mercoledì 23 aprile 2014

Torino commemora la sua Patrona

La millenaria Storia della Consolata


Il 21 aprile si è aperta al Santuario della Consolata di Torino (mappa) una bellissima mostra espositiva con pezzi di notevole pregio e valore. Quest’anno, infatti, ricorrono 300 anni dalla proclamazione della Madre di Dio, Consolatrice e Consolata, a Patrona della  Città. Tuttavia "la Consolata" ha mille anni di storia... Essa è legata a due episodi molto importanti che vengono raccontati in due testi appartenenti rispettivamente all’XI e al XIII secolo: il Chronicon Novalicense e la Cronaca di Fruttuaria.
Nel Chronicon Novalicense si narra dei monaci benedettini fuggiti dall’abbazia della Novalesa nel 906, a causa delle incursioni saracene, che si insediarono nei pressi dell’allora chiesa di Sant’Andrea a Torino. A seguito dell’arrivo dei benedettini dalla Valle di Susa vi fu l’intervento del marchese Adalberto che dispose la costruzione di un monastero e la dotazione a favore dei monaci di terreni appartenenti alle città di Gonzole e San Dalmazzo (929).
Nella Cronaca di Fruttuaria è contenuta la vicenda legata alla visione di Arduino il quale nel 1016, a seguito di un sogno in cui gli appare la Madonna, San Benedetto e Maria Maddalena che gli ordinano di costruire tre santuari, tra cui quello dove sorgeva la chiesa di Sant’Andrea a Torino, diventa il promotore della costruzione della nuova cappella, in cui si racconta venisse rinvenuta l’antica immagine della Consolata.
Secondo la tradizione l’immagine della Beata Vergine della Consolata venne ritrovata nei pressi della chiesa di Sant’Andrea da un giovane cieco, proveniente da Briançon grazie ad una visione. La scoperta della miracolosa immagine ridonò la vista al cieco e quell’immagine taumaturgica divenne dispensatrice di grazie e di miracoli: il Santuario, infatti, è ricchissimo di ex voto che si sono raccolti lungo i secoli.
A seguito di questa scoperta l’immagine della Consolata sarebbe stata collocata in una cappella della chiesa, richiamando un numero sempre maggiore di fedeli e di devoti. Il dipinto oggi situato sull’altare maggiore del Santuario è un dipinto quattrocentesco, copia del dipinto raffigurante la Madonna con il Bambino conservata nella chiesa della Madonna del Popolo, a Roma. Alla base del dipinto di Torino si trova la scritta Sancta Maria de Populo de Urbe  ed è quindi possibile si tratti di una commissione del vescovo Domenico della Rovere, dal 1480 priore commendatario di Sant’Andrea.
Alla guida del Santuario ci furono alcuni avvicendamenti: in una prima fase i Cistercensi subentrano ai Benedettini. Durante l’assedio francese di Torino del 1706 tutta la popolazione si strinse intorno a Maria Vergine Consolata; per la vittoria dei Savoia la Città di Torino dispose che tutta la circonvallazione occupata dai nemici venisse contrassegnata da una serie di pilastrini in pietra, disposti lungo un circuito di 12 miglia, recanti l’effigie della Consolata e la data 1706.
Prima del passaggio del Santuario dalla cura dei Cistercensi a quella degli Oblati di Maria Vergine, durante il regno di Carlo Felice, il 20 giugno 1829 si celebrò alla Consolata il rito solenne dell’incoronazione della Sacra Immagine.
Nel 1858 il Santuario passò di mano ai Francescani Minori Osservanti, che rimasero alla Consolata fino al 1871 quando il Convitto Ecclesiastico, fondato dal teologo Luigi Guala e poi retto da San Giuseppe Cafasso, vi fu trasferito dalla chiesa-convento di San Francesco d’Assisi. Da allora, il Santuario della Consolata è direttamente sotto la giurisdizione dell’Arcivescovo di Torino, quale Basilica mariana diocesana, della Patrona della Diocesi e della Città di Torino.
Oltre alla mostra che raccomandiamo di visitare a coloro che potranno, segnaliamo anche una serie di eventi di meritevole attenzione:
24-25 maggio: Mostra filatelica - Chiostro del Santuario della Consolata.
20 giugno: Solennità della Consolata.
6 settembre: Omaggio del Gruppo storico Pietro Micca alla Patrona di Torino, in occasione delle commemorazioni della vittoria nell'assedio francese del 1706.
13 settembre: Concerto promosso da MiTo Settembre Musica: Das Marienleben ("La vita di Maria") cantante soprano e piano (op. 27) del  compositore Paul Hindemith (1895-1963), con testi del poeta R.M. Rilke. Sede: Santuario della Consolata, ore 21.
27 settembre: Concerto del Collegium Theatrum Sabaudiae del maestro Claudio Mantovani, con musiche che evocano gli eventi del 1706. Sede: Santuario della Consolata, ore 21.
18 ottobre: Concerto del complesso vocale Musica Laus, diretto da Marcella Tessarin, con musiche mariane. Sede: Santuario della Consolata, ore 21.
8 novembre: Concerto del coro del Caiuget. Sede: Santuario della Consolata, ore 21.
28 novembre: Convegno "Torino riscopre la Consolata, nuova luce sull'amico Santuario", a cura del Comitato scientifico della Consolata per lo studio e la valorizzazione del Santuario. Sede: Palazzo di Città, ore 10.
20 dicembre: chiusura del Terzo Centenario della Patrona di Torino. Concerto del Coro Diocesano del Duomo di Torino e della Corale Liturgica di San Filippo Neri, con repertorio natalizio e mariano. Sede: Santuario della Consolata, ore 21.
Scrive Daniele Bolognoni (Santiebeati.it) "La devozione torinese verso la Consolata, Patrona dell’ Arcidiocesi, è certamente la più sentita oltre ad essere la più antica. Le origini sono remote, secondo la tradizione il protovescovo S. Massimo fu il costruttore di un’antica chiesa mariana proprio a ridosso delle mura cittadine, presso la torre angolare i cui resti sono ancora visibili. Simbolicamente allineato alle antiche mura, a prova della protezione, sorge oggi l’altare maggiore in cui è collocata la veneratissima effige. Originale è il titolo di 'Consolata', probabilmente un’antica storpiatura dialettale, 'la Consolà', del più consueto 'Consolatrix afflictorum'. Per noi è bello pregare Maria meditando che Consolata da Dio è più che mai Consolatrice nostra".
La devozione della città verso la Vergine fu sempre accompagnata a quella della Casa Regnante, infatti Casa Savoia volle che nel Santuario vi operassero i migliori artisti. A Guarino Guarini si deve l’attuale impostazione dell’edificio, nato dalla trasformazione dell’antica chiesa di Sant' Andrea, mentre lo splendido altare maggiore è opera di Filippo Juvarra. Nel 1904 Carlo Ceppi, su commissione del Rettore Beato Giuseppe Allamano, aggiunse quattro cappelle laterali dando il definitivo assetto che si presenta assai originale e adatto al raccoglimento e alla preghiera. Colpisce inoltre la ricchezza di marmi e stucchi dorati.
La devozione mariana di Torino è rimasta costante nei secoli: il popolo con i suoi sovrani si raccoglieva in preghiera nel Santuario sia nelle ore felici, sia in quelle tragiche, dalle quali chiedeva di essere liberata e "la Consolata" interveniva copiosamente, come dimostra il numero impressionante di ex voto. Ancora oggi migliaia di persone si recano qui a ringraziare o ad implorare aiuto... Speriamo che ritorni l'antica, bellissima e ancora ricordata usanza di accendere, la sera del 20 giugno, i lumini alle finestre (quelle rimaste ancora cattoliche) della città per rendere onore alla sua Consolata.

Cristina Siccardi

Grottammare, la Città di Sisto V, 25 aprile Santa Messa in rito romano antico

Grottammare, provincia di Ascoli Piceno - uscita casello Grottammare A 14 - Città Alta , Chiesa di San Giovanni Battista (Piazza Peretti )
Venerdì 25 Aprile 2014 - 
nell’Ottava di Pasqua 
ore 11,15 Confessioni, S.Rosario
ore 11,30 Santa Messa Cantata in rito romano antico
Organizzata dai gruppi liturgici abruzzesi e marchigiani la Santa Messa sarà celebrata nella chiesa parrocchiale di San Giovanni Battista : ringraziamo da subito il Parroco don Giorgio Carini, la violinista Rita Celanzi e l’Organista Lorenzo Antinori . 



lunedì 21 aprile 2014

Don Roberto Spataro : le ragioni per conoscere ed amare la Messa Tridentina

Dal Comunicato del Coordinamento Nazionale del Summorum Pontificum : " È stata un successo la due giorni organizzata dal CNSP il 29 e 30 marzo scorsi a Verona. 
Particolarmente intensa la giornata di sabato. 
Alle 13,30 si sono riuniti presso la Sala Zanotto della Basilica di S. Zeno i rappresentanti ben 15 Coetus Fidelium del Triveneto (Veneto, Friuli-Venezia Giulia e Trentino-Alto Adige) e dell’Emilia-Romagna... nonché il Presidente Nazionale di Una Voce Italia, prof. Fabio Marino. ... 
Alla riunione ha fatto seguito l’importante conferenza di don Roberto Spataro SDB, organizzata in collaborazione con Una Voce Verona Sez. S. Pietro Martire, dal tema “La riscoperta della liturgia tradizionale dopo il Summorum Pontificum. 
Le ragioni per conoscere ed amare la Messa Tridentina” ( il testo completo sotto N.d.R ). 
Va sottolineata con gratitudine la presenza alla conferenza di mons. Giancarlo Grandis, vicario diocesano per la cultura, che ha portato il saluto del Vescovo di Verona, Monsignor Giuseppe Zenti, intervenendo poi al termine con interessanti considerazioni circa la rinnovata sensibilità delle giovani generazioni, anche sacerdotali, per la tradizione della Chiesa ". 

La riscoperta della liturgia tradizionale dopo il Summorum Pontificum. 
Le ragioni per conoscere ed amare la Messa Tridentina 
del Prof. Don Roberto Spataro SDB


Gentilissime Signore, Distinti Signori, Cari Amici, è per me motivo di onore prendere la parola questa sera dinanzi ad una platea composta da credenti sinceri e fervorosi con cui condivido lo stesso amore per la Messa tridentina e – ne sono certo – la venerazione per il Papa emerito, Benedetto XVI, che con il suo Motu proprio Summorum Pontificum ha messo a disposizione della Chiesa quel tesoro di dottrina e di pietà che è il Messale del 1962. 
Sono pertanto molto grato a tutti coloro che sono presenti e a coloro che con grande dispendio di energie hanno promosso questa benemerita iniziativa che si tiene a Verona, città nobilitata dalla sua tradizione cristiana, simbolicamente esaltata dall’episodio delle Pasque veronesi. 
Proporrò una serie di riflessioni nate in parte dallo studio, in parte e, direi, soprattutto, dall’esperienza. 
 A. Il titolo della conferenza fa riferimento, anzitutto, alla riscoperta della Liturgia dopo la pubblicazione del SP. È un dato evidente che tale riscoperta si stia verificando tra fedeli e sacerdoti in molteplici aree geografiche con una consistente e significativa percentuale di giovani e persone di media età.
A quanto mi consta, non esistono statistiche ufficiali e rigorose. 
Ed è pure meglio. 
Contarsi talvolta nasconde un po’ di orgoglio e di prepotenza. 
Tuttavia, il fatto è documentato. 
È sufficiente visitare siti e blog che riportano notizie relative alla celebrazione della liturgia secondo la forma straordinaria del rito romano per rendersi conto del fenomeno sul quale vorrei proporre tre considerazioni.  
1) Anzitutto, esso interessa un numero crescente di fedeli che costituiscono, però, nell’insieme dei cattolici praticanti, una minoranza estremamente esigua, dotata però, si badi bene, di robustezza di motivazioni, di vivacità nell’azione, talvolta di disponibilità alla militanza. 
Sono queste alcune delle caratteristiche delle cosiddette “minoranze creative”, una categoria desunta dal pensiero di A. Toynbee ed applicata dall’allora cardinal Ratzinger alla rievangelizzazione dell’Europa secolarizzata. 
Pensando alla storia della Chiesa, ci accorgiamo che minoranze creative hanno effettivamente rigenerato il tessuto ecclesiale e apportato un benefico influsso sulla società intera, in momenti di crisi profonda ed estesa dei valori e dei costumi. 
Pensiamo al manipolo delle prime generazioni di monaci cluniacensi che furono protagonisti di un movimento liturgico nel sec. X così descritto da Benedetto XVI: Si volle garantire il ruolo centrale che deve occupare la Liturgia nella vita cristiana. 
I monaci cluniacensi si dedicavano con amore e grande cura alla celebrazione delle Ore liturgiche, al canto dei Salmi, a processioni tanto devote quanto solenni e, soprattutto, alla celebrazione della Santa Messa. 
Promossero la musica sacra; vollero che l’architettura e l’arte contribuissero alla bellezza e alla solennità dei riti; arricchirono il calendario liturgico di celebrazioni speciali come, ad esempio, all’inizio di novembre, la Commemorazione dei fedeli defunti; incrementarono il culto della Vergine Maria. 
E, grazie al movimento monastico cluniacense, si creò un robusto tessuto spirituale ed etico che collegò i popoli dell’Europa. 
2) In secondo luogo, le minoranze tendono a curare, talvolta a difendere, la loro identità. 
E questo contribuisce ad un approfondimento e ad un’appropriazione più convinta dei tratti che definiscono l’identità. 
Per questo motivo, essendo passati ancora pochissimi anni dalla nascita del movimento SP, i fedeli e le comunità che celebrano con il Messale del 1962 sono in una fase di maturazione. 
Non è forse questa l’esperienza che molti di noi fanno? 
La formazione liturgica che cerchiamo di acquisire, da soli o in compagnia, gli effetti nella nostra vita spirituale, ed anche l’organizzazione stessa delle celebrazioni, ci stanno aiutando a comprendere che dalla e con la liturgia tradizionale si costruisce uno stile di vita cristiano tout court. 
3) Infine, non vorrei tacere sul fatto che le minoranze che hanno adottato la forma straordinaria del rito romano non sempre incontrano comprensione, nonostante gli autorevoli incoraggiamenti giunti dal motu proprio. 
Anche questo fatto è, secondo me, assolutamente non irrilevante. 
La storia della Chiesa, infatti, ci mostra questa legge costante: le opere di Dio, affidate a pochi, soprattutto all’inizio, sono contrastate ed in genere coloro che frappongono ostacoli sono i fratelli nella fede, che pure agiscono, il più delle volte, con rette intenzioni. Dio si serve di anche questo misterioso dinamismo per purificare e consolidare.  
B) Giungo ora alla seconda parte della riflessione che intendo condividere con Voi. 
Quante volte abbiamo risposto a chi ci domandava il motivo del nostro amore per la Messa tridentina le ragioni che ci sembrano importanti! 
Ecco, pensando a degli ideali interlocutori, a credenti come noi che si chiedono quale valore possa avere una “Messa in latino” officiata da un prete che volge le spalle ai fedeli, vorrei dire quanto sottopongo anche alla Vostra comprensiva attenzione.
Sono cinque i motivi.
1) Anzitutto, partirei dal Magistero del Papa Francesco. 
Infatti, oltre al dato oggettivo dell’autorità del Supremo Pastore, si ottiene quasi sicuramente la benevolenza del nostro ideale interlocutore, verosimilmente affascinato dalla figura dell’attuale Pontefice. Papa Francesco chiede insistentemente – si pensi agli appelli contenuti nell’esortazione apostolica Evangelii Gaudium – uno slancio missionario che induca o alla rievangelizzazione dei battezzati per cui la fede è diventata irrilevante o all’evangelizzazione di chi non ha ricevuto l’annuncio esplicito. 
Sotto questo punto di vista, la Messa tridentina offre moltissime risorse. 
Con le sue caratteristiche ben note a tutti noi, la sacralità, l’orientamento ad Deum, l’affermazione della condizione creaturale dinanzi al Creatore e al Redentore, l’uso di un linguaggio simbolico e sinestetico completo (la liturgia tridentina coinvolge tutti i sensi interni ed esterni dell’uomo), la concentrazione del messaggio, è una sorta di annuncio fondamentale del Vangelo che colpisce chi lo riceve, teologicamente ed antropologicamente potente. 
Credo che sia significativa la leggenda che racconta la conversione del principe Vladimir al Cristianesimo che segnò l’ingresso nella famiglia cristiana del popolo russo.
Inviò i suoi emissari nel mondo circostante per informarsi su quale fosse la vera religione. 
Quando essi tornarono, riferirono che a Costantinopoli, nella Basilica della Hagia Sophia, avevano assistito alla splendida liturgia orientale e ne avevano tratto una conclusione: “non sapevamo se fossimo ancora sulla terra o fossimo già in Cielo”. Sì, cari amici, c’è tanto bisogno di evangelizzare il mondo e la liturgia ben celebrata è un mezzo potente perché è Dio stesso che agisce sulla terra. 
Permettetemi di citare il testo, in una mia personale traduzione, della 35a proposizione finale del Sinodo dei Vescovi del 2012, dedicato proprio all’evangelizzazione e troppo presto dimenticato per parlare del prossimo sinodo, oggetto di un ambiguo bombardamento mediatico. 
La degna celebrazione della Sacra Liturgia, il più prezioso dono di Dio a noi, è la sorgente della più alta espressione della nostra vita in Cristo. 
È perciò l’espressione primaria e più potente della nuova evangelizzazione.
Dio desidera manifestarci la bellezza incomparabile del suo amore infinito ed incessante per noi per mezzo della Sacra Liturgia, e noi, per nostra parte, desideriamo utilizzare ciò che abbiamo di più bello nell’azione di adorazione di Dio in risposta al suo amore. 
L’evangelizzazione nella Chiesa invoca una liturgia che elevi i cuori degli uomini e delle donne a Dio.
La liturgia non è solamente un’azione umana ma un incontro con Dio che conduce alla contemplazione e ad un’amicizia che si va approfondendo con Dio.
In questo senso, la liturgia della Chiesa è la migliore scuola della fede. 
Non c’è nessuno che non pensi che, mentre viene data questa definizione della liturgia e ne viene illustrata la sua forza intrinseca, in quanto essa è un’azione divina, per il successo dell’evangelizzazione e del consolidamento della fede, non abbia associato quelle parole ai riti venerabili nella loro sobrietà, solenni nella loro semplicità, divini nella loro bellezza della Messa tridentina. 
Sì, cari Amici, lo affermiamo con gioia e con convinzione: ci sarà un grande slancio evangelizzatore e missionario, quello che Papa Francesco ci chiede, se ci sarà una diffusione della Messa tridentina. 
2) Anch’essa mi viene ispirata dall’attuale Pontificato. 
Non a torto, si suole dire che al Papa teologo è succeduto un Papa pastore che sta orientando anche la teologia verso la pastorale. 
Che cos’è la pastorale, in definitiva? 
Essa è prendersi cura delle anime, delle persone, secondo un linguaggio più corrente, biblicamente simbolizzate nella figura della pecora. 
La cura delle anime – a me piace utilizzare ancora questa categoria che in fondo tutti capiscono bene -, non significa forse comunicare il bene più grande che è la Grazia divina? 
E qual è la sorgente della Grazia divina, se non il Sacrificio della Croce che misticamente si rinnova nella celebrazione della Messa? 
Ebbene, poiché la mistica del sacrificio incruento si dispiega attraverso il linguaggio dei segni, cioè il linguaggio sacramentale, quanto più esso sarà comprensibile, tanto più l’anima sarà disposta alla ricezione del bene, cioè della Grazia divina. 
Forse, potrà sorprendere quanto dico, ma a me sembra che il linguaggio liturgico della Messa tridentina sia maggiormente comprensibile. 
Naturalmente, bisogna precisare qual è il contenuto da comprendere. 
Abbiamo detto poco fa: è la Grazia divina, dunque, un bene spirituale, altro da quanto umanamente sperimentiamo nella vita quotidiana, un bene spirituale che sorprende, come sorpresa fu Maria Santissima, la “piena di grazia”, all’annuncio dell’Angelo, un bene spirituale che ci chiede un’accoglienza intrisa di stupore, adorazione, gratitudine, silenzio, di quegli atteggiamenti, cioè, che il fedele coltiva nell’actuosa participatio favorita dalla Messa tridentina. 
Insomma, il bene delle anime ci richiede una Messa, sorgente delle grazie, in cui la Grazia nella sua alterità di dono divino sia percepita come tale. 
A tal proposito, vorrei ricordare quanto ho letto tempo fa su un articolo apparso in un blog in lingua spagnola, suggeritomi da un confratello spagnolo e che, purtroppo, non ho registrato. 
Il nocciolo del ragionamento era il seguente: il fedele laico che partecipa regolarmente alla Messa tridentina, si sforza di vivere, per quanto egli riesca, nella sua debolezza umana, comune a noi tutti, i doveri - ed usiamo pure questa parola senza timore -, della sua vita cristiana: dalla fedeltà agli obblighi assunti con il sacramento del Matrimonio all’onestà e alla coerenza nell’esercizio della sua professione. 
Lungi da noi stabilire classifiche di cristiani di serie A e serie B perché grazie a Lui, c’è il Padre Eterno che può stabilire queste graduatorie, e lo fa con immensa misericordia, come giustamente insiste il Papa Francesco, però è un dato oggettivo che i fedeli laici che amano la Messa tridentina trovano, evidentemente, risorse spirituali abbondanti per essere sposi fedeli, genitori fecondi, educatori responsabili, cittadini onesti, credenti obbedienti e caritatevoli con il prossimo, penitenti che si confessano frequentemente. 
Con i tempi che corrono, questa è merce tanto preziosa quanto rara! 
Questa è anche la mia esperienza: i fedeli che io conosco e che amano la Messa tridentina appartengono in genere a questa categoria. 
Mi è così venuta in mente una domandina: non è che nella colluvie di progetti pastorali, piani di intervento, itinerari e cammini di vario genere, partoriti spesso da loquaci burocrazie ecclesiastiche, che non sembrano sortire molti effetti, non sia opportuno proporre un’iniziazione alla liturgia tradizionale?
Videant consules
3) Terza ragione.  Adesso parlerò della mia categoria: i preti. 
Io penso che, globalmente, la situazione sia buona, se paragonata con altre epoche della storia della Chiesa, almeno qualitativamente, perché quantitativamente regioni vastissime sono afflitte dalla penuria di sacerdoti e dunque di Messe. 
L’impianto formativo è buono, seminario, ratio studiorum, formatori ed accompagnatori. 
Certo, le situazioni variano da regione a regione, talvolta da diocesi a diocesi. 
Tra i punti deboli che riscontro nel prete medio c’è una preparazione culturale debole, per mille motivi, e, spesso, alla fine del percorso formativo, una preparazione teologica lacunosa, superficiale, disordinata. 
Mi spiego: è lacunosa perché alcune materie non vengono studiate, come l’apologetica (ed i risultati si vedono, il mondo prende a pesci in faccia il Cristianesimo e i preti non sanno che cosa rispondere) o l’angelologia (e molti preti non sanno come si fa un esorcismo, ammesso che credano all’esistenza del demonio che sta facendo stragi, e meno male che Papa Francesco ce lo sta ricordando frequentemente); è superficiale perché sono incapaci di accedere alle fonti della teologia, in latino e in greco, e devono affidarsi alle mediazioni culturali di traduzioni e sommari; è disordinata perché studiano moltissime materie, corsi e corsetti, ma manca un impianto trinitario-cristocentrico, che dovrebbe essere quello del Catechismo della Chiesa Cattolica, fede/liturgia/morale/vita spirituale. Ora, se un prete diventa familiare con il Messale, fa ogni giorno un ripasso formidabile di teologia: c’è tutto l’essenziale, in uno schema ordinato, con accesso alla fonte delle fonti che è il Messale in latino. 
Nel Messale del 1962 trova tanta Bibbia, basti pensare ai Salmi che costituiscono l’impianto delle antifone, trova la rilettura della Scrittura fatta dai Padri nel patrimonio eucologico, ripercorre i misteri della storia della salvezza, si imbatte nelle categorie portanti della fede pensata lungo i secoli in cui è stato formulato il dogma: creazione, peccato, redenzione, santificazione, vita eterna. 
Ed attenzione, non è una teologia verbosa, un po’ arrogante, spesso noiosa, come talvolta accade nelle aule di una facoltà teologica, ma è una teologia quasi silenziosa come il Canone, umile perché in ginocchio, affascinante perché vissuta con il Corpo di Cristo tra le mani. 
E poi la Messa tridentina è una scuola eccellente di pietà sacerdotale. 
Accenno solo ad un elemento. 
I preti hanno sempre fretta. 
Di fretta, entrano in sacrestia, di fretta indossano i paramenti (forse, è questa una delle ragioni perché sono stati ridotti all’essenziale e qualche volta manco quello), di fretta salgono sull’Altare. 
La Messa tridentina chiede al prete di recitare delle bellissime preghiere mentre si veste, prima di lasciare la sacrestia, quando sta dinanzi all’altare. 
Entra in una dimensione del tempo dove non c’è più ragione per andare di fretta.
Luci di eternità lo avvolgono.
È l’augurio che faccio a tutti i miei confratelli sacerdoti: conoscere la Messa tridentina, la sua teologia e la sua spiritualità che brucia di Spirito Santo! 
4) Quarta ragione. 
C’è da essere pessimisti o ragionevolmente ottimisti per come stanno andando le cose nel mondo? 
A dir la verità, quando indugiamo a fare l’elenco delle cose che non vanno, abbiamo sempre timore di essere tacciati di essere “profeti di sventura”. 
Non mi avventuro in queste considerazioni perché, da una parte non vorrei peccare contro la seconda delle virtù teologali, dall’altra perché bisognerebbe essere dei tuttologi per capire come stanno le cose. 
E di tuttologi ce ne sono già tanti. 
Volentieri lascio il mestiere a loro. 
Di una cosa, però, cari Amici, sono certo. 
Al demonio e a ai suoi satelliti è stata lasciata una grande libertà di azione negli ultimi tempi. 
È una convinzione che nasce dal colloquio con gli esorcisti che avrebbero tante cose da dirci. 
Non è forse luciferina la pretesa di misconoscere l’armonia della creazione, in cui è stabilita la differenza dei sessi, sottrarsi a questo ordine e gridare, ogni giorno di più, anche a bambini innocenti: “Non oboediam”? 
Non è satanico l’odio che ha introdotto nel vocabolario una nuova parola, cristianofobia, e che provoca, secondo il sociologo Introvigne, la morte violenta di un cristiano ogni 5/6 minuti di ogni giorno? Insomma, il demonio sta agendo e, quando opera, ha una vittima prediletta: la Chiesa. 
Pazzo per la rabbia, non potendo far nulla contro lo Sposo, se la prende con la Sposa. 
Bisogna difendersi, altrimenti le botte le prendiamo tutti e ci facciamo male. 
Bene, la Messa tridentina, piaccia o no, ha un linguaggio sacramentale oggettivamente più completo ed efficace per contrastare l’azione del demonio. 
Non ha le esitazioni razionalistiche di un altro Messale nel chiamare per nome il maligno e nel chiedere a Dio Padre di aiutarci nella lotta. 
Anzi, a pensarci bene, siccome il sacerdote che offre il sacrificio agisce in persona Christi, chi supplica il Padre di sostenere la Chiesa contro il demonio è Gesù Cristo stesso, è Nostro Signore.
Da soli che cosa possiamo fare?
Schieriamo i fucili contro i missili? 
Allora, il combattimento lo pratichiamo agli ordini del Generale, Gesù Cristo, anzi lo facciamo svolgere a Lui. 
E non siamo mai soli, ci sono i Santi e gli Angeli del Cielo, compreso l’Arcangelo Michele che il Papa Leone XIII volle fosse invocato alla fine di ogni Messa.
Chi sa, forse, se riprendessimo a farlo, con il Vetus e il Novus Ordo, le cose non andrebbero un po’ meglio? 
5) Mi avvio alla conclusione. 
Accenno alla quinta ragione. 
La Messa tridentina è bella. 
E la via pulchritudinis è un eccellente itinerarium in Deum. 
È bella la sua lingua, la lingua sacra per eccellenza, il latino, è bella la disposizione dell’altare con il Crocifisso in posizione centrale e non il prete che, per quanto avvenente possa essere, non può paragonarsi al Crocifisso, è bella l’atmosfera di raccoglimento, sono belli i canti, è bella l’umiltà dei fedeli in ginocchio dinanzi alla balaustra, è bella la fede che traluce nello sguardo degli anziani che sanno di adorare Colui che li ha accompagnati nelle varie stagioni della vita e li accoglierà in Cielo, Lui che scende sull’Altare proprio per questo, è bella l’innocenza dei bambini che, qualche volta si annoieranno, ma non dimenticheranno mai che, se il papà e la mamma sono inginocchiati, 
Colui dinanzi al quale si inginocchiano è più importante del papà e della mamma, è bella la pietà dei giovani che all’inizio del rito ripetono quelle parole immortali ad Deum qui laetificat iuventutem meam, è bella la testimonianza del prete che, nel suo ministero ce la mette tutta per far del bene alla gente, ma, anche se non ci riesce, alla fine della Messa, quando recita il Placeat, sa che ha fatto per loro la cosa più importante, è bella la comunione con i santi del Paradiso che si invocano frequentemente per onorarli e per chiedere l’intercessione, soprattutto Maria Santissima, è Lei bellissima, la Regina del Cielo, che, sul Calvario ha accolto Giovanni l’apostolo, ed in ogni Messa, rinnovazione incruenta del Sacrificio della Croce, come la Messa tridentina solamente sa inculcarci, ci sta accanto. 
A Lei affido i desideri che portiamo nel cuore perché si diffonda la Messa tridentina, restituita generosamente alla Chiesa da un Papa grande, Benedictus Magnus, ad laudem et gloriam Nominis sui, ad utilitatem quoque nostram totiusque Ecclesiae suae Sanctae. ...

Siviglia : l' Organo Cavaillé-Coll per solennizzare la Liturgia

L'Organista Maestro Jesùs Sampedro assieme alla Scuola Santo e l'Associazione Una Voce di Siviglia, propongono l' acquisizione di un prestigioso Organo adatto alla Liturgia. 
Grazie a Dio è stato individuato uno strumento costruito da  uno dei più prestiosi costruttori di Organi di tutti i tempi : il celebre organaro francese Aristide Cavaillé-Coll
" È necessaria, hanno scritto i nostri fratelli di Siviglia, della collaborazione e dell'assistenza finanziaria per questo importante progetto. 
Sarà possibile così continuare i nostri concerti caritatevoli anche perchè abbiamo ancora una lunga strada tutta da percorrere. 
Grazie a tutti che essi stanno collaborando in questo meraviglioso progetto e soprattutto a tutti i nostri  sostenitori della Russia, Belgio, USA e Spagna, presto sarà possibile solennizzare ancor più la Liturgia.
Se vuoi contribuire puoi farlo dal nostro blog.
Grazie mille!  "

Ulteriori informazioni QUIQUI 



domenica 20 aprile 2014

Pasqua di umile prostrazione, di gioioso annuncio della verità che cambia la vita: Dio ci ha aperto il Paradiso.

Un gran terremoto scuote il sepolcro all'apparizione dell'angelo. 
Le guardie hanno paura e rimangono come morte. 
Il messaggero celeste rassicura le donne: "Voi non abbiate paura. So che cercate Gesù, il crocifisso..." 
Troppe guardie, anche oggi. 
Troppi ad avere paura di un Cristo che non corrisponde alla loro immagine. 
Alle donne viene specificato ciò che sanno bene: è il crocifisso. 
Si può cercare Gesù. 
Si può incontrarlo dietro la pietra della storia, del messaggio, della visione di parte, come può accadere con un qualsiasi uomo di una certa levatura morale o intellettuale. 
Quel Gesù resta nel sepolcro, ben custodito dalla vigilanza delle coscienze che hanno bisogno di miti, di figure di riferimento per sentirsi meno sole, forse meno colpevoli. 
Sapere che la vita resta tale e quale, ma trovare forza in un lontano predicatore, carismatico tanto da sopravvivere nel messaggio che ha lasciato, non è il massimo. 
Ma il Gesù dei libri, delle convinzioni e delle convenzioni, non può dare di più. 
Non era venuto per questo! 
Egli era venuto per dare la sua vita; per servire, e non per essere servito. 
Servirsi di Gesù, anche se per cause altissime, significa escludersi dal suo servizio. 
Per questo è detto che Egli è il Crocifisso. 
Le donne cercano il Crocifisso. 
Non bisogna mai temere quando si cerca il Crocifisso. 
Perché lo stesso Gesù si rende presente, mostra il suo volto, rassicura, consola, sorregge. 
Egli solo può rendere testimoni della Sua gloria coloro che lo cercano Crocifisso. 
Perché sanno che dalle sue piaghe noi siamo stati guariti. 
Non ammaestrati, organizzati, ammoniti, bensì guariti. 
E con la guarigione tutto acquista senso: il Vangelo, la Chiesa, la legge. 
Ed anche Gesù, mostrando di nuovo il suo volto, si rivela nella sua divinità. 
Le donne si prostrano e adorano; soltanto dopo sono mandate a dare l'annuncio. 
Come a voler dire che nessun annuncio può nascere se non dall'adorazione, dall'aver riconosciuto che Egli è Dio. 
L'altro Gesù può addirittura convivere con ideologie umane, starsene comodamente nelle biblioteche oppure nelle certezze dei cuori chiusi come il sepolcro vigilato. 
Pur volendo, non può salvare. 
Che sia una Pasqua di ricerca del Crocifisso, di umile prostrazione, di gioioso annuncio della verità che cambia la vita: Dio ci ha aperto il Paradiso, ci ha donato la Sua stessa vita nel dono del Figlio, Crocifisso e Risorto. 
Auguri a tutti! 

d.A.U.



Foto 2  Teramo, Chiesa Monumentale di San Domenico ( centro storico ) : Altare Maggiore   per la Santa Pasqua realizzato dai Frati Francescani dell'Immacolata - rettori della chiesa - in collaborazione con i fedeli del "gruppo stabile " della Messa nell'antico rito.

sabato 19 aprile 2014

Pisa : Santa Messa di Pasqua in Rito Antico nella chiesa di S. Apollonia


Il Comitato pisano San Pio V informa i fedeli che per la S. Pasqua verrà celebrata la seguente S. Messa secondo il Messale del 1962 presso la Chiesa di S. Apollonia, in via di S. Apollonia (nei pressi di Piazza dei Cavalieri): 
Domenica 20 aprile, ore 18 (recita del S. Rosario ore 17.40). 

Per le confessioni, si raccomanda di arrivare con conguo anticipo. 

Per informazioni:, scrivere a comitatopisanosanpiov@gmail.com

Presentazione del libro "Questo Papa piace troppo" e omelia di Don Marino Neri per Mario Palmaro



Le relazioni tenute al Circolo
“Jhon Henry Newman”

Venerdì 28 marzo si è tenuta, presso il Circolo Culturale "John Henry Newman" di Seregno, la conferenza di presentazione del libro “Questo Papa piace troppo” di Ferrara – Gnocchi – Palmaro, edito da Piemme. Proponiamo, agli interessati, gli interventi di Andrea Sandri, Don Marino Neri, Alessandro Gnocchi, Cristina Siccardi: Riscossa Cristiana, dove è anche riportato il testo dell’omelia che Don Neri ha tenuto durante la Santa Messa in rito tridentino e celebrata sabato 29 marzo, in suffragio dell'anima di Mario Palmaro. (C.S.)

venerdì 18 aprile 2014

Laigueglia: torna dopo un secolo il Gran Teatro dei Cartelami

Ricostruzione virtuale
Ieri a Laigueglia, diocesi di Albenga-Imperia, si è inaugurata l'esposizione di un'opera d'arte eccezionale, il "Gran Sepolcro istoriato". Questo autentico “teatro sacro" è composto da boccascena, quinte e fondale e, nonostante le dimensioni colossali (larghezza 9 mt.; altezza 16 mt.), è interamente smontabile. Fu realizzato nel 1832 da Giuseppe Musso, pittore locale, ed è considerato il più importante "cartelame" di tutto il Ponente Ligure e il più grande interamente conservato al mondo.
Quest' opera di gusto tardo-barocco, ideata per suscitare meraviglia e donare forti impatti emotivi capaci di meravigliare i fedeli raccolti in preghiera, diviene successivamente l'Altare del Trionfo eucaristico (Giovedì Santo), il luogo della deposizione (Venerdì santo) e, infine, il Sepolcro vuoto indicato dall'Angelo la mattina di Pasqua. Intorno ad esso si celebrano i riti del Triduo Santo, fatti di Liturgia e devozioni. Particolarmente suggestivo l' "Ufficio delle Tenebre" cantato dai Confratelli penitenti di santa Maria Maddalena su antichissime e struggenti melodie tramandate oralmente.

La portata della tradizione dei cartelami, significativa nella nostra Laigueglia, mostra quali frutti d’arte può far maturare la fede, vissuta e praticata con semplicità – osserva l’arciprete Don Danilo Galliani – La creatività, la cura e la fatica gratuita di chi ha ideato e realizzato queste opere sono il segno di una fede essenziale e ricca insieme, lontana da pretese intellettualistiche, eppure così densa di espressività. Ecco perché è parso importante ridare valore a questi tesori. Non solo per cogliere una preziosa opportunità di recupero artistico o per un doveroso omaggio alla memoria dei nostri padri che li hanno creati quasi due secoli fa, ma soprattutto per tornare a vivere di nuovo questa storia di generosa fedeltà, di dedizione e affidamento, di pietà popolare e comunione”. 
 
Con la volontà di mantenere vive le antiche tradizioni che contraddistinguevano le celebrazioni religiose della Settimana Santa nel passato, oltre all’esposizione del “Sepolcro istoriato”, Laigueglia celebrerà presso la chiesa di san Matteo “l’Ufficio delle tenebre” con la partecipazione della storica confraternita di santa Maria Maddalena. Il Venerdì Santo, alle ore 21, si svolgerà la processione del Cristo morto, preceduta dalla cosiddetta “dita”, l’asta delle croci in dialetto ligure. Sabato 26 aprile alle 21 si terrà invece il Concerto Inaugurale per l’esposizione del cartelame con il Coro e l’Orchestra Istituto Diocesano di Musica Sacra, brani di Mozart e Vivaldi.

giovedì 17 aprile 2014

Li amò sino alla fine

di don Alfredo Morselli



Il primo organo che si forma nel seno materno

Non è un caso se il cuore è il primo organo corporeo che si forma quando un bimbo è ancora nel grembo materno, e se già alla sesta settimana di gravidanza la mamma può percepirne i battiti.
Le prime contrazioni del cuore embrionale avvengono già al ventitreesimo giorno.
La loro frequenza iniziale è quella media di un uomo adulto, 70 al minuto: poi pian piano il ritmo cresce fino alla settima settimana, dive raggiunge i 170-190 battiti, per poi ridiscendere, fino al momento della nascita, a circa 160-180 pulsazioni/m.

Il cuore umano a 28 giorni

L’embrione umano, sempre a 28 giorni (dai 2 a 3,5 mm di lunghezza)
Nel disegno in alto, è possibile vedere, colorata in azzurro, la cavità pericardica. Fu in questa cavità che si formarono l’acqua e il sangue che sgorgarono dal Cuore di Cristo, dopo il colpo di lancia.

Gesù aveva fretta

Perché dico che tutto questo non è un caso? Perché, se come dice l’Apostolo, tutto è stato fatto in vista di Cristo, (“omnia per ipsum et in ipso - gr. eis autòn - creata sunt"; Col 1,16), anche il cuore dell’uomo - progettato per formarsi assai precocemente - è stato pensato e creato in vista di Gesù, in vista e in funzione del suo Cuore.

Gesù aveva fretta di aggiungere (quodammodo) al suo amore divino eterno un amore umano completo e perfetto, e tutta la Santissima Trinità aveva fretta di rivelare, attraverso questo Cuore a noi visibile (in se stesso e nei suoi effetti), il suo amore eterno per noi (1).

La formazione precoce del cuore dell’uomo è stata dunque concepita nel seno della SS. Trinità, per dare a Gesù, fin dai primi tempi dell’Incarnazione un cuore che ci amasse di un amore pienamente umano (razionale e sensibile); e perché potessero essere messe già da parte, nella cavità pericardica, le prima goccioline di quell’acqua e sangue che sarebbero poi state riversate - oceano di misericordia - sulla umanità intera, nel momento del massimo sacrilegio: quell’empio colpo di lancia, riassuntivo di tutto l’odio del mondo nei confronti del suo Salvatore.

Il Cuore di Gesù Cristo dovette indubbiamente palpitare d’amore e di ogni altro affetto sensibile

Pio XII ha descritto l’essenza e la dinamica psicologica di questo amore nella preziosa enciclica Haurietis aquas  del 15 maggio 1956.

Riassumo alcuni concetti e riporto alcuni stralci particolarmente significativi in proposito:

a) il Cuore di Gesù Cristo, unito ipostaticamente alla Persona divina del Verbo, dovette indubbiamente palpitare d’amore e di ogni altro affetto sensibile.
“Non essendovi allora alcun dubbio che Gesù Cristo abbia posseduto un vero corpo umano, dotato di tutti i sentimenti che gli sono propri, tra i quali ha chiaramente il primato l’amore, è altresì verissimo che Egli fu provvisto di un cuore fisico, in tutto simile al nostro, non essendo possibile che la vita umana, priva di questo eccellentissimo membro del corpo, abbia la sua connaturale attività affettiva. Pertanto il Cuore di Gesù Cristo, unito ipostaticamente alla Persona divina del Verbo, dovette indubbiamente palpitare d’amore e di ogni altro affetto sensibile; questi sentimenti, però, erano talmente conformi e consonanti con la volontà umana, ricolma di carità divina, e con lo stesso infinito amore, che il Figlio ha comune con il Padre e con lo Spirito Santo, che mai tra questi tre amori s’interpose alcunché di contrario e discorde”
b) ma non solo; esso  è simbolo e rivelazione di un triplice amore: divino, divino-umano razionale, e, in quanto umano, perfettamente umano, e quindi anche sensibile.
“A buon diritto, dunque, il Cuore del Verbo Incarnato è considerato come il principale simbolo di quel triplice amore, col quale il Divino Redentore ha amato e continuamente ama l’Eterno Padre e l’umanità. Esso, cioè, è anzitutto il simbolo dell’amore, che Egli ha comune col Padre e con lo Spirito Santo, ma che soltanto in Lui, perché Verbo fatto carne, si manifesta attraverso il fragile e caduco velo del corpo umano, «poiché in Esso abita corporalmente tutta la pienezza della Divinità». Inoltre, il Cuore di Cristo è il simbolo di quell’ardentissima carità, che, infusa nella sua anima, costituisce la preziosa dote della sua volontà umana e i cui atti sono illuminati e diretti da una duplice perfettissima scienza, la beata cioè e l’infusa. Finalmente — e ciò in modo ancor più naturale e diretto — il Cuore di Gesù è il simbolo del suo amore sensibile, giacché il corpo del Salvatore divino, plasmato nel seno castissimo della Vergine Maria per influsso prodigioso dello Spirito Santo, supera in perfezione e quindi in capacità percettiva ogni altro organismo umano”.
Un amore sempre crescente

Mentre l’amore divino da un lato è senz’altro dinamico, ma dall’altro è semper idem, immutabile ed eterno, il perfetto amore umano di Gesù Cristo è stato tutto dinamico, ovvero cresceva a dismisura ad ogni battito del suo Cuore: e così, come insegna sempre Pio XII, mentre contempliamo i misteri della sua vita, dobbiamo “meditare i battiti del suo Cuore, con i quali sembrò che Egli misurasse gli attimi di tempo del suo pellegrinaggio terreno, fino al supremo istante, in cui, come ci attestano gli Evangelisti: «Gesù, dopo aver di nuovo gridato con gran voce, disse: È compiuto. E chinato il capo, rese lo spirito»”.

Meditiamo dunque i battiti del Cuore di Gesù: 70 battiti al minuto (media umana) x 33 anni, in totale fanno 1.214.136.000: (70 x 60 - battiti in un ora - x 24 - battiti in un giorno - x 365 - battiti in un anno - x 33 - battiti di tutta la vita del Signore).

O meraviglia! I battiti di questo cuore, che misuravano gli attimi del tempo della vita di Gesù, ci rivelano che l’amore umano del Salvatore è cresciuto - a dismisura ogni volta -, almeno per un miliardo, duecentoquattordici milioni e centotrentaseimila volte.

Il culmine dell’amore del Cuore di Cristo

Pio XII riassume, in tre misteri, il culmine di questo amore sempre crescente: la morte in Croce di Gesù, chiedendo perdono per noi, il dono della sua Santissima Madre, il Sacerdozio e la SS. Eucarestia:
“Ma è soprattutto sulla croce che il Divin Redentore sente il suo Cuore, divenuto quasi torrente impetuoso, ridondare dei sentimenti più vari; cioè di amore ardentissimo, di angoscia, di compassione, di acceso desiderio, di quiete serena, come ci manifestano apertamente le seguenti sue memorande parole: « Padre, perdona loro, perché non sanno quel che fanno »; «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?»; «Ti dico in verità: oggi sarai meco in paradiso »; «Ho sete»; «Padre, nelle tue mani raccomando lo spirito mio».E chi potrebbe degnamente descrivere i palpiti del Cuore divino del Salvatore, indizi certi del suo infinito amore, nei momenti in cui Egli offriva all’umanità i suoi doni più preziosi: Se stesso nel Sacramento dell’Eucaristia, la sua Santissima Madre e il Sacerdozio?”
L’amore che rimane

Ma questo amore umano-divino dov’è finito? È solo un ricordo, una cosa che c’è già stata e che è finita? L’amore eterno divino rimane senz’alto, ma quello umano, la carità umana di Gesù forse svanisce?

Quando spiego queste cose ai bambini del catechismo, faccio loro questo esempio: “Immaginate una moglie che corre dietro al marito con un bastone, intorno al tavolo del salotto; mentre corrono passano davanti a una foto del loro matrimonio, dove erano stati ritratti proprio innamorati; quell’amore e quell’infervoramento ora, evidentemente,  non ci sono più: ma l’amore di Gesù non è così; non è sparito, perché e rimasto sostanziosissimo nell’Eucarestia

L’Eucarestia è propriamente Sacramentum charitatis, perché contiene non solo l’amore Divino di Gesù, ma anche il suo massimo amore umano, che cresceva a dismisura ad ogni battito del Cuore, finché non giunse al grado supremo: questo grado fu raggiunto nel momento della consumazione del sacrificio della Croce, nel dono della Madonna, dell’Eucaristia e del sacerdozio. 

Li amò sino alla fine

Veramente Gesù ci ha amati sino alla fine, perché non solo ci ha portato dall’eternità l’amore eterno, non solo ci ha amato sempre molto di più per almeno 1.214.136.000 di volte, ma perché ci ha lasciato questo amore vivo e palpitante, nell’Ostia santa, fino alla consumazione dei secoli.


NOTE

(1) Così ha ben spiegato il beato Giovanni Paolo II: “Si può dunque affermare che la rivelazione presenta, dell'universo, una struttura «logica» (da «Logos»: Verbo) e una struttura «iconica» (da «eikon»: immagine, immagine del Padre). Fin dai tempi dei Padri della Chiesa si è consolidato infatti l'insegnamento, secondo cui il creato porta in sé «le vestigia della Trinità» («vestigia Trinitatis»). Esso è opera del Padre per mezzo del Figlio nello Spirito Santo. Nella creazione si rivela la Sapienza di Dio: in essa l'accennata duplice struttura «logico-iconica» delle creature è intimamente unita alla struttura del dono, come dicono alcuni teologi moderni (Giovanni Paolo II, La creazione è opera della Trinità, 5 marzo 1986).

Tolentino : Sacro Triduo

Tolentino ( MC ) Chiesa del Sacro Cuore ( detta dei "sacconi" )
nel centro storico. 
Gli orari sono indicati nella locandina. 

Domenica di Pasqua 20 aprile alle ore 11,30 sarà celebrata la Messa Solenne