Echo

sabato 28 gennaio 2012

Santa Messa di riparazione a Sant'Andrea delle Fratte di Roma



"Noi siamo sempre tenuti a perdonare le offese che sono rivolte a noi,
ma non quelle che colpiscono Dio o il prossimo"
San Tommaso d'Aquino
Nel ricordare la

MANIFESTAZIONE DI PROTESTA (non violenta)
e la RECITA DEL SANTO ROSARIO
IN PIAZZALE LIBIA, vicino al teatro Parenti di  MILANO
 di oggi sabato 28  gennaio 2012 dalle ore 19:00
diamo notizia che il 24 gennaio u.s., nella Chiesa di Sant’Andrea della Fratte di Roma, si è celebrata una Santa Messa di riparazione per lo spettacolo blasfemo “Sul concetto di volto nel Figlio di Dio” di Romeo Castellucci. La Messa, promossa dalla Fondazione Lepanto, è stata celebrata secondo il Rito Romano antico da don Giuseppe Vallauri presso l’altare della Madonna del Miracolo, dove il 20 gennaio 1842, sul mezzogiorno, la Madonna  apparve all’ebreo Ratisbonne, convertendolo alla Fede Cattolica. Il rito eucaristico si è concluso con il canto del Salve Regina da parte di oltre duecento presenti, che hanno assistito alla Messa in un clima di profondo raccoglimento.

Così testimoniò, nella deposizione giurata al Vicariato di Roma, il ventisettenne Alfonso Ratisbonne di Strasburgo:
"Vidi come un velo davanti a me. La chiesa mi sembrava tutta oscura, eccetto una cappella, quasi che tutta la luce della chiesa si fosse concentrata in quella. Alzai gli occhi verso la cappella raggiante di tanta luce, e vidi sull'altare della medesima, in piedi, viva, grande, maestosa, bellissima, misericordiosa, la Santissima Vergine Maria, simile nell'atto e nella forma, all'immagine che si vede nella Medaglia Miracolosa dell'Immacolata. Mi fece cenno con la mano di inginocchiarmi. Una forza irresistibile mi spinse verso di Lei, che parve dicesse: Basta così. Non lo disse ma capii.
"A tal vista caddi in ginocchio nel luogo dove mi trovavo; cercai, quindi, varie volte di alzare gli occhi verso la Santissima Vergine, ma la riverenza e lo splendore me li faceva abbassare, ciò che, però, non impediva l'evidenza di quell'apparizione.
"Fissai le di Lei mani, e vidi in esse l'espressione del perdono e della misericordia. Alla presenza della Santissima Vergine, benché Ella non mi dicesse parola, compresi l'orrore dello stato in cui mi trovavo, la deformità del peccato, la bellezza della Religione Cattolica, in una parola compresi tutto [...]".

Oggi si compirà nuovamente la blasfemia, ma la Chiesa ci insegna gli antidoti da utilizzare: Sante Messe, preghiere, Santi Rosari e rinunce. Santa Veronica fece la sua parte, ad ogni cattolico tocca la propria: O Signore fa che come la Veronica Ti asciugò il viso sulla Via Crucis, possiamo avere anche noi quell'onore e quell'amore che lei ebbe da Te e per Te.
Cristina Siccardi

Tabernacolo come "pietra angolare" ?






Ritorno, brevemente, sull’adeguamento liturgico del presbiterio della Chiesa di San Pietro Apostolo, la più antica del Porto di Civitanova Marche, Provincia di Macerata, Arcidiocesi di Fermo.
Il nuovo Parroco, il Professore don Mario Colabianchi, ( foto) già Presidente del Tribunale Ecclesiastico Regionale, Docente di Diritto Canonico presso il prestigioso Istituto Teologico Marchigiano, uno dei più rappresentativi Sacerdoti marchigiani, ha fatto realizzare, con un tempismo ammirevole, i lavori di ristrutturazione del presbiterio : primo atto del suo nuovo incarico pastorale.
Peccato che il risultato dei lavori “prioritari” non piaccia a tutti i civitanovesi che mal digeriscono la manomissione del presbiterio della “chiesa-simbolo” del Porto.
Durante un recente incontro di preghiera un giovanotto ha privatamente sussurrato al Parroco Don Mario di essere rimasto scandalizzato per l'attuale sistemazione del Tabernacolo ( foto) ( per mettere al suo posto la “sede presidenziale” ....) e il mini-altare, tipo tavolinetto del picnik in alcune riserve forestali.
Naturalmente il Professore ha dato dell’ignorante al giovane che non conoscerebbe la Sacra Scrittura : il Tabernacolo inserito sul pilastro , secondo il ragionamento di don Mario, sarebbe l’attuazione pratica del concetto che Cristo è la Pietra angolare, colonna e fondamento della Chiesa .
E’ vero che esistono ancora dei Tabernacoli dell’epoca pre-tridentina collocati in un pilastro così come pure lo furono, assai prima, nella cosiddetta Colomba Eucaristica pendente sopra l’Altare, ma non mi pare che questo concetto possa essere applicato alla chiesa di fine '800 nel Porto di Civitanova.
Vale, invece, la pena di ricordare le indicazioni della Chiesa che recitano “…Conviene quindi che il tabernacolo sia collocato, a giudizio del vescovo diocesano: o in presbiterio…non escluso il vecchio altare che non si usa più per la celebrazione; o anche in qualche cappella adatta all’adorazione e alla preghiera privata dei fedeli, che però sia unita strutturalmente con la chiesa e ben visibile ai fedeli ( che nel caso della chiesa di San Pietro obiettivamente non c’è N.D.R.) (OGMR315) Ordinamento Generale della terza edizione del Messale Romano (2000).
Venendo al mini- altare don Mario ha detto al giovane che le “normative attuali” lo prevedono in tal modo.
Sappiamo bene che dopo il Concilio Vaticano II tutti gli altari precedenti improvvisamente sono stati dichiarati illeciti e addirittura dannosi per la “nuova liturgia”. Il presidente dell’assemblea "deve" guardare al popolo ed essere il più possibile vicino ad esso, come avviene, ad esempio, nelle celebrazioni neocatecumenali.
C’è stata un’evidente spaccatura fra pre e post Concilio, cosa che non era mai accaduta nel corso della storia della Chiesa quando le forme nuove degli altari non cancellavano le precedenti e con esse convivevano in pace.
Chissà perché il nuovo mini- altare, che sta poggiato direttamente sul pavimento del presbiterio, è di così piccole dimensioni…
Almeno in altre chiese, ad esempio quella San Giuseppe Lavoratore, ( foto) sempre a Civitanova Marche, dove è stato adottato l’orrendo cubo, hanno addotto a giustificazione che il cubo-altare, aprendosi, diventerebbe una specie di croce cosmica…
Alla richiesta di spiegazioni del giovane è stato sommariamente risposto che “…ora gli altari si fanno così …” Quanto mi farebbe piacere conoscere le fonti di queste disposizioni sulle dimensioni dei mini-altari ...
La sistemazione del presbiterio della chiesa più antica del Porto di Civitanova suscita anche altri interrogativi perché lo stesso Parroco-giurista sta pure effettuando degli importantissimi lavori di ristrutturazione esterna ed interna nella seconda chiesa parrocchiale dedicata a Cristo Re ( foto).
Chiesa sfortunata perché la costruzione, in stile neo-gotico, venne interrotta dagli eventi bellici della II guerra mondiale.
Quando, dopo l'ultimo Concilio, furono ripresi i lavori il progetto iniziale venne completamente stravolto con dei risultati assai discutibili dal punto di vista sia estetico che liturgico.
L’interno della chiesa venne poi manomesso per consentire ai sempre più numerosi fedeli neocatecumenali di celebrare , a modo loro, la liturgia del sabato sera.
Il Tabernacolo , per fortuna, era rimasto ancorato nell’abside e ben visibile a tutti …
Per fortuna la Città più ricca ed emergente della Provincia ( e della Diocesi) si può permettere questo tipo di lavori ed addirittura di edificare una nuova Chiesa, per la popolazione in aumento... mentre nella vicina assai più piccola, e povera, Potenza Picena, nella più silenziosa umiltà, un giovane Parroco sta donando belle lezioni di buon gusto e di fedeltà al Magistero...
Andrea Carradori

( Foto . Civitanova Marche, Chiesa di San Pietro : Tabernacolo; Civitanova Marche, Chiesa di San Pietro : Presbiterio con mini-altare; Civitanova Marche, Chiesa di San Giuseppe Lavoratore : altare-cubo e presbiterio; Civitanova Marche, Chiesa di Cristo Re, esterno con torre-faro del Porto; il Professore don Mario Colabianchi).

venerdì 27 gennaio 2012

Riunione a Roma (Ss.ma Trinità dei Pellegrini) in preparazione al Tradizionale Pellegrinaggio di Pentescote Parigi-Chartres




Convegno sui 50 anni dal CVII. A Napoli, dai Gerolamini

Liber girolaminus incontri culturali, letterari e simili

Sabato 28 gennaio 2012 - ore 17:00

Biblioteca dei Girolamini , Via Duomo, 142 - Napoli

A CINQUANT’ANNI DAL CONCILIO VATICANO II:
una Riflessione verso il Futuro

Interventi:
Il Vaticano II come questione storica - PROF. GIOVANNI TURCO
Teologia del Vaticano II - PROF. P. SERAFINO LANZETTA F. I.
Tradizione e Magistero - PROF. CORRADO GNERRE
Il criterio della pastoralità - PROF. MARCO DI MATTEO
L’ermeneutica della continuità: punti nodali tra storia e dottrina PROF. ROBERTO DE MATTEI
Modera p. ALESSANDRO MARSANO C. O.

Nell’occasione verranno presentati i saggi di Roberto de Mattei editi da Lindau:
Apologia della Tradizione;
Il Concilio Vaticano II. Una storia mai scritta, vincitore del Premio Acqui Storia 2011

Chi vuol intendere intenda ...



L’Associazione Internazionale UNA VOCE ha avuto un ruolo importantissimo per la salvaguardia della Liturgia Romana antica in tempi particolarmente perigliosi.
Fra gli Intellettuali Cattolici che aderirono, fin dal primo momento, all’Associazione Una Voce ci fu il noto critico d’arte Carlo Belli ( 1903-1991) che ho avuto l’onore di conoscere e di frequentare.
L’ultimo coraggiosissimo libro di Carlo Belli fu dedicato all'amata Liturgia Cattolica : “ Altare deserto, breve storia di un grande sfacelo” ( Giovanni Volpe Editore). Invano dal vicino Vaticano cercarono di convincere l’Autore e la Consorte di non far pubblicare il libro ( Le cose stanno cambiando con il nuovo Papa – il Beato Giovanni Paolo II - … vedrete che la Liturgia antica con il nuovo Papa sarà celebrata anche in San Pietro …ecc ecc ) .
Carlo Belli non si fece incantare dalle sirene vaticane e il libro vide la luce nel 1983 recensito e ripreso da diversi quotidiani. Nella Prefazione, a pagina 8, l'Autore accenna alla costituzione, in diverse parti nel mondo cattolico, dell'Associazione Una Voce :
“A tanto sfacelo non mancò una reazione vigorosa. Si costituirono in tutto il mondo gruppi di cattolici dissidenti, raccolti in varie associazioni — la più nota Una Voce — operanti in ogni Stato d'Europa e d'America (ma anche in India !), e si eressero a barriera della tradizione. Erano schiere di laici cattolici ferventi, bersagliate dalla Curia, la quale, con disegno a dir poco demoniaco, indicò come eretiche le difese della Tradizione. E ciò veniva proprio dagli eretici della stessa Curia “! ( C.Belli, Altare deserto, Prefazione pag.8).
La Consorte del Dott. Belli fu poi invitata a partecipare ad una celebrazione, Novus Ordo, nella Basilica di San Pietro dell’allora Cardinale Joseph Ratzinger.
Qualche giorno dopo volle riferirmi di quella esperienza con termini positivi soprattutto per la dignità e per la devozione dimostrati dal Cardinale nel celebrare, senza concelebranti, la Messa. Ricordo che terminò il racconto dicendo “ Bene, molto bene…”
Dal Notiziario di Una Voce-Italia n.42-43 ( Gennaio-aprile 1978 ) ho trascritto la recensione, a firma C.B. ( Carlo Belli), di un libro che ebbe molta diffusione non solo negli ambienti tradizionalisti di allora : Pio XIV, pontefice di transizione.
Era ancora regnante Paolo VI quando quel libro fu dato alle stampe che in alcuni passi è stato persino profetico ...
Per motivi di spazio sono stato costretto a fare qualche taglio mentre ne raccomando la lettura ad alcuni amici Sacerdoti che in questi giorni sono alquanto disorientati ... A.C.

“ Un uomo che si firma Walter Martin ha scritto un libro intitolato Pio XIV, pontefice di transizione. … Da un certo punto di vista si potrebbe dire che il libro si presenta come una sconvolgente vicenda romanzata. Narra di un'epoca prossimo-futura in cui un nuovo papa va preparando una nuova Controriforma degli istituti e della vita religiosa per aprire la strada alla re-staurazione di quei princìpi teologici, di quelle pratiche liturgiche e istituzioni canoniche che costituivano il patrimonio se¬colare della Chiesa, tutti travolti negli anni post-conciliari.
Una Controriforma che folgori le farneticazioni dei cosiddetti « modernisti », o neo-modernisti, agenti di un falso progressismo sociale fatto di esaltazioni irrazionali, introdotto nel cle¬ro da ben individuati centri atei e politici, con lo scopo evidente di distruggere la Chiesa dal di dentro. Questo papa che si chiamerà Pio XIV perché successore di un Pio XIII di brevissima durata ( più che mai succube, questo, e « manovrato » dai rivoluzionari), è dipinto nel romanzo del Martin come un vecchietto sugli ot¬tanta, smilzo e timido, con barbetta ar¬gentea, deboluccio ma senza nessuna malattia specifica. Già vescovo missionario nei Medio Oriente era rientrato da qual¬che anno a Roma tornando ad essere soltanto un oscuro sacerdote. I progressisti, sempre più divisi tra loro da « correnti pluralistiche », in attesa di raggiungere un accordo tra essi, vanno a scovare in un convento il bravo missionario in pensione, mettendo in atto un disegno che ad essi sembrerà conveniente: farne un papa di comodo, essendo egli in età grave e ormai « preso unicamente dal pensiero del passaggio imminente attraverso all'estremo ponte verso l'Aldilà, il che non gli lascerà certo meningi bastevoli per pensare a prendersi delle gatte da pelare nell'Aldi-quà ».
Invece il vecchietto, che sale ai trono di Pietro tra la indifferenza del clero e del popolo prendendo appunto il nome di Pio XIV, esce a poco a poco da un suo stato di modesta contemplazione della morte, e come tutti gli agnelli, finirà per mostra¬re una forza incredibile fatta di dolcezza e di fermezza. A poco a poco supererà resistenze massicce, schiverà inciampi e loschi tranelli, scioglierà oscuri grovigli di palazzo, sventerà piani diabolici ed uscirà indenne perfino da attentati al tritolo! Così, nell'atto del trapasso, potrà assistere a un saldo inizio di restaurazione di valo¬ri, quali splendevano nella Chiesa pre-conciliare, e potrà chiudere gli occhi avendo conseguito una grande, storica vittoria della cattolicità.
Una nuova Lepanto.
Questa potrebbe essere una ingenua, patetica storiella, non priva qua e là di qualche spunto ameno, se a salvarla da un tale scivolo non soccorresse il rigoroso fondamento dottrinario sul quale si basa... il processo che, attraverso impressionanti raggiri, ha fatto del Concilio Vaticano II un valido strumento di distruzione della Chiesa, rovesciandone i suoi princìpi fondamentali attraverso una interpretazione falsa data ad essi da parte dei componenti il Consilium di famigerata memoria.
Questa storica falsificazione è presente in ogni pagina del libro; si può dire anzi che essa è la protagonista del romanzo.
Il povero vecchietto, il Papa N.D.R., dunque, lasciato solo nella Città del Vaticano abitata da potenti monsignori che vi si aggirano come temibili ombre spettrali nei corridoi e negli uffici sbalordito, non si raccapezza. Si sente stordito come se invece di ricevere così inaspettatamente il papato avesse ricevuto una botta in testa.
Poi, con l'aiuto di un fido cameriere, comincia lentamente a orientarsi: giorno per giorno, scopre trappole e trabocchetti tesi per farlo cadere nell'ambito di un modernismo ormai consumato e sostenuto dai più sciocchi luoghi comuni.
Alla mattina presto scende in San Pietro e dice la Messa tridentina, quella che non ha mai smesso di celebrare da quando era stato ordinato sacerdote. Gliela serve il bravo camerie¬re, unico amico per ora, il quale, già al primo giorno esce con una sottolineatura stupefacente: « Era tempo », dice, « che non servivo più una Messa un po' cristiano! ». « Volete dire in latino? », lo stuzzica il papa. E lui: « Non è questione di latino, Santità, ma di ciò che vi è dentro. Possono essere dette in latino fin che si vuole le Messe nuove e già logore; ma è come chi ti restituisce vuoto un portafoglio che ti rubò pieno... ».
Con vari strattagemmi, Pio XIV, supe¬rando veti e insidie, riesce a riprendere contatto con quattro vecchi sacerdoti amici suoi sparsi per il mondo. Che fa? Li convoca segretamente a Roma e li nomina idealmente cardinali. Con essi costruisce il castelletto di una prima resistenza al terribile « apparato » progressista, cercando di riconquistare l'immenso terreno perduto, palmo a palmo.
Ogni giorno, serrate polemiche dottrinali e politiche con i prelati di Curia, con vescovi pusillanimi e conformisti: quelli che si erano sùbito adeguati al tradimento del Concilio alla istituzione di una riforma da nessuno voluta, imposta da una minoranza di fanatici, soprattutto stranieri, per cui la Chiesa da Magistra che era fu costretta a riconoscersi peccatrice di fronte al mondo!
… Frattanto, Pio XIV, messo sul trono come cane muto che non sa latrare mentre i lupi sbranano le pecore, si fa invece leone.
Alcuni conventi, dove si sono coraggiosamente riprese le pratiche liturgiche pre-conciliari, vedono moltiplicarsi le vocazioni, mentre quelli progressisti sono deserti. Ormai si com¬batte alla insegna di una frase tratta dalla prima lettera di San Giovanni: Nolite diligere mundum, naque ea quae sunt in mundo...
Sono rimesse in circolazione anche certe proposizioni del Concilio di Trento...A poco a poco, la Messa tridentina che il Papa celebra di buon mattino in San Pietro, riempie di fedeli la navata maestosa.
Qualche vescovo prende coraggio: si scrolla di dosso i sinistri tabù posti dalla Curia post-conciliare, ritorna al rito millenario e lascia che specialmente i giovani riscoprano i tesori sepolti da qualche decennio.
Naturalmente tutto ciò non si compie senza un'accanita resistenza da parte dei porporati, specialmente stranieri.
… Cardinali e vescovi, fanatici fautori dell'autodistruzione della Chiesa, vengono motu proprio papale sollevati dagli incarichi che tenevano da despoti. …
Questo Pio XIV possiede poi la facoltà di rivoltare con poche parole e rimettere al loro giusto posto princìpi stravolti e dislocazioni insensate. L'abito non fa il monaco? « Grazie all'abito, alla tua nera talare, tu predichi la vita eterna anche senza aprir bocca. Senza quell'abito, dai la testimonianza del camaleonte che si fa del colore dell'ambiente per paura di farsi scorgere. San Francesco fino a quando andò vestito alla moda mondana non convertì alcuno ».
La paziente, tenace opera di restaurazione, contrastata con ogni mezzo lecito e illecito dai titolari e dai burocrati dei dicasteri vaticani, (e qui s'inseriscono nel racconto, anche troppo abbondantemente, episodi da romanzo giallo: spionaggi, attentati, bombe, eccetera!), dà frutti sempre più succosi. Vi sono ormai sacerdoti che osano rivelare il tradimento compiuto dal Consilium ai princìpi del Concilio. Altri rimettono in discussione tutta la cosidetta Riforma liturgica con argomenti ineccepibili, basati su una solida dottrina; lamentano il deserto provocato nella Chiesa dall'abbandono della lingua latina: la lingua universale dei cristiani e la conseguente manomissione della liturgia.
« Che Messa celebravano i Padri conciliari? Quella tradizionale, apostolico-romana. Che stabilirono con l'articolo quarto della Costituzione liturgica conciliare? Di conservarla. Che si dichiara ormai in nome del Concilio? Che è proibita. Che stabilirono detti Padri con l'articolo trentesimosesto di quella stessa Costituzione? Di conservare l'uso della lingua latina. Che si dichiara ora in nome del Concilio? Che l'uso del latino è segno di ribellione alla Chiesa e causa di scisma ».
Multa renascentur quae jam cecidere... La santa Restaurazione non è più lontana.
E' possibile che un libro congegnato in questo modo possa indurre qualcuno a una rimeditazione di ciò che è stata la cosiddetta riforma liturgica imposta da una minoranza di preti e da essi prescritta fino alla persecuzione. … Il lettore, specie se giovane, troverà nel racconto tutte le risposte esatte alle insidiose tesi modernistiche, falso-ecumeniche, social-luterane. Risposte date da un Autore che si rivela oltre che totalmente credente in Dio, uomo di soda cultura e di saldissima moralità”.C.B.

L'elezione di Moraglia: ricordiamo il suo maestro, il cardinal Siri

S.E. Mons. Vincenzo Moraglia, attuale Vescovo di La Spezia, ordinato sacerdote dal Card. Giuseppe Siri, è stato scelto come nuovo Patriarca di Venezia da Papa Benedetto XVI. Riportiamo di seguito ampi stralci del capitolo dedicato al Card. Siri nel libro “Sentinelle nel post-concilio” (Edizioni Cantagalli, 2011).

Da un po’ di tempo nella vita della Chiesa italiana sembra tornato il nome del cardinal Giuseppe Siri. Di lui si parla in convegni, lo ricordano importanti prelati e studiosi, mentre sacerdoti da lui formati e ordinati vengono chiamati a ricoprire posizioni di rilievo. C’è insomma un vero e proprio revival, come se, con qualche tempo di ritardo, si ricoprissero la grandezza e le intuizioni di un uomo che fu universalmente stimato, anche dai molti avversari, per santità di vita e per profondità di dottrina, che ricoprì l’importante carica di presidente della Conferenza Episcopale italiana dal 1959 al 1965, e che fu in due occasioni sul punto di divenire papa. (…)

Siri nasce a Genova, il 20 maggio 1906. Abbracciata la vita sacerdotale, studia a Roma e diviene poi insegnante di teologia dogmatica nel seminario della sua città, nel 1929. Sono anni di forti frizioni tra la Chiesa e il fascismo, tra il suo vescovo, Minoretti, e l’ideologia al potere.

Da giovane sacerdote Siri è già ben cosciente di quanto il fascismo sia incompatibile con la fede, per la sua concezione hegeliana della storia, per il suo nazionalismo e per il suo “panstatismo”. A 38 anni diviene il più giovane vescovo italiano e durante l’occupazione tedesca è costretto a vivere clandestinamente, sull’appennino ligure, ricercato dai tedeschi. Nell’aprile del 1945, dopo aver collaborato con la sua diocesi a soccorrere degli ebrei, procurando loro assistenza e rifugio, è tra coloro che convincono i tedeschi ad abbandonare Genova senza distruggerla, rinunciando a inutili rappresaglie e spargimenti di sangue. Proprio questo suo ruolo, la sua fama di antifascista, le sue grandi opere di carità, anche a favore di reduci e internati, gli ottengono una notevole stima e influenza, presso gli ambienti più diversi.

Ma la caduta del fascismo non pone certo fine alla storia della lotta tra bene e male, come l’ ideologia vorrebbe far credere. C’è, in agguato, il fascino del comunismo, e Siri si trova a vivere in una città particolarmente influenzabile: reagisce mantenendo ferma la barra dell’anticomunismo, cercando la collaborazione degli imprenditori, attentissimo ad essere, nel contempo, il difensore del suo popolo. (…)

Amatissimo da Pio XII, che lo vorrebbe a Roma, come Segretario di Stato, fa di tutto per rimanere nella sua Genova. Nel 1953 viene nominato dal papa cardinale: Siri ha 47 anni ed è il membro più giovane del collegio cardinalizio. (…)

La formazione di Siri è quella solida, romana, tomista: razionalità, prudenza, consapevolezza dei limiti umani e tanta preghiera, per divenire uomini di Dio.

Siri è anche grande amico del cardinal Alfredo Ottaviani, di cui condivide le posizioni, ed è ben lontano dal sentire di alcuni uomini che saranno protagonisti del Concilio, come i cardinali Suenens e Dőpfner, che smaniano per rinnovare la Chiesa, ma che nel contempo pensano di poterlo fare senza l’aiuto di Dio, tanto che chiedono sin dal principio al papa di annullare la Messa prima delle sedute conciliari, per allungare il tempo delle discussioni.

Siri sarà spesso chiamato a consulto dai papi, cui non di rado, con umiltà, esprime il proprio parere, trovandosi anche in disaccordo, come Paolo con Pietro, con Giovanni XXIII, ad esempio sulle persecuzioni a padre Pio, che non comprende, o con Paolo VI, sulle sue aperture politiche (al centro sinistra), e dottrinali.

Il periodo sicuramente più travagliato della sua vita è però quello del Concilio e del post Concilio. Siri è uno dei tanti principi della Chiesa che accolgono con forte contrarietà l’indizione del Concilio: il momento non gli appare opportuno, ed anche l’ottimismo di Giovanni XXIII sui segni dei tempi lo lascia perplesso. “Ho capito poco del discorso del papa- scriverà alludendo all’apertura del concilio e alla celebre frase sui “profeti di sventura”-, in quel poco ho subito avuto modo di fare un grande atto di obbedienza mentale”.

Siri è inoltre indignato per lo spirito di non pochi padri conciliari, per la verbosità dei documenti, in cui gli sembra che alcune proposizioni possano risultare “incerte”, ambigue; per le “pillole democratiche” ingerite dai padri che vogliono limitare l’autorità papale a vantaggio dell’assemblea; per l’avversione incauta di alcuni alla Tradizione; per tante idee sull’ecumenismo che gli sembrano sconfinare nell’indifferentismo e nel sincretismo; per la nuova concezione della “libertà religiosa”, sostituita alla più tradizionale “tolleranza religiosa”. (…)”. Il 19 novembre 1964 Siri arriva addirittura ad affermare che “se la Chiesa non fosse divina questo Concilio l’avrebbe seppellita”. (…)

Abbandonata la presidenza della Cei, rinunciato ai mandati di presidente delle Settimane Sociali dei Cattolici italiani e della Commissione arcivescovile di vigilanza per le Federazioni del Clero, Siri, che disapprova anche la scelta di Paolo VI, nell’aprile 1965, di appoggiare il governo di centro sinistra (che porterà a divorzio ed aborto, di lì a pochi anni), decide di “ritirarsi” nella sua Genova, o meglio nella sua Liguria, dove cerca di fare della propria diocesi un argine, un luogo di resistenza a quelle innovazioni da lui ritenute ingiuste, affrettate o inopportune. Come scrive nel suo Diario, il 20 ottobre 1964, incomincia ad occuparsi di “organizzare la ripresa cattolica dopo il Concilio, cercando di creare un fronte, il quale sia molto netto contro i difetti rivelatisi in Concilio e dal Concilio”.

In verità è sempre più emarginato e il suo tentativo di “veicolare una lettura dei documenti finali del concilio nel segno della massima continuità possibile” e di attingere alla Tradizione laddove il Concilio abbia lasciato ambiguità, confusione o nodi irrisolti, vede l’avversione di buona parte del mondo cattolico, dei teologi e della gerarchia stessa, che marciano agguerriti verso l’aggiornamento permanente, senza accorgersi della crescente anemia del cattolicesimo italiano e mondiale. (…)

…pur emarginato all’interno della gerarchia, insegna ai suoi sacerdoti la bellezza del gregoriano, l’importanza del latino nella liturgia, la necessità di dare all’Eucaristia la giusta centralità; si oppone alla comunione sulle mani, all’ecumenismo come indifferentismo e come dialogo teologico, all’apertura a sinistra, alla crisi della famiglia… E porta avanti una battaglia teologica attraverso la rivista Renovatio, agendo sempre, come ricorda un vecchio collaboratore della rivista suddetta, Piero Vassallo, cercando di coniugare “l’intransigentissima verità con la tollerantissima carità”. (…)

Nel conclave del 1978, quello che segue alla morte di Paolo VI, Siri è protagonista: sembra che abbia sfiorato l’elezione, contendendola da principio al cardinale di Venezia Albino Luciani. Ma la morte prematura di Giovanni Paolo I riporta al voto i cardinali, nello stesso 1978. Siri è dato ancora una volta come papabile, ma stavolta è forse la stampa a bruciare la sua candidatura. (…)

Gli ultimi anni dell’esistenza di Siri sono all’insegna della Tradizione, soprattutto nell’ambito della liturgia, che egli considera “il grande respiro vitale della Chiesa in cui tutti rimangono singoli, ma tutti i singoli diventano uno e hanno il respiro del Cristo…”.

Infatti ordina che nella sua diocesi anche le nuove chiese siano provviste di balaustre; vieta gli altari a forma di semplice tavola; chiede di ricevere la comunione in ginocchio; si oppone alla comunione nelle mani; bandisce le cerimonie interconfessionali e sincretiste…anticipando quindi quel ritorno alla sacralità della liturgia favorito da Benedetto XVI.

Siri lascia la guida della diocesi di Genova nel luglio del 1987: è ormai un emarginato, nella Chiesa, ma è molto amato dal suo popolo e da buona parte del suo clero. Si spegne il 2 maggio 1989.

Gnocchi e Palmaro: meglio che i lefebvriani accettino l’accordo con Roma (per salvare Roma)

Monsignor Bernard Fellay, superiore generale della Fraternità San Pio X

di Alessandro Gnocchi e Mario Palmaro, Da Il Foglio


L’accordo si farà oppure no? Il dialogo fra la Santa Sede e la Fraternità San Pio X, fondata da monsignor Marcel Lefebvre, è entrato in una fase decisiva. L’esito di questo dialogo sta a cuore innanzitutto a Benedetto XVI, che lo ha promosso e alimentato personalmente; sta a cuore a tutti i sacerdoti, i religiosi e i laici che fanno parte della Fraternità; e sta a cuore a tutta quella più vasta parte del mondo cattolico che lefebvriana non è, ma che si colloca nell’area della tradizione. Per motivi diversi, anche il cattolicesimo progressista e il mondo laico osservano con grande attenzione, e qualche nervosismo.
I
nsomma: la partita che si sta giocando è importante e difficile, ma l’accordo non è impossibile. Molte resistenze potrebbero cadere, se solo si considerasse che, per quanto si discuta di questioni dottrinali, lo si fa per via diplomatica, anche perché è in discussione la sistemazione canonica della Fraternità San Pio X. Ci si muove su un terreno misto dove è fondamentale distinguere i piani, operazione oggettivamente non sempre facile.
Da qui il moto sussultorio con cui procede la vicenda. Se si può comprendere il disorientamento di Roma davanti alle esitazioni della Fraternità San Pio X, si deve comprendere anche la perplessità della Fraternità San Pio X quando lamenta che Roma chiede quanto non ha chiesto a nessun altro per potersi fregiare della sdrucciolevole categoria ecclesiale detta “piena comunione”.
A questo punto, nessuna delle due parti può pretendere di far pagare all’altra un prezzo inesigibile: da un lato, Roma non può chiedere alla Fraternità San Pio X di rinnegare la sua identità; dall’altro, i lefebvriani non possono pretendere che Roma perda la faccia, con una resa incondizionata e con una fiabesca rimessa in forma dell’attuale mondo cattolico, che è obiettivamente un coacervo di molte contrastanti cose.
Il successo della trattativa richiede uno sguardo che sappia tenere insieme fede e realismo. Da una parte, una visione soprannaturale: il credere che la Chiesa è a Roma, comunque e in ogni caso, nonostante stia attraversando una delle crisi più gravi della sua storia; dall’altra, la strada stretta del realismo, che punti a dare alla Fraternità San Pio X la possibilità di “fare l’esperienza della tradizione”, secondo una formula che fu coniata proprio da monsignor Marcel Lefebvre.
Per quanto possa sembrare sproporzionato, la responsabilità maggiore investe gli eredi di Lefebvre. Nella storia della Chiesa ricorre spesso la figura del nano che si carica sulle spalle il gigante. Si tratta di un compito che, oltre al rigore dottrinale e morale, richiede umiltà e carità e la consapevolezza che Roma si aiuta stando a Roma. Ma più passa il tempo, più si rischia di pensare che esista solo un’alternativa tra due vie: la sirena di chi invita a non concludere perché le condizioni della Chiesa sono troppo gravi; e la sirena di chi invita a concludere senza discutere perché in fondo va tutto bene. L’una e l’altra via non si confanno al senso più intimo di un’istituzione come la Fraternità San Pio X, sorta in seguito alla indiscutibile crisi abbattutasi sulla Chiesa dopo il Concilio Vaticano II. Come spesso capita quando si prospetta un bivio, in realtà esiste una terza alternativa che, in questo caso, recita più o meno così: la questione deve essere conclusa al più presto proprio perché la situazione è grave, in vista del bene di tutta la Chiesa.
In tale operazione, la Fraternità San Pio X non può essere lasciata sola davanti a una responsabilità tanto grande. E in questo fa da garante Benedetto XVI. Non si può negare che questo Papa abbia caratterizzato il proprio pontificato rimettendo in onore la Messa gregoriana, ritirando la scomunica ai vescovi della Fraternità e avviando i colloqui dottrinali sui punti caldi: tutte condizioni richieste dagli eredi di Lefebvre. Questo fatto non può essere ignorato né dalla Fraternità San Pio X, nè dai negoziatori che rappresentano Roma. I quali sanno benissimo che c’è più cattolicesimo nella comunità lefebvriana, pur canonicamente irregolare, che in molte comunità regolarissime interne al mondo cattolico. E’ giunta l’ora di mettere fine a questo paradosso, con un atto di buona volontà e insieme di buon senso. Da entrambe le parti.

giovedì 26 gennaio 2012

Mons. Moraglia, Vescovo (siriano e ratzingeriano) di La Spezia, prossimo Patriarca di Venezia! Ottima scelta, Santità! Bravi Bernardini e Ouellet

Aspettando la nomina ufficiale che dovrebbe essere data in sincronia in Vaticano, a Venezia e a La Spezia.
Sacerdote "siriano" per formazione (è stato ordinato proprio dal Card. Siri a Genova nel 1977), è teologo di altissimo profilo in sintonia con Ratzinger, con cui è in linea anche sul piano liturgico. Consacrato Vescovo dal Card. Bagnasco e da Mons. Piacenza.
Qui la biografia di Mons. Moraglia, e qui il curriculum, tratti dal sito ufficiale della diocesi di La Spezia.
Che questa nomina sia uno dei primi (e resi noti) frutti della recente (agosto) nomina di Mons. Bernardini quale Nunzio in Italia? (si veda
qui nostro post). E' proprio al Rappresentante pontificio che spetta, tra l'altro, il compito delicato e importantissimo di proporre la "terna" coi nomi dei candidati per le diocesi vacanti. E che sia merito anche del Card. Ouellet? Speriamo!

Roberto


Moraglia sale in gondola
di A. Tornielli, da
Vatican Insider, del 26.01.2012


Benedetto XVI ha scelto il successore del cardinale Angelo Scola sulla cattedra di San Marco: è il vescovo di La Spezia, Francesco Moraglia, di origini genovesi. L’annuncio è atteso a giorni e l’ingresso nella diocesi della Serenissima potrebbe avvenire entro marzo.
Si conclude così l’attesa durata sette mesi, dopo la nomina di Scola a Milano. La «macchina» delle consultazioni per la scelta del successore si è messa in moto con notevole ritardo, complice anche il fatto che dopo l’estate è cambiato il nunzio apostolico in Italia: l’arcivescovo Giuseppe Bertello, che aveva gestito il dossier Milano, è stato promosso alla guida del Governatorato e ora diventerà cardinale, mentre al suo posto di ambasciatore vaticano presso il Quirinale è stato scelto il nunzio in Argentina Adriano Bernardini.
Moraglia è nato a Genova, il 25 maggio 1953 ed è stato ordinato sacerdote dal cardinale Giuseppe Siri il 29 giugno 1977. Dottore i teologia dogmatica, è stato direttore dell’ufficio per la Cultura e l’Università della diocesi genovese; assistente diocesano del Meic; docente di cristologia, antropologia, sacramentaria e di storia della teologia alla Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale; preside e docente dell’Istituto Superiore di Scienze Religiose Ligure. Nominato vescovo di La Spezia-Sarzana-Brugnato nel dicembre 2007 da Benedetto XVI, ha ricevuto l’ordinazione dal cardinale Angelo Bagnasco nel febbraio 2008. Attualmente ricopre l’incarico di presidente del consiglio di amministrazione della Fondazione «Comunicazione e Cultura», che sovrintende ai media della Conferenza episcopale italiana.
Il nuovo patriarca può essere considerato un ratzingeriano, sia dal punto di vista teologico che liturgico. Ma (?) le cronache spezzine hanno più volte registrato anche le sue prese di posizione in favore degli operai disoccupati: il vescovo Moraglia si era infatti interessato personalmente della situazione dei disoccupati dell’ex fabbrica di elettrodomestici San Giorno. Mentre nei giorni scorsi è stato presente alla manifestazione dei sindacati di La Spezia contro la manovra del governo, manifestando vicinanza e dicendo loro di condividere «la preoccupazione dei lavoratori» in un momento in cui è a rischio «la coesione sociale». [Questa attenzione al "sociale" e al mondo del lavoro di Mons. Moraglia, a nostro avviso, non rappresenta affatto una contraddizione all'essere "ratzingeriano teologicamente e liturgicamente. Uno non esclude l'altro. Non capiamo quel "Ma" avversativo usato da Tornielli, all'inizio del periodo, n.d.r.]
Lo scorso ottobre alcuni centri della diocesi spezzina – Monterosso, Brugnato e Borghetto Vara – erano stati travolti dal fango dell’alluvione. Moraglia da quel momento, ha annullato ogni impegno in agenda e ha percorso in lungo e in largo tutte le zone alluvionate. «Quello che più mi ha colpito – ha detto visitando i paesi sommersi dal mare di fango – sono le persone, la loro capacità di esprimere, nella tragedia, un supplemento di umanità. Sono edificato dalla loro dignità, dalla voglia di ricominciare. C’è gente che ha perso tutto, eppure non manca di incoraggiare altri, magari anche meno sfortunati». Moraglia ha chiesto al rettore del seminario diocesano di inviare i seminaristi a collaborare ai soccorsi: «Queste vicende sono una scuola di vita: aiutano a essere più uomini. Impareranno qualcosa di vero e reale. Anche questo è importante per la loro formazione. Il nostro compito è stare in mezzo alla gente. Stai a sentire le persone, cerchi di tirar fuori quello che hanno dentro, incoraggi, dai una carezza. Finché c’è un rapporto forte tra parroco e comunità, ogni difficoltà può essere guardata con la certezza che sarà superata. Questa alleanza permetterà di riscoprire quella dimensione umana che abbiamo perso con il consumismo e con un’educazione che non aiuta i giovani a gustare la fatica della conquista».
La sede veneziana è uno dei tre patriarcati della Chiesa latina, insieme a Gerusalemme e Lisbona. La nomina di Moraglia non è stata oggetto di discussioni nelle riunioni ordinarie della Congregazione per i vescovi, perché, come accaduto in molti altri casi, il Papa aveva già a disposizione una documentazione sufficientemente completa.
di A. Tornielli

Aggiornamenti della manifezione ed elenco dei gruppi/associazioni/movimenti aderenti

* ULTIMO AGGIORNAMENTO: giovedì 26 gennaio 2012 ore 17.00

CAMBIO DI PROGRAMMA
La Questura ha negato il permesso per la manifestazione davanti al teatro Parenti,
per motivi di "ordine pubblico". Quindi ci spostiamo nella vicina
piazza LIBIA

MANIFESTAZIONI DI PROTESTA (non violenta)
e
RECITA DEL SANTO ROSARIO

martedì 24 gennaio 2012, ore 19:30 - 22.30
per la "prima" dello spettacolo blasfemo

e sabato 28 gennaio 2012 dalle ore 19:00
(per il volantino si veda qui)

NON PIU' davanti al Teatro F. Parenti
MA IN PIAZZALE LIBIA (vicino al teatro) a MILANO !
sempre agli stessi orari *


+++

domenica 15 gennaio 2012
NOVENA AL VOLTO SANTO DI N.S.G.C.
in riparazione alle offese al Suo Volto
Clarisse dell'Immacolata (cliccare qui)

SE QUALCHE SACERDOTE DI BUONA VOLONTA' di MILANO e NON
PREPARASSE DEI MOMENTI DI PREGHIERA DI RIPARAZIONE,
LO FACCIA SAPERE!

***
SANTE MESSE (IN FORMA EXTROARDINARIA) DI RIPARAZIONE
ALLO SPETTACOLO BLASFEMO DI CASTELLUCCI

CLICCA QUI

"Noi siamo sempre tenuti a perdonare le offese che sono rivolte a noi,
ma non quelle che colpiscono Dio o il prossimo."
S. Tommaso d'Aquino


Incoraggiati dalle parole del prof. de Mattei, aderendo all'iniziativa organizzata da Militia Christi (che per prima si è attivata in tal senso), da "Comitato San Carlo - Contro la Cristianofobia", e da "Italia Cristiana anche su Facebook (dove troverete anche la mappa), raccogliendo l'appello di "Riscossa Cristiana", anche noi di MiL ci facciamo parte attiva in questa battaglia lecita e che si spera veda molto concorso di fedeli, nonostante il giorno lavorativo (ma ... la programmazione del teatro vede la "prima" il 24 gennaio, un martedì).




INVITIAMO TUTTI AD INVITARE AMICI, CONDIVIDERE E DIVULGARE
QUESTO EVENTO.

***




PER LE INIZIATIVE NATE SU FACEBOOK E PER ADERIRE, si veda qui



E' IMPORTANTISSIMO per chi intende partecipare:

1) la protesta sia pacifica: "Candidi come colombe ma astuti come serpenti"; Nessuna violenza! Nessuna irruzione in teatro! Si rischiano accuse e definizioni infondate e ingiuste (quali "tradizionalisti filonazisti", "cattolici vicini all'estremismo di destra" ecc).
2) sia organizzato un servizio d'ordine interno per bloccare gli "esagitati": faranno del male alla manifestazione; bisogna evitare la violenza: altrimenti sarà imputata a tutti i Cattolici, e saranno etichettati come fanatici, violenti, ecc.
3) evitare grida/cartelloni di protesta, ma solo impugnare il Santo Rosario e recitarlo, possibilmente guidati da un Sacerdote e inginocchiati se si puo'... spiazzera' decisamente gli organizzatori, che non sapranno cosa fare o cosa dire di fronte ad una folla che... prega per loro!
4) Il 24 e il 28 gennaio sia "Pax Augustea": tutte le le varie "anime" della Tradizione siano unite; ci sia poi unità e unione tra tutti i Cattolici (nella lotta contro il Nemico non ci sono "Tradizionalisti" e non Tradizionalisti"), e di questi con gli altri Cristiani (speriamo vengano fedeli di fede cristiana).
5) NESSUN VESSILLO POLITICO!
Già ci stanno definendo come "cattolici estremisti", "integralisti", "ultras" e "vicini all'estrame destra neofascista". Ovviamente con accezioni le peggiori possibili.
NON VOGLIAMO VIOLENZA NE' COINVOLGIMENTI POLITICII O PARAMILITARI. NON ABBIAMO NULLA A CHE FARE CON FANATICI O ESTREMISTI!
Non possiamo permetterci di sbagliare, e dobbiamo spiazzare gli operatori del male.
ringraziamo un nostro lettore, pratico della "buona lotta" in difesa della Tradizione, per i suggerimenti.

ASPETTIAMO L'ADESIONE DI MOLTI ALTRI MOVIMENTI, REALTA', ASSOCIAZIONI, GRUPPI, COMITATI, ORDINI, ecc.
UNIAMOCI IN UN SOL CORPO!
speriamo di poter inserire molti altri nomi e loghi oltre ai primi 62 di oggi.




per contattarci e comunicare l'adesione, scrivere a:
info@militiachristi.it , info@riscossacristiana.it, info@italiacristiana.it,

comitatosancarlo@gmail.com, redazione@messainlatino.it

PROMOTORI E ORGANIZZATORI DELLA MANIFESTAZIONE del 24 e del 28:
- Comitato San Carlo,
- Militia Christi
,
- Italia Cristiana,

- Riscossa Cristiana,
- Comitato No194,
- Redazione MiL.

Gruppi, Movimenti, Associazioni che fino ad oggi hanno aderito:
- Gruppo Stabile "Beato Marco d'Aviano", Pescara
- Fondazione Lepanto , Roma,
- Ora et Labora in difesa della Vita,
- Inter Multiplices Una Vox,
- Associazione Centro Studi "Mons. Umberto Benigni", Novara,
- Cordialiter ,
- Tradizione Cattolica,
- Glora TV di padre Giovanni Cavalcoli O.P.,
- CulturaCattolica - con un bel articolo di G. Amato,
- Associatione Genitori Cattolici,
- Non Possumus blog
- Rivista Ordine Futuro
- Centro Culturale Nicolò Stenone, Verona
- Associazione Cultura Cristiana, Verona
- Comunità di San Patrignano
- Associazione Alessandro Maggiolini - Letture Cattoliche
- Associazione Famiglia e Civiltà, Verona
- Coordinamento Toscano "Benedetto XVI"
- Centro Aiuto alla Vita, Ravenna
- I Tre Sentieri
- Sodalizio "Pio XII", Pavia
- Centro Culturale P. Tomas Tyn, Rieti
- Comunione Tradizionale, Firenze
- ControRivoluzione, organo ufficiale dell'associazione anti89
- Le Discepole del Cenacolo
- Sì sì no no
- Casa Editrice Fede & Cultura , Verona
- Associazione "L'Opera della Mamma dell'Amore"
- Frati Francescani dell'Immacolata, Ferrara
- Circolo culturale triveneto "Christus Rex", Negrar (VR)
- Sodalitium, Milano
- Associazione Cattolici Vegetariani
- Associazione culturale S. Michele Arcangelo, Savona
- Frati Francescani dell'Immacoalta, Firenze
- Clarisse dell'Immacolata.
- Gruppo Laico Canossiano "Giuseppina Ghisi", Cremona
- Associazione "Santa Maddalena", Cremona
- Cenacolo della Santissima Trinità, Rimini
- Confraternita del Sacro Cuore di Gesù, Tolentino
- Frati Francescani dell'Immacolata, Benevento
- Suore Francescane dell'Immacolata, Pietrelcina
- sito cattolico "Alma Prex",
- Associazione Centro Studi "Romano Guardini", Verona
- Movimento "Con Cristo per la Vita"", Schio (VI)
- Centro Studi Jeanne d'Arc, Milano
- Edizioni Salpan
- Comitato Italiano Insieme per la Verità, Genova
- Storia Libera, http://www.storialibera.it/
- Parrocchia Spirito Santo, Modena
- Il Settimanale di Padre Pio dedicando diverse pagine + copertina del n.4/2012 + poster del Volto Santo).
- F.S.S.P.X
- Una Fides
- Alleanza Cattolica, Milano, e Messina
- Gruppo stabile per la Messa in latino, Verbania
- Congregazione degli Oratoriani, Napoli
- Blog cattolico Campari e de Maistre
- Rev.do Sac. don Massimo Moroncelli, di S. Cipriano (Ge), che ha scritto una lettera di protesta alla Direzione del Teatro Parenti
- Giovani e Tradizione
- Ordo Milita Templi, Poggibonsi, Si
- I.C.R.S.S. e Associazione di "Cristo Re", Livorno
- Suore Francescane dell'Immacolata, Villa Santa Lucia (Fr)
- Famiglia Cattolica blog
- Blog Difendere la Vera Fede

Considerazioni di Monsignor Brunero Gherardini





LITURGIA, cioè? 

Nella tormentata atmosfera del cinquantennio postconciliare, qualche sprazzo di luce ogni tanto s’è fatto vedere, se pur sempre accompagnato da inevitabili zone d’ombra. Era la luce accesa già dal grande Pontefice Pio XII, quando, per rimetter in sesto lo sbilanciato movimento liturgico che stava uscendo dal suo binario, promulgò l’enciclica “Mediator Dei” (20 nov. 1947)[1]. Lo sbilanciamento principale, accanto ad altri di non secondaria pericolosità, si moveva in direzione del c. d. sacerdozio comune o universale. Guarda caso, ha continuato a muoversi nella medesima direzione in tutto il predetto cinquantennio. Pio XII aveva chiaramente indicato i limiti d’un sacerdozio che è, sì, di tutt’i battezzati, non però tale da neutralizzar il sacerdozio ministeriale, come se Cristo nell’ultima Cena avesse concesso a tutt’i suoi seguaci, indistintamente, il proprio “munus” sacerdotale[2]. Poco dopo, lo stesso Vaticano II confermò tanto la dottrina del sacerdozio comune[3], quanto quella del sacerdozio ministeriale[4] e dichiarò d’ambedue l’ordinazione reciproca avendo parte l’uno e l’altro “all’unico sacerdozio di Cristo”. Tuttavia si premurò di stabilir inconfondibilmente che “il sacerdozio comune dei fedeli ed il sacerdozio ministeriale o gerarchico […] differiscono essenzialmente e non solo di grado”[5].


Non si può dire che una tale disposizione sia stata recepita con grande entusiasmo ed altrettanta fedeltà. Si è arrivati al limite d’un clericalismo paradossale, ribaltato, ovvero laicale, con tutt’i difetti, e talvolta anche più pronunciati, di quello dei preti. Ricordo con quanta convinta fermezza la superiora d’un monastero della Foresta Nera, dov’ero ospite negli anni immediatamente postconciliari, ad una mia osservazione rispose: “Sì, però noi tutte concelebriamo (mitfeiern)”. Lo sbilanciamento non è venuto meno col passare degli anni, anche in conseguenza del rarefarsi delle ordinazioni presbiterali e d’una presa di coscienza, oltre che d’una sempre più massiccia presenza in ambito ecclesiale da parte del mondo laicale.


Ho accennato a zone d’ombra: quella del sacerdozio comune non è l’unica, altre essendosi ad essa congiunte per avvolger la vita e l’attività d’una comunità cristiana nel buio d’una notte fonda, dove il prete spesso non è neanche in grado di star a guardare, come le stelle d’un famoso romanzo.


Eppure, anche nel buio di codesta notte il fulgore della bellezza e dell’armonia, come la misteriosa stella dei Magi, è riuscito, se non ad avvampare, a farsi almeno notare: il fulgore della sacra Liturgia. Fulgore tuttora offuscato da una riforma slegata dalla storia e da esigenze pratiche, della quale nove su dieci invocan oggi la controriforma. Mortificato da una sfrenata creatività e teatralità soggettiva a danno della sacralità dell’azione sacra. Soffocato da una legislazione che parve esaltarsi nel decretar o consentire la distruzione sistematica d’altari, balaustre, pulpiti e di quanto fosse giudicato d’impedimento alla comunicazione della comunità in linea orizzontale[6]. Quel fulgore si sprigionò, sia pur timidamente, nel momento stesso in cui fervevano, avvicendandosi, le iniziative per l’applicazione del Vaticano II e della successiva riforma liturgica: mentre questa concorreva all’autodemolizione della Chiesa, prendeva consistenza un’autoconsapevolezza liturgica che via via lasciava il segno.

Romano Amerio prendeva netta posizione contro “l’opera più imponente, più visibile, più universale e più efficace del Vaticano II”, la riforma liturgica, che definiva contraddittoria perfino rispetto “ai testi della grande assemblea”[7]. Klaus Gamber riportava all’attenzione dei Pastori, dei teologi e dello stesso popolo di Dio l’esigenza ineludibile di rivedere le decisioni ufficiali circa la costruzione dei luoghi di culto, il loro orientamento e quello dell’altare, nonché del celebrante durante il sacro rito[8]. Sull’argomento prendeva posizione anche il grande Joseph A. Jungmann, il noto autore di Missarum Sollemnia[9], mentre Manlio Sodi curava l’edizione dei sei libri della riforma tridentina[10], tra i quali, in collaborazione con A. M. Triacca, il glorioso Missale Romanum[11].

Da parte sua la Fraternità sacerdotale san Pio X, sia pur dalla scomoda posizione di voce “a latere” e priva d’ufficiale riconoscimento, continuava la sua testimonianza a favore della Tradizione con particolare accentuazione di quella liturgica. Altri scritti, non certo a valanga ma nemmeno tanto rari, si rivelavano ineccepibili tanto sul piano del riferimento alle fonti e dell’evoluzione storica, quanto su quello del valore teologico e del rapporto fra Liturgia e Fede.

I guizzi di codesto fulgore, ora più insistenti ora appena percepibili, mai però sotterranei, hanno accompagnato la lunga interminabile insopportabile fase della ricezione ed ermeneutica del Vaticano II. Nel 2007, però, un evento eccezionale: Benedetto XVI, con il motuproprio “Summorum Pontificum”[12], riconobbe come mai abrogato l’antico rito romano della c. d. Messa tridentina, promulgò norme giuridico-liturgiche perché esso potesse liberamente celebrarsi con l’uso del Messale Romano approvato nel 1962 da Giovanni XXIII e dispose l’entrata in vigore di tali disposizioni il 14 settembre di quel medesimo 2007. Nel 1984, con la “Quattuor abhinc annos” di Giovanni Paolo II, eran già state prese alcune decisioni a favore di chi avesse voluto celebrare l’Eucaristia con il rito antico: tali decisioni però vennero da non pochi ignorate e da molti, anche vescovi, osteggiate. Sembrava che la liturgia in vigore da secoli fino al 1970 fosse diventata improvvisamente blasfema; la si boicottava, la si spregiava, la si condannava[13]. Alla testa dell’indecente ed immorale contestazione, una buona parte dell’episcopato. Alcuni ecclesiastici non avevan alcun ritegno nel dire di no alla legittima domanda della Messa tradizionale ed a spalancare le porte delle loro chiese a protestanti e musulmani: “Cosiffatto è il guazzabuglio del cuore umano”!


A chi fosse rimasto sorpreso dal cioè del mio titolo, la scomposta reazione alle disposizioni suddette dovrebbe neutralizzar ogni sorpresa. Ed altrettanto il velleitario presenzialismo di quei tuttologi che si buttan a capofitto dovunque avvertono qualche stormir di fronda, trinciando giudizi a destra ed a sinistra, come se tutto dovesse passar al vaglio del loro si o del loro no. Costoro, non potendo ignorar il dibattito sulla Liturgia, ne trattarono e ne trattano dall’altezza della loro insipienza. Quando leggo che “la celebrazione è presenza e azione di Cristo che si attualizzano nei partecipanti all’azione liturgica”, non posso reagire che con un cioè?, e confessare che non ci capisco un’acca, convinto come sono che Cristo si fa presente sacramentalmente nell’azione liturgica e non nei partecipanti alla medesima. Del pari rispondo con un cioè? a chi mi dice che “riti preghiere musiche e canti debbono iconizzare l’invisibile presenza di Cristo attraverso l’azione dello Spirito Santo”: se l’invisibile diventa icona, cessa d’esser invisibile. Chi poi dichiara che “l’attuazione dell’agire di Cristo nella celebrazione è espressione della sua presenza in mezzo a noi” merita lo stesso cioè?, perché mi ricorda l’Odo Casel non della sua “Mysterientheologie” che ha positivamente rivoluzionato lo stesso modo di parlar in termini liturgici, ma d’alcuni suoi aspetti collaterali contestabili e contestati, come la presenza di Cristo che il rito riproporrebbe secondo tutte le sue circostanze di tempo e di luogo: tali circostanze circoscrivon una persona e le sue azioni in un determinato ubi et quando, senza possibilità – se non quella sacramentale, dovuta ad una disposizione dello stesso Cristo e a ciò che san Tommaso intende con l’espressione “virtus fluens Christi”– di ripresentarsi hic et nunc.


Purtroppo il cioè? affiora anche dalle conseguenze del motuproprio “Summorum Pontificum”. Voleva avviare una pace liturgica ed ha – per colpa dei ribelli – incentivato la guerra. I due riti, impropriamente definiti ordinario e straordinario, son di per sé irriducibili: il loro unico punto di convergenza è la transustanziazione, sempre che i moderni teologi ci credan ancora e non le preferiscano la transfinalizzazione o la transignificazione. Per il resto son due ordinamenti l’uno lontano dall’altro. Non c’è corrispondenza nel calendario, non nelle memorie e nelle feste dei Santi; perfino quelle di N.S. Gesù Cristo e della Madonna son, in varie circostanze, diversamente dislocate. Abissale è la differenza delle antifone alle Lodi ed ai Vespri. La divisione dei tempi liturgici avviene secondo un rito, il nuovo, lungo un intero triennio; secondo l’altro, l’antico, in un unico anno. La stessa denominazione dei tempi è cambiata: un giovane prete oggi non sa neanche che cosa fosse la Settuagesima, o la Sessagesima e la Quinquagesima, combaciando i due ordinamenti nella sola Quaresima. Se poi l’analisi si sposta sul versante linguistico e canoro, si rizzan i capelli anche a chi ne è privo. Le orazioni sono espresse, oggi, o in un latino da quinta ginnasiale o in un volgare che talvolta più volgare non si può. Due Chiese? Certamente no, ma l’impressione è quella. “Anfibologia”, direbbe Amerio.


Per toglier ogni giustificato motivo al cioè? il Santo Padre potrebbe portar a termine l’opera iniziata con il suo “Summorum Pontificum”: coordinando gli attuali due riti, in maniera che l’uno corrisponda pienamente all’altro, rimanendo ovviamente ambedue quel che sono: un rito nuovo ed uno tradizionale.
___________________________
1) In AAS 39 (1947) 528ss.
2) Ibidem p. 553.

3) AA 3: “I laici vengon consacrati per formar un sacerdozio regale ed una nazione santa (1Ptr 2,4-10), onde offrire sacrifici spirituali mediante ogni attività e render ovunque testimonianza a Cristo”.
4) Si veda LG 20, 26, 41; CD 28; PO 5, 7, 8, 10-11, 16; OT 12.
5) LG 10.

6) E’ da poco apparso, tradotto e pubblicato dalle Suore Francescane dell’Immacolata di Città di Castello, un opuscoletto di M. Davies (1936-2004), L’Altare Cattolico, (pro manuscripto) Città di Castello 2011. L’Autore, un convertito dall’anglicanesimo e con lo stupore un po’ indignato tipico del convertito, documenta e lamenta la detta distruzione.
7) AMERIO R., Iota unum. Studio delle variazioni della Chiesa cattolica nel XX secolo, a c. di E. M. Radaelli, Lindau, Torino 2009, p. 543-579

8) GAMBER K., Ritus modernus. Gesammelte Aufsätze zur Liturgiereform, (SPLi 4), Regensburg 1972; ID., Liturgie und Kirchenbau. Studien zur Geschichte der Meßfeier und des Gotteshauses in der Frühzeit, (SPLi 6), Regensburg 1976; ID., Zum Herrn hin! Fragen um Kirchenbau und Gebet nach Osten, (BSPLi 18), Regensburg 1987 (19942). Su questi medesimi argomenti e su quello più generico della sacra Liturgia in quanto tale nel postconcilio hanno scritto decine e decine d’Autori, fra i quali importantissimi LANG U. M., Conversi ad Dominum. Zu Geschichte und Theologie der christlichen Gebetsrichtung, Johannes Verlag, Friburgo 2003; RATZINGER J., Das Fest des Glaubens. Versuche zur Theologie des Gottesdienstes, Friburgo 1981 (19933); ID., Der Geist der Liturgie. Eine Einführung, Friburgo 2000; ID., Theologie der Liturgie, in “FKTh“ 18 (2002) 1-13; ID., Der Geist der Liturgie oder die Treue zum Konzil, in LJ 52 (2002) 111-115,
9) JUNGMANN J. A., Der neue Altar, in “Der Seelsorger” 37 (1967) 374-381; ID., Messe im Gottesvolk. Ein nachkonzialiarer Durchblick durch Missarumn Sollemnia, Friburgo 1970.
10) Libreria editrice vaticana, 1997-2005.
11) Ivi, 1998.
12) In AAS 99 82007) 777-781

13) Si vedan al riguardo le lucide parole con cui, nel 2001, il card. J. Ratzinger descriveva una così assurda situazione: Dio e il mondo. Essere cristiani nel nuovo millennio, ed. San Paolo, Cinisello Balsamo (Mi) 2001, p. 379-381.


Brunero Gherardini
Fonte: http://chiesaepostconcilio.blogspot.com/2012/01/brunero-gherardini-liturgia-cioe.html

Odio gnostico verso il Creatore

Diciamocelo: la pièce di Romeo Castellucci sul volto di Cristo è anzitutto una sacrilega boiata. Tutta incentrata su una sorta di “merdosofia”, una vera filosofia degli escrementi. Per il regista, Romeo Castellucci, come ripete spesso, “la merda è la materia per definizione”. Alla Stampa ha, per esempio, dichiarato: “Ma la “merda è la materia per antonomasia, ciò che rimane” (la Stampa, 21 gennaio). Non sono un esperto del tema, ma penso di aver afferrato il concetto. Trattasi, semplicemente, di gnosi: della vecchia dottrina secondo cui la materia è il principio del male, il corpo una prigione, questa nostra vita terrena lo scherzo di un Dio Creatore non buono ma maligno. Di qui la scritta “non sei il mio pastore” che compare sul dipinto di Antonello da Messina; di qui i bambini, innocenti per definizione, che colpiscono il Creatore, colpevole (bambini che, ricorda Claudia Castellucci in un suo libro, non sospettano “minimamente che dobbiamo rendere grazie a qualcuno che ci sorvegli e ci salva”); di qui l’interpretazione positiva di Lucifero, “primo martire”, e negativa della Genesi, presentata in altre opere non come atto d’amore, ma come errore e crudeltà di Dio. Solo così si spiega l’insistenza dell’autore sulla merda come “metafora”, sulla merda che invade il palcoscenico e che sembra dire allo spettatore che, in fondo, è la vita stessa ad essere una merda. Che i figli, anche il Figlio di Dio, altro compito non hanno che pulire la merda di loro padre. Che i padri, altro non finiscono per fare che insudiciare i figli con i loro escrementi, la vera “eredità-parola di Romeo- lasciata dai padri ai figli” (e da Dio agli uomini).
Ecco alcune parole tratte da un’ intervista di Castellucci: dopo aver detto di aver scelto la “religione (in quanto) tema trattato in modo isterico, dogmatico”, per “liberare questo campo da una ingerenza professionale, dei professionisti dello spirito” (evidente allusione polemica alla Chiesa, ndr), prosegue: “il volto di Gesù… è riportare sulla terra …tutto un sistema metafisico, fare incontrare l’escatologico…la escatologia in senso letterale, quindi la merda…illuminare la merda con la luce divina, ma anche il contrario, gettare un po’ di merda sul volto di Dio.” (11/11/2010: http://www.youtube.com/watch?v=27SUIybN01g&feature=related).

“Merda sul volto di Dio”: letterale. A la Stampa, sempre lui: “L’equazione: feci=Cristo ha scatenato reazioni violentissime”. Ma dai… Perché allora oggi Castellucci nega e rinega (e modifica), con tanta faccia tosta? Eppure già nell’ ottobre scorso, a Roma, la pièce si concluse così: “entrata ammiccante proprio di Castellucci che rovescia mezza tanica di putrido liquame sull’anziano padre. Senza pietà il vecchio viene cosparso di merda”, mentre “il volto di Cristo verrà sfregiato dall’interno per ferirsi di quello stesso liquido…” (“Teatro e critica”, 11/10/2010).

Per capire meglio il senso di questi deliri, occorre ricordare chi era Antonin Artaud, massimo modello del Castellucci: invitava a bruciare le chiese e a squartare i sacerdoti, accusava la cultura cristiana “inautentica del padre e dello spirito” e, come Castellucci, aveva una fissa: gli escrementi. Scriveva: “C’è nell’essere qualcosa di particolarmente allettante per l’uomo, ed è appunto la Cacca”.

Ma a Castellucci, che a suo dire non voleva offendere né Cristo né i cristiani, interessa solo al merda? Per carità, c’è anche la piscia. Di qui la sua difesa del Cristo immerso nell’urina di Andreas Serrano: “Si è scatenata una campagna violentissima come si era già avuta, qualche anno fa, davanti alla fotografia Piss Christ dell’artista Andreas Serrano” (la Stampa, 21 gennaio); “Qualche mese prima era stato contestato il Piss Christ (Cristo Piscio, ndr) di Serrano, un’opera di profonda bellezza e spiritualità… Poi è toccato a noi” (“Il Giornale”, 19 gennaio).

“Profonda bellezza e spiritualità”?! Concludo con alcune considerazioni. Sui giornali, in questi giorni, in troppi hanno cercato di stravolgere la realtà. Come nella favola di Fedro, in cui il lupo accusa l’agnello di averlo disturbato. Si sono trasformati gli aggrediti negli aggressori. C’è un uomo che insulta il Dio in credono miliardi di uomini, e dei ragazzi che promuovono una protesta pacifica vengono definiti sul Corriere, da Pierluigi Batista, “urlatori”, “integralisti”, persone che intimidiscono “i milanesi” (in blocco, si immagina), fautori di una “protesta violenta, intollerante, intimidatoria, prepotente”. Sui giornali si è arrivati a definire i cattolici che manifestano “antisemiti”, quando l’unico preso a merda in faccia è l’ebreo Cristo. Sentiamo il Castellucci: “Sono manipolati da qualche politico molto scaltro. Ma la cosa lugubre è che sono diciottenni vestiti benissimo. Qualcosa che ricorda la gioventù nazista .. In sala hanno trovato cinque coltelli…dicono che mi uccideranno”. Follia pura. Per protestare contro il regista che sparge merda sul dolce volto di Cristo, e contro i giornalisti che fanno altrettanto con i cristiani, sarò, almeno col cuore, in piazzale Libia, il 28, alle ore 19. Fuori, noi, sporchi e cattivi; dentro l’odore snob della merda escatologica e dello zolfo delle bestemmie di Castellucci. Francesco Agnoli, Il Foglio, 26 gennaio

Il Papa detta nuove regole per la Curia Romana

Vertice speciale della Curia
il Papa detta nuove regole per il governo del Vaticano
di Franca Giansoldati, da "IlMessaggero" di domenica 22 gennaio 2012

CITTA` DEL VATICANO - Troppa confusione in curia. Serve più armonia, soprattutto occorrono nuove regole. Papa Ratzinger ha deciso di convocare i capi di tutte le congregazioni e dei pontifici consigli per una riunione riservatissima dedicata all`iter che va seguito quando si prepara un documento. Dal linguaggio che andrebbe usato, ai passaggi da rispettare internamente.
Cosa non da poco se si pensa che Io scarso coordinamento tra i diversi organismi in passato è stato all`origine di non pochi problemi. Secondo Papa Ratzinger si tratta di rafforzare il livello di collaborazione tra i dicasteri curiali e la Segreteria di Stato, organismo centrale che funge da cinghia di trasmissione. La lettera di convocazione di quello che può essere equiparato ad un Consiglio dei ministri è arrivata nei giorni scorsi sulla scrivania di cardinali e arcivescovi. Sulla busta sigillata, dentro un`altra ancora, campeggiava bene in vista una scritta: «Riservato». L`incontro a porte chiuse è previsto per sabato 28 gennaio, nella sala del Bologna, giorno in cui la Chiesa festeggia San Tommaso d`Aquino. patrono degli accademici e dei librai.
Data, ovviamente, scelta non a caso.
Riunioni come queste su temi specifici sono relativamente rare e vengono convocate almeno una volta l`anno.
Hanno lo scopo di migliorare l`attività di governo. L`anno scorso al centro della riflessione furono posti problemi legati alla vita consacrata e all`esercizio dell`autorità in alcuni istituti religiosi. Precedentemen- te, invece, è stato affrontatolo scandalo della pedofilia in Irlanda e, ancora prima, il progetto su come rievangelizzare il Vecchio Continente.
Stavolta questa specie di Consiglio dei ministri dovrebbe aiutare a riportare l`accento sulla Segreteria di Stato e sul suo prezioso ruolo di snodo. L`iniziativa papale nasce per evitare che la carenza di comunicazione interna possa originare incidenti come è avvenuto anche ultimamente. Nell`ottobre scorso un importante documento del Pontificio Consiglio di Giustizia e Pace sulla crisi finanziaria mondiale (in cui si chiedeva la formazione di una Banca centrale mondiale ed una autorità pubblica universale in grado di governare il mondo della finanza) finì per mettere in forte imbarazzo il cardinale Bertone che non ne sapeva niente. La linea espressa nel documento non rispecchiava affatto quella della Segreteria di Stato, nè tanto meno quella del pontefice, tanto che pochi giorni dopo l`Osservatore Romano fu costretto a correre ai ripari con un intervento di precisazione. Lo stesso segretario di Stato si sarebbe lamentato di non aver mai avuto in visione il testo definitivo, e da lì l`imbarazzo generale. A complicare le cose anche il fatto che il documento di Giustizia e Pace contraddiceva l`enciclica sociale Caritas in Veritate.
Insomma, una vera frittata che si sarebbe evitata con un pizzico di collaborazione in più. Che poi è proprio quello che il Papa vorrebbe.

S. Messa "rock-metal" l'11 febbraio 2012 ad Albiano (Tn).

"Albiano celebrerà la prima «messa rock» della provincia: sabato 11 febbraio, infatti, nella chiesa del paese cembrano, la funzione religiosa sarà scandita dalle canzoni suonate dagli High Voltage, band rock trentina. «Niente di ridicolo» puntualizza la band. «Racconteremo i testi biblici in un modo nuovo» dice don Stefano.
"Eseguiremo sette brani, due degli Stryper e cinque composti dal leader solista della band". Loro si chiamano High Voltage, e non stanno preparando la scaletta per un festival rock. No, no. Loro vanno a suonare in chiesa, esattamente a quella di Albiano, provincia di Trento. "Cantate al Signore un canto nuovo". Così recita il Salmo 32 e la band rock trentina lo fa per davvero.
Appuntamento per sabato 11 febbraio con la prima messa rock, anzi metal. Come sarà strutturata? Semplice. Nel corso della funzione, salmi e preghiere saranno scanditi dalle canzoni della band americana degli Stryper e dal suo leader Michael Sweet. "Testi religiosi — puntualizza Michele Andreatta, uno dei componenti del gruppo, al Corriere del Trentino — niente di sacrilego o ridicolo, l'impegno che ci siamo presi è serissimo. Eseguiremo sette brani, due degli Stryper e cinque composti dal leader solista della band".
Il gruppo sarà accompagnato da sette musicisti e un coro di 28 elementi.
Un'organizzazione imponente, benedetta (è proprio il caso di dirlo) dal parroco. Don Stefano non vede l'ora di accoglierli sull'altare: "Ma niente spettacolarizzazione", dice sempre al Corriere del Trentino "piuttosto un modo diverso di comunicare il messaggio di Gesù". Andreatta confessa: "Siamo emozionati, ma sono sicuro che tutto andrà per il meglio, l'idea è stata maturata e condivisa tra i membri della band per diversi mesi. Tutto è nato l'estate scorsa quando un ragazzo del gruppo, in vacanza a Rimini, ha ascoltato una messa con canzoni pop. Noi suoniamo musica metal e da lì è partita l'idea di una funzione religiosa con i brani di uno dei nostri gruppi preferiti".
Il nome del gruppo, High Voltage, si riferisce al titolo del rpimo album degli Ac/Dc, uno dei gruppi preferiti da Andreatta&Company. La preparazione all'evento è già cominciata, ma loro considerano la loro carriera musicale "un hobby, non un lavoro. Nonostante siamo sulle scene locali da 16 anni". Ora la nuova impresa: suonare in chiesa. E chissà se i fedeli sono pronti all'"headbanging" (il movimento su e giù della testa dei fan del metal durante i concerti). Preparate anelli e borchie, si va a messa."

per le foto: qui la galleria

fonte: AffariItaliani.it del 25.01.2012

mercoledì 25 gennaio 2012

Lo spettacolo blasfemo di Castellucci andrà in scena anche a Bologna. Senza censure. E ce n'è per il Papa e per p. Cavalcoli

Tappa in Emilia per il teatro “blasfemo” di Castellucci: “Non ci sarà nessuna censura”
di Davide Turrini da IlFattoQuotidiano del 21.01.2012


Lo spettacolo Sul concetto di volto nel figlio di Dio del regista cesenate che ha fatto scatenare le ire degli integralisti cattolici di mezza Europa sarà al Teatro Comunale di Casalecchio di Reno (Bologna) il 17 e 18 febbraio. Il sindaco: "Una persona è libera di entrare a teatro per vederlo oppure no". Il direttore di Emilia Romagna Teatri: "L'ho visto due volte e mi sono commosso. E' un'opera d'arte"
Dopo Parigi, Milano, Anthwerp in Belgio e Breda in Olanda, toccherà al Teatro Comunale di Casalecchio di Reno in provincia di Bologna il 17 e 18 febbraio, accogliere Sul concetto di volto nel figlio di Dio, l’opera teatrale di Romeo Castellucci che dall’estate scorsa sta facendo infuriare integralisti cattolici di mezza Europa e che in questi giorni ha provocato una serie infinita di accuse e controaccuse, nonché minacce di morte per il regista romagnolo, prima della rappresentazione, che comunque si terrà, al teatro Franco Parenti di Milano martedì prossimo 24 gennaio.
Blasfemia è l’accusa principale rivolta al lavoro di Castellucci per un paio di passaggi drammaturgici in una vicenda che vede un padre malato e un figlio che si prende cura di lui con pietà e reale dedizione per poi passare all’insofferenza e a una non pronunciata bestemmia: “E’ un piano sequenza, questo padre incontinente e il figlio che gli cambia il pannolone tante volte. Sullo sfondo il famoso Cristo di Antonello da Messina – ha spiegato a La Stampa il regista cesenate – A poco a poco il salotto è invaso da pannoloni. C’è un aspetto iperrealista con anche l’odore (…) ma la “merda” è la materia per antonomasia, ciò che rimane (…) ad Atene, per esempio, gli spettatori l’hanno visto come l’eredità lasciata dai padri ai figli costretti a pulire la loro merda economica e sociale”.
Altro elemento in discussione, che ancora più propende per l’accusa penalmente rilevante di blasfemia è quando nella scena finale il figlio poggia la testa sul grande volto del Cristo del pittore siciliano poi dei ragazzi vi gettano sassi, il dipinto si lacera e poi si ricompone lasciando trasparire la scritta “Tu sei il mio pastore”.Per questi due episodi, all’interno di un’opera d’arte dove vige il concetto permeabile ed elastico di libertà espressiva, oltre alla possibilità di assistere o non assistere allo spettacolo, si è scatenata la pregiudiziale fatwa di Aiart, Militia Christi e Comitato San Carlo Borromeo: censura dell’opera e minacce violente per impedire la messa in scena. A ciò si è aggiunto anche il monito della Santa Sede, in risposta al frate domenicano bolognese Cavalcoli che alcuni giorni fa aveva denunciato lo spettacolo teatrale come indegno e blasfemo: “Si tratta di un’opera offensiva nei confronti di nostro signore Gesù Cristo”.“Non fatemi rispondere al papa, per favore”, afferma il sindaco di Casalecchio di Reno, Simone Gamberini del Pd, “della polemica siamo informati, ma non censureremo nessuno. Non è nelle nostre intenzioni limitare la libertà dello spettatore: una persona è libera di venire o non venire a teatro”.“Il riferimento teologico dell’immagine del Cristo nell’opera di Castellucci mi sembra sia uno strumento per aprire una riflessione sul degrado dell’uomo in un momento della propria vita in cui spesso non si riesce a trovare spiegazioni – prosegue Gamberini – Altra cosa è invece la strumentalizzazione aprioristica di gruppi integralisti cattolici che qui a Casalecchio non dovrebbero essere così violenti come in Francia”.
“Io l’ho visto già due volte e mi sono commosso
”, afferma da Parigi Pietro Valenti, direttore di Emilia Romagna Teatri, l’ente di teatro stabile pubblico responsabile direttamente anche della ricca e sperimentale stagione del teatro comunale di Casalecchio, “l’unica cosa che serve ora è il silenzio. Le polemiche sono inutili e soprattutto questo spettacolo non è stato fatto, e scelto da noi, per far cambiare idea a nessuno. Ora lavoriamo alla sua salvaguardia in attesa che incontri lo spettatore emiliano romagnolo”.
“Mi rifiuto comunque di leggere quello che ha scritto il frate domenicano: massimo rispetto per la sua posizione, ma ci vuole massimo rispetto anche per le mie scelte di programmazione artistica –
prosegue Valenti – Aspetto invece tutti quanti il 17 e 18 gennaio [rectius: febbraio; n.d.r.] al Comunale per vedere lo spettacolo e, nel caso, dividersi nel giudicarlo rispetto a qualcosa che si è visto. Nel caso in cui il pubblico non gradisca sono ben accetti i fischi ma per favore nessuna unanimità ideologica perché è da qui che cominciano le dittature di pensiero”.

La risposta di Corrado Gnerre ad Antonio Socci

A proposito del teatro di Castellucci, una risposta ad Antonio Socci
di Corrado Gnerre, Università Europea di Roma

Caro Socci, lei ci ha abituato spesso a delle uscite “a sorpresa”. Lo ha fatto ultimamente anche con le celebrazioni sull’Unità d’Italia, lei che tanto aveva scritto sulla necessità di poter adeguatamente riscrivere questa dolorosa pagina della storia che non meritava e non merita festival di retorica. Adesso, lei, si esprime sullo spettacolo di Castellucci prendendo le distanze (anche se assolvendone la buona intenzione) da quei tanti cattolici che hanno manifestato indignazione per una scena dello spettacolo: l’imbrattamento del volto di Cristo di Antonello da Messina con finte feci. Lei, però, ci tiene a precisarlo, non ha visto la rappresentazione teatrale. Come me, che pur mi onoro di essere tra i cattolici indignati. Siamo dunque, io e lei, nelle stesse condizioni. E allora è su altro che entrambi dobbiamo basarci. Lei si sente di difendere lo spettacolo basandosi su ciò che ha scritto il regista Castellucci. E il punto è proprio questo. Cosa ha scritto il regista? Riprendo ciò che lei stesso ha riportato nel suo articolo su Libero. Dice Castellucci: “Questo spettacolo è una riflessione sul decadimento della bellezza, sul mistero della fine … Per questo spettacolo ho scelto il dipinto di Antonello a causa dello sguardo di Gesù che è in grado di fissare direttamente negli occhi ciascuno spettatore con una dolcezza indicibile. Lo spettatore guarda lo svolgersi della scena ma è a sua volta continuamente guardato dal volto. Il Figlio dell’uomo, messo a nudo dagli uomini, mette a nudo noi, ora… Alla fine infatti “la tela del dipinto si lacera” e appare “una scritta di luce: ‘Tu sei il mio pastore’. E’ la celebre frase del salmo 23. Ma ecco che si può intravedere un’altra piccola parola che si insinua tra le altre, dipinta e quasi inintelligibile: un ‘non’, in modo tale che l’intera frase si possa leggere nel seguente modo: Tu ‘non’ sei il mio pastore. La frase di Davide si trasforma così per un attimo nel dubbio. Tu sei o non sei il mio Pastore?”.
Ebbene, caro Socci, con queste parole Castellucci non mi sembra sminuisca l’offesa al volto di Cristo, anzi sembra legittimarla ancora di più. La bellezza del volto di Cristo, infatti, soccombe dinanzi alla rovina del corpo. La bellezza del volto di Cristo –esito dell’Incarnazione- soccombe, si dissolve, viene ad essere (secondo Castellucci) la manifesta menzogna di un Dio che ha preteso restaurare l’uomo e la sua integrità, e che non solo non ha saputo far questo, ma nulla fa dinanzi al decadimento del corpo, dinanzi ad una dissenteria che concretamente esprime la disturbante fragilità della carne.
Lei, Socci, dovrebbe sapere che Castellucci nel 2002, mentre era in scena la rappresentazione Genesis, rilasciò ad una rivista australiana (Real Time Arts) un’intervista dove dichiarò di essere di fatto convinto dell’inaccettabilità (e in un certo qual modo della pericolosità) del peccato originale, in nome di una rivisitazione cabalistica della creazione. L’intervistatore era Jonathan Marshall. Ecco alcuni passi significativi. Marshall: Lei è d'accordo che ogni atto creativo sia un atto di violenza? O per lo meno una violazione del tabù contro la Creazione? Ho in mente qui la sua dichiarazione che Lucifero, l'angelo caduto, sarebbe il primo artista con cui l'umanità si debba identificare.
Castellucci: Naturalmente, la Genesi affronta il problema del Principio. Ogni artista sa che, al Principio, il palcoscenico vuoto è un mare aperto di possibilità. Questo è anche ciò che costituisce il "terrore della scena". Non si tratta — almeno in ciò che mi riguarda — di un terrore o di una paura del vuoto in sé, ma piuttosto del terrore della pienezza e della perfezione: c'è troppa Creazione. La quantità ci travolge. La materia è oscura.” Quello di Castellucci non è l’offerta della bellezza di Cristo che vince l’insignificanza del dolore, ma è l’insignificanza del dolore che imbratta il volto di Cristo; e che dovrebbe far capire che la creazione così com’è avvenuta è sbagliata, che la materia può essere “redenta” solo se si costruisce in un’infinita possibilità. E’ ciò che De Sade affermava parlando della natura come “materia in azione”.
Caro Socci, lei che giustamente ha sempre affermato che la bellezza del Cristianesimo sta anche nella sua intima carnalità, quella carnalità che fece dire al grande san Bernardo di Chiaravalle: “poiché siamo carnali, Dio vuole che la salvezza si realizzi nella carne”, non si accorge che ciò che andrà in scena al Teatro “Parenti” è proprio la negazione della bellezza della carne. Non una bellezza rappresentata dal decadimento del corpo, bensì una bellezza di un corpo decaduto salvato dalla bellezza del volto di Cristo. Invece quel volto viene imbrattato.
Lei, Socci, vede addirittura nel teatro di Castellucci una possibile risposta a certe derive “mancusiane”, cioè di Vito Mancuso. Che le derive “mancusiane” vadano rigettate sono ampiamente d’accordo con lei, ma non si accorge che è proprio il contrario: rappresentare il fallimento della Redenzione è proprio dar ragione a quella teologia dell’assurdo che si evince dalle affermazioni dello pseudo-teologo della facoltà del “San Raffaele”.
Lei, Socci, si è richiamato a don Giussani che ebbe l’intuizione di annunciare l’intrinseca liberazione del Cristianesimo utilizzando anche poeti per nulla religiosi. Mi permetto di ricordarle (malgrado io non sia di CL) che il riferimento non regge. Prima di tutto perché –mi sembra- in don Giussani l’utilizzazione di questi poeti faceva sempre riferimento ad un discrimine: da una parte l’affermazione di bisogni universali e la constatazione del fallimento senza il riconoscimento di un fondamento per la vita, dall’altra la denuncia di chi nella constatazione dell’assenza della risposta ha avuto la disonesta pretesa d’intravedere la liberazione dell’uomo. Giussani parlava in questo caso di atteggiamenti irragionevoli di fronte all’interrogativo ultimo.
Insomma, caro Socci, un conto è la domanda, altro è la risposta. Il teatro di Castellucci, per quella scena e per quel “non” (Tu “non” sei il mio pastore), non si configura semplicemente come domanda e invocazione, ma anche come risposta, come risposta sbagliata, come risposta che Dio –pur nella sua onnipotenza- nulla vuole fare per la salvezza del corpo dell’uomo.
Caro Socci – lo ricordo - io e lei non abbiamo visto lo spettacolo, ma quello di Castellucci non è preghiera. La preghiera non è semplicemente non evitare Cristo (come lei invece afferma facendo riferimento ad alcuni versi di Testori). Anche il bestemmiatore non evita Cristo, eppure lo offende. La preghiera è adorazione. La preghiera può anche essere riconoscimento di un mistero che lì per lì non si capisce (il dolore dell’innocente), ma è soprattutto riconoscimento di un significato di amore che c’è. Possono sfuggire i significati, non sfugge mai la presenza del Significato. La preghiera non è scagliarsi disperatamente contro il Volto dei Volti, ma è mendicare da quel Volto la risposta nell’umile (ma gioiosa) constatazione del proprio limite e di quanto possa essere stupidamente blasfema una ribellione che sarebbe ed è segno di luciferina stoltezza.
Caro Socci, il Volto di Cristo e la generosità di chi prega, soprattutto la generosità di quei semplici che affermano la più grande sapienza (quella tanto irrisa dai salotti radical-chic) e cioè che solo Lui, Cristo, può sovvenire la nostra miseria … non possono essere offesi in questo modo.