mercoledì 20 agosto 2014

Chiesa cattolica: Memoria di san Pio X, Papa riformatore e restauratore

Pio-X

di Cristina Siccardi

Le ragioni della profonda crisi della Fede e della Chiesa, che con costernazione molti cattolici osservano e vivono oggi, sono quelle individuate con logica e realismo da san Pio X, il grande Pontefice riformatore e restauratore che guidò la Chiesa nel primo Novecento fino allo scoppio della prima Guerra mondiale. Il centenario del suo dies natalis, 20 agosto 1914 – 20 agosto 2014, viene così a cadere in un tempo in cui l’obiettivo del suo Magistero, Instaurare omnia in Christo, diventa di sorprendente attualità: come allora Papa Sarto, di fronte agli assalti secolarizzanti del liberalismo e del modernismo, vide come unico rimedio la necessità di ricapitolare ogni cosa in Cristo, così oggi le parole di San Paolo diventano insegnamento di urgente attuazione per difendere la Chiesa da quei mali fotografati, esaminati e analizzati nell’enciclica Pascendi Dominici Gregis che San Pio X scrisse nel 1907 e che resta, nel Magistero petrino, uno dei documenti più importanti e più celebri di tutti i tempi.
San Pio X avviò un piano santamente ambizioso e di riforma generale poiché non solo le forze nemiche, liberali e massoniche, minacciavano la Chiesa, e i semi avvelenati del liberalismo e del modernismo (termine presente per la prima volta nella Pascendi) avevano ormai attecchito con successo in alcuni ambienti “cattolici”, sia nel clero, sia fra i laici; ma si era andato formando, in particolare sotto il Pontificato di Leone XIII, un clima di stanchezza e di apatia nei Seminari, nelle parrocchie e persino nelle celebrazioni delle Santa Messe, dove erano entrati addirittura canti profani, bande musicali, arie di opere liriche… fra le azioni di Papa Sarto ci fu anche la Riforma della musica sacra: avvalendosi della consulenza di un eccellente esperto e compositore come Lorenzo Perosi (1872-1956), diede al canto gregoriano la preminenza assoluta nella Liturgia.

Il Modernismo, definito nella Pascendi, «sintesi di tutte le eresie», tentava di coniugare Vangelo e positivismo, Chiesa e mondo, filosofia moderna e teologia cattolica; esso aveva visto i suoi albori in Francia, dove si era consumata la Rivoluzione che aveva abolito il diritto divino, incoronando la «dea ragione». Il motto «liberté, egalité, fraternité», che aveva prodotto il testo giuridico della Déclaration des Droits de l’Homme et du Citoyen (26 agosto 1789), divenne, lungo i decenni, il lite motive di molti pensatori cristiani che decisero di inchinarsi al mondo, senza più condannare gli errori e senza più preservare l’integrità della dottrina della Fede. Fu proprio contro questa mentalità che San Pio X decise di combattere al fine di tutelare gli interessi di Dio e della Sposa di Cristo.

Profonda Fede, amore immenso per la Chiesa, grande umiltà e grande sensibilità. Uomo dalle poche parole e dai molti fatti, era sempre teso a compiere la volontà di Dio, anche quando, chiamato ad alte mansioni, sentiva tutto il peso gravoso delle responsabilità; ma una volta accolto l’impegno, la sua preoccupazione era quella di rispettare e far rispettare leggi e principi divini, senza distrazioni verso il rispetto umano e il consenso delle opinioni del mondo. Non cercò mai i riflettori, ma soltanto la difesa dei diritti del Creatore e la salvezza delle anime.

Dal campanile di Riese, dove nacque il 2 giugno 1935, passò a quelli di Salzano e di Treviso per poi arrivare a quello di San Marco a Venezia e approdare a quello di San Pietro a Roma, tuttavia rimase sempre identico a se stesso: libero da ogni passione terrena, continuò a voler vivere in povertà, come lasciò scritto nel suo Testamento: «Nato povero, vissuto povero e sicuro di morir poverissimo». Povertà per sé, ma non per Dio: non lesinava mai corredi e paramenti nella Sacra Liturgia.

San Pio X si caratterizza per la sua formazione tomista, per il suo sano e disincantato realismo, per la sua tangibile pastoralità (vicina ai reali e non demagogici problemi), per il suo attaccamento alla Fede e non all’ideologia, per il suo tenere le distanze dalla politica; ma proprio per questo suo atteggiamento di pastore-missionario fu sempre stimato e rispettato in vita. Questo Pontefice, seppure con discrezione ed umiltà, come era di sua natura, è diventato interprete determinato e determinate della Chiesa militante e continua, senza rumore, ma nel proficuo e fertile silenzio di Dio, a fare scuola.

Diede vita ad un’immensa opera di restaurazione con l’obiettivo di Instaurare omnia in Christo, come ebbe a scrivere nella sua enciclica programmatica E Supremi Apostolatus del 4 ottobre 1903:

«Le ragioni di Dio sono le ragioni Nostre; è stabilito che ad esse saranno votate tutte le Nostre forze e la vita stessa. Perciò se qualcuno chiederà quale motto sia l’espressione della Nostra volontà, risponderemo che esso sarà sempre uno solo: “Rinnovare tutte le cose in Cristo».

Agì su due fronti: da un lato riformò e dall’altro condannò.

Riformare per restaurare. Dirà lo spagnolo Cardinale Rafael Merry del Val, non solo Segretario di Stato di San Pio X, ma suo braccio destro, suo confidente, suo amico d’anima:

«La riforma della curia romana, la fondazione dell’istituto Biblico, l’erezione dei seminari centrali e la legislazione per una migliore formazione del clero, la nuova disciplina per la prima – per la frequente – comunione, la restaurazione della musica sacra, il suo poderoso atteggiamento contro i fatali errori del cosiddetto modernismo e la sua energica difesa della libertà della Chiesa in Francia, in Germania, in Portogallo, in Russia e altrove – per non parlare di molti atri atti di governo – basterebbero indubbiamente per additare Pio X come un grande pontefice e un eccezionale condottiero di uomini. Posso attestare che tutto questo enorme lavoro fu dovuto principalmente, e spesso elusivamente, al suo progetto e alla sua iniziativa personale. La storia non si limiterà a proclamarlo semplicemente un papa la cui “bontà” nessuno sarebbe capace di mettere in questione».

Quel suo passato da cappellano a Tombolo (1858-1867); da parroco a Salzano (1867-1875); da canonico, da Direttore di Seminario, da cancelliere, da Vicario capitolare a Treviso (1875-1884); da Vescovo di Mantova (1884-1893); da Cardinale e Patriarca di Venezia (1893-1903), fu basilare per il gigantesco piano riformatore che mise in moto durante il suo Pontificato, che durò 11 anni, dal 1903 al 1914.

Quando Giuseppe Sarto divenne sacerdote (18 settembre 1858), si dedicò subito e con particolare attenzione all’istruzione catechistica, considerando l’ignoranza religiosa il primo grave problema che un ministro di Dio deve affrontare. «Frequentare la Messa», diceva, «e ignorare le verità della fede sono cose che si elidono a vicenda, perché non è possibile accettare verità che non si conoscono». Diede così vita al Catechismo Maggiore (1905) e al Catechismo della dottrina cristiana (1912), maggiormente divulgato.

Diede anche avvio alla formulazione di un Codice di Diritto canonico, il Codex iuris canonici, mai esistito nella Chiesa. Era un’esigenza viva e sentita da Vescovi e canonisti. E finalmente volle dare rimedio al caos delle norme, alla poca chiarezza di molte di esse, alla contraddittorietà delle une e delle altre che andavano spesso a elidersi a vicenda e alla difficoltà del reperimento di fonti certe, tanto che molte erano persino sconosciute a chi avrebbe dovuto servirsene.

Il Codex, dove sono presenti spirito di Fede, intransigenza sui principi e profonda pietà, è risultato essere un grande strumento di utilità pastorale, sovvenendo così alle nuove ed inedite necessità organizzative e funzionali che si sono presentate alla Chiesa del XX secolo e, allo stesso tempo, si inserisce a pieno titolo nel programma di restaurazione cattolica che caratterizza il Pontificato di San Pio X.

L’Eucaristia fu un asse portante della dottrina pastorale di Giuseppe Sarto. Già Patriarca egli raccomandava vivamente la Santa Messa quotidiana. Il decreto Sacra Tridentina Synodus (1905) verte sulla comunione frequente, mentre il decreto Quam singulari (1910) sull’anticipazione «all’età dell’uso della ragione» (7 anni) della prima comunione. Atti molto innovativi, che mettevano al centro della vita di ogni fedele, come della stessa Chiesa, Gesù Eucaristico. La ragione per cui volle anticipare la prima comunione era per rispondere all’esigenza di preservare il più possibile l’innocenza nei bambini, quell’innocenza che oggi la civiltà laica e senza Cristo fa di tutto per violare ed infrangere.

Né si può tralasciare la sua ampia azione di denuncia contro le leggi anticristiane della Francia. Ricordiamo, in particolare, la Lettera all’episcopato francese Notre charge apostolique (1910), contro la concezione secolarizzata della democrazia.

Uomo di profonda e riflessiva intelligenza, non aveva difficoltà alcuna a parlare con tutti, ad ascoltare tutti, ad avere un atteggiamento di carità concreta (i suoi agiografi ne hanno registrato l’immensa portata, oltre che descrivere grazie e miracoli ottenuti per sua intercessione e ancora in vita) e intellettuale con ogni individuo: traboccante di umiltà, non fu mai né altero, né superbo, neppure quando venne avviato il piano repressivo nei confronti dei modernisti; il suo cuore rimase sempre generosamente evangelico, seppure fieramente dalla parte di Cristo. Spirito né settario, né fanatico, egli fu realmente cattolico e la sua intransigenza in materia di Fede non si trasformò mai in zelo amaro. Rimase sempre padre misericordioso e curato d’anime.

Sapienza e fecondità sono presenti nelle sue sedici encicliche, documenti sentiti, partecipati, vissuti e supportati da una Fede adamantina che esige di essere applicata. In esse si coglie la gioia della Buona Novella dell’uomo di Dio che dai tetti annuncia la rivelazione del Salvatore a tutte le genti e trasmette un unico insegnamento, quello di Gesù Cristo, a dispetto di chi vorrebbe silenziarlo, oppure profanarlo, oppure cambiarne il significato a proprio piacimento.

Fonte: "Corrispondenza Romana"

lunedì 18 agosto 2014

Bruxelles : “qualcuno” guarderebbe troppo insistentemente l’Abbazia di Montecassino ?

Sulle future sorti
giuridiche/amministrative
della gloriosa Abbazia e Diocesi di Montecassino
" in  terra Sancti Benedicti " avevamo scritto, ( come sempre a sei mani )  QUI
Sollecitati continuiamo nella nostra riflessione sul medesimo argomento questa volta nell’ottica,  adottata dalla Santa Sede, che si ispira al celebre adagio :   “  prevenire è meglio che curare ” . 
La virtù della prudenza ed il forte amore verso la Comunità Monastica Benedettina avrebbero ( il condizionale di questi tempi è più che obbligatorio ) spinto la Santa Sede a ritardare per ora sine die la comunicazione dell’abolizione della Diocesi di Montecassino , già ipotizzata nei Pontificati di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI. 
Come è noto l’Abbazia di Montecassino dal 1866 è di proprietà dello Stato Italiano e fa parte del demanio pubblico. 
In virtù dei Concordati della Santa Sede con lo Stato Italiano l’Abbazia, Cattedrale della Diocesi, gode del riconoscimento giuridico relativo ( i monaci di fatto erano i " canonici " della Cattedrale ). 
In Italia ci sono anche altre importantissime realtà monastiche che rivilitalizzano gloriose Abbazie insigni per storia e per arte attualmente di  proprietà dello Stato .
In diverse occasioni  la Santa Sede , al fine di  tutelare appieno i lodevoli , importanti insediamenti monastici,   li ha elevati  a Diocesi o ad Abbazie territoriali dimostrando concretamente il particolare e materno amore per coloro che si dedicano alla vita monastica : la Santa Madre Chiesa si poggia difatti sul Monachesimo  ossatura spirituale e culturale dell’evangelizzazione. 
Sarebbe stato un  piccolo “ starnuto laicista ”; una " battuta " apparentemente innocente e scherzosa di uno dei tanti “europeisti laici (sti)” che circolano nell’UE a far ritardare l’annuncio della soppressione della Diocesi di Montecassino ?
Così si racconta intra et extra moenia ...
Pare infatti che  qualcuno abbia ascoltato un  bisbiglio nei labirinti del Parlamento Europeo : “ ... una volta tolta a Montecassino la copertura concordataria che protegge l’Abate e i monaci … una parte dell’Abbazia ( proprietà dello stato italiano ) potrebbe diventare  sede distaccata dell’UE con la precipua specializzazione per i diritti umani , l’istruzione e la cultura …”. 
Ecco fatto : " legalmente " verrebbe colpito il cuore, il simbolo e il faro della civilizzazione cristiana dell’Europa ! 
Sappiamo che , nei giorni nostri, questa ipotesi sarebbe una pura fantascienza :  la Comunità  di Montecassino soffre, è vero, dello stesso male comune ad altri monasteri ,  ma il Signore potrebbe rinnovare il miracolo , già operato nei tempi antichi,  di suscitare nuove  vocazioni alla vita monastica  .
A Montecassino potrebbero virtualmente continuare ad arrivare   tanti giovani da tutto il mondo   che sentono in cuore  l’irresistibile fascino della regola di San Benedetto . 
Ma , ripetiamo, dentro le Sacre Mura, dove “ si dorme con un occhio solo” basta un semplice "stornuto laicista" per chiedere la somministrazione di un antibiotico al fine di prevenire la bronco-polmonite … 
Si tratta dunque di mantenere  lo status giuridico concordatario che metta al riparo anche l’Abbazia,   l’Abate e i Monaci dagli appetiti dei voraci laicisti dell’UE …
Sappiamo che il glorioso Patriarca San Benedetto , Padre di molti popoli,  veglia e protegge tutte le Comunità Monastiche che si ispirano alla sua Santa Regola e particolarmente la gloriosa Abbazia di Montecassino che giammai può essere deflorata della sua virginità monastica luce e faro di santità e di cultura per tutto il mondo .


Επίσης, σε μας τους αμαρτωλούς

Il valore della Comunione

santa-comunione

di Cristina Siccardi
 
Nostro Signore, come dimostrato nei Vangeli, insegna, ammonisce, rimprovera, consiglia, promette. E mette in guardia: la prudenza deve sempre guidare i passi di colui che vive nella Fede. Mai, per esempio, offrire la santità a chi la rigetta, come riporta San Matteo: «Non date le cose sante ai cani e non gettate le vostre perle davanti ai porci» (Mt 7,6).
La pratica delle Comunioni indegnamente ricevute rappresenta ai nostri giorni «la piaga più profonda nel Corpo Mistico di Cristo», afferma Monsignor Athanasius Schneider nel saggio Corpus Christi. La Santa Comunione e il rinnovamento della Chiesa (Libreria Editrice Vaticana, pp. 97, € 9.00).«Tale indegnità è in primo luogo interiore: vale a dire nei casi in cui si riceve la Santa Comunione in stato attuale di peccato mortale, in stato abituale di peccato mortale, quando la si riceve senza avere piena fede nella Presenza Reale e nella Transustanziazione, quando non pentiti dei peccati veniali commessi. Tale indegnità può anche essere determinata da atteggiamenti esteriori: vale a dire nel caso di furto sacrilego delle ostie consacrate, quando l’Ostia Santa è ricevuta senza alcun segno esteriore d’adorazione, quando la si riceve non curanti della dispersione dei frammenti, quando la si amministra frettolosamente, quasi come se si trattasse della distribuzione di biscotti in una scuola oppure in una caffetteria» (pp. 41-42).

I grandi periodi di fioritura spirituale della Chiesa sono sempre coincisi con i tempi di penitenza e di forte venerazione del Sacramento dei sacramenti, la Sacra Eucaristia. L’uso della pastorale moderna di prendere la Comunione con le mani non è mai esistita nella Chiesa, ed è chiaramente un segno che minimalizza, intimamente e pubblicamente, la Fede, affievolendola. Nel 1970 l’Arcidiocesi di Vienna legittimava questa barbara pratica nel seguente modo: «Il fatto che i fedeli possano prendere l’ostia con la loro propria mano, così come prendono il pane comune, sarà inteso da parte di molte persone come un gesto semplice e naturale che corrisponde a questo segno». Il considerare la Comunione come un fatto «semplice e naturale», quindi umano, avvicina il sentire moderno della pastorale alle direttive dei protestanti che non credono nella Presenza reale del Corpo di Cristo nell’Ostia Santa. Scrive Monsignor Schneider: «Una tale situazione oggettiva richiede almeno una graduale revoca della pratica della Comunione in mano. Per di più, si richiedono espiazione e riparazione al Signore Eucaristico, che è già stato troppo offeso nel sacramento del suo amore» (p. 48). Tale esigenza venne anche proclamata a Fatima. In una delle sue visite, l’Angelo del Portogallo, che anticipò le apparizioni della Madonna ai tre pastorelli, portò loro la Comunione e fu lui a comunicarli in bocca: «Mangiate e bevete il Corpo e il Sangue di Gesù Cristo, orribilmente oltraggiato dagli uomini ingrati. Riparate i loro crimini e consolate il vostro Dio».

L’eliminazione di gesti espliciti di adorazione nei confronti della Santa Eucaristia, come il non mettersi in ginocchio davanti all’Altissimo o il non prendere direttamente in bocca l’Ostia Santa – gesto biblicamente motivato e atteggiamento tipico dell’infante – non va certamente a vantaggio né di un nuovo e vigoroso germogliare della Fede, né della Chiesa stessa, che sussiste ogni giorno perché ogni giorno sui suoi altari si compie il Santo Sacrificio.

«Il sacerdote continuamente tocca Dio con le sue mani. Quale purezza, quale pietà si esige da lui! Rifletti adesso un po’, come debbano essere quelle mani che toccano cose così sante!», così scrive San Giovanni Crisostomo in De sacerdotio (VI, 4) e le sue parole sono ricordate ancora da Monsignor Schneider in un altro suo saggio: Dominus est. Riflessioni di un vescovo dell’Asia Centrale sulla sacra Comunione (Libreria Editice Vaticana, pp. 66, € 8.00). Durante il rito dell’Ordinazione sacerdotale l’unzione esprime la conformità a Cristo: come Egli è stato unto dal Padre (Cristo=Unto del Signore) con lo Spirito Santo (At 10,38) ed è stato consacrato Sommo Sacerdote, così i sacerdoti, che nell’imposizione delle mani sono resi simili a Lui, ricevono anche materialmente l’unzione: il Vescovo unge con il sacro Crisma le palme delle mani di ciascun ordinato, inginocchiato davanti a lui.

Nell’antica Chiesa siriaca il rito della distribuzione della Comunione era paragonato con la scena della purificazione del profeta Isaia da parte di uno dei serafini. In uno dei suoi sermoni sant’Efrem fa parlare Cristo con queste parole:

«Il carbone portato santificò le labbra di Isaia. Sono IO, che, portato adesso a voi per mezzo del pane, vi ho santificato. Le molle che ha visto il profeta e con quali fu preso il carbone dall’altare, erano la figura di Me nel grande sacramento. Isaia ha visto Me, così come voi vedete Me adesso stendendo la Mia mano destra e portando alle vostre bocche il pane vivo. Le molle sono la Mia mano destra. Io faccio le veci del serafino. Il carbone è il Mio corpo. Tutti voi siete Isaia» (p. 45). Oggi, nella maggior parte delle chiese del mondo non si ascende più alla grandezza del miracolo della Transustanziazione, esso viene banalizzato, fino a renderlo un fatto ordinario. I Padri della Chiesa, i cui insegnamenti il Vescovo Schneider ci fa sapientemente riascoltare, sono una voce imprescindibile dell’ossatura della Chiesa stessa; essi non hanno fatto “tendenza”, hanno consolidato e ordinato regole e precetti, veri e propri pilastri della Fede, senza i quali ci si smarrisce e si profana ciò in cui si vorrebbe credere. San Giovanni Crisostomo, molto amato dal Cardinale John Henry Newman, rimproverava sacerdoti e diaconi che distribuivano la Sacra Comunione con rispetto umano e senza la debita adorazione alla Divinità ad essa intrinseca:

«Anche se qualcuno, per ignoranza, si accosta alla Comunione, impediscilo, non temere. Temi Dio, non l’uomo. Se infatti temi l’uomo, costui ti schernirà; se invece temi Dio, sarai rispettato anche dagli uomini. Sarò disposto a morire, piuttosto che dare il sangue del Signore ad una persona indegna; verserò il mio sangue, piuttosto che dare il venerato sangue del Signore in modo inadeguato» (p. 51). La santità sacerdotale è chiamata ad utilizzare proprio tali parametri e propositi, e fra tutti ricordiamo il culto che Padre Pio da Pietrelcina aveva per Gesù Eucaristia.

Al cospetto di Dio le ginocchia si piegano da sole. Di fronte al Sommo Bene e all’Onnipotente il riconoscimento della propria pochezza, per chi si nutre di Fede, è automatico. Il nutrimento maggiore è proprio la Santa Comunione che deve essere presa non con le proprie mani impure, ma dalle mani del ministro di Cristo, chiamato ad imboccare sia il tronfio e saccente “adulto cattolico”, sia l’umile “anima bambina” di Dio.
 

domenica 17 agosto 2014

" Le forme del Sacro. La performance nel rito romano "

Luigi Martinelli 
LE FORME DEL SACRO. 
La performance nel rito romano
Cavinato Editore, Brescia, 2014 

Prefazione di 
Nicola Bux 

 Lo studio di Luigi Martinelli si inserisce idealmente nella discussione sulle forme del rito romano, sviluppatasi nella chiesa cattolica in seguito alla pubblicazione del motu proprio Summorum Pontificum di Benedetto XVI. 
Lo fa cercando di inquadrare la questione in un'ottica nuova e originale, vale a dire applicando allo studio delle forme del rito cattolico gli strumenti di analisi messi a punto da Victor Turner e Richard Schechner nel campo dell'antropologia della performance. 
Qualsiasi forma di rito, infatti, è anche “performance”, vale a dire azione concertata di natura relazionale in un contesto comunitario. 
Per questo motivo, proprio uno studio degli aspetti performativi di un rito può contribuire ad indagarne a fondo l'efficacia, in relazione ai presupposti e agli obiettivi dichiarati. 
Nel caso specifico, per motivi storici, l'indagine si svolge operando un confronto sinottico tra la forma straordinaria e quella ordinaria del rito romano, nell'intento di evidenziare elementi di continuità e discontinuità tra le due forme, e punti di forza e criticità di ognuna di esse. 

LE FORME DEL SACRO. La performance del rito romano” è lo sviluppo ulteriore della tesi di laurea che l’autore ha discusso nel 2011 presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Brescia. 
Si tratta di una ricerca antropologica che vuole analizzare la ritualità cattolica, comparando la celebrazione della messa secondo le due forme del rito romano: straordinaria (detta di S. Pio V, precedente al concilio Vaticano II) e ordinaria (detta di Paolo VI, scaturita dalla riforma liturgica del concilio Vaticano II)  
[ Per esattezza - non solo cronologica - l'unico Messale che può essere definito frutto della riforma liturgica di tutti i  Padri Conciliari,  firmatari della Costituzione sulla Sacra Liturgica Sacrosantum Concilium ,  fu quello del 1965  curato scrupolosamente dal Cardinale Ferdinando Antonelli che cercò di coniugare le venerate forme liturgiche romane con le equilibrate innovazioni  della Costituzione Conciliare. Leggere QUI , QUI  e QUI   N.d.R.]
L’indagine si muove secondo i presupposti dell’antropologia della performance, quindi, seguendo lo schema di una “critica teatrale”, prende in esame gli aspetti esteriori e percepibili della liturgia. 
Si intende così far emergere la realtà oggettiva delle due forme del rito romano, al di là delle ideologie (tradizionaliste - progressiste). 
Il testo è fedele al pensiero di Joseph Ratzinger il quale non risparmiando i giudizi sulla liturgia rinnovata in seguito al Concilio Vaticano II, al contempo ragiona secondo un'ermeneutica della continuità con il passato proponendo una "riforma della riforma" per arginare la crisi liturgica contemporanea. 


Luigi Martinelli è nato a Brescia nel 1987. È laureato in Scienze e Tecnologie delle Arti e dello Spettacolo presso la facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Brescia. 
I suoi campi di ricerca ed interesse sono l’antropologia, gli aspetti religiosi nella storia del teatro e della performance e la storia del Cristianesimo. 
È ideatore ed organizzatore di eventi culturali. 

sabato 16 agosto 2014

"Tocca a voi Vescovi svegliare i giovani avvisandoli sull’ eventuale loro martirio per difendere la fede, la vita, la famiglia e la libertà di educazione” !

Ogni cinque minuti nel mondo un cristiano viene ucciso per la sua fede.
"Ci sono più cristiani perseguitati oggi che nei primi secoli", ha ricordato più volte papa Francesco. 
Per questo motivo i vescovi italiani hanno diramato un comunicato (diventato preghiera nella celebrazione delle sante Messe per la solennità di Maria Assunta in cielo) a ricordo delle vittime del terrorismo in Medio Oriente e per accompagnare il viaggio del Papa in Corea del Sud.
"Noi non possiamo tacere", dicono finalmente i nostri vescovi. 
Ma allora, parlate! 
Chi ve lo impedisce? 
Il vostro decennale silenzio ha contribuito a rendere l'Europa "distratta ed indifferente" e a far sì che l'Occidente guardasse sempre da un'altra parte per non vedere le tante persecuzioni patite dalla Chiesa in tutti i Paesi a regime comunista o socialista (ma anche quelli "democratici", con forme più subdole, non sono stati da meno). 
La "Chiesa del silenzio" doveva indicare le comunità cristiane oltre il muro crollato nel 1989. 
Quelle comunità hanno gridato come hanno potuto, hanno portato migliaia di "samisdat" nei nostri paesi considerati liberi (mettendo tante volte a repentaglio la vita di chi sfidava i vari regimi) ma sordi e, col tempo, totalmente indifferenti alla tragedia di intere popolazioni. 
Non avete nemmeno ascoltato le testimonianze dei missionari espulsi dal Laos e dalla Cambogia, tanto per fare un esempio. 
Il vostro comportamento, la vostra "distrazione", ha consolidato in molti la convinzione che eravate voi - vescovi dell'Occidente - a formare la "Chiesa del silenzio"! 
Svegliate i giovani europei e avvisateli che si fa sempre più reale anche per loro la possibilità di un eventuale martirio per difendere la fede, ma anche per difendere la vita, la famiglia e la libertà di educazione. 
E se dovesse capitare - Dio non voglia - dite loro chiaramente che saranno soli a difendere questi valori. 
Ai governi laici, incartati nella loro fasulla democrazia, questi argomenti non interessano! 

(Sacerdos)

giovedì 14 agosto 2014

Savona : la Festa dell'Assunzione della Beata Vergine Maria

Savona
Venerdì 15 Agosto
Solennità dell'Assunzione della Beata Vergine Maria
Oratorio dei SS Pietro e Caterina
( Via dei Mille/piazza Marconi )
ore 17,15 Canto solenne del Vespro
ore 18,00 Santa Messa Cantata, in Canto Gregoriano


Il 1 novembre 1950, Pio XII definiva il dogma dell’Assunzione. In questo modo egli proclamava solennemente che la credenza secondo la quale la Santa Vergine Maria dopo la morte fu elevata corpo e anima al cielo, fa realmente parte del deposito della fede ricevuto dagli apostoli. “Benedetta Fra tutte le donne” per la sua Maternità Divina, la Vergine Immacolata, che aveva avuto fin dalla Concezione il privilegio di essere esente dal peccato originale, non subì neppure la corruzione della tomba. 
Per evitare ogni dato incerto, il Papa non ha precisato il modo e le circostanze di tempo e di luogo in cui l’Assunzione avvenne: solo il fatto dell’Assunzione di Maria, con il corpo con l’anima, alla gloria del cielo, è oggetto della solenne definizione (di seguito un video del glorioso giorno della definizione del Dogma) 


La nuova messa della festa mette in evidenza l’Assunzione stessa e i suoi rapporti teologici. Vede Maria Santissima glorificata nella donna descritta dall’apocalisse (antifona all’introito), nella figlia del re vestita con il manto d’oro del salmo 44 (graduale), nella donna che col figlio sarà la nemica vittoriosa del demonio (antifona all’offertorio). 
Applica a lei le lodi decretate a Giuditta trionfante (lettura) e soprattutto vede nell’Assunzione il coronamento di tutte le glorie che derivano dalla Maternità Divina e che Maria stessa ha cantato nel suo Magnificat (Vangelo). 
Le orazioni ci fanno domandare a Dio di essere, come la Santa Vergine, incessantemente fissi alle cose celesti, di raggiungere la beata resurrezione e di condividere la Sua Gloria in cielo Nella liturgia si ritrova il culto dell’assunzione fin dal sesto secolo in oriente e a Roma dal settimo. 
A Gerusalemme, a Costantinopoli e a Roma, si organizzava una processione in onore della Beata Vergine. Dal “Messale Romano quotidiano”, 

Marietti editori pontifici, 1963 

Fonte : Associazione Beato Ottaviano Vescovo

Informiamo che gli amici di Savona dell'Associazione Beato Ottaviano Vescovo hanno realizzato un Sito con il quale informare i Fedeli sugli orari ed i luoghi delle celebrazioni liturgiche .
Il sito è corredato da ricche documentazioni storico/artistico/devozionali.
Complimenti agli Autori  !

Le lettere fra Introvigne e Socci

Un botta e risposta su "Libero" tra il sociologo Massimo Introvigne, che scrive una lettera per contestare un pezzo dello scrittore cattolico Antonio Socci sul silenzio del Papa circa il martirio dei cristiani ad opera degli islamici (Vedi qui), e quest’ultimo che risponde.
 
Massimo Introvigne, autore de ?Il cortile dei gentili. La Chiesa e la sfida della nuova religiosità: sette, nuove credenze, magie?Caro Antonio,
Leggo sempre i tuoi articoli con interesse, e non di rado ne traggo alimento spirituale e utili informazioni. So che sei mosso da una passione per la Chiesa, per la verità e per l’umano che condividiamo, e proprio per questo mi permetto di dirti quanto a disagio mi trovi nel leggere alcuni dei tuoi ultimi articoli, specialmente quello del 10 agosto sulla «vergogna» che il Papa dovrebbe provare per quella che in gergo giuridico si chiamerebbe omessa denuncia dei crimini dell’islam.
Consentimi anzitutto di dirti che non condivido una certa deriva generale di ostilità nei confronti di Papa Francesco e di «nostalgia» nei confronti dei Pontefici che lo hanno preceduto. Nell’enciclica «Caritas in veritate» Benedetto XVI ci ha insegnato ad applicare l’ermeneutica della «riforma nella continuità» non solo ai documenti del Vaticano II, ma a tutto il Magistero della Chiesa. La formula è stata talora capita male, ma tu sai come lo so io che invita ad accettare lealmente le riforme – anche quando non ci piacciono – interpretandole però non «contro» il Magistero precedente ma nella continuità dell’unico soggetto Chiesa. La preziosa regola vale anche per le novità di Papa Francesco. Qualche volta sono accusato di essere un «normalista», cioè uno che non vede la novità radicale delle riforme. Ma penso di vederla benissimo, e di accettarla applicando la regola aurea di Benedetto XVI.
Vengo all’islam. Un certo mondo cattolico, e molto di più «ateo devoto» alla Giuliano Ferrara, si fa un’immagine mitica degli atteggiamenti di San Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI. Ora questi pontefici, con grande precisione, hanno condannato il fondamentalismo come perversione della fede e hanno ripetuto l’insegnamento del «Catechismo della Chiesa Cattolica» – da cui anche Papa Francesco ci invita spesso a farci guidare – secondo cui, quando gli innocenti sono attaccati e massacrati la legittima difesa, anche con il ricorso alle armi e da parte della comunità internazionale e non solo dei singoli Stati, è – più che un diritto – un dovere. Benedetto XVI – oltre le interpretazioni caricaturali del discorso di Ratisbona, che farebbero sorridere se non alimentassero precisamente il fondamentalismo islamico – ha messo bene in luce come la tentazione della violenza non sia accidentale ma intrinseca all’islam a causa del rapporto non corretto che propone tra fede e ragione.
Nello stesso tempo, Benedetto XVI ha, con altri, scritto, e San Giovanni Paolo II ha promulgato, il «Catechismo della Chiesa Cattolica» dove si legge al numero 841, a proposito delle «relazioni della Chiesa con i Musulmani», che «il disegno della salvezza abbraccia anche coloro che riconoscono il Creatore, e tra questi in primo luogo i Musulmani, i quali, professando di tenere la fede di Abramo, adorano con noi un Dio unico, misericordioso, che giudicherà gli uomini nel giorno finale».
Tu citi giustamente San Giovanni Paolo II e la sua fermezza. Ma è lo stesso Papa che ad Ankara nel 1979 disse: «Mi domando se non sia urgente, proprio oggi in cui i cristiani e i musulmani sono entrati in un nuovo periodo della storia, riconoscere e sviluppare i vincoli spirituali che ci uniscono». Tu pensi che questi «vincoli spirituali» non esistano?
Sempre ad Ankara, Benedetto XVI affermò nel 2006 che il dialogo con i musulmani «non può essere ridotto ad un extra opzionale: al contrario, esso è una necessità vitale, dalla quale dipende in larga misura il nostro futuro». Per quanto ovviamente divisi su tante cose, spiegava allora Papa Ratzinger, «i cristiani e i musulmani, seguendo le loro rispettive religioni, richiamano l’attenzione sulla verità del carattere sacro e della dignità della persona. È questa la base del nostro reciproco rispetto e stima».
Lo so io, e lo sai tu: «rispetto e stima» non risolvono da soli i problemi di un dialogo difficilissimo. Ma segnano il perimetro di una dottrina del dialogo e di uno stile al di fuori del quale ci si può sentire più o meno bellicosi, ma non si è più cattolici.
Con stima
Massimo Introvigne
 
lapr_4671583_28470Caro Introvigne,
io mi accontento di essere un semplice cattolico che fa il giornalista, cioè che serve la verità. Tu vedo che ti dai un gran da fare nel metterti in mostra come ultrapapalino, molto zelante nel voler dimostrare quotidianamente, con spericolate operazioni linguistiche, che le cose che dice Francesco sono le stesse che hanno insegnato Benedetto XVI, Giovanni Paolo II e Paolo VI,
Auguri, ma dovrebbe essere Bergoglio – e non tu – a mostrare la continuità del Magistero. Forse ti sei allargato troppo, come nel finale della tua lettera in cui decidi addirittura chi può dirsi cattolico e chi no.
Nel merito ti faccio sommessamente notare che sei totalmente fuori tema, perché nel mio articolo che tu contesti non mi sono minimamente occupato del dialogo fra Chiesa cattolica e Islam.
Casomai del rapporto dei cristiani con la violenza islamista, con i regimi o le forze islamiste che perseguitano e massacrano i cristiani. E’ cosa diversa.
Mi sono occupato di persone crocifisse e lapidate, di donne violentate e vendute come schiave e bambini massacrati. Mi spiace che tu non ne faccia menzione perché è questo l’oggetto dell’articolo.
E la mia critica a Bergoglio riguarda la sua evidente reticenza: nei suoi pochi interventi su questa tragedia in corso evita accuratamente di dire chi sono i responsabili di questo dramma umanitario e quali le cause. Così come evita accuratamente di chiedere – seguendo Giovanni Paolo II – quell’ “ingerenza umanitaria” che potrebbe scongiurare un massacro totale e definitivo.
Eppure ti faccio notare che è esattamente quello che stanno chiedendo i vescovi di quella chiesa (cito per tutti Louis Raphael I Sako, patriarca caldeo di Baghdad e presidente della conferenza episcopale irachena). Ed è anche la soluzione che ha prospettato in una intervista di due giorni fa alla Radio Vaticana mons. Tomasi, osservatore permanente della Santa Sede presso le Nazioni Unite.
Perché il Papa non si decide a far sua questa proposta alla comunità internazionale? Più passano le ore più il massacro va avanti. Aspettiamo che siano totalmente distrutte quelle comunità cristiane?
E perché pure tu non spendi una sola parola su questo? Tutto questo a me appare vergognoso.
Antonio Socci
 
Fonte: Papalepapale

"La Messa non è finita, Deo gratias!". di R. Camilleri.

 La Messa non è finita Deo gratias di Rino Cammilleri
da La Bussola Quotidiana del 10-08-2014

Premetto che in quel che dirò non c’è alcuna vocazione polemica, perché le dispute intraecclesiali non mi appassionano. Anzi, mi infastidiscono. Sono cose di preti, nelle quali i laici, a mio avviso, meno mettono bocca e meglio è. Troppo spesso i preti si comportano come se la Chiesa fosse «cosa loro» e rispondono piccati quando li si critica. É da cinquant’anni, cioè dai tempi del Concilio, che il clero si riempie le gote del famoso «ruolo dei laici», ma poi, a conti fatti, il ruolo dei laici lo vorrebbe così: sempre in ginocchio, obbedienti e col portafogli aperto. 
Ho ormai una certa età e confesso che, quando sento parlare o leggo di dispute sul Concilio cambio canale o pagina o clicco qualcos’altro. Lo stesso dicasi per la Messa, nuovo rito, vecchio rito, rito straordinario, progressismi e tradizionalismi. Saranno gli anni, ma sono stufo da un pezzo. Quando mio nonno aveva l’età che ho io adesso e io ero un ragazzino, lui mi diceva sempre: sta’ lontano dai preti; onorali, riveriscili e salutali per strada, bacia loro la mano (allora usava) e va’ a Messa, ma non ti ci mischiare. Con sorpresa, diventato scrittore, mi accorsi che Padre Pio era dello stesso parere. Non sopportava i laici che ronzavano attorno alle tonache: allora si chiamavano «baciapile», oggi «impegnati nella pastorale». Il Santo diceva, col suo solito modo ruvido: «O dentro o fuori». Cioè: se ti piace l’ambiente entra nel clero, sennò esci di sacrestia e fai davvero il laico. 
L’esperienza è quella cosa che quando l’hai fatta è troppo tardi. Infatti, oggi so –per esperienza- che sia mio nonno (uomo religiosissimo) che Padre Pio (santo, asceta e mistico) avevano ragione. Entrambi passarono i guai loro per colpa del clero: le vicissitudini di Padre Pio sono note (rileggersi il mio libro Vita di Padre Pio, Piemme, più volte ristampato), mio nonno (che era imprenditore) uscì mezzo rovinato economicamente per essersi fidato di preti in un affare. Premesso tutto questo, vengo al dunque. 
Sono tanti anni ormai che nella mia mente la Messa domenicale è associata a un’ora di martirio di cui farei volentieri a meno. Tedio. Noia. Omelie banali e interminabili. Canzonette pop dal testo cretino. Estenuanti e retorici assilli al Padreterno terminanti con «…ascoltaci Signore». Segni di pace sudaticci. Ridicola miniprocessione per portare i «doni» all’altare. Chilometrici avvisi parrocchiali da ascoltare in piedi prima di avere la benedizione finale (dunque, abusivamente inglobati nella liturgia). Un «rendiamo grazie a Dio» che è un (mio) urlo di sollievo prima di uscire –finalmente!- a riveder le stelle. Ripeto: nessuna polemica. Trattasi solo di mie personali sensazioni. 
Ora, però, ho scoperto che nella cittadina sul Lago Maggiore in cui passo di solito l’estate c’è un prete che dice l’antica Messa. Una sola, il sabato pomeriggio. Ci sono andato, per curiosità. Già, perché quando vigeva il vecchio rito io a Messa non ci andavo proprio, perciò per me era una vera novità. Stupore: il celebrante faceva quasi tutto lui, gli astanti dovevano «rispondere» di rado. Silenzio. Il centro del tutto era il tabernacolo, non lo show del prete. Uno, in un angolo, intonava gli antichi inni in latino e –sorpresa- qualcosa mi si scioglieva dentro. Non mi accorgevo del tempo che passava, mi ritrovavo attento e concentrato come non mai, «partecipavo» davvero. Uscii ancora pervaso da un senso del sacro quale mai avevo provato prima. C’erano a disposizione dei libri per seguire la Messa, di quelli coi nastrini segnapagine rossi. Io non ci capivo granché, ma –altra sorpresa- una bengalese seduta accanto a me, colta la mia difficoltà, prese a indicarmi i passi giusti. 
Una bengalese! Il 5 agosto una lettrice romana mi ha scritto, raccontandomi della Messa a cui aveva assistito al mattino nella basilica di Santa Maria Maggiore. Ogni anno, per la ricorrenza della festa, vi si celebra solennemente in latino. Scrive la lettrice: «Mi sono trovata a cantare e a rispondere accanto a una coppia di giovani tedeschi e a due nere americane che conoscevano alla perfezione le parti della Messa in latino sia recitate che cantate; lo stesso mi capitò anni fa con dei giapponesi; è questo un modo davvero commovente di sentire e di vivere la cattolicità della Chiesa». Eggià: per «aggiornarsi» con gli anni Sessanta -del secolo scorso- la Chiesa rinunciò alla sua lingua sacra (mentre ebraismo e islamismo mantengono rigorosamente le loro). Il risultato di quello che Vittorio Messori definì in un’intervista «un golpe clericale» è che se percorro, che so, la Spagna devo assistere a Messe in catalano, castigliano, basco e via dicendo. 
Nel turista cattolico, con difficoltà avverto un fratello e la «cattolicità» di cui parlava la lettrice diventa teoria, non una sensazione palpabile. Scusate, ma siamo fatti anche di corpo. In quella chiesina sul Lago Maggiore ho visto un sacerdote che portava a Dio le preghiere del popolo che gli stava alle spalle in religioso (è il caso di dirlo) raccoglimento. Naturalmente –mi ha raccontato poi- si è inimicato il vescovo e tutti i colleghi della diocesi per via della sua ostinazione –qualificata di «lefebvriana»- a voler celebrare una (una!) Messa alla settimana secondo il motu proprio di Benedetto XVI. Tranquilli, quando finirà l’estate e tornerò in città non ho alcuna intenzione di macinare chilometri per andare a cercare una Messa di rito «straordinario» (sic!). Offrirò, come sempre, la mia pena domenicale al Signore nella solita parrocchia, a sconto dei miei peccati.

mercoledì 13 agosto 2014

Grottammare (AP) Secondo Pellegrinaggio all'Aurora della festa dell'Assunta . "L' erba della Madonna" (Stachys Annua) che si raccoglie il 15 agosto


Secondo Pellegrinaggio all’alba dell’Assunta a Grottammare, Città di Papa Sisto V. 

Dallo scorso anno è stata ripristinata l’antica tradizione del Pellegrinaggio e Messa all’alba dell’Assunta a Grottammare che le famiglie facevano , spesso a piedi,  dai vari centri del territorio recandosi al Paese Alto per confessarsi e per assistere alla Santa Messa. 
Venerdì 15 agosto 2014, solennità della Santissima Madre di Dio Assunta in Cielo, alle ore 5,30 del mattino nella Chiesa Parrocchiale di San Giovanni Battista in Piazza Sisto V a Grottammare Alta ( uscita A 14 GROTTAMMARE, AP ) sarà celebrata la Santa Messa Cantata nel venerabile rito romano antico disciplinato dal Motu Proprio Summorum Pontificum in Canto Gregoriano e con i canti tradizionali mariani.
Prima della Messa sarà recitato il Santo Rosario a cui seguirà il canto delle Litanie Lauretane e ci si potrà confessare. 


Siamo a conoscenza che qualche famiglia  vorrà ripetere l'antica devozione portandosi a piedi dalla città bassa fino alla chiesa di San Giovanni.
L’iniziativa  si avvale del Patrocinio del Comune di Grottammare  è stata organizzata dai fedeli del Gruppo della Messa in latino di Teramo e di amici marchigiani di altri gruppi in collaborazione con il Parroco della Parrocchia di San Giovanni Battista.

La riscoperta delle nostre radici cristiane è estremamente importante per le nuove generazioni :  fonte di cultura e di arte, elementi indispensabili per il progetto culturale soprattutto per le nuove generazioni. 
Grottammare, la città del grande Papa Sisto V, è fra le città più belle della costa adriatica : il paese antico, con le chiese che la devozione del popolo hanno innalzato alla gloria di Dio, si affaccia sul mare. 
Nella messa dell’alba dell’Assunta si pregherà, secondo le indicazioni dei Vescovi Italiani, per i cristiani perseguitati nel mondo e soprattutto in Iraq ed in Siria a causa della fede in Cristo Signore.



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II pilgrimage to the dawn of the feast of the Assumption of Grottammare ( Ascoli Piceno ) a town of Pope Sixtus V .
Since last year, has been revived the ancient tradition of pilgrimage and putting the dawn of the Assumption in Grottammare. 
For centuries, the families went walking in the High Country for the feast of the Assumption. 
Friday, August 15, 2014, the Solemnity of the Most Holy Mother of God Assumption, at 5:30 am in the parish church of San Giovanni Battista in Piazza Sisto V in Grottammare High (exit 14 A GROTTAMMARE, AP) Sung Mass will be celebrated in the Roman rite ( Motu Proprio Summorum Pontificum - Universae Ecclesiae )  in Gregorian chant and traditional songs with Marian. 

The initiative is under the patronage of the City of Grottammare was organized by the faithful of the group of the Latin Mass of Teramo and friends of the Marches of other groups, in collaboration with the pastor of St. John. 

Grottammare , the city of the great Pope Sixtus V, is one of the most beautiful towns on the Adriatic coast: the old town, with churches that the devotion of the people have erected to the glory of God, with a sea view. 
In the Mass of the Assumption Dawn prayers will be said, according to the indications of the Italian bishops, for the persecuted Christians in the world because of their faith in Christ the Lord. 

Tradizioni popolari marchigiane: 
erba della Madonna 

Per non dimenticare chi eravamo e da dove siamo venuti ( e dove siamo diretti N.d.R.
L’erba della Madonna si raccoglie prima del sorgere del sole il giorno 15 Agosto, Festa dell’Assunta. 
Cresce tra le stoppie (dove è stato mietuto il grano) 
Come si fa a raccoglierla? 
Per trovarla nel buio è conveniente andare nel campo, il giorno prima, e piantare una canna accanto alla piantina. 
 Di notte sarà più facile ritrovarla. 
I nostri contadini facevano così. 
Per quanto ne so io, l'erba della Madonna, così la chiamavano nel fermano, si raccoglieva il giorno di S. Maria, 15 agosto e taluni andavano a strofinarla a lungo le pareti della cripta del Duomo di Fermo (dedicato a Maria Assunta) affinché acquisisse una benedizione particolare. 
Il nome scientifico è Stachys Annua. 
E' un ingenuo gesto di fede delle gente di campagna.
Le contadine essiccavano questa erba e ci preparavano l’acqua per lavare i bimbi durante le malattie invernali. 
Buona Festa 

A.M.M.