Echo

martedì 9 febbraio 2010

Echi tridentini in gastronomia: ferri da cialde e ostie

La forma schiacciata del pane consacrato cominciò ad apparire in Oriente alla fine del quarto secolo. S. Epifanio, morto nel 403 d.C., fu il primo a fare degli accenni su questo tipo di pane rotondo "Hoc est enim rotundae formae".

Anche in Occidente le ostie, dopo il quinto secolo, assunsero la forma arrotondata, ma di diametro superiore e di spessore notevolmente maggiore di quelle odierne.

Il più antico stampo di pietra fu trovato a Cartagine ed è risalente al sesto secolo. A partire dall'undicesimo secolo si utilizzò d'abitudine un'ostia più grande destinata al sacerdote e una più piccola per i fedeli; la produzione avveniva nei monasteri ed era riservata agli uomini.

Verso l'inizio del secolo dodicesimo diminuirono la dimensione dei pani e si formarono simultaneamente più ostie, sovente grandi e piccole.

Il più antico ferro da ostie datato che si conosca in Italia risale al 1132 ed è conservato al museo del vino di Torgiano (Pg).

La decorazione degli stampi per ostie aveva come temi principali l'Agnello Pasquale, la flagellazione, la crocifissione ed i monogrammi IHS e IHC, completati a volte da XPS.

Le ostie non consacrate venivano offerte durante i pellegrinaggi o nei giubilei; distribuite alle porte delle chiese permettevano ai fedeli di sostentarsi fino all'ora dei pasti. Il loro consumo non violava i precetti della Chiesa perché non venivano considerate un alimento, ed erano un risparmio per il pellegrino che le riceveva gratuitamente. A partire dal quindicesimo secolo la produzione passò anche in mano ai laici e con il tempo le immagini incise sui ferri assunsero, oltre al simbolo della sacralità, la funzione profana di contraddistinguere un casato o una proprietà.

Il Rinascimento fu il periodo della "cialda personalizzata", quindi i ferri portavano incisi con gli stemmi araldici, i nomi dei proprietari e talvolta quelli dell'incisore. A partire da questo momento iniziò la produzione di ferri di grande pregio artistico, usati per la realizzazione di dolci da consumarsi in occasioni speciali. In Umbria i nobili ed i vescovi facevano decorare i loro ferri dagli orafi, in Spagna questi strumenti entravano nei beni inventariati delle diocesi, mentre in Francia non mancavano nelle liste di nozze delle famiglie borghesi facoltose.

A partire da fine settecento i ferri iniziarono a cambiare nel materiale (dal ferro dolce si passò alla ghisa), nello spessore e nella tecnica di realizzazione del decoro (dal bulino allo stampo). Diventarono sempre più rari i simboli ed i motivi geometrici e man mano vennero ad assomigliare sempre di più ai quadretti.

È ancora presente nella nostra gastronomia la tradizione di cuocere tra due piastre un composto fatto nelle ricette più semplici a base di farina e acqua, e arricchito nelle preparazioni più elaborate con uova, zucchero, aromi naturali, panna e birra.

Una condanna contro i tradizionalisti? "Prima ci ignorano, poi ci deridono, poi ci combattono; infine vinciamo" (Gandhi)

S. Em. card. Vingt-Trois, Arcivescovo di Parigi

Questa citazione, che ricordava in queste pagine un commentatore, si adatta alla perfezione alla reazione degli episcopati di mezzo mondo nei confronti del movimento liturgico tradizionale. Per quarant'anni dalla riforma liturgica bugniniana, la posizione pressoché unanime è oscillata tra i primi due elementi: la negazione dell'esistenza di un fenomeno tradizionalista e la sua ridicolizzazione. Quante volte si è letto e sentito dire che la "Messa in latino" non interessava a nessuno, e se c'era ancora qualche arretrato nostalgico, si trattava di vecchi incapaci di accettare che il mondo evolve. Le quattro tappe che descrive il Mahatma sono state seguite non solo dai colonizzatori britannici, ma anche da molti vescovi, presuli, teologi sedicenti cattolici: si è detto e ripetuto che la riforma liturgica sarebbe stata accolta "con entusiasmo" dalla totalità del popolo cristiano, lieto di riappropriarsi di una liturgia fino ad allora distante, incomprensibile, superstiziosa. Poi, visto che tutta quell'unanimità non c'era e non si poteva continuare a negare l'esistenza di dissidenti, ecco che questi ultimi erano liquidati come una 'manciata di vecchi nostalgici', una 'accolita di decadenti esteti fuori del loro tempo', un'accozzaglia di 'nobili decaduti e reazionari di estrema destra'. Persone, in generale, con le rotelle fuori posto. Come dovevano apparire, sempre per restare nella metafora gandhiana, quelli che si prendevan le botte della polizia anglo-indiana senza deflettere dalla loro opposizione non violenta.

Insomma: da quarant'anni assistiamo all'alternanza tra una negazione dell'esistenza del movimento tradizionale e una sua ridicolizzazione; quest'ultima posizione è divenuta la più diffusa dopo che è diventato sempre più insostenibile sostenere che non ci sono persone legate all'antico rito, o che si tratta soltanto di vecchi nostalgici destinati a rapida estinzione.

Ma proprio negli ultimissimi tempi, e lo riportiamo con vera gioia, notiamo che il ritornello sta cambiando. Ora iniziano a combatterci di petto, a viso scoperto, non più soltanto in modo sotterraneo con la denigrazione, l'intimidazione, la calunnia discreta e sotterranea. I custodi della pseudortodossia bugninian-liturgica iniziano a reagire scompostamente, e con attacchi diretti. Segno inequivocabile della loro paura, e del sentimento, che si sta impadronendo di loro, che stanno perdendo terreno, perché appare sempre più chiaramente che il futuro della Chiesa sarà radicato nella continuità e nella Tradizione, o non sarà.

Alcuni giorni orsono avevamo tradotto uno strano articolo de La Croix, l’organo semi-ufficiale dell’episcopato francese, di stampo spiccatamente progressista. Lo leggete a questo link. L’articolo dava notizia della visita al Papa dei vertici della conferenza episcopale transalpina, ma si concentrava su un unico punto: il dispetto e lo sconcerto dei capi dei vescovi, in primis il presidente card. Vingt-Trois, arcivescovo di Parigi, per l’attivismo dei tradizionalisti e per le loro azioni sul campo e via internet dove, come tutti sanno, la Tradizione è più attiva di qualunque altra voce ecclesiale. L’articolo arrivava ad inventare (proprio così: non risulta nulla di tutto ciò) aggressioni dirette a non specificati vescovi a Lione e Bordeaux. L’articolo de La Croix concludeva infine su un tono mesto (per loro), ossia che la gravità del pericolo tradizionale non sarebbe stata ben compresa da Roma.

Ma che un cambio di strategia, più aggressiva, sia stato elaborato dai mitrati francesi (o, meglio, dai capi del loro sinedrio, pardon, conferenza) si è subito reso evidente. Per questo diciamo che sono passati dalla ipocrita negazione del “problema” (come lo chiaman loro e La Croix: “trouble”) al combattimento aperto. Siamo dunque alla frase 3, secondo le tappe che descriveva Gandhi. Già l’articolo de La Croix, nel considerare i tradizionalisti il pericolo pubblico numero uno, ripudia la linea fin qui seguita di considerarci una manciata trascurabile di nostalgici. Ma un altro piccolo evento è stato significativo: sul Forum Catholique, alcune settimane fa, un forumista (Ennemond) si chiedeva come mai alla visita romana non avesse partecipato uno dei vicepresidenti della CEF (conferenza episcopale francese) e si augurava avesse buoni motivi per quell’assenza. Benché quasi subito fosse apparso nella discussione del forum che l’interessato s’era rotto una gamba e lo stesso Ennemond, a quel punto, invitasse a pregare per il suo pronto ristabilimento, è intervenuto sul gestore del Forum il vescovo Simon con una nota di singolare durezza (vedi qui). Si sapeva che i vescovi sono attenti lettori di quanto si scrive sui siti tradizionalisti: ma una pubblica intemerata di quanto vi si scrive è un’assoluta novità.

E ancora: in una parrocchia parigina (Immaculée-Conception) “occupata” per il tempo di un rosario da una trentina di fedeli, esacerbati di essere presi in giro dalle manovre dilatorie di un parroco che, dopo avere ipocritamente dato speranze, rifiuta ora di riceverli, la curia arcivescovile stessa (ossia il card. Vingt-Trois: la polizia ha mostrato la sua richiesta scritta) ha chiamato due volanti della gendarmeria per farli immediatamente sloggiare, "se necessario coi lacrimogeni". Roba che di solito non si fa nemmeno dopo giorni di bivacco in chiesa di stranieri irregolari minacciati di espulsione. E soprattutto, mai senza prima l’offerta, almeno, di un dialogo: che era poi tutto quel che quei fedeli chiedevano.

Ora il quadro di questo indurimento nelle reazioni si completa con una notizia diffusa da parecchi siti francesi (in particolare Summ. Pont. Observatus), e che anche noi abbiamo da fonte certa: il card. Vingt-Trois ha richiesto all’Ecclesia Dei e al card. Levada, che dell’Ecclesia Dei è Presidente in quanto Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, una pubblica sconfessione e condanna dell’operato dei gruppi tradizionali che “osano” insistere per ottenere una S. Messa Tradizionale.

Noi siamo convinti che Roma sia ben più intelligente e lungimirante di questi mitrati transalpini, che hanno spiritualmente desertificato la ex “Figlia primogenita della Chiesa”. Ché, se così non fosse, significherebbe davvero che viviamo in un mondo al contrario, dove la libertà è schiavitù e la guerra è pace. Prendiamo ad esempio Parigi: praticamente in tutte le parrocchie cittadine esiste un gruppo che ha richiesto la Messa di Sempre: una trentina di domande sono depositate in curia. Eppure, dal motu proprio ad oggi, sono state concesse solo due Messe in aggiunta a quelle preesistenti col sistema dell’indulto, ad orari e condizioni tutte speciali: una (a Ste Jeanne de Chantal) alle 12.15 e l’altra (a Notre-Dame du Travail) 3 settimane su 4, la quarta essendo riservata a far conoscere a quei fedeli buzzurri la bellezza e l’incomparabile maggior ricchezza del rito riformato…

Ora, il comportamento ostruzionistico di molti vescovi è sotto gli occhi di tutti. E in Francia come nel resto del mondo. I tradizionalisti perseverano, con i mezzi che concede loro il diritto, il buon senso e l’amore per la Chiesa (cui sappiamo farebbe un gran bene una bella iniezione di Tradizione): petizioni, raccolte di firme, volantini dati all’uscita della Chiesa, proteste in internet e all’Ecclesia Dei. Una pressione, lo si vorrà riconoscere, educata e modesta: ma di fronte all'assoluta chiusura ermetica, anche una fiammella porta la pentola ad una pressione insostenibile.

Si deve quindi perseverare, così come si deve ribadire con forza ai dicasteri romani (che peraltro lo sanno già bene) che la divisione è causata non dai tradizionalisti, ma dal disprezzo e dall’esclusione esercitata nei loro confronti da certi vescovi; perché tra i fedeli laici, tradizionali o ordinari che siano, di problemi o divisione non c’è neppure l’ombra e ci intendiamo benissimo, come ha mostrato anche il nostro sondaggio: tutti, fedeli ordinari e straordinari, desidereremmo convivere nelle stesse parrocchie, contribuendo, ciascuno con le proprie legittime preferenze liturgiche, all’opera quanto mai necessaria di ricristianizzazione della società.

lunedì 8 febbraio 2010

Nuovi seminaristi al Buon Pastore





Anche l'Istituto del Buon Pastore (al pari della Fraternità S. Pio X di cui abbiamo parlato due giorni fa) ha celebrato lo scorso 2 febbraio, festa della Candelora, la tonsura e la consegna delle tonache a tredici nuovi seminaristi dell'Istituto, che nei prossimi anni studieranno nel seminario di Courtalain, vicino a Chartres.


Particolarmente cosmopolita l'ambiente seminariale: i tredici nuovi seminaristi provengono dal Brasile (sei), dalla Francia (quattro), dalla Polonia (due) e dall'Italia (uno: vocazione maturata nelle Marche, al Santuario di Campocavallo gestito - in forma straordinaria, in tutti i sensi - dai Francescani dell'Immacolata).

La presenza italiana nel Seminario del Buon Pastore si rafforza: non solo grazie al neo-tonsurato Nicolas, ma anche per via di un altro seminarista in teologia e di quattro ragazzi, brasiliani sì, ma figli di emigrati italiani. E senza contare nel corpo docente il carismatico don Stefano Carusi, lui pure marchigiano.

Messa a Bergamo

Anno Sacerdotale
19 giugno 2009 - 11 giugno 2010

I fedeli bergamaschi che partecipano alla Celebrazione del
Divin Sacrificio
nella Forma Straordinaria del Rito Romano
con letizia e cuore grato
annunciano
ai Fratelli nella Fede che
Sua Eccellenza Reverendissima
Mons. Francesco Beschi
Vescovo di Bergamo

aderendo al loro desiderio
permette che

Sabato 13 febbraio 2010
possa essere celebrata
preceduta dalla
Solenne Benedizione Eucaristica
(ore 15:30)
la
SANTA MESSA
nella Forma Straordinaria del Rito Romano
(ore 16:00)
presso la

Cappella Vescovile di San Marco
(Santa Rita)
via Locatelli, Bergamo

Celebra l’Eucaristia
Rev.mo P. Konrad zu Löwenstein, FSSP

Echi tridentini: Ippolito Nievo



«Di solito, mezz'ora innanzi la messa quotidiana, io era cercato per servirla a Monsignore, il quale intendeva darmi con ciò un segno della sua speciale deferenza, a scapito dei figliuoli di Fulgenzio. Ma io, che non mi sentiva gran fatto riconoscente di questa distinzione, sapeva prender le mie misure in modo che chi mi dava la caccia tornava il più delle volte colle mani vuote alla sacristia. Di consueto io mi rifugiava presso mastro Germano e non usciva dal suo buco se non quand'era sonata l'ultima campanella. In quel frattempo aveano già messo la cotta a Noni o a Menichetto, i quali coi loro zoccoli di legno correvano sempre il pericolo di rompersi il naso sugli scalini nel cambiar di posto al messale; ed io entrava in chiesa, sicuro di averla scapolata. Siccome poi queste mie arti furono in breve scoperte, così me ne toccarono molte ramanzine per parte di Monsignore dinanzi al focolar di cucina; ma io mi scusava della mia ripugnanza dicendo che non sapeva il Confiteor. E infatti, per giustificare questa mia scusa, le poche volte che era beccato, aveva sempre l'accorgimento di tornar a capo, una volta giunto al mea culpa; e per due tre e quattro volte ripeteva una tale manovra, finché Monsignore impazientato lo finiva lui. Quei giorni nefasti aveva poi la compiacenza di star chiuso in un camerino sotto la colombaia, col libricciuolo della messa, un bicchier d'acqua ed un pane bigio fino a un'ora innanzi i vespri. Io mi divertiva immollando il libro nell'acqua, e sminuzzando il pane ai piccioni; e poi, quando Gregorio, il cameriere di Monsignore, veniva a sprigionarmi, correva da Martino presso il quale era certo di trovare il mio pranzo. Peraltro durante quelle ore aveva il dispetto di udir la voce della Pisana che si trastullava cogli altri ragazzotti senza darsi melanconia pel mio carceramento; e allora mi prendeva una tal bile contro il Confiteor, che lo faceva in pallottole e lo gettava giù nel cortile sopra quei birboncelli assieme a quanti sassuoli e calcinacci potea raccattar nei canti e raspar dalla muraglia colle unghie. Talvolta anche squassava con quanta forza poteva la porta, e le dava addosso coi gomiti coi piedi e colla testa; e dopo un mezz'ora di tali strepiti il fattore non mancava mai di venir a ricompensarmene con quattro sonate di staffile. E questa dose si replicava la sera, quando scoprivano ch'io aveva tutto fradicio e guasto il mio libricciuolo.»

Ippolito Nievo (1831-1861; nella foto) è l’autore delle Confessioni di un italiano, romanzo importante, unanimemente considerato fra i migliori dell’Ottocento italiano; chi gli rimprovera uno stile non compiutamente definito e un andamento lento, frenato da troppe digressioni e inutili abbondanze, dimentica che morì a trent’anni senza avere il tempo di adoperare la lima. [Morendo a trent’anni il Manzoni avrebbe lasciato – in tutto – un’ode e quattro inni sacri, di fattura più volenterosa che compiuta. Ariosto, Machiavelli e Cervantes nulla di nulla. Shakespeare (forse) non molto più che un paio di testi teatrali: il Tito Andronico e l’Enrico VI...].
Al netto da ingenuità e incongruenze, Le confessioni di un italiano riescono tuttora a farsi leggere volentieri per la capacità di tenere insieme – cosa non frequente nella nostra letteratura nazionale – il romanzo di formazione, la storia picaresca, il viaggio interiore come scoperta di sé e del mondo, la grande vicenda d’amore (indimenticabile la figura della Pisana, l’anti-Lucia dell’Ottocento), in una cornice storica credibile e con un’intenzione palesemente educativa nella direzione di una religiosità civile non spregevole. La parte forse stilisticamente più compiuta è la prima, dedicata all’infanzia di Carlino, orfano e povero, allevato al castello di Fratta fra servi e signori, in un bizzarro universo concentrazionario interclassista che diviene una specie di luogo dello spirito. Da questa prima parte, e precisamente dal capitolo II del romanzo, abbiamo tratto la citazione riportata sopra.


Conclusa in pochi mesi la prima stesura, Nievo non fece in tempo a provvedere alla necessaria revisione, soprattutto a causa di impegni politici non lievi: fervente repubblicano, prese parte alla spedizione dei Mille, e non solo come combattente: il generale Garibaldi, nominandolo responsabile dell’Intendenza, gli affidò tutta la documentazione sull’uso dei fondi segreti (somme ingenti, soprattutto frutto della “generosità” del governo inglese, oltre che di ricche ricchissime sottoscrizioni: corrisponderebbero, oggi, a svariati milioni di euro). Cominciamo a capire meglio – si chiedeva ironico Vittorio Messori qualche anno fa – come fece realmente una banda di volenterosi volontari a conquistare un regno mettendo in fuga un esercito di centomila uomini bene armati, riportando appena 78 vittime sui 1162 partiti da Quarto? E capiamo meglio, anche, la dissennata e isterica politica anticattolica del rosso avventuriero e dei suoi inopinati e imprevedibili protettori? In questa situazione esemplare, il povero Nievo ci rimise la pelle: un sabotaggio provocò un’esplosione alle caldaie del piroscafo “Ercole”, su cui – con tutte le sue ricevute e pezze d’appoggio – era imbarcato il nostro Intendente, tornando da Palermo a Napoli al termine della spedizione.


Povero “Carlino”! Forse avrebbe fatto meglio – nel castello di Fratta – a imparare il Confiteor e servire la Messa a Monsignore...

[Il testo integrale delle Confessioni di un italiano è presente in libreria in svariate e ben curate edizioni anche economiche; ma è anche liberamente scaricabile dal sito liberliber.]



Giuseppe

Nuova Messa a Roma. Grazie all'Opus Dei.


Riceviamo e con vero piacere pubblichiamo questa importante comunicazione.


Cari amici di messa in latino,

ho la gioia di annunziarvi un'altra messa a Roma, stavolta assai importante e speciale.

Ogni terzo sabato del mese, alle ore 10, presso la Basilica Minore di sant'Eugenio, Viale delle Belle Arti 10 - 00196 ROMA [nella foto]

Ps. Si tratta di un'importante parrocchia romana, retta dall'Opus Dei e se abbiamo ottenuto la messa ciò è dovuto alla volontà del Prelato stesso, il che fa ben sperare vista la diffusione e l'importanza dell'Opera...

domenica 7 febbraio 2010

Ritornelli contro la Messa tradizionale

Un lettore alquanto tradizionofobo ci ha inviato le considerazioni che seguono. Un comportamento che, di per sé, è già degno di lode perché implica il desiderio di sottoporre a dibattito le proprie convinzioni (state sicuri che uno come, puta, il vescovo di Salerno Gerardo Pierro, non si darà la pena di mettere in discussione il suo viscerale odio per la S. Messa tradizionale). Lasciamo ai commentatori di buona volontà il compito di confutare un po' di pregiudizi.


Ritorno della messa in latino: desiderio di un cristianesimo basato essenzialmente sul rito dove l’incomprensibilità delle parole testimonia la trascendenza del mistero, non attingibile mediante il linguaggio ma piuttosto attraverso le azioni sacre, e tutto ciò che colpisce i sensi: colori, suoni ed odori. E’ un modo di rapportarsi al divino molto antico e molto radicato in religioni anteriori al cristianesimo stesso, ma, a differenza che per quasi tutte le altre religioni di salvezza, in questa rappresentazione del sacro il fedele non è stato mai, nemmeno parzialmente, l’attore, bensì il semplice spettatore: non è stato lui che cantava o che offriva l’incenso o indossava i paramenti preziosi, né mai partecipava agli atti salvifici se non come destinatario. Non abbiamo a che fare con una struttura astorica, ma con la conclusione di un processo che nella applicazione dei dettami del Concilio tridentino ha avuto la sua conclusione e la sua cristallizzazione: il modello però, prima del Concilio, era abbastanza antico e coerente per presentarsi ed essere recepito e vissuto come assolutamente unico e assoluto. Ma se in questo consisteva la sua forza, qui si annidava anche la sua debolezza. L’esser stato messo in questione pubblicamente e proprio all’interno della struttura che lo aveva creato e lo perpetuava (questo è ciò che è avvenuto nel Concilio Vaticano II) lo ha messo in crisi, a mio parere definitivamente, proprio perché gli ha tolto l’immediatezza indiscussa. E quando questa si è persa, non è possibile riconquistarla. Tutte le restaurazioni soffrono di un peccato ineliminabile: vorrebbero tornare a quello che c’era prima ma non possono senza fare i conti con quello che c’è stato dopo: hanno allora bisogno di una apologetica che, proprio mentre attacca la frattura avvenuta e difende il modello precedente, lo demitizza facendone involontariamente vedere la relatività. Così il tentativo di riprodurlo risulta sempre parziale e condotto spesso con cattiva coscienza. Facciamo un esempio che riguarda proprio il nostro caso: l’esaltazione della fede del carbonaio o della vecchietta che non hanno bisogno della ‘banalizzazione’ liturgica provocata dal Concilio per entrare nel mistero, non è del tutto onesta. Quelli che ne parlano, infatti, non la possiedono più. Possiedono però tutta una serie di conoscenze altamente aristocratiche: il latino, sono sicuro, lo vogliono capire, senza le storpiature popolari del ‘verbumcaro fatto alle finestre’ appannaggio, fino alla riforma liturgica, di vecchiette, appunto, e di più improbabili carbonai; così come sono in grado di deliziarsi di una rete complessa di simboli che possono star dietro alle complicate coreografie dei pontificali di una volta. Vogliono, dunque, sia pure a modo loro, partecipare e non dire il rosario o esercitare qualche altra devozione più semplice (come appunto era appannaggio di gran parte del popolo cristiano) mentre vien celebrata la Messa. Non trovo niente di male che queste loro esigenze siano in qualche modo soddisfatte, proprio perché mi risulta abbastanza chiaro che si tratta di una minoranza rispettabilmente snob. Trovo invece poco comprensibile che esigenze diverse e contrapposte, ma almeno altrettanto fondate, siano state soffocate senza che ci si preoccupasse minimamente dell’esodo sempre più silenzioso di fedeli che queste chiusure provocavano. Se la differenza di trattamenti dipende dal fatto che chi guida oggi la Chiesa, pensa veramente, non dico di ricristianizzare, ma anche solo di riempire le chiese come negli anni ‘50 ricorrendo alla messa in latino (e mi limito a parlare dell’ Europa …) vuol dire che, umanamente parlando, siamo davvero messi molto male.

Gianfranco F.

La successione al card. Kasper

Ecco quanto scrive il solitamente bene informato Andrea Tornielli (link):

Questa mattina [ieri: N.d.R.] Benedetto XVI ha ricevuto in udienza il vescovo di Basilea, Kurt Koch. Potrebbe essere candidato a sostituire il cardinale dimissionario Walter Kasper, presidente del Pontificio Consiglio per la Promozione dell’Unità dei Cristiani e Presidente della Commissione per le Relazioni Religiose con gli Ebrei. Un altro nome che era stato fatto per quell’incarico era quello del vescovo di Ratisbona, Gerhard Ludwig Müller. Mentre erano circolate voci anche sulla possibile candidatura dell’arcivescovo di Chieti-Vasto, Bruno Forte.


Di Koch (nella foto) ci piace ricordare due cose. Che ebbe il coraggio di sollevare dall'incarico un parroco concubinario di Basilea, sfidando le consuete proteste popolar-mediatiche. Gesto non facile, nella Mitteleuropa ormai postcristiana: si pensi agli allegri concubini di Linz (v. qui). E, secondo punto a suo favore, egli ha pubblicato nel giugno scorso una lettera circolare ai suoi preti in cui chiedeva ai 'difensori del Concilio' di essere più onesti. Il testo integrale della lettera, da noi tradotta, è disponibile a questo link; ecco che cosa, tra le altre cose, scriveva mons. Koch:
  • Il Concilio non ha abolito il latino nella liturgia. Al contrario, enfatizza che nel rito romano, salvi casi eccezionali, l’uso della lingua latina deve essere mantenuto. Chi tra i vocianti difensori del concilio desidera "accettare senza restrizioni" ciò?
  • Il Concilio ha dichiarato che la Chiesa considera il canto gregoriano come la "musica propria del rito romano" e che perciò deve avere "posto principale". In quante parrocchie questo è applicato "senza restrizioni "
  • Il Concilio ha richiesto espressamente che le autorità di governo volontariamente rinunzino a quei diritti di partecipare alla scelta dei vescovi, come insorti nel corso del tempo. Quale difensore del concilio si batte "senza restrizioni " per quello? [per comprendere tale punto, dobbiamo ricordare che in parecchie diocesi del mondo germanico, compresa quella di Basilea, vigono antichi privilegi per cui i vescovi sono scelti con elezioni tra il clero locale, o simili rappresentanze. L’esito è che la scelta diventa appannaggio di cricche semi-politiche o correnti ecclesiali di gruppi e movimenti. Da notare che la rivendicazione dell’elezione dei vescovi su base locale e senza interferenze da Roma è uno dei cavalli di battaglia dei progressisti, appunto di quelli che abusivamente si sciacquano sempre la bocca con un Concilio che, su quasi tutti i punti, ha detto il contrario di quanto essi oggi sostengono].
  • Il Concilio descrive la natura fondamentale della liturgia come celebrazione del mistero pasquale e il sacrificio eucaristico come "il completamento dell’opera della nostra salvezza". Come può accordarsi tutto questo con la mia esperienza, fatta in molte differenti parrocchie, che la comprensione sacrificale della Messa è stata completamente eliminata dal linguaggio liturgico e la Messa è ora intesa solo come una cena o "lo spezzare del pane"? In quale modo si può giustificare questo cambiamento profondo richiamandosi al Concilio?

sabato 6 febbraio 2010

Il sangue di San Gennaro


Il culto legato a San Gennaro è per i napoletani qualcosa di estremamente forte, sanguigno, e non è una battuta di spirito. Come riportato dal quotidiano Il Mattino, un test effettuato sulla sostanza contenuta in una delle ampolle del Santo patrono partenopeo ha rivelato che ciò che è passato dallo stato solido allo stato liquido è proprio sangue. L’analisi è stata effettuata da Giuseppe Geraci, biologo molecolare presso l’Università Federico II.

«Senza contare le notti passate nel buio della Cappella reale del Tesoro di San Gennaro – ha spiegato il professor Geraci nelle pagine de Il Mattino – sono partito proprio da lì, dal luogo dove la teca con l’ampolla è custodita. Ho applicato il massimo del rigore scientifico a un evento ritenuto assolutamente metafisico, inspiegabile».

L’ampolla in oggetto non è quella cara alla gente di Napoli, che durante le cerimonie viene esposta in Duomo. I risultati del lavoro svolto dal biologo sono stati presentati ieri presso l’ateneo nei locali di via Mezzocannone 8.

Il lavoro è stato effettuato su una piccola teca rinvenuta dieci anni fa nell’eremo dei Camaldoli. Da questo istituto la reliquia è stata affidata ai responsabili della Cappella del Tesoro di San Gennaro, i quali, proprio per l’interesse mostrato dal Professore, l’hanno offerta a lui affinché potesse studiarne il contenuto.
All’apertura dell’ampolla il liquido ivi contenuto si è solidificato ma è nuovamente tornato allo stato liquido sottraendo calcio e scuotendo il campione. Le analisi effettuate hanno poi rivelato che si tratta proprio di sangue umano.

La liquefazione non avviene come nel famoso prodigio; in quel caso non è il contatto dell’aria a generare il passaggio di stato.

Attorno a questo “miracolo” la scienza non ha ancora dato una risposta univoca. Come spiega lo stesso biologo: «Non c’è dato scientifico univoco che spieghi perché avvengano questi mutamenti. Non basta attribuire al movimento la capacità di sciogliere il sangue , il liquido contenuto nella teca del Tesoro cambia stato per motivi ancora tutti da individuare».

«Il vero miracolo di San Gennaro è la fede che è capace di suscitare. L’affetto dei napoletani per il patrono e per la sua reliquia».


Valeria Panzeri

Un nuovo centro di Messa a Taranto



Abbiamo la gioia di annunziarvi che a far tempo da Domenica 21 febbraio 2010 alle ore 18 in Taranto, presso la Chiesa di Sant'Agostino nel borgo antico (nella foto), sarà celebrata la Santa Messa secondo il rito straordinario di cui al motu proprio Summorum Pontificum, e così in tutti i seguenti giorni festivi.

per informazioni:
telefono 099.337946
posta elettronica cosimodel@libero.it

Fellay: umanamente, gli accordi con Roma sono impossibili; ma la Chiesa non è umana...



Nella festa della Purificazione della Vergine (la Candelora, 2 febbraio scorso) mons. Fellay ha consegnato le tonache ai 13 nuovi seminaristi francesi della FSSPX (per inciso: un numero superiore alle entrate in seminario di una qualunque diocesi francese). Nel corso dell'omelia, che potete ascoltare a questo link, il Superiore generale della Fraternità ha anche toccato l'argomento dei colloqui in corso con Roma. Ecco una parafrasi dei concetti espressi da mons. Fellay.

Quando si guardano le tendenze e i pensieri che circolano e dominano nella Chiesa oggi, si ha l'impressione che la nostra cerimonia odierna non abbia punti in comune. Come è possibile che tante cose siano cambiate? E quando sentiamo, perfino da Roma, che nulla è cambiato, c'è da restar esterrefatti. Anche la Messa: basta aprire gli occhi, per vedere se sia o no sempre la stessa. Si riconosce ancora Gesù come Figlio di Dio? Il terremoto ha scosso la Chiesa fin nelle fondamenta. Ed allora, ci si chiede, si arriverà a un risultato nelle discussioni con Roma, avremo presto un accordo? Francamente, sinceramente, parlando umanamente, non lo vediamo arrivare questo accordo. Cosa vuol dire accordo? Su cosa siamo d'accordo? Sul fatto che solo attraverso la Chiesa abbiamo i mezzi di salvezza?

Se noi discutiamo - non negoziamo, discutiamo - è nella speranza che questa verità, che proclamiamo ai massimi livelli della Chiesa, tocchi i cuori; poiché abbiamo i mezzi di aprire la bocca, abbiamo il dovere di aprirla. Questo non vuol dire svendere la verità per cercare di trovare una via di mezzo, assolutamente no, anzi. Allora, umanamente, non arriveremo mai ad un accordo; sì, umanamente non arriveremo ad un accordo, per come vediamo adesso le cose, umanamente non serve a niente. Ma quando parliamo della Chiesa, non parliamo umanamente, parliamo di una realtà soprannaturale alla quale Nostro Signore ha promesso che essa non verrà meno, contro la quale le porte dell'Inferno non prevarranno. E quindi, anche se siamo di fronte ad una realtà difficile e contraddittoria, noi sappiamo che le cose sono nelle mani di Dio, il Quale ha i mezzi per rimettere le cose in carreggiata. Sarebbe opportuno ricordare che parlare e discutere è necessario, ma non basta: quando si parla di salvare le anime, quando si pensa a come Dio ha fatto uscire la Chiesa dalle altre crisi che ha avuto nel corso dei secoli, vediamo che quello che occorre è la santità, con cui ringiovanisce e guarisce la Chiesa. Senza la Grazia, e restando solo al livello degli uomini, si è perduto in partenza. Tutti, quindi, come cattolici, dobbiamo fare qualcosa, avanzando nella Grazia, nell'amor di Dio, nella carità.

Questo discorso, che alcuni organi di stampa hanno equivocato come un siluro ai colloqui in corso (il che, a parte tutto, sarebbe del tutto incoerente, considerati gli sforzi di parte FSSPX per ottenere questi colloqui), è in realtà un discorso di apertura e fiducia nell'intervento soprannaturale per conseguire il risultato, irraggiungibile con le sole forze umane. Non c'è bisogno di essere semiologi per sapere che dire: "umanamente è impossibile, ma Dio può rendere la cosa possibile" ha, all'evidenza, un senso esattamente opposto al dire: "Dio può tutto, ma umanamente è impossibile". Ossia, l'enfasi è sempre posta sull'avversativa (pensate alla differenza tra: "E' un pelandrone, ma un bravo ragazzo" e "E' un bravo ragazzo, ma pelandrone").

Associamoci, quindi, alle preghiere per il buon esito di questi colloqui; sapendo in particolare quanto il campo progressista rumoreggi per il loro fallimento.

Degni di menzione anche i concetti che il vescovo lefebvriano ha sviluppato nell'omelia per spiegare il valore di quella tonaca che i 13 seminaristi hanno indossato per la prima volta, e auspicabilmente in aeternum. Questa "tonaca tutta nera" parla, ha detto: ricorda agli uomini che siete discepoli di Gesù Cristo ed è un segno che esiste qualcosa che oltrepassa la realtà degli uomini: la fede, le realtà soprannaturali. Sì, la tonaca parla, e predica: di fronte a lei gli uomini reagiscono, male magari, ma spesso positivamente toccati. La gente vede una tonaca, e vede un prete. Oggi questa immagine non è più nella realtà, salvo tra i tradizionalisti e nella pubblicità (quando si tratta di pubblicizzare una marca di spaghetti, si vedon preti insottanati, mai in clergyman); ma appunto perché i pubblicitari sanno che nell'animo dei cristiani il prete è il prete in tonaca. E quando si pensa al prete, si pensa ad un altro Gesù, ad un uomo che non è come gli altri uomini, che è separato e distaccato dal mondo. Il nero della tonaca è il nero del lutto, della morte al mondo, della rinuncia ad esso. La tonaca è già sacrificio, non per il piacere del sacrificio fine a se stesso, come uno stoico o un masochista, ma per mettersi a disposizione delle anime. E se quella tonaca si comporta bene, è una vera fiamma; se si comporta male, è subito uno scandalo, che fa un immenso danno.

Persecuzione anticristiana. In Arabia? No: in Inghilterra!

di Gianfranco Amato

Neppure il clima natalizio è riuscito ad arrestare l’ondata discriminatoria che sta colpendo i cristiani nel Regno Unito. Questa volta è toccata a Olive Jones, insegnante di matematica con esperienza ventennale. Da quattro anni la professoressa Jones ha scelto di dedicarsi all’insegnamento a domicilio di ragazzi gravemente ammalati o con particolari disturbi psichici. Per tale incarico ha ricevuto un contratto part-time di 12 ore settimanali dalla Oak Hill Short Stay School e dai Servizi Scolastici del Comune di North Somerset.

Durante una delle sue lezioni domiciliari la professoressa Jones, approfittando del fatto che la sua alunna si sentisse male, ha deciso di scambiare due chiacchiere con la madre della ragazza. In qullo che doveva essere un normale colloquio tra donne, la Jones ha commesso l’imprudenza di toccare un argomento oggi pericoloso in Gran Bretagna: la propria fede religiosa. Così, l’incauta insegnante ha raccontato alla madre dell’alunna un episodio accadutole quando da adolescente aiutava i genitori nella fattoria di famiglia vicino a Carmarthen nel Galles.

Mentre si trovava alla guida di un trattore e stava affrontando una salita particolarmente ripida, all’improvviso il mezzo agricolo cominciò a ribaltarsi e per un puro caso non fu all’origine di un incidente mortale. Da quel momento la Jones interpretò quel “caso” come un miracolo ed si avvicinò alla fede. Malgrado non avesse fatto trapelare alcun disappunto, la madre della ragazza decise di inoltrare un reclamo contro l’insegnante per quella sua personale esternazione. Neppure le autorità interessate dalla protesta della donna avvisarono la professoressa Jones, la quale, del tutto ignara della denuncia a suo carico, decise di proseguire tranquillamente nel proprio lavoro tornando successivamente a visitare l’alunna per le consuete lezioni.

L’insegnante questa volta, però, commette una seconda imprudenza chiedendo alla ragazza se desidera che preghi per le sue particolari condizioni di salute. A quella inaspettata domanda la stessa ragazza volge lo sguardo alla madre che seccamente replica: «Noi veniamo da una famiglia che non crede». Di fronte a tale reazione la Jones desiste immediatamente. Anzi, adducendo a pretesto che la ragazza non si sentisse particolarmente portata per la matematica, chiede alla madre se intenda cancellare le successive lezioni. La madre risponde di no, desiderando che la propria figlia continui a ricevere l’insegnamento domiciliare.

Nonostante le due donne si lascino in buoni rapporti, nel giro di poche ore la professoressa Jones viene convocata dalla preside della scuola che le contesta il fatto di aver manifestato, durante il servizio, la propria fede, qualificando quel fatto come un vero e proprio atto di «bullismo». Un gesto di pura ed inqualificabile prepotenza. Da qui, il licenziamento in tronco. La professoressa Jones, ovviamente, non la prende benissimo. Dichiara di sentirsi «devastata» dal provvedimento che considera «completely disproportionate» e un vero «marchio di infamia» inflitto alla sua persona.

«Se avessi commesso un atto criminale», confessa, «credo che la reazione sarebbe stata la stessa». La professoressa si scaglia contro l’interpretazione del concetto di libertà di opinione applicata nel suo caso. Sul punto la donna ha le idee molto chiare: «Sono davvero stupita che in un Paese con una forte tradizione cristiana come la Gran Bretagna sia diventato sempre più difficile parlare della propria fede». Ciò che la rende più furiosa non è tanto l’errata interpretazione delle nuove ambigue disposizioni normative in materia di uguaglianza, quanto il «politically-correct system» che impedisce, di fatto, «la possibilità di esternare in pubblico qualunque riferimento alla dimensione religiosa della propria coscienza, pur potendo tale circostanza essere potenzialmente utile anche agli altri».

«La sensazione che ho», continua la Jones, «è che se avessi parlato di qualunque altro argomento al mondo, non ci sarebbero stati problemi, ma il semplice fatto di aver toccato il tema del cristianesimo ha rappresentato la violazione di un tabù. Lo stesso cristianesimo viene ormai visto come una “no-go area”, un campo minato nel quale è più prudente non addentrarsi in pubblico».

La mia amica avvocatessa Andrea Williams, direttrice del Christian Legal Centre, che assiste la professoressa, ha espresso il suo commento: «Storie come quella di Olive Jones stanno, purtroppo, diventando sempre più diffuse in questo Paese e rappresentano il risultato di un’applicazione maldestra delle cosiddette politiche sull’uguaglianza, le quali si traducono, di fatto, in una vera e propria discriminazione a carico dei cristiani nel tentativo di eliminare la dimensione religiosa dalla sfera pubblica».

«Olive Jones», continua la direttrice del Christian Legal Centre, «ha avuto compassione per la sua allieva e si è ritrovata senza lavoro per aver espresso la speranza che nasce dalla sua fede. E’ tempo che si recuperi un approccio di “common sense” su queste delicate materie». Nick Yates, portavoce del Comune di North Somerset, si è limitato ad un freddo e laconico comunicato: «Olive Jones ha lavorato come insegnante per i Servizi Scolastici di North Somerset. Una denuncia è stata sporta da un genitore nei suoi confronti. Su tale denuncia è in corso un’attività istruttoria». Nel frattempo la professoressa Jones è stata licenziata senza preavviso. Episodi del genere fanno persino rimpiangere gli eccessi di un certo sindacalismo scolastico di casa nostra.

Da Il Sussidiario.net