.
B. Navarra: S. Vitaliano papa. Roma 1972.

mercoledì 25 marzo 2015

Diocesi di Albenga: è arrivato il coadiutore Borghetti con bolla papale e pieni poteri.

Stamani, alle 10:00, presso il Seminario di Albenga si è riunito il Consiglio dei Consultori della Diocesi di Albenga-Imperia, durante il quale è stata letta la bolla papale con cui il Santo Padre ha  attribuito -evento rarissimo!- la "potestà ordinaria" al vescovo coadiutore Mons. G. Borghetti (che era presente per iniziare il suo nuovo ministero). Questi conferma però che vi sarà una serena coabitazione con Mons. Oliveri, a cui resta (solo?) il titolo della Diocesi.
A confermare la fondatezza di questa notizia grave e seria, che a noi era arrivata in mattinata da voci amiche, è l'intervista da poco rilasciata da Mons. Borghetti, il quale conferma di avere "pieni poteri" nella Diocesi, conferitigli ex canone 381 CIC a fronte dei "disagi e sofferenze" che si sarebbero registrati nella diocesi, e sottolinea di avere diritto di successione. 
Mons. Borghetti ammette egli stesso l'eccezionalità della circostanza, e riconosce che, contrariamente a quanto avviene di regola nel caso di nomina di vescovi coadiutori, egli non sia solo un "vicario" con funzioni ausiliarie ma di avere ricevuto direttamente dal Papa un mandato pieno per amministrare la Diocesi, specialmente in alcuni ambiti.
La prossima domenica, delle Palme, sarà la prima "uscita" ufficiale di Mons. Borghetti nella sua nuova veste ad Albenga.
Non sappiamo i motivi fondanti la decisione delle Autorità Vaticane, nè possiamo dire se essa sia davvero opportuna e realmente necessaria (tanto sotto il profilo del contenuto quanto della forma -alquanto dura e scortese-). Conosciamo però Mons. Oliveri, la sua vita specchiata, la sua salda fede, la sua paterna sollecitudine pastorale e la sua rettitudine dottrinale e per questo gli rinnoviamo i nostri sentimenti di immutata stima e profonda gratitudine e preghiamo per lui e per la Diocesi tutta di Albenga.

Qui il link per brevi spezzoni dell'intervista a Mons. Borghetti, dopo il Consiglio e la Messa, in cui dichiara quanto sopra riportato da noi.

Card. Burke e Concerto di Frisina: venerdì 27 marzo 2015 a Roma.


 VENERDI' 27 Marzo 2015  ore 20:30

Basilica di S. Andrea delle Fratte - RomaMeditazione di S.E.R. il Cardinale Raymond Leo Burke

Concerto del Coro della Diocesi di Roma
diretto dal M° Mons. Marco Frisina

Concerto promosso dal Gran Priorato di Roma del Sovrano Militare Ordine di Malta in preparazione alla Settimana Santa.
Il Coro della Diocesi di Roma, diretto da Mons. Marco Frisina, eseguirà un Concerto - meditazione in preparazione alla Settimana Santa e volto a sostenere l'Ospedale "Sacra Famiglia" di Betlemme per donne in gravidanza e piccoli nati.

Ordine di Malta: http://www.holyfamilyhospital-bethlehem.org/

Ingresso libero.

Programma del Concerto successivo la Meditazione del Cardinale:
- Ascolta Creatore pietoso 
- Nostra gloria è la Croce di Cristo
- Anima Christi
- Umiliò se stesso
- Adoro te devote
- Gloria laus et honor tibi sit
- Vexilla Regis
- O Croce fedele
- Stabat Mater
- Ave Madre di Dio
- Pacem in terris
- Tu solo Signore sei degno

Coro della Diocesi di Roma
Esamble Orchestrale Fideles et Amati
Direttore: MonsMarco Frisina
Solisti: Paola Cecchi, Mariangela Topa, Fabrizio Flamini, Andrea Sconosciuto.

Partecipate e condividete

www.corodiocesidiroma.com

Petizione di 500 preti inglesi per la tradizione

 Sinodo: 500 preti dall’UK per la tradizione
di M. Tosatti, da La Stampa del 25.03.2015

Il Catholic Herald pubblica una petizione di quasi cinquecento preti dell’Inghilterra e del Galles, rivolta ai partecipanti al Sinodo per la famiglia dell’ottobre prossimo che chiede che la dottrina e la pratica pastorale “restino fermamente e inseparabilmente in armonia”.  
I firmatari dicono di attendersi dal Sinodo “una dichiarazione chiara e ferma” che sostenga l’insegnamento della Chiesa sul matrimonio. “Noi desideriamo, - scrivono - come preti cattolici, riaffermare la nostra incrollabile fedeltà alla dottrina tradizionale relativa al matrimonio e al vero significato della sessualità umana, fondati sulla Parola di Dio e insegnati per due millenni dal Magistero della Chiesa”. 
Secondo il Catholic Herald si tratta di un gesto senza precedenti nella storia della Chiesa inglese e gallese. “Affermiamo l’importanza di mantenere la disciplina tradizionale della Chiesa per quanto riguarda la ricezione dei sacramenti, e che tale dottrina e la pratica rimangano fermamente e inseparabilmente in armonia”. 
Uno dei firmatari, che desidera rimanere anonimo, ha detto al settimanale che “c’è stato un certo grado di pressione affinché non si firmasse la lettera e realmente una forma di intimidazione da parte di alcuni alti prelati”.Fra i firmatari più noti, almeno al pubblico britannico, ci sono teologi, come Aidan Nichols e John Saward, docenti di Oxford come Andrew Pinsent e noti prelati come Robert Billing, Tim Finigan e Julian Large. 

“Potremo resistere alla tentazione diabolica che ci fa credere di poter salvarci e salvare il mondo da soli”

Hanno fatto riflettere  le parole, semplicemente cattoliche, di un fedele toscano scritte a commento di un post pubblicato alcuni giorni fa in un blog amico. 
Quelle sane espressioni di fede, le stesse dei nostri padri, che pubblichiamo ora all’alba della festa dell’Annunciazione, sembrano disperderne altre che, c’è da augurarselo, potrebbero essere state influenzate dai normali “ardori di gioventù”. 
La Storia della Chiesa difatti insegna che tutti gli scismi e le lacerazioni del Corpo Mistico di Nostro Signore avvennero inizialmente in buona fede: “avendo come unico fine la salvezza delle anime”. 
Sono gli stessi nostri Pastori, legittimamente posti a guida di noi fedeli, che, nel nome della santa comunione Ecclesiale e del Magistero di sempre, ci chiedono di “resistere e ad opporci a chiunque dovesse infrangere la Dottrina della Chiesaavendo come riferimento e guida, nel tempo presente, i veri Pastori della Chiesa pronti a resistere con fermezza e determinazione...”. 
Il Papa, Successore di Pietro, nel Messaggio per la Quaresima 2015 ha sottolineato: “Se umilmente chiediamo la grazia di Dio e accettiamo i limiti delle nostre possibilità, allora confideremo nelle infinite possibilità che ha in serbo l’amore di Dio.
E potremo resistere alla tentazione diabolica che ci fa credere di poter salvarci e salvare il mondo da soli.  
Andrea Carradori  

"Scrivo dalla Toscana. Ogni tanto leggo il vostro sito (che non è questo! N.d.R.) dove trovo delle riflessioni interessanti. 
Io sono nato dopo il Concilio Vaticano II e per la maggior parte della mia vita ho frequentato Sante Messe celebrate con il Novus Ordo. 
Dopo il Summorum Pontificum mi sono avvicinato alla Santa Messa Tridentina e adesso vi partecipo ogni domenica, mentre durante la settimana frequento la Santa Messa in rito ordinario. 
Devo dire che sono poche le persone che frequentano la Santa Messa Vetus Ordo, siamo circa una ventina. 
La Toscana si sa, fra le regioni italiane, è una di quelle con minore frequenza alla Messa, quindi mi sembra già un miracolo che nella mia zona ci sia la possibilità, almeno nel giorno del Signore, di partecipare al Santo Sacrificio secondo il messale di San Pio V. 
Condivido le vostre preoccupazioni e le vostre speranze e capisco le vostre amarezze. 
Non condivido, e lo dico con rispetto, il modo con cui spesso vi ponete denunciando un male evidente. Secondo me non aiutate la causa della Tradizione continuando su questa strada. Ve lo dico perché mi sento davvero vostro fratello e mi interessa davvero che la Chiesa non perda questo tesoro che grazie a tutti voi è arrivato fino a me. 
Ordinare dei vescovi senza l'autorizzazione del Papa è scisma e dallo scisma non può nascere niente di buono. Non sono un figlio devoto del Santo Padre Francesco; da quando è stato eletto soffro di dolore indicibile ma prego per lui, ed è il papa, ed è bene ricordarlo, non è il mite Benedetto XVI; sono cresciuto dai gesuiti e so di cosa parlo. 
Troppo spesso poi da queste pagine viene indicato il Concilio Vaticano II come la radice di tutti i mali che la Chiesa sta attraversando in questo momento. 
Non sono un esperto, sono un pover'uomo che cerca il Signore ma voi capite bene che si sta parlando di un Concilio della Chiesa Cattolica, con carattere pastorale è vero, ma sempre un Concilio in comunione con Pietro. 
Si parla di 50 anni fa quando l'episcopato era stato scelto per la maggior parte dal Venerabile Pio XII che in fatto di dottrina non scherzava, che cercava di elevare all'episcopato persone degne di tale incarico. 
Il Concilio non ha abolito la liturgia tradizionale come è stato giustamente ricordato, quello che è successo dopo lo sapete meglio di me. 
Anche coloro però che si erano interrogati sul modo con cui era stata fatta la riforma liturgica, hanno finito per accettarla e celebrarla. 
Un vecchio sacerdote mi diceva sempre che è meglio sbagliare con la Chiesa che fare bene da soli.  
Vi prego fratelli non continuate su questa strada, è pericolosa, fatelo per amore di quella Tradizione che sto imparando ad amare con tutto il cuore. 
E' vero che la situazione non è favorevole, è vero che c'è una sorta di razzismo nell'episcopato verso questa realtà, è vero che ci vorrebbe un nuovo "sillabo" che indicasse chiaramente come andrebbe interpretato, specie alcuni documenti, il C.V.II, ma proseguire per questa strada mi sembra un vero suicidio. 
Pensate davvero che qualunque Papa verrà dopo di questo potrà ignorare il Concilio Vaticano II°, pensate davvero che ci possa essere una restaurazione? 
Io non ho una soluzione ovviamente, ma so che la preghiera ed il sacrificio aprono strade impensate. 
La Chiesa è evidentemente divisa, vogliamo essere noi stessi autori e attori di questa divisione? 
Mi direte che i "modernisti" non si comportano in modo diverso e che bisogna difendersi. Non sono anche loro fratelli? 
Se l'amore alla liturgia tradizionale non ci fa ardere il cuore di carità, continueranno a pensare che siamo innamorati di trine ed incensi; devono vedere in noi l'ardore che la frequentazione della Sacra Liturgia ci mette nel cuore. 
Vi prego fratelli questa strada che state percorrendo è pericolosa. 
Grazie. Scusate se sono stato lungo.
Pregate per me.
Pace".

L'Arcivescovo di Siena Mons. Boncristiani parla della messa in latino ("pare un teatro senza partecipazione dei fedeli") e dei seminaristi in talare ("segno di fragilità, ritorno al trionfalismo")

per la rubbrica "Un Vescovo e una città" di Tele2000
Mariolina Cannuli intervista l'Arcivescovo di Siena Mons. A. Buoncristiani
regia di Pupi Avati


Un'intervista che merita di essere ascoltata tutta per intero.
Segnaliamo alcuni passaggi: 


- dal minuto 16:00 circa: Mons. Buoncristiani parla con dispiacere del ritorno della ricerca dei seminaristi di quel "trionfalismo" della Chiesa "scenografica" di un tempo, contro cui i sacerdoti del 68 hanno lottato ai tempi del Concilio. A preoccupare l'Arcivescovo è il fatto che seminaristi - e persone non autorizzate - indossino talari, colletti alti, merletti, definendo queste abituni come eventuali segnali della fragilità del carattere dei seminaristi e dei preti giovani (...?)

- dal minuto 25:00 circa Mons. Buoncristiani parla di ateismo e cristianesimo

- dal minuto 30:44 circa parla della Messa antica in latino di cui è fortemente contrario ("è un teatro e non è bello che la gente non partecipi ma dica i rosari") e che, dichiara, non celebrerà mai. Da notare, alla domanda della giornalista, l'atteggiamento di Mons. Buoncristiani (sorriso un po' beffardo, e gesto della mano) con cui sottolinea che non è assolutamente necessario pregare in latino

martedì 24 marzo 2015

"Da Leone XIII e San Pio X ai nostri giorni, cosa è cambiato nella Storia della Chiesa?"


Grande successo del convegno Da Leone XIII e San Pio X ai nostri giorni, cosa è cambiato nella storia della Chiesa? svoltosi sabato 21 marzo nel centro di Perugia nella prestigiosa Sala del Palazzo dei Priori. Il Prof Roberto de Mattei e la Dott.ssa Cristina Siccardi, veri e coraggiosi difensori e testimoni della Fede Cattolica, hanno esposto le loro conferenze relative al tema del convegno promosso ed organizzato dall’Associazione di fedeli San Michele Arcangelo di Perugia che difende e promuove la Dottrina e la S. Messa tradizionale.
Durante il convegno i relatori hanno presentato i loro ultimi libri: Il ralliement di Leone XIII (Le Lettere). Il fallimento di un progetto pastorale del Prof. de Mattei, e San Pio X. Vita del papa che ha ordinato e riformato la Chiesa (San Paolo) della Dott.ssa Siccardi.

 Il Prof. de Mattei ha svolto la sua conferenza dal titolo Dopo Leone XIII e San Pio X: cent’anni di modernismo illustrando l’azione di pastorale e di politica ecclesiastica compiuta da Leone XIII durante il suo pontificato nel travagliato periodo immediatamente successivo alla presa di Roma da parte dell’esercito piemontese, attuatore del piano di conquista del potere sulla penisola italica da parte della massoneria. Mentre il suo predecessore Pio IX, inizialmente manifestatosi non ostile ad un processo di unificazione amministrativa degli antichi stati della penisola, ad un certo momento si rese conto che dietro al Regno di Sardegna si nascondeva il piano diabolico della massoneria per scristianizzare i popoli italici ed assediare il soglio pontificio, e dunque agì di conseguenza e si oppose con tutte le forze ad esso. Leone XIII, pur rimanendo fermo sul piano dottrinale, come le sue importantissime encicliche testimoniano, preferì portare avanti, pur con buone intenzioni, una politica ecclesiastica di ammorbidimento (ralliement) diplomatico nei confronti del governo piemontese e soprattutto della terza Repubblica francese fortemente massonica. In cambio del riconoscimento della forma repubblicana di governo, Leone XIII sperava di ottenere un attenuamento della politica di secolarizzazione della società e di ostilità alla partecipazione educativa della Chiesa nella vita dei popoli, e magari anche il ripristino per via diplomatica dello Stato Pontificio, giustamente convinto che questo era stato e avrebbe dovuto continuare ad essere garanzia di autonomia del Papato.

In questo contesto sorse purtroppo una dicotomia tra teoria e prassi, tra Dottrina e pastorale che favorì il sorgere del modernismo, contenitore di più eresie, antiche e recenti, attraverso il quale si doveva procedere nell’avanzare in direzione dell’apertura al cosiddetto mondo moderno, ammorbidendo de facto la Dottrina rispetto al nuovo corso degli eventi storici. Purtroppo la politica di Leone XIII fu un fallimento, la terza Repubblica francese massonica inasprì ancora di più la sua azione contro la Chiesa, soprattutto mettendo al bando la presenza della religione nella dimensione pubblica e restringendola alla sfera privata. Dopo la morte di Leone XIII vi fu il luminoso pontificato di San Pio X che, per il bene delle anime, si oppose con tutte le sue forze al modernismo, ma alla sua morte, abbassata la guardia, il modernismo avanzò fino e riemergere e a riesplodere con il Vaticano II e soprattutto dopo, fino ai nostri giorni.
Infatti anche attualmente è sotto gli occhi di tutti come la dicotomia tra teoria e prassi, cioè tra Dottrina e pastorale, vada sempre più aumentando con danni incalcolabili per la salvezza della anime, che pure è stata e sempre sarà la missione soprannaturale affidata alla Chiesa dal suo Fondatore Gesù Cristo, Figlio di Dio e nostro Signore. 
La conferenza della Dott.ssa Siccardi, dal titolo San Pio X il papa che ha ordinato e riformato la Chiesa, è stata incentrata sulla figura e il pontificato di San Pio X, uno dei più grandi Pontefici della storia della Chiesa, un uomo di Dio, che ben aveva compreso la gravità del tempo in cui viveva e perciò mise in atto tutti gli sforzi necessari per opporre la Verità all’errore, la Fede al dubbio, perché le anime continuassero ad avere il nutrimento dei buoni pascoli della Fede per la loro salvezza. Diversamente da Leone XIII, San Pio X, che compiva miracoli già in vita, comprese che l’unica risposta alla deriva modernista e alla massoneria era la difesa della Verità senza compromessi, perché nel cuore di ogni fedele e nei popoli si mantenesse viva la Fede.

Instaurare omnia in Christo (restaurare tutte le cose in Cristo) è stato il motto di San Pio X, e tutto il suo Pontificato si è svolto attraverso un impegno costante e senza riserve di battaglia contro gli errori del modernismo, affinché la dimensione pubblica della Fede non venisse meno, riordinando e riformando la Chiesa nel senso di riaffermare che solo nella Tradizione vi è la certezza di seguire Cristo buon Pastore, Figlio di Dio, smascherando i mercenari. Giuseppe Sarto prima di essere eletto Pontefice, riprendendo, anche attraverso il nome, la linea di Pio IX, fu un sacerdote di grande virtù e visse tutte le dimensioni del vero pastore d’anime divenendo poi Patriarca di Venezia, perciò la sua formazione e il suo animo furono profondamente segnati dalla convinzione che l’unico fine della Chiesa è il bene e la salvezza delle anime per le quali il buon Pastore è pronto a dare la vita e, come un buon padre, alle volte deve necessariamente esprimere con fermezza e durezza questo amore verso i suoi figli nel richiamarli a camminare sulla retta via. Una delle sue principali premure fu quella di colmare l’ignoranza religiosa (oggi dilagante) e di rafforzare la formazione religiosa nei credenti fin dalla tenera età, perché quanto prima le anime potessero cominciare a conoscere amare e servire Dio in questa vita per goderLo poi nell’altra, in Paradiso, fu così che venne alla luce il Catechismo di San Pio X che ancora oggi rifulge per essenzialità ed efficacia.

San Pio X aveva ben chiaro che era la forza della Verità e della Fede ben radicata nel cuore dei popoli a costituire l’unica vera ed autentica difesa nei confronti dei nemici di Cristo e della Chiesa, cioè la massoneria e il modernismo e non la via diplomatica di dialogo e di ammorbidimento con i governi anticattolici, che aveva manifestato tutto il suo fallimento durante il pontificato di Leone XIII. Durante e dopo il Concilio Vaticano II il modernismo è riesploso con la sua caratteristica fondamentale di dicotomia tra Dottrina e pastorale, tra pensiero e vita, riportando alla ribalta antiche eresie, come l’arianesimo che nega la divinità di Cristo, o recenti eresie, come la cosiddetta teologia della liberazione, condannata da Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, che piega il Cristianesimo alla ideologia atea del comunismo.

Attraverso questa dicotomia modernista, ben illustrata sia dal Prof. de Mattei che dalla Dott.ssa Siccardi, e in nome di una falsa carità, che piuttosto è buonismo o sentimentalismo, oggi si vorrebbe cambiare la Dottrina dogmatica della Chiesa sul Matrimonio e la disciplina dei Sacramenti anche utilizzando il prossimo Sinodo di ottobre sulla famiglia; ma nessuno ha l’autorità per farlo poiché il mandato di Cristo è solo quello di custodire e trasmettere integri i Suoi insegnamenti perché le anime si salvino e non si perdano all’inferno. Al centro del modernismo non vi è più Dio ma l’uomo, e ciò è evidente anche nella nuova liturgia introdotta dopo il Vaticano II per avvicinarsi ai protestanti, in cui il Sacerdote non è più orientato verso Dio (coram Deo), ma verso gli uomini (coram populo). E dunque proprio per amore di Cristo, Figlio di Dio, e della Sua Chiesa, ed avendo come unico fine la salvezza delle anime siamo chiamati a resistere e ad opporci a chiunque dovesse infrangere la Dottrina della Chiesa, attingendo forza dalla grande opera di San Pio X ed avendo come riferimento e guida, nel tempo presente, veri Pastori della Chiesa, pronti resistere con fermezza e determinazione.

Leonardo Lolli
Associazione San Michele Arcangelo - Perugia

Usa Today: "La Messa in latino risorge dopo il CVII: interesse in continua crescita".

Col permesso straordinario ottenuto dalla testata americana, che ringraziamo per la cortese autorizzazione, pubblichiamo un articolo uscito su Usa Today a firma del giornalista Eric Lyman (qui il suo contatto Twitter), il quale, pur con qualche imprecisione e svista, dà la conferma che l'interesse per la liturgia antica è sempre in maggior crescita: e per prova adduce il grande numero di giovani (che, pur non avendola mai conosciuta, ne sono attratti e interessati), e l'aumento dei gruppi stabili che nascono ogni anno in tutto il mondo e delle organizzazioni che chiedono di aderire alla F.I.U.V. Foederatio Internationalis Una Voce.
Sono però doverose alcune piccole precisazioni all'articolo di Lyman: 
1. la ricorrenza che cade quest'anno è il 50° della prima Messa celebrata con alcune parti in italiano da Paolo VI con il Messale edito 1965 (ma ancora con il rito antico!!) nella parrocchia romana di Ognissanti. La Costituzione Apostolica Sacrosanctum Concilium (in cui veniva autorizzata la lingua nazionale per alcune parti delle celebrazioni -n. 36,  § 2-, con raccomandazione però che si conservasse il latino; cfr. n. 36 § 1) invece è del 1963; 
2. Il Concilio nulla aveva disposto circa il "volgere" gli altari ad populum: tale possibiltà (funesta, a nostro avviso) fu presa solo dopo il Concilio, in ambito della sciagurata riforma liturgica di Bugnini &  C. (sciagurata per come fu mal studiata, per come fu peggio realizzata e per gli effetti rovinosi che produsse). 
3. è un po' bizzarro l'uso del termine "coreografie" riferito ai riti della Messa antica... ma siamo indulgenti con gli americani... 
Ricordiamo e salutiamo con affetto p. Kramer F.S.S.P. citato nell'articolo, che è l'instancabile parroco della Parrocchia Personale per i fedeli del Summorum Pontificum, che si trova a Roma presso la chiesa della Ss.ma Trinità dei Pellegrini.
Roberto

 
 La Messa in latino risorge 50 anni dopo il Vaticano II
di Eric Lyman, da Usa Today, del 13.03.2015
(traduzione di MiL, grazie anche a Gregory DiPippo di New Liturgical Movement)

(foto: Alessandra Tarantino, AP)
CITTA 'DEL VATICANO - Cinquant'anni dopo in cui la Messa tradizionale in latino è stata messa da parte dalla Chiesa cattolica romana, ora assistiamo ad un ritorno.
Il Concilio Vaticano, giusto un mezzo secolo fa questo mese,  aveva autorizzato che la Messa si sarebbe potuta celebrare nelle lingue locali, e che il sacerdote fosse rivolto ai fedeli. La Messa in latino, più lunga, aveva una "coerografia" complicata, e il sacerdote "volgela la schiena al popolo"
Nel 2007, Papa Benedetto XVI ha formalmente autorizzato la maestosa messa in latino afficnhè essa fosse più accessibile ai fedeli. Da allora, la partecipazione si è moltiplicata.
"I cattolici interessati ora si rendono conto che la messa in latino non è una cosa strana, nascosta in un angolo", ha detto Joseph Shaw, presidente della Società messa in latino con sede nel Regno Unito. "Una volta che i fedeli entrano in chiesa, la Messa parla da sé."
Molti fedeli interessati alla messa in latino sono troppo giovani per ricordare quando essa era lo norma nelle chiese cattoliche.
"C'è un movimento tra i giovani cattolici che vuole conoscere, scoprire e preservare la propria eredità cattolica, e la messa tradizionale in latino è in esatta sintonia con questo intento" ha detto padre Joseph Kramer, un sacerdote con sede a Roma e sostenitore da lunga data della messa in latino. "Penso che i giovani siano attratti alla ricchezza liturgica del passato ".
Anche se i dati sulla partecipazione alle messe in latino non sono disponibili, è evidente che l'interesse è in crescita. La Federazione Internazionel "Una Voce" (gruppo di laici interessati alla messa in latino, ha detto che le varie  organizzazioni (che fanno parte della federazione) sono in crescita in tutte le parti del mondo.
"Penso che le persone siano attratte dalla bellezza,  dalla profondità e dalla coerenza intima della Messa antica", ha detto James Bogle, presidente della Federazione.
I fedeli che frequentano la messa in latino dicono infatti che la serietà del servizio è coinvolgente 
"Nella mia chiesa a Miami, la gente viene con indosso pantaloni corti e guarda sempre il proprio cellulare durante la funzione" ha detto Antonia Martinez, 33, un impiegato di una scuola cattolica e che ha partecipato ad un recente servizio a Roma. "La Messa in latino ha invece un tono più riverente che sembra più opportuno per adorare Dio."

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IN  ENGLISH

VATICAN CITY — Fifty years after the traditional Latin Mass was abandoned by the Roman Catholic Church, it is making a comeback.
The Second Vatican Council ruled a half-century ago this month that the Mass could be said in local languages while the priest faced the congregation. The longer Latin Mass involved elaborate choreography, and the priest's back was toward the pews.
In 2007, Pope Benedict XVI formally allowed the majestic Latin Mass to be more accessible to congregations. Since then, participation has mushroomed.
"Interested Catholics now realize it's not some peculiar thing tucked away in an embarrassed corner," said Joseph Shaw, chairman of the Latin Mass Society based in the United Kingdom. "Once they're in the door, the Mass speaks for itself."
Many enthusiasts of the Latin Mass are too young to recall when it was the standard for Catholic churches.
"There is a movement among young Catholics to know, discover and preserve their Catholic heritage, and the traditional Latin Mass fits in with that," said Joseph Kramer, a Rome-based priest and longtime advocate of the Latin Mass. "I think they are drawn to the liturgical richness of the past."
Though figures on attendance at Latin Masses are not available, there is evidence interest is growing. The International Una Voce Federation, lay groups associated with the Latin Mass, said member organizations are growing in all parts of the world.
"I think people are drawn to the Mass' beauty and depth and its internal coherence," said James Bogle, president of the federation.
Churchgoers who attend the Latin Mass say the seriousness of the service is appealing.
"In my church in Miami, people come wearing short pants and checking their cellular phones during the service," said Antonia Martinez, 33, a Catholic school administrator who attended a recent service in Rome. "This Mass has a more reverent tone that seems more appropriate for worshiping God."

"Sono finiti in un canto a impanare il Figlio di Dio"

Stavamo per pubblicare questo post quando stamane su Radio Maria alle 7,20 abbiamo ascoltato esterrefatti un canto "carismatico": "Il tuo corpo Signore dato sulle nostre mani" sul quale, considerato il tempo liturgico  nel quale siamo immersi, non facciamo ulteriori commenti. 
Vale invece la pena leggere l'Articolo di Giovanni Marcotullio (13 maggio 2012):


C’è chi predica bene… e canta male! 
da  "LaPorzione.it", Sito Diocesano,strumento di informazione della arcidiocesi di Pescara-Penne".

Sì, proprio così: se qualcuno credeva che con Ario fossero terminati i tempi delle eresie messe in musica, si sbagliava; se qualcuno poi crede che ciò che oggi rende inappropriato un brano musicale in una liturgia sia la strumentazione con cui lo si esegue, si illude. 
Naturalmente chitarre elettriche, batteria e bassi sono perlomeno lontani dal riuscire attualmente a dar voce al sentimento religioso secondo le linee-guida della Tradizione cristiana (e se si vede come le “messe beat” si sono “evolute” dalla fine degli anni ’60 del Novecento a oggi, passando per Vasco Rossi, non sembra che siano state poi questa grande esperienza). 
Tutte queste cose, però, sono sufficientemente normate da istruzioni, note, progetti e programmi della Chiesa universale e di quelle particolari (si pensi al nuovo Repertorio nazionale di Canti per la Liturgia, oltre che alla variegata bibliografia consultiva e normativa in merito): certamente non si tratta di strumenti definitivi, ma tante volte capita di dover riscontrare che quanti sdegnosamente li disprezzano non ne conoscono quasi neanche l’esistenza. 
Come dare torto, allora, ai “conservatori”, che almeno conoscono ciò che conservano, e conservano ciò che conoscono? 
Certamente, anche quell’approccio, formalmente e contenutisticamente ineccepibile, può isterilirsi in un vacuo estetismo, che tradirebbe intimamente la natura stessa del canto liturgico, se possibile ancora più delle empie schitarrate di chi presume di dover (e poter!) “attualizzare Dio”. 
Se Dio è Dio, Dio è l’eterno, e ciò basta a garantire che il prodotto di un’arte che viva veramente in relazione con Dio attinga indifferentemente “al vecchio e al nuovo”, per produrre contemporaneamente l’identico e il diverso, il notum e il novum
Come dicevo, però, i problemi non sono tutti contingentati nelle smanie di dover introdurre nuove forme musicali o di dover mantenerne di ataviche (smanie accomunate dal portamento acritico): si dànno in realtà non pochi casi in cui vengono composti bei canti, di buona linea melodica, buon testo, discreta orecchiabilità, facile riproducibilità anche nella parrocchia media… tra le cui righe, però, si annidi l’eresia! «Ma quelle pubblicazioni – obietterà qualcuno – non vengono stampate dopo previa approvazione ecclesiastica?». 
Sì, naturalmente, ma qualche scoria passa anche tra i denti del più fine dei rastrelli… 
Per andare sul concreto, sarà opportuno offrire almeno un esempio, e trattarne dettagliatamente la problematica: esclusivamente con questo intento proporrei un brano composto non molti anni fa da Mite Balduzzi e Nino Bucca; brano tratto da un album giustamente diffuso nelle parrocchie italiane e perfino tradotto in lingue straniere. 
Ci sarebbe davvero più di un punto critico, nella bella messa “Verbum panis” (ad esempio è inspiegabile come sia stata data l’approvazione ecclesiastica a un Credo che si riduce a una manciata di frasi, esposta ad altrettante eresie)... 

 Continua QUI

sabato 21 marzo 2015

Messale in inglese: ha vinto la traduzione voluta da Ratzinger più aderente al latino. E alla tradizione.

 Benedetto XVI potremmo dire che se la ride sotto ai baffi. 

Dopo battaglie più o meno aspre e più o meno esplicite, possiamo dire di aver vinto la guerra. Il campo di battaglia era la liturgia e a essere conteso era la traduzione del Messale in lingua inglese. 
Già nel 2009 i lavori preparatori avevano messo in allarme i vescovi "liberal" d'oltremanica si erano allarmati. Non volevano che Roma, nella persona di mons. Di Noia (appena nominato da Benedetto XVI  Segretario della Congregazione per il Culto) ritoccasse la traduzione del Messale inglese, e che correggesse alcuni errori semantici (e quindi, di riflesso, dottrinali).
A febbraio 2011 (QUI) persino Rodari si era schierato contro la traduzione del Messale in lingua inglese,  più "cattolico" rispetto a quello  usato fino ad allora.
Dalla prima domenica di Avvento 2011 (QUI) il nuovo Messale in inglese però è entrato in vigore con un atto di forza della Congregazione e di Di Noia: ecco i punti che non piacciono ai "progressisti" (pro multis, Padre nostro, Gloria in excelsis", ecc).
A febbraio 2013 (QUI) alcuni vescovi e preti avevano chiesto una revisione della traduzione, secondo loro troppo (???) aderente al testo in latino e alla dottrina tradizionale (e quindi più corretta, per questo scomoda...). 
A marzo 2015, poco tempo fa, con piacevole stupore, S. E. Mons. Roche, segretario della Congregazione per il Culto Divino, ha confermato che il testo del 2011, quello più "cattolico" resta quello in vigore e sono escluse revisioni o modifiche (richieste dai "progressisti riformatori".). Ci stupisce, poiché quando nel 2012 (qui) venne trasferito alla Congregazione per il Culto, ci eravamo preoccupati, viste la sua aperta avversione al Summorum Pontificum. 
Roberto
Messa, inglese: niente innovazioni
di Marco Tosatti, da La Stampa, del 20.03.2015

L’arcivescovo Arthur Roche, segretario della Congregazione per il Culto Divino, ha escluso che si possa tornare al testo liturgico in inglese utilizzato fra il 1998 e il 2011 come chiedevano i liturgisti "riformatori". Resta la versione più aderente all'originale latino.
Non se ne parla. Così in una dichiarazione alla rivista inglese The Tablet il segretario della Congregazione per il Culto Divino, l’arcivescovo Arthur Roche, ha escluso che si possa tornare al testo liturgico in inglese utilizzato fra il 1998 e il 2011. Può sembrare un discorso per addetti ai lavori, ma non lo è, o lo è solo in parte. Riguarda infatti un problema non secondario, e cioè la maggiore o minore aderenza di quello che viene detto e pregato in chiesa all’originale latino dei testi. 

La versione del 1998 era stata ampiamente criticata dagli esperti cattolici più sensibili all’aderenza ai testi base e alla tradizione. E per questo motivo fu sottoposta a una complessa e accurata revisione da parte dell’International Commission on English in the Liturgy (ICEL), di cui è stato presidente proprio l’arcivescovo Roche, che sicuramente non è possibile classificare fra i tradizionalisti. 
 La nuova versione, entrata in vigore nel 2011, è stata criticata, e lo è ancora, dai liturgisti “liberal” che hanno chiesto il ritorno alla versione del 1998. Ma nel 2002 è stata preparata e approvata una nuova versione del Messale in latino; il che naturalmente ha reso obsoleta la versione inglese del 1998. L’arcivescovo Roche ha dichiarato a The Tablet che l’uso di un testo liturgico inglese diverso da quello del 2011 non può avvenire. La nuova traduzione “esprime l’unità dell’intera Chiesa”. 
Il sistema utilizzato in base all’istruzione “Liturgiam autenticam” e che ha condotto alla nuova versione si chiama “equivalenza formale”. In base ad esso bisogna tenere conto di ogni parola latina del testo originale in ogni futura tradizione nelle lingue locali. 
E’ interessante notare che questa riaffermazione della liturgia in base alla tradizione avvenga in un momento in cui si pensava che le radicali sostituzione nella Congregazione per il Culto Divino avrebbero aperto la strada a possibili stravolgimenti in tema di liturgia.

venerdì 20 marzo 2015

IV pellegrinaggio Internazionale Populus Summorum Pontificum 2015: ecco il programma

 qui in formato pdf


#sumpont2015
www.unacumpapanostro.com
facebook: populus summorum pontificum

Mons. O'Brien depone la porpora

Arcivescovo scozzese Keith Michael Patrick O'Brien rinuncia a diritti cardinalato
da Radio Vaticana, del 20.03.2015

 "Papa Francesco ha accettato la rinuncia ai diritti e alle prerogative del cardinalato, espresse nei canoni 349, 353 e 356 del Codice di Diritto Canonico, presentata, al termine di un lungo itinerario di preghiera, dal cardinale scozzese Keith Michael Patrick O'Brien, arcivescovo emerito di Saint Andrews and Edinburgh". E' quanto rende noto un comunicato stampa del decano del Collegio cardinalizio. "Con questo provvedimento - conclude il comunicato - il Papa manifesta a tutti i fedeli della Chiesa in Scozia la sua sollecitudine pastorale e li incoraggia a continuare con fiducia il cammino di rinnovamento e di riconciliazione". Ricordiamo che l’arcivescovo O’Brien, d’intesa con Papa Francesco, aveva lasciato la Scozia nel maggio del 2013 “per alcuni mesi di rinnovamento spirituale, preghiera e penitenza”. In una nota diffusa nel marzo dello stesso anno, aveva affermato: “Ci sono stati momenti nei quali la mia condotta sessuale è caduta sotto gli standard delle aspettative che vi erano nei miei confronti come sacerdote, arcivescovo e cardinale”. “Chiedo scusa e perdono a coloro che ho offeso” - aveva aggiunto - “chiedo anche scusa alla Chiesa cattolica e agli scozzesi. Trascorrerò il resto della mia vita in pensione e non avrò nessun altro ruolo nella vita pubblica della Chiesa cattolica in Scozia”. O’Brien aveva anche rinunciato a partecipare al Conclave che ha eletto Papa Francesco.