martedì 16 settembre 2014

Il Card. Burke smantella il "Chi sono io per giudicare?".



Ripropongo, traducendolo rapidamente dall’inglese, questo articolo-intervista interessante che puntualizza senza ambagi la posizione immutabile della Chiesa in materia di morale sessuale e sul diritto di un sacerdote di giudicare gli atti peccaminosi.
Il giornalista scrive, papale papale, che il card. Raymond Burke smantella il famoso interrogativo di Papa Francesco che, è inutile negarlo, così com’è stato espresso, ha creato una grande confusione tra i fedeli ed ha riscosso gli applausi della stampa omosessualista e delle lobbies che in essa si riconoscono o che quella patrocinano con cospicui finanziamenti.
In realtà Burke, con la signorile correttezza che gli è propria, eppur con la forza della sua cultura e della coscienza della sua missione, intende fugar dubbi interpretativi dell’infelice frase pontificia avulsa dal suo contesto, confermando ancora una volta intatta la Verità.
È innegabile – sia chiaro – che il linguaggio approssimativo, la fumosa precarietà e la contraddittorietà di prediche e chiacchierate a ruota libera del Romano Pontefice sollevino perniciosi dubbi sulla dottrina sempre professata dalla Chiesa e sembrino indicar mete inconciliabili con la Sacra Tradizione.
Per tal motivo interventi seri e profondi, come questo dell’ottimo card. Burke, aprono il cuore alla speranza in un periodo di crisi e sbandamento imperanti nella comunità ecclesiale la cui unità non può esaurirsi nelle oceaniche adunanze osannanti di piazza S. Pietro e nella popolarità facile quanto troppo spesso volubile.
Dante Pastorelli

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A proposito di omosessualità
“Io devo giudicare gli atti": il Card. Burke smantella "Chi sono io per giudicare?"
Articolo di John-Henry Westen tratto dal sito LIFE SITE del 4 Settembre 2014


 Il Cardinal Raymond Burke, Presidente del Supremo Tribunale della Segnatura Apostolica, ha rilasciato una lunga intervista televisiva in cui con decisione rettifica le errate interpretazioni del “Chi sono io per giudicare?” di Papa Francesco, citazione che frequentemente è stata usata per insinuare un cambiamento dell’insegnamento della Chiesa in materia di omosessualità.
L’intervistatore, Thomas McKenna, del Catholic Action Insight, ha chiesto al card. Burke di indicare qualche caso in cui si possano esprimer giudizi alla luce del “Chi sono io per giudicare?” di Papa Francesco.
“Io devo giudicare gli atti, lo devo” ha risposto il Cardinal Burke. “Tutti i giorni noi  giudichiamo certi atti; questa è la legge naturale: scegliere il bene ed evitare il male”.
Il Cardinale di Curia ha aggiunto che, mentre possiamo giudicare atti gravemente peccaminosi, non possiamo invece affermare che una particolare persona sia in istato di peccato grave, perché “forse si commettono quegli atti perfino senza aver conoscenza della loro grave peccaminosità o forse si commettono senza pieno consenso, chi può saperlo?”. “Questa enunciata è solo una parte del giudizio, ma gli atti, sì, dobbiamo giudicarli, altrimenti non potremmo condurre una vita buona e morale” ha aggiunto.
Mc Kenna ha proseguito affermando che sarebbe errato interpretare la frase del Papa per sostenere che si tratta di un appoggio al matrimonio omosessuale, e Burke ha condiviso.
Il cardinale allora ha toccato lo scottante tasto centrale della tolleranza e dell’intolleranza che è al cuore del dibattito.
“Io non sono intollerante verso coloro che si sentono attratti da persone dello stesso sesso”, ha detto. “Ho una profonda compassione per loro e specialmente a causa della nostra odierna società in cui molti giovani son trascinati alla pratica omosessuale, in cui non sarebbero caduti nel passato, per via della totale rilassatezza della morale e della corruzione”.
“Io ho una profonda compassione per loro ma questa compassione significa che io voglio ch’essi conoscano la verità per evitare atti peccaminosi per il loro bene e per la loro salvezza; è così che si cerca di aiutare una persona” ha aggiunto. “Oggi tale posizione è riprovata da un’aggressiva propaganda omosessualista ma questo non significa che non sia il retto approccio da perseguire”.
Il cardinal Burke ha ammonito che ove noi rimanessimo in silenzio di fronte alle pressioni di un’aggressiva campagna omosessualista “contribuiremmo alla distruzione della nostra società”.
Per il Cardinal Burke l’approccio non è solo teorico ma anche pratico.
Egli riferisce che dopo una Messa di Confermazione, una madre gli si avvicinò accusandolo irosamente di aver definito “male” sua figlia. Quando egli chiese a cosa lei si riferisse, la signora rispose che si trattava di articoli ch’egli aveva scritto per un giornale diocesano sulla tradizionale definizione di matrimonio. Sua figlia, disse la donna, era “sposata” con un’altra donna.
Il Cardinal Burke riferisce la sua risposta  all’irata madre: “No”, aveva detto,  “gli atti che commette tua figlia sono male. Tua figlia non è il male, ma lei necessita di arrivare a comprendere la verità sulla sua situazione”.
Il Presidente del Supremo Tribunale della Segnatura Apostolica ha sostenuto che oggi vi sono molti equivoci in merito “e tristemente questo induce un gran numero di brave persone a non fare ciò che dovrebbero per aiutare qualcuno che soffre in una simile condizione”.

lunedì 15 settembre 2014

Regnante ed "emerito". L'enigma dei due papi

È una novità senza precedenti nella storia della Chiesa. Con molte incognite ancora insolute e con seri rischi già in atto. Un'analisi di Roberto de Mattei
  

di Sandro Magister
ROMA, 15 settembre 2014 – Che la figura di "papa emerito" sia una novità senza precedenti nella storia della Chiesa, "istituita" dallo stesso Benedetto XVI nell'atto della sua rinuncia, l'ha riconosciuto lo stesso papa Francesco, nella conferenza stampa sull'aereo che lo riportava dalla Corea a Roma, lo scorso 18 agosto.
Ciò non toglie che dal punto di vista sia giuridico che dottrinale non sia affatto assicurato che tale nuova figura comparsa nella gerarchia cattolica abbia un reale fondamento.
"I secoli diranno se è così o no. Vedremo", ha detto prudentemente Francesco, pur personalmente entusiasta dell'innovazione.
Tra i teologi e i canonisti, infatti, i giudizi continuano a essere molto discordi.
Già due giorni dopo l'annuncio dell'abdicazione, Manuel Jesus Arroba, docente di diritto canonico alla Pontificia Università Lateranense, mise in guardia dall'uso dell'appellativo: "Giuridicamente di papa ce n’è soltanto uno. Un 'papa emerito' non può esistere".Ma è stato soprattutto un luminare del diritto canonico come il gesuita Gianfranco Ghirlanda, già rettore della Pontificia Università Gregoriana, a confutare la fondatezza della figura del "papa emerito" in un lungo e argomentatissimo saggio pubblicato il 2 marzo 2013 su "La Civiltà Cattolica" e quindi – come per tutti gli articoli di questa rivista – stampato con il previo controllo e l'autorizzazione della segreteria di Stato vaticana:Cessazione dall'ufficio di romano pontefice
Al termine del suo saggio padre Ghirlanda tirava questa conclusione:
"L’esserci soffermati abbastanza a lungo sulla questione della relazione tra l’accettazione della legittima elezione e la consacrazione episcopale, quindi dell’origine della potestà del romano pontefice, è stato necessario proprio per comprendere più a fondo che colui che cessa dal ministero pontificio non a causa di morte, pur evidentemente rimanendo vescovo, non è più papa, in quanto perde tutta la potestà primaziale, perché essa non gli era venuta dalla consacrazione episcopale, ma direttamente da Cristo tramite l’accettazione della legittima elezione".
E quindi escludeva che il dimissionario potesse continuare a fregiarsi del nome di "papa", sia pure emerito:
"È evidente che il papa che si è dimesso non è più papa, quindi non ha più alcuna potestà nella Chiesa e non può intromettersi in alcun affare di governo. Ci si può chiedere che titolo conserverà Benedetto XVI. Pensiamo che gli dovrebbe essere attribuito il titolo di vescovo emerito di Roma, come ogni altro vescovo diocesano che cessa".
Poi, però, fu lo stesso Ratzinger ad attribuirsi la qualifica di "papa emerito" e a portarne  in un certo senso le insegne continuando a vestire l'abito bianco.
Anticipò enigmaticamente il senso di questa sua decisione nell'ultima delle sue udienze generali da papa, il 27 febbraio 2013, vigilia della sua effettiva abdicazione:

"Chi assume il ministero petrino non ha più alcuna dimensione privata. […] La mia decisione di rinunciare all’esercizio attivo del ministero, non revoca questo. Non ritorno alla vita privata, a una vita di viaggi, incontri, ricevimenti, conferenze eccetera. Non abbandono la croce, ma resto in modo nuovo presso il Signore crocifisso. Non porto più la potestà dell’officio per il governo della Chiesa, ma nel servizio della preghiera resto, per così dire, nel recinto di san Pietro".
C'è chi ricorda che Pio XII, quando predispose la lettera di dimissioni da far scattare qualora i tedeschi fossero arrivati da lui per arrestarlo, diceva ai suoi più stretti collaboratori: "Quando i tedeschi varcheranno quella linea, non troveranno più il papa ma il cardinal Pacelli".
Ma per Benedetto XVI non era così. Rinunciando, non pensava affatto di poter tornare ad essere "il cardinal Ratzinger". Era ed è sua ferma convinzione che della sua elezione a papa c'è qualcosa che resta "per sempre".
Ed è ciò che alcuni studiosi hanno cercato di individuare e di giustificare.
Come il professor Valerio Gigliotti, docente di storia del diritto europeo nell'università di Torino, nel volume "La tiara deposta" di cui www.chiesa ha dato conto lo scorso aprile: Il terzo corpo del papa
O come don Stefano Violi, professore di diritto canonico nella facoltà teologica dell'Emilia Romagna, in un saggio sulla "Rivista teologica di Lugano” dal titolo: "La rinuncia di Benedetto XVI tra diritto, storia e coscienza".
Secondo Violi, abdicando, Benedetto XVI avrebbe sì lasciato l'esercizio attivo del ministero petrino, ma non l'ufficio, il "munus" del papato, irrinunciabile proprio perché affidatogli per sempre con l'elezione a vescovo di Roma e a successore di Pietro.
Chi conosce il Ratzinger teologo sa che egli mai sottoscriverebbe un simile sdoppiamento dell'ufficio papale, che a suo giudizio può essere solo accettato o rifiutato in blocco.
Nulla però egli ha mai detto per chiarire in che cosa allora possa consistere il suo essere "papa emerito" anche dopo l'abdicazione.
L'aggettivo "emerito", preso in prestito dai vescovi dimissionari, non aiuta a capire.
Un vescovo resta vescovo per sempre, in forza del carattere indelebile del sacramento dell'ordine, anche dopo che non governa più alcuna diocesi.
E anche un successore di Pietro resta vescovo per sempre, dopo le sue dimissioni. Ma come può restare ancora "papa", dopo che ha rinunciato a tutto, non solo a una parte, di ciò che costituisce lo specifico petrino?
Questo silenzio di Ratzinger lascia libero corso non solo a congetture di dottrina che egli certamente non condivide – come l'invenzione di un carattere indelebile impresso dall'elezione a papa, quasi fosse un atto sacramentale – ma anche al disorientamento di non pochi fedeli, tentati di ritenere che nella Chiesa cattolica possano esserci due papi – magari di diverso grado ma pur sempre più d'uno – e parteggiare per l'uno contro l'altro.
La riflessione che segue entra nel vivo della questione e mette in luce la serietà della posta in gioco, sotto il profilo storico, canonico e dottrinale.
Roberto de Mattei, 66 anni, cinque figli, è professore di storia del cristianesimo all'Università Europea di Roma. Dirige la rivista "Radici Cristiane" e l'agenzia di informazione "Corrispondenza Romana". È stato vicepresidente del Consiglio Nazionale delle Ricerche dal 2003 al 2011. È autore del volume "Il Concilio Vaticano II. Una storia mai scritta", già tradotto in inglese, francese, tedesco e polacco.
UNO E UNO SOLO È IL PAPA
di Roberto de Mattei
Tra le molteplici e poliedriche dichiarazioni di papa Francesco degli ultimi tempi ve n’è una che merita di essere valutata in tutta la sua portata.
Nella conferenza stampa tenuta il 18 agosto 2014 a bordo dell’aereo che lo riportava in Italia dopo il suo viaggio in Corea, il papa ha tra l’altro affermato:

"Penso che il papa emerito non sia un’eccezione, ma dopo tanti secoli, questo è il primo emerito. […] Settant'anni fa anche i vescovi emeriti erano un’eccezione, non esistevano. Oggi i vescovi emeriti sono una istituzione. Io penso che 'papa emerito' sia già un’istituzione. Perché? Perché la nostra vita si allunga e a una certa età non c’è la capacità di governare bene, perché il corpo si stanca, la salute forse è buona ma non c’è la capacità di portare avanti tutti i problemi di un governo come quello della Chiesa. E io credo che papa Benedetto XVI abbia fatto questo gesto che di fatto istituisce i papi emeriti. Ripeto: forse qualche teologo mi dirà che questo non è giusto, ma io la penso così. I secoli diranno se è così o no, vedremo. Lei potrà dirmi: 'E se lei non se la sentirà, un giorno, di andare avanti?'. Farei lo stesso, farei lo stesso! Pregherò molto, ma farei lo stesso. Ha aperto una porta che è istituzionale, non eccezionale".
L’istituzionalizzazione della figura del papa emerito sembrerebbe dunque un fatto acquisito.
Alcuni scrittori cattolici come Antonio Socci, Vittorio Messori e don Ariel Levi di Gualdo, hanno rilevato il problema posto da questa inedita situazione, che sembra accreditare l’esistenza di una “diarchia” pontificia. Un taglio rivoluzionario con la tradizione teologica e giuridica della Chiesa operato, paradossalmente, proprio dal papa della “ermeneutica della riforma nella continuità”.
Non a caso la "scuola di Bologna", che si è sempre distinta per la sua opposizione a Benedetto XVI, ha salutato con soddisfazione la sua rinuncia al pontificato, non solo per l’uscita di scena di un pontefice avverso, ma proprio per quella “riforma del papato” che egli avrebbe inaugurato con la scelta di assumere il titolo di papa emerito.
L’ermeneutica “continuista” di Benedetto XVI si è capovolta così in un gesto di forte discontinuità, storica e teologica.
La discontinuità storica scaturisce dalla rarità dell’abdicazione di un papa, in duemila anni di storia della Chiesa. Ma la discontinuità teologica consiste proprio nell’intenzione di istituzionalizzare la figura del papa emerito.
Sono soprattutto autori di linea progressista i primi che si sono affrettati a fornire una giustificazione teorica della novità. Come don Stefano Violi, docente di diritto canonico presso la facoltà teologica dell’Emilia Romagna, con il saggio "La rinuncia di Benedetto XVI tra storia, diritto e coscienza" (“Rivista teologica di Lugano”, XVIII, 2, 2013, pp. 155-166). E come Valerio Gigliotti, docente di diritto europeo all’Università di Torino, con il capitolo che conclude il suo volume "La tiara deposta. La rinuncia al papato nella storia del diritto e della Chiesa" (Leo S. Olschki, Firenze, 2013, pp. 387-432).
Secondo Violi, nella "Declaratio" con cui l'11 febbraio 2013 annunciò la sua abdicazione, Benedetto XVI distingue il ministero petrino, "munus", la cui essenza sarebbe eminentemente spirituale, dalla sua amministrazione od esercizio.
Le forze – scrive Violi – gli appaiono inidonee all’amministrazione del 'munus', non al 'munus' stesso”. La prova dell’essenza spirituale del "munus" sarebbe espressa dalle seguenti parole della "Declaratio" di Benedetto XVI:
Sono ben consapevole che questo ministero (munus) per la sua essenza spirituale deve essere compiuto (exequendum) non solo con le opere e con le parole, ma non meno soffrendo e pregando”.
In questo passo, secondo Violi, Benedetto XVI distingue non solo tra "munus" ed "executio muneris", ma anche tra una "executio" amministrativo-ministeriale, che si compie con l’azione e la parola ("agendo et loquendo") e una "executio" che si esprime con la preghiera e il patire ("orando et patiendo"). Benedetto XVI dichiarerebbe di rinunciare all’esercizio attivo del ministero, ma non all’ufficio, al "munus" del papato: “Oggetto della rinuncia irrevocabile infatti è la 'executio muneris' mediante l’azione e la parola ('agendo et loquendo'), non il 'munus' affidatogli una volta per sempre”.
Anche Gigliotti ritiene che Benedetto XVI, cessando di essere sommo pontefice, abbia assunto un nuovo status giuridico e personale.
La scissione tra l’attributo tradizionale della "potestas" e quello nuovo del "servitium", tra la dimensione giuridica e quella spirituale del papato, avrebbe aperto la via “a una nuova dimensione mistica del servizio al popolo di Dio nella comunione e nella carità”. Dalla "plenitudo potestatis" si passerebbe a una "plenitudo caritatis" del papa emerito: uno status “che è terzo rispetto sia alla condizione precedente l’elevazione al soglio di Pietro sia a quello di suprema direzione della Chiesa: è il ‘terzo corpo del papa’, quello della continuità operativa nel servizio della Chiesa tramite la via contemplativa”.
A mio giudizio, gli ammiratori di Benedetto XVI devono respingere la tentazione di accreditare queste tesi per volgerle a loro vantaggio.
Tra i cattolici di orientamento conservatore, infatti, alcuni già cominciano a mormorare che, in caso di aggravamento della crisi religiosa in corso, l’esistenza di due papi permetterebbe di contrapporre il papa emerito Benedetto XVI al papa in esercizio Francesco.
Si tratta di una posizione diversa da quella sedevacantista, ma caratterizzata dalla stessa debolezza teologica.
Nei tempi di crisi non bisogna guardare agli uomini, che sono creature fragili e passeggere, ma alle istituzioni e ai princìpi incrollabili della Chiesa. Il papato, in cui per molti versi si concentra la Chiesa cattolica, si fonda su una teologia di cui occorre recuperare i capisaldi. C’è soprattutto un punto da cui non si può prescindere. La dottrina comune della Chiesa ha sempre distinto tra potere di ordine e potere di giurisdizione. Il primo è ricevuto attraverso i sacramenti, il secondo per missione divina, nel caso del papa, o per missione canonica nel caso dei vescovi e dei sacerdoti. Il potere di giurisdizione deriva direttamente da Pietro, che lo ha ricevuto a sua volta immediatamente da Gesù Cristo; tutti gli altri nella Chiesa lo ricevono da Cristo attraverso il suo vicario, "ut sit unitas in corpore apostolico" (S. Tommaso d’Aquino, "Ad Gentes" IV c. 7).
Il papa non è dunque un supervescovo, né il punto di arrivo di una linea sacramentale che dal semplice prete, passando per il vescovo, ascende al sommo pontefice. L’episcopato costituisce la pienezza sacramentale dell’ordine e dunque al di sopra del vescovo non esiste alcun carattere superiore che possa venire impresso. Come vescovo il papa è uguale a tutti gli altri vescovi.
Ciò per cui il papa sovrasta ogni altro vescovo è la missione divina che da Pietro si trasmette ad ogni suo successore, non per via ereditaria, ma attraverso l’elezione legittimamente svolta e liberamente accettata. Infatti, colui che sale al soglio pontificio potrebbe anche essere un semplice sacerdote, o addirittura un laico, che dopo l’elezione sarà consacrato vescovo ma che è papa non dal momento della consacrazione episcopale, ma dall’atto con cui accetta il pontificato.
Il primato del papa non è sacramentale ma giuridico. Esso consiste nel potere pieno di pascere, reggere e governare tutta la Chiesa, ossia nella giurisdizione suprema, ordinaria, immediata, universale e indipendente da ogni altra autorità terrena (art. 3 della costituzione dogmatica del Concilio Vaticano I "Pastor Aeternus").
Il papa, in una parola, è colui che ha il supremo potere di giurisdizione, la "plenitudo potestatis", perché governa la Chiesa. È per questo che il successore di Pietro è prima papa e poi vescovo di Roma. È vescovo di Roma in quanto papa e non papa in quanto vescovo di Roma.
Il papa cessa ordinariamente dal suo incarico con la morte, ma il suo potere di giurisdizione non è indelebile e irrinunciabile. Nel supremo governo della Chiesa esistono infatti i cosiddetti casi di eccezione, che i teologi hanno studiato, come l’eresia, l’infermità fisica e morale, la rinuncia (cfr. il mio saggio "Vicario di Cristo. Il primato di Pietro tra normalità ed eccezione", Fede e Cultura, Verona, 2013, pp. 106-138).
Il caso della rinuncia fu trattato soprattutto dopo l’abdicazione dal pontificato di Celestino V, papa dal 29 agosto al 13 dicembre del 1294. In quell’occasione si aprì un dibattito teologico tra chi riteneva invalida quella rinuncia e chi ne sosteneva il fondamento giuridico e teologico.
Tra le numerose voci che si levarono per ribadire la dottrina comune della Chiesa vanno ricordate quelle di Egidio da Viterbo detto Romano (1243-1316), autore di un puntuale trattato "De renunciatione papae", e del suo discepolo Agostino Trionfo d’Ancona (1275-1328), che ci ha lasciato una imponente "Summa de potestate ecclesiastica", in cui viene diffusamente affrontato il problema della rinuncia (q. IV) e della deposizione del papa (q. V). Agostiniani entrambi, ma allievi di san Tommaso d’Aquino, sono ricordati come autori pienamente ortodossi, tra i sostenitori più ferventi del primato di giurisdizione del pontefice contro le pretese del re di Francia e dell’imperatore di Germania dell'epoca.
Sulla scia del Dottore Angelico (Summa Theologica, 2-2ae, q. 39, a. 3) essi illustrano la distinzione tra potestas ordinis e potestas iurisdictionis. La prima, che deriva dal sacramento dell’ordine, presenta un carattere indelebile e non è soggetta a rinuncia. La seconda ha natura giuridica e, non recando impresso il carattere indelebile proprio dell’ordine sacro, è soggetta a venir meno in caso di eresia, rinuncia o deposizione. Egidio ribadisce la differenza che sussiste tra cessio e depositio, alla seconda delle quali il sommo pontefice non può essere sottoposto se non per grave e persistente eresia. La prova decisiva del fatto che la "potestas papalis" non imprime un carattere indelebile è il fatto che, “se così fosse, non vi potrebbe essere successione apostolica fino a che un papa eretico rimanesse in vita” (Gigliotti, p. 250).
Questa dottrina, che è stata anche prassi comune della Chiesa per venti secoli, può essere considerata di diritto divino, e come tale immodificabile.
Il Concilio Vaticano II non ha rifiutato esplicitamente il concetto di "potestas", ma lo ha accantonato, sostituendolo con un nuovo equivoco concetto, quello di "munus". L’art. 21 della "Lumen Gentium", poi, sembra insegnare che la consacrazione episcopale conferisce non solamente la pienezza dell’ordine, ma anche l’ufficio di insegnare e governare, laddove in tutta la storia della Chiesa l’atto della consacrazione episcopale è stato distinto da quello della nomina, ovvero del conferimento della missione canonica.
Questo equivoco è coerente con l’ecclesiologia dei teologi del Concilio e del postoncilio (Congar, Ratzinger, de Lubac, von Balthasar, Rahner, Schillebeeckx…) che hanno preteso ridurre la missione della Chiesa a una funzione sacramentale, ridimensionandone l’aspetto giuridico.
Il teologo Joseph Ratzinger, ad esempio, pur non condividendo la concezione di Hans Küng di una Chiesa carismatica e de-istituzionalizzata, si è allontanato dalla tradizione quando ha visto nel primato di Pietro la pienezza del ministero apostolico, legando il carattere ministeriale a quello sacramentale (J.Auer-J. Ratzinger, "La Chiesa universale sacramento di salvezza", Cittadella, Assisi, 1988).
Questa concezione sacramentale e non giuridica della Chiesa affiora oggi nella figura del papa emerito.
Se il papa che rinuncia al pontificato mantiene il titolo di emerito, vuol dire che in qualche misura resta papa. È chiaro infatti che nella definizione il sostantivo prevale sull’aggettivo. Ma perché è ancora papa dopo l’abdicazione? L’unica spiegazione possibile è che l’elezione pontificia gli abbia impresso un carattere indelebile, che non si perde con la rinuncia. L’abdicazione presupporrebbe in questo caso la cessione dell’esercizio del potere, ma non la scomparsa del carattere pontificale. Questo carattere indelebile attribuito al papato può essere spiegato a sua volta solo da una visione ecclesiologica che subordini la dimensione giuridica del pontificato a quella sacramentale.
È possibile che Benedetto XVI condivida questa posizione, esposta da Violi e Gigliotti nei loro saggi, ma l'eventualità che egli abbia fatta propria la tesi della sacramentalità del papato non significa che essa sia vera. Non esiste se non nella fantasia di qualche teologo un papato spirituale distinto dal papato giuridico. Se il papa è, per definizione, colui che governa la Chiesa, rinunciando al governo egli rinuncia al papato. Il papato non è una condizione spirituale, o sacramentale, ma un “ufficio”, ovvero un’istituzione.
La tradizione e la prassi della Chiesa affermano con chiarezza che uno e solo uno è il papa, e inscindibile nella sua unità è il suo potere. Mettere in dubbio il principio monarchico che regge la Chiesa significherebbe sottoporre il Corpo Mistico a una intollerabile lacerazione. Ciò che distingue la Chiesa cattolica da ogni altra chiesa o religione è proprio l’esistenza di un principio unitario incarnato in una persona e istituito direttamente da Dio.
La distinzione tra il governo e l’esercizio del governo, inapplicabile all’ufficio pontificio, potrebbe semmai valere per comprendere la differenza tra Gesù Cristo che governa invisibilmente la Chiesa e il suo vicario che esercita, per delega divina, il governo visibile.
La Chiesa ha un solo capo e fondatore, Gesù Cristo. Il papa è il vicario di Gesù Cristo, Uomo-Dio, ma a differenza del fondatore della Chiesa, perfetto nelle sue due nature umana e divina, il romano pontefice è persona solamente umana, privo delle caratteristiche della divinità.
Oggi noi tendiamo a divinizzare, ad assolutizzare, ciò che nella Chiesa è umano, le persone ecclesiastiche, e invece ad umanizzare, a relativizzare, ciò che nella Chiesa è divino: la sua fede, i suoi sacramenti, la sua tradizione. Da questo errore scaturiscono gravi conseguenze anche sul piano psicologico e spirituale.
Il papa è una creatura umana, sia pure rivestita di una missione divina. L’impeccabilità non gli è stata attribuita e l’infallibilità è un carisma che può esercitare solo a precise condizioni. Egli può errare dal punto di vista politico, dal punto di vista pastorale e anche dal punto di vista dottrinale, quando non si esprime "ex cathedra" e quando non ripropone il magistero perenne e immutabile della Chiesa. Ciò non toglie che al papa debbano essere resi i massimi onori che possono essere tributati a un uomo e che verso la sua persona si debba nutrire un’autentica devozione, come sempre fecero i santi.
Si può discutere sulle intenzioni di Benedetto XVI e sulla sua ecclesiologia, ma è certo che si può avere un solo papa alla volta e che questo papa, fino a prova contraria, è Francesco, legittimamente eletto il 13 marzo 2013.
Papa Francesco può essere criticato, anche severamente, con il dovuto rispetto, ma deve essere considerato sommo pontefice fino alla sua morte o a una sua eventuale perdita del pontificato.
Benedetto XVI ha rinunciato non a una parte del papato, ma a tutto il papato e Francesco non è papa part-time, ma è interamente papa.
Come egli eserciti il suo potere è, naturalmente, un altro discorso. Ma anche in questo caso la teologia e il "sensus fidei" ci offrono gli strumenti per risolvere tutti i problemi teologici e canonici che in futuro dovessero sorgere.


          

Solennità a Tavole (Im) per la Madonna del Piano (Ss.mo Nome di Maria): Messa antica, vespri e processione

Diocesi di Albenga - Imperia
Parrocchia Santissima Annunziata
Tavole (IM)

Festa Patronale della "Madonna del piano"
nella Solennità del Santissimo Nome di Maria

VII anniversario del Motu Proprio "Summorum Pontificum"
del Santo Padre Benedetto XVI

Santa Messa Solenne nella Forma ExtraOrdinaria del Rito Romano
Celebrata dal Reverendo Sac. Don Francesco Ramella

XIV - IX - A.D. MMXIV


  canonica
 processione introitale

asperges


 benedizione dei fedeli



 confiteor del celebrante 

Gloria


 S. Vangelo

 Celebrante


 Credo


 Offertorio 

 processione finale

 ***
 Santi Vespri Presieduti dal M.to Reverendo Sac.
Can. Don Tiziano Gubetta, Cancelliere Vescovile







***

Tradizionale processione con la statua della Madonna del Piano


Uscita della statua al suono a festa delle campane:





*
Rientro della statua:



*
sulla porta della chiesa parrochiale, prima di entrare,
vi è la esaltazione della statua della Vergine
e acclamazione dei fedeli che applaudono festosi:






*

Solenne Benedizione Eucaristica
 





VII Pellegrinaggio al Santuario di Montenero (Livorno)

Il Coordinamento toscano "Benedetto XVI" invita tutti i fedeli della regione e chiunque altro sia interessato, a partecipare alla settima edizione del pellegrinaggio al Santuario della Madonna di Montenero (Livorno), Patrona della Toscana. 
Ricordiamo che la Santa Sede, mediante decreto della Penitenzieria Apostolica, ha accordato l'Indulgenza plenaria ai fedeli, alle solite condizioni, ossia confessione sacramentale, Santa Comunione e preghiera secondo le intenzioni del Sommo Pontefice.  

Sabato 27 settembre 2014
 Ore 9,30 - Ritrovo dei pellegrini in Piazza delle Carrozze (Montenero Basso).
Ore 10,00 - Processione in salita al Santuario con recita del Santo Rosario.
Ore 11,00 - S. MESSA SOLENNE nella forma extraordinaria del Rito Romano
(c.d. rito romano antico)
 

celebrata da Padre Stefano Bertolini C.O.,  
con assistenza di S. Ecc.za Rev.ma Mons. Alberto Silvani, 
Vescovo di Volterra, che pronuncerà l'omelia. 

I canti saranno eseguiti dal coro di San Donato di Lucca, diretto dal Maestro M. Tomei.
Il servizio liturgico sarà svolto a cura dell'Istituto Cristo Re Sommo Sacerdote di Gricigliano, che come ogni anno prenderà parte attiva, con i propri sacerdoti e seminaristi, alla processione e alla celebrazione conclusiva del pellegrinaggio.
Dopo la S.Messa, sarà possibile fermarsi a pranzo presso la foresteria del Santuario. (*)

Ore 16.00 -
Sala San Gualberto del Santuario
Conferenza :  Bene psallite Ei. 
Lo spirito liturgico nell'arte musicale . 
Interverrà: Rev.mo Mons. Valentino Miserachs Grau, 
Preside emerito del Pontificio Istituto di musica sacra.


(*) Onde evitare alcuni problemi verificatisi negli anni scorsi per il pagamento, per il pranzo occorrerà versare preventivamente l'importo di 18 euro, corrispondente al prezzo del pasto completo. 
Invitiamo tutti coloro che volessero trattenersi, a contattarci per tempo (e comunque non oltre il 17 settembre) inviando una e-mail al Coordinamento (coordinamentotoscano@hotmail.it) o telefonando al numero 329/0538893
Chiunque non volesse fermarsi a pranzo, ma restare per la conferenza successiva, potrà comunque consumare un pasto al sacco o in altro luogo. 

sabato 13 settembre 2014

Seminarista Texano, malato molto gravemente di cancro, è stato ordinato sacerdote con dispensa straordinaria (anche se non aveva terminato gli studi). Dopo pochi giorni è morto. Sarà sacerdote in aeterno.

Il seminarista William Carmona aveva espresso la sua volontà di diventare prete anche se sapeva che a breve sarebbe morto di cancro. 
Il rito celebrato in ospedale dal vescovo di Nashville. 
Il seminarista William Carmona, 51 anni, originario della Colombia, è stato ordinato diacono e subito dopo sacerdote dal vescovo di Nashville nel reparto di terapia intensiva di un ospedale di San Antonio, nel Texas, poche ore prima di morire di cancro. 
Anche se non aveva completato il ciclo di studi necessari, il vescovo David Choby, saputa la gravità delle sue condizioni, non solo ha acconsentito in via straordinaria a procedere con l’ordinazione, ma è volato in Texas per somministrargli i sacramenti in una toccante cerimonia a cui hanno partecipato numerosi sacerdoti, religiosi, suore ed il personale dell’ospedale. 
Choby è stato fortemente toccato dal racconto che gli facevano alcuni amici del seminarista, che, dal suo letto di ospedale, non faceva che ripetere: 
Dove è il vescovo Choby? Quando arriverà? Quante ore mancano alla mia ordinazione?” 
 ... 
La gioia e la soddisfazione di amministrare il sacramento dell’ordine sacro sono enormi ma l’opportunità di celebrare il sacramento per una persona che lo desidera così tanto ma affronta la certezza della morte, le rende ancora più piene – ha detto il vescovo. – L’ordinazione di padre Carmona riflette il mistero pasquale, che trasforma le nostre vite nella morte e nella resurrezione di Gesù”. 
L’ordinazione si è tenuta in un clima commovente e surreale, con il seminarista nel letto, con gli occhi chiusi a pochi passi dall’altare in cui veniva celebrata la liturgia, mentre un coro di altri seminaristi cantava inni di lode. 
Attaccato alle macchine, durante la cerimonia i medici controllavano costantemente le sue condizioni di salute, mentre il vescovo lo ungeva con l’olio sacro e gli imponeva le mani sulla testa. 
Ovviamente padre Carmona non era più in grado di partecipare attivamente alla funzione, tuttavia i sacerdoti presenti hanno notato sul suo volto segni del fatto che il seminarista capiva in qualche modo cosa stava accadendo attorno a lui e la sua gioia. 
Nelle scorse ore, appena due giorni dopo la sua ordinazione, padre Carmona è morto
“Non ho mai incontrato nessuno che fosse così spirituale – ha dichiarato un amico di padre Carmona, il diacono Rafael Dougrat – Amava così tanto Dio che riusciva a renderlo evidente a tutti e tutti se ne accorgevano.” 

 Fonte : Fanpage

Episcopalismo, collegialismo e Sommo Pontificato (2)

A fronte dei “venti episcopalisti”: 
studio su collegialità e dottrina cattolica
Da Disputationes Theologicae, del24.08.2014,
S. Giovanni Decollato
Lo scontro tra la teologia romana e l’ “alleanza europea”

Segue da qui.


II) Analisi della collegialità in Lumen Gentium 18-22

Lumen Gentium, la controversa genesi di un testo
Della collegialità episcopale e del potere pontificio si occupò anche il Concilio Vaticano II nella ben nota “costituzione dogmatica” Lumen Gentium. Ricordiamo che quell’aggettivo “dogmatica” sta ad indicare che l’argomento di cui si parla nella Costituzione è attinente alla teologia dogmatica; si sta specificando che ciò di cui si parla è materia dogmatica, non per questo se ne sta parlando dogmaticamente e definendo infallibilmente. Quell’aggettivo non significa quindi che ogni assunto contenuto nel documento sia stato dogmaticamente definito, ma che si sta parlando - non con insegnamento infallibile - di una materia che di per sé è attinente al dogma. Per intendersi, ci si passi la semplificazione, anche un professore di teologia dogmatica, seppure con minore autorità rispetto ad una costituzione conciliare, parla di dogmatica, ma non definisce nulla dogmaticamente, in questo caso perché non ne ha facoltà. Diversamente, un Concilio valido ha in sé la facoltà di definire dogmaticamente con Magistero straordinario infallibile, ma deve esservi l’espressa ed evidente volontà di definire un oggetto che la Chiesa ha sempre insegnato e creduto. Non è il caso di Lumen Gentium, benché non si possa certo escludere che alcuni passi, laddove si ripete ciò che la Chiesa ha sempre insegnato, attingano la loro infallibilità dal cosiddetto Magistero ordinario infallibile.  Più in generale per il “valore magisteriale” dei testi conciliari rinviamo agli articoli già pubblicati dalla nostra rivista nell’apposita sezione (cfr. Quale valore magisteriale per il Vaticano II?), senza dimenticare che il Concilio stesso non ha chiesto per sé la dogmatizzazione generale avvenuta post eventum, come evidente dalle Notificationes ufficiali del Segretario Generale del Concilio del 16 novembre 1964[1].    
Fatta questa premessa chiarificatrice e prima di analizzare i brani di Lumen Gentium relativi alla collegialità e la Nota Explicativa Praevia (voluta per correggere le erronee, quando non eretiche, interpretazioni che si erano immediatamente affacciate), va ricordato una volta di più che la lettura di tali testi non può non tener conto della loro genesi nelle commissioni o nell’aula conciliare. Il lettore accorto non avrà difficoltà a notare che due schieramenti si sono scontrati, per così dire, ogni tre righe. Il risultato non è un testo unitariamente concepito, né una sintesi, pur variegata, di differenti apporti, ma l’opera finale si rivela piuttosto come un tessuto eterogeneo : sembra cucito tutto d’un pezzo, ma le stoffe, pur essendo l’una accanto all’altra, sono differenti per colore e tessitura. Più che d’una sintesi dunque si ha spesso l’idea marcata di una giustapposizione di idee e di dottrine non in armonia tra loro. Talvolta è addirittura evidente che si è cercato d’ “incastrare fra due virgole” delle locuzioni che mal si conciliano con l’insieme della frase. Locuzioni proposte ora da uno schieramento ora da un altro per migliorare, correggere, deviare, restringere od allargare quanto era già stato inserito dalla “controparte”. Scontro dottrinale che, con un po’ d’attenzione alla sintassi latina e al lessico utilizzati, lascia tracce visibili nei passaggi linguistici che tradiscono un autore diverso da quello del pensiero che precede o segue. Il risultato è che la lettura è a volte faticosa ed esige un’attenzione continua per ovviare all’assenza d’unitarietà, scientificamente scoraggiante; a fortiori dunque è d’obbligo la prudenza, nondimeno si possono avanzare osservazioni critiche e sollevare anche seri interrogativi.   

Le premesse introduttive nel Capitolo III di Lumen Gentium 
L’intera Costituzione presenta spunti che possono riferirsi più o meno direttamente alla problematica della collegialità, sono sparpagliati lungo tutto il documento, che oltre ad essere oggettivamente molto lungo alterna toni talora discorsivi e narrativi talora esegetici. Il Capitolo III, De Constitutione hierarchica Ecclesiae et in specie de episcopatu, si occupa dichiaratamente della questione; qui il Sinodo si ripropone di “professare pubblicamente ed esplicitare la dottrina sui vescovi successori degli Apostoli, i quali insieme col successore di Pietro, che è il Vicario di Cristo e il capo visibile di tutta la Chiesa dirigono la casa del Dio vivente”[2]. 
Il Capitolo III, dopo un esordio dai toni fortemente pastorali, non manca di... [CONTINUA A LEGGERE...]

La giungla postconciliare e l'alta "percorrenza" nella (e verso) tradizione


venerdì 12 settembre 2014

Loreto: l’Arcivescovo-Delegato Pontificio risponde a Il Foglio

Vado a Loreto per confessarmi” 
E’ consolidata tradizione che ci si reca a Loreto per confessarsi e per pregare in Santa Casa. 
Nel celebre Santuario Mariano “ dal sorgere del sole al suo tramonto” decine di Padri Cappuccini assicurano ogni giorno il Sacramento della Santa Confessione elargendo la misericordia ed il perdono di Dio . 
Dai tradizionali confessionali o dalle sedie, con relativi inginocchiatoi posti nelle diverse Cappelle (nel periodo estivo) i Padri Cappuccini accolgono i penitenti . 
Tutto questo è normale nel Santuario dell’Incarnazione dove “cielo e terra si toccano nella lode alla Vergine Maria” : “poiché per mezzo di lei abbiamo ricevuto l'autore della vita, Cristo tuo Figlio, che è Dio” . 
Abbiamo ricevuto direttamente dalla Delegazione Pontificia Lauretana, che ringraziamo, l’autorevole sottolineatura della missione che il Santuario della Santa Casa  , fedele al Magistero immutabile della Chiesa, svolge da secoli anche attraverso il Sacramento della Santa Confessione. 

Επίσης, σε μας τους αμαρτωλούς 


Gentile Direttore, 
letto il lungo articolo di Alessandro Gnocchi intitolato “Loreto sconfessata” da Lei pubblicato su IL FOGLIO di questa mattina ho capito che l’autore ha inteso parlare, o meglio prendere spunto, da una realtà che non ha visto e non conosce. 
In realtà dare ad intendere che la presenza di un “punto di ascolto” all’interno della Basilica della Santa Casa di Loreto indichi la volontà di rinunciare a quel sacramento della confessione per cui tanti pellegrini vengono a Loreto è certamente sbagliato e non tiene conto del servizio che decine di frati Cappuccini prestano quotidianamente come confessori in Basilica. 
Mi sento dunque di assicurare Gnocchi e chi gli ha fornito notizie distorte ricordando che da anni ormai il numero delle persone che si confessano a Loreto è in continua crescita e che proprio per venire incontro a questa grande domanda la Delegazione Pontificia inaugurerà a breve una nuova, più accogliente e più grande penitenzieria. 
Grato per l’attenzione, 
Mons. Giovanni Tonucci , Arcivescovo Delegato Pontificio per il Santuario della Santa Casa di Loreto

giovedì 11 settembre 2014

Mons. Agostini celebrerà S. Messa votiva in onore di S. Pio X

fonte: Coordinamento Nazionale Summorum Pontificum 



 Su iniziativa dei Coetus Fidelium del Veneto, del Trentino – Alto Adige e del Friuli – Venezia Giulia,


SABATO 27 SETTEMBRE 2014

alle ore 16:30

presso il

DUOMO di CASTELFRANCO VENETO (Tv)

vicolo del Cristo, 10,


dove San Pio X ricevette il sacramento dell’ordine sacro il 18 settembre 1858 dal vescovo di Treviso, Mons. Giovanni Antonio Farina, fondatore delle Suore Dorotee,


Mons. MARCO AGOSTINI

celebrerà una 
SANTA MESSA votiva

nella forma straordinaria del rito romano

in onore di SAN PIO X



**** * **** * ****

L’iniziativa, promossa dal Coordinamento Nazionale del Summorum Pontificum – CNSP a seguito dell’incontro di tutti i Coetus Fidelium del Triveneto tenutosi lo scorso 29 marzo a Verona, intende testimoniare la perenne devozione del Populus Summorum Pontificum per San Pio X nelle terre in cui il Santo Pontefice iniziò il suo ministero sacerdotale.

*
 Monsignor Marco Agostini, del Clero della Diocesi di Verona, è nato a Verona nel 1962. Il 6 agosto 1992 è stato ordinato Sacerdote per la Diocesi di Verona. E' stato nominato Cerimoniere Pontificio il 13 giugno 2009.
Oltre a ricoprire l'incarico di Cerimoniere Pontificio, Mons. Agostini è attualmente Addetto di Segreteria di prima classe presso la Sezione per i Rapporti con gli Stati della Segreteria di Stato.

 

Francescani dell’Immacolata: trasferito il Parroco di Campocavallo P.Giuseppe Grioni FI

Il trasferimento di un Parroco, specie se fa parte di un ordine religioso, non fa notizia e non meriterebbe certamente un post su MiL ma questa volta i sentimenti di sincera gratitudine suggeriscono una “variazione sul tema” perchè si tratta di Padre Giuseppe, Parroco del Santuario della Madonna Addolorata di Campocavallo di Osimo che nel dicembre 2007   ha aperto le porte del Santuario alla celebrazione stabile della Santa Messa disciplinata dal Motu Proprio “Summorum Pontificum" di Benedetto XVI.
Le celebrazioni ebbero inizio ufficialmente il 13 gennaio 2008 alle 16:45 orario rimasto immutato in ogni domenica e giorno festivo. 
Oltre ai parrocchiani incominciarono a venire anche dei fedeli di altre località determinando il fenomeno dei cosiddetti "migranti liturgici" poichè la gente ha bisogno della certezza dell'ora  e del luogo: lo scrivo e lo riscrivo per me stesso e per i gruppi che lamentano carenza di fedeli alle celebrazioni che non usufruiscono della regolarità settimanale . 
La Messa di Campocavallo è d'orario, comunicata nel bollettino parrocchiale ed in quelli diocesani (certezza dell' ora  e del luogo) ecco perchè è sempre frequentata da numerosi fedeli locali e forestieri.
Se non ci fossero stati i Francescani dell’Immacolata ad accoglierci nel loro splendido Santuario di Campocavallo il Summorum Pontificum sarebbe approdato assai in ritardo nelle Marche , terra ormai quasi completamente nelle mani dei gruppi carismatici. 
Dal gennaio 2008 è sempre stata assicurata la celebrazione festiva della Messa antica a Campocavallo,  salvo una dolorosa interruzione di qualche settimana lo scorso anno dovuta alle ben note vicende interne ai Francescani dell’Immacolata . 
Proprio per sopperire all’improvvisa mancanza del celebrante della Messa Tridentina P.Giuseppe ha iniziato dall'estate dello scorso anno a celebrare la Santa Messa Festiva . 
Il ministero pastorale di P. Giuseppe a Campocavallo è stato impreziosito dalla fioritura di alcune vocazioni religiose maschili e femminili. 
Facendomi interprete dei medesimi sentimenti degli amici e delle amiche dello stupendo gruppo stabile di Campocavallo e dei fedeli, stabili o occasionali, della Messa in latino in terra marchigiana desidero esprimere un grande e riconoscente ringraziamento a P. Giuseppe per quello che ha fatto per noi “ migranti liturgici” in tutti questi anni . 
Sulla pagina della Parrocchia-Santuario di Campocavallo P. Giuseppe ha scritto: 
Ave Maria! Comunico ufficialmente che io Padre Giuseppe Maria Grioni FI, parroco di Campocavallo di Osimo, prossimamente sarò trasferito in un'altra comunità [Parrocchia di Santa Maria di Nazareth - Via Boccea N.d.R.], pertanto sento il dovere di ringraziare tutte le persone che in questi sette anni mi sono state vicino, sia con la preghiera sia con la concreta collaborazione per il buon andamento della Parrocchia e del Santuario; in particolare ringrazio l'arcivescovo Mons. Edoardo Menichelli per la sua disponibilità, bontà, pazienza e misericordia usata nei miei confronti. 
Quando arrivai a Campocavallo, sette anni fa, sacerdote da un anno, fare il parroco non sapevo nemmeno da dove cominciare, ma la nostra Madre Celeste il buon San Giuseppe e ovviamente nostro Signore Gesù Cristo non mi hanno mai abbandonato. 
L'inesperienza però c'era e quindi gli sbagli, gli errori, etc. sono stati inevitabili, se poi aggiungiamo gli sbagli, le imprudenze, le mancanze di pazienza .... i peccati tutti dovute alla mia mancanza di virtù, non mi rimane che appellarmi alla infinita misericordia di Dio. 
Di tutto chiedo perdono a Dio e a voi cari parrocchiani, fedeli del Santuario e anche alle rev.me consorelle Suore Francescane dell'Immacolata. 
Vi porto tutti nel cuore e vi ricordo nella mia povera preghiera e anche voi ricordatemi nella preghiera insieme a tutti i sacerdoti viventi e defunti. 
Nei prossimi giorni sarò ancora io ad amministrare questa pagina F.B. ma quando ci sarà il cambio ufficiale del parroco coloro che vorranno comunicare con me dovranno seguire un altra strada Grazie ancora di tutto.Vi benedico. Padre Giuseppe Maria Grioni FI" 
Grazie P.Giuseppe e continui a benedire il gruppo che ha creato con la preghiera e con l'accoglienza sette anni fa !

Andrea Carradori