lunedì 6 maggio 2013

I molti siamo un solo corpo. Rm 12,5, 1 Cor 10, 16-17 e la quaestio disputata della traduzione del pro multis


di don Alfredo M. Morselli

Mons. Klaus Gamber (1919-1989)
È stato recentemente riproposto, con merito, sul sito di Una Voce Italia [1], un prezioso articolo di Mons. Klaus Gamber, circa la traduzione nelle lingue moderne delle parole, facenti parte della formula di consacrazione, pro multis; traduzione che, specialmente dopo l’Istruzione Liturgiam authenticam, emanata dalla Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti il 28 marzo 2001 e gli interventi in materia di Benedetto XVI [2], è oggi una vera quaestio disputata.

Per tutti o per molti? Come tradurre il pro multis della formula di consacrazione del rito romano?

Merito di Gamber è l’aver distinto e separato il problema teologico-soteriologico da quello squisitamente liturgico; in altre parole, il problema non è per chi il nostro Signore e Salvatore Gesù Cristo ha versato il sangue, (per tutti o per molti), ma cosa significa, in contesto strettamente liturgico, pro multis, tenendo conto del significato della parola versare (gr.: ekchynnómenon = versato)

Se il problema fosse infatti unicamente teologico, entrambe le traduzioni (per molti e per tutti) sarebbero delle coperte corte: non possono fornire da sole una risposta per sua natura complessa e articolata. Non esiste infatti un termine che da solo possa esprimere ciò che, ad esempio, afferma S. Giovanni Crisostomo [3] nel suo commento alla lettera agli Ebrei (17,2): “(Cristo) è certamente morto per tutti, per salvare tutti per quanto sta in Lui, poiché la sua morte compensa la corruzione di tutti gli uomini. Ma non ha portato via i peccati di tutti perché gli uomini stessi non vollero”.

La formula di consacrazione non è la risposta al problema di quanti effettivamente si salvano, ma è l’atto, la forma dell’azione liturgica, dell’istante eucaristico: è in questa prospettiva che il pro multis va considerato, per poterne valutare la corretta traduzione nelle lingue moderne.

Gamber, ha ripreso le affermazioni di J. Pascher [4], secondo le quali il verbo greco  ekchynnô, da cui deriva ekchynnómenon, non significa “effondere” [vergiessen], vale a dire l’ “emissione del sangue dalla ferita”, bensì “versare” [ausgiessen]; ne aveva concluso che “nella celebrazione dell’eucaristia il prezioso sangue del Signore viene versato dal calice nella bocca dei (molti) fedeli, come anche nel Vecchio Testamento il sacrificio del sangue era da considerarsi compiuto soltanto mediante l’atto di versare dai vasi”.

L’espressione pro multis sarebbe quindi un adattamento di Lc 22,20b: “Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue, che è versato per voi”: Gesù agli Apostoli dice versato per voi; il testo liturgico traspone il per voi – originariamente riferito ai dodici – ai molti, cioè ai presenti alla celebrazione.

L’argomentazione di Gamber è ineccepibile, ma tuttavia potrebbe prestare il fianco a un’obiezione: come può essere pertinente l’uso di un termine – che, di per sé, potrebbe indicare una certa moltitudine, un gran numero di persone –, per indicare i partecipanti (sempre in numero limitato) alla frazione del pane?

Ritengo che Rm 12,5a (“così i molti siamo un solo corpo in Cristo”) e 1 Cor 10, 17 (“poiché un solo pane, un solo corpo i molti siamo, i tutti infatti che partecipiamo dell’unico pane”) possano aiutarci a rispondere a questa possibile obiezione e, nel contempo, costituiscano una conferma di quanto Klaus Gamber ha sostenuto.

Rm 12 è l’inizio della peroratio generale (Rm 12-16), ovvero della parte finale di tutta la lettera, in cui, in base alle buone regole di retorica, con ricchezza di pathos, le esortazioni sono più numerose.
Il testo non riflette direttamente un contesto liturgico, ma la somiglianza con 1 Cor 10, 17, che esamineremo in seguito, ci fa ritenere che sicuramente l’Apostolo ha qui in mente la celebrazione liturgica.
La chiesa primitiva ha percepito una pertinenza straordinaria di questo testo con la liturgia: infatti il Rm 12 inizia subito con: “Vi esorto dunque, fratelli, per la misericordia di Dio, ad offrire i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio; è questo il vostro culto spirituale”: il culto spirituale non è altro che il rationabile obsequium che troviamo nel canone romano. In altre parole, Rm 12,5 descrive la prosecuzione nella vita della celebrazione Eucaristica, ciò a cui siamo esortati dall’Ite Missa est…

Nel nostro versetto, i molti sono contrapposti ad uno, per indicare che la pluralità (l’essere molti) dei singoli viene ad essere trascesa offrendo i corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio. Notiamo il doppio superamento: corpi-sacrificio spirituale/molti-uno.
L’uomo redento trascende se stesso superando una condizione di partenza che sta al punto di arrivo come il corpo allo spirito, e raggiungendo in Cristo una mirabile unità con gli altri.

Se l’esortazione di Rm 12, 5 sfoca tra vissuto cristiano e liturgia, invece il contesto di 1 Cor 10, 16-17 è chiaramente liturgico:
“[1 Cor 10,16] Il calice della benedizione che noi benediciamo, non è forse comunione con il sangue di Cristo? E il pane che noi spezziamo, non è forse comunione con il corpo di Cristo? [17] Poiché un solo pane, un solo corpo i molti siamo, i tutti infatti che partecipiamo dell’unico pane. 
I molti, in questo contesto liturgico, sono la pluralità di individui che diventano uno grazia alla condivisione del Corpo e del Sangue eucaristico.
E quel tutti del v. 17b? Non si tratta di tutti gli uomini, ma di tutti coloro che si comunicano.

Αnche Gesù, in Gv 17, nei discorsi pronunciati proprio durante l’ultima cena, insiste molto sull’essere uno dei cristiani:
[Gv 17,11] Padre santo, custodisci nel tuo nome coloro che mi hai dato, perché siano uno (ina ôsin en), come noi.


[Gv 17,20] Non prego solo per questi, ma anche per quelli che per la loro parola crederanno in me;  [21] perché tutti siano uno (ina pantes ôsin en). Come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch'essi [uno] in noi, perché il mondo creda che tu mi hai mandato. [22] E la gloria che tu hai dato a me, io l'ho data a loro, perché siano come noi uno (ina ôsin en). 
Niente di strano se dunque i primi cristiani vedevano nell’Eucaristia il sacramento di questa straordinaria unità in Cristo, ed è proprio rispetto a questa stessa unità che vien considerata la pluralità: i molti, coloro per i quali sacramentalmente è versato il sangue nel calice, sono coloro che partecipano alla celebrazione liturgica; questi, analogamente al pane che diventa corpo e al vino che diventa sangue, da più, da molti, diventano uno.

Conclusione

In base a quanto affermato si può concludere che i molti per cui è versato il Sangue prezioso nel calice eucaristico non sono tutti gli uomini in assoluto e neppure un’imprecisata moltitudine, ma, se di tutti si tratta, sono tutti coloro che, nell’ambito della celebrazione liturgica reale, partecipano alla frazione del pane e comunicano al calice, divenendo così, da molti, uno in Cristo.
La corretta traduzione del Messale dovrebbe partire da quanto esposto sopra.





[1] K. Gamber, «Il problema della traduzione “per tutti”», http://tinyurl.com/cys38zp, visitato il 06/05/13; (da «Una Voce Korrespondenz», XVI (1986), pp. 333-338; titolo originale: Die Problematik der Übersetzung “für alle” – Neue Gesichtspunkte im Streit um die Fassung des Kelchwortes. Traduzione italiana di Fabio Marino).
[2] Lettera di Sua Santità Benedetto XVI al Presidente della Conferenza Episcopale Tedesca, del 14-4-2012, http://tinyurl.com/cjn35zf visitato il 06/05/13.
[3] Citato dallo stesso Gamber.
[4] In Liturgisches Jahrbuch 10 (1960), p. 99ss.

13 commenti:

  1. Nella nuovissima traduzione del messale in italiano è stato adottato il per molti? Perchè era stato bocciato dalla CEI a quel che ricordo ...

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  2. Stanno discutendo e tutto è appeso a un filo;determinante saranno la volontà del Papa e le preghieree i sacrifici dei buoni.
    Il p di fondo è una certa teologia rahneriana secondo la quale un vero no a Dio è impossibile, per cui tutti gli uomini si trovano ad essere cristiani anche senza saperlo

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  3. Secondo lo spirito dell'articolo di Mons. Gamber (ma probabilmente NON secondo la filologia), una traduzione inclusiva potrebbe essere "...calice ... che E' versato per voi tutti" (per tutti voi che siete qui adesso).

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  4. Scusate se vado fuori tema ma credo che per quello che ha rappresentato Giulio Andreotti per l'Italia, per il Cattolicesimo italiano, per i rapporti tra Repubblica italiana e Santa Sede, qualche rigo se lo meriti.
    E in questa mia riflessione vorrei azzerare per una volta le divisioni che intercorrono tra noi "tradizionalisti" e i tanti "modernisti" che ci leggono. Le stiamo vedendo tutti le reazioni disgustose della cosiddetta società "civile", i falliti che per un briciolo di rinnovata celebrità non rinunciano a ballare su un cadavere ancora caldo, persino un Presidente della Repubblica (che peraltro,ultimamente, stavo iniziando a stimare) che anzichè rendere onore senza "se" e senza "ma" ad un Padre Costituente,Sette volte Presidente del Consiglio, non so quante Ministro, Senatore a vita nominato da un suo predecessore e parlamentare più longevo, chiama in causa la "storia che lo giudicherà" nemmeno stessimo parlando di Pinochet. La morte di Andreotti ha schiaffato in faccia il vero ritratto della società odierna a tutte le persone autenticamente civili, a quelli che non negano un segno della croce al transito di un anonimo carro funebre, a quelli che ancora dicono "buongiorno" o "buonasera" se entrano in un locale, a quelli che cedono ancora il posto in metro agli anziani o alle donne incinte, a quell'Italia di "paciocconi" che quotidianamente i mass media insultano ed umiliano scippandole pure la definizione di "società civile", che un tempo era sua esclusiva, per attribuirla alla marmaglia di caciaroni che scalpitano per una telecamera, che tirano monetine, che esultano per i decessi, che augurano malattie, che ironizzano sulle tragedie. Una marmaglia che però poi inorridisce se si dice che l'unione di due persone dello stesso sesso è innaturale o se sente ascoltare il termine "omicidio" accostato all'aborto. Legittimati dalla stampa, assecondati dalle massime autorità del paese, ammantati da una specie di sacralità intoccabile si sono avventati sul cadavere di Andreotti come i peggiori sciacalli della Savana. Loro possono, sono il popolo della rete. Loro, quelli che vivono con il codice di procedura penale sotto il braccio e il santino di Caselli nel portafoglio e sono pronti a infilarti P2 e Trattativa Stato-mafia pure dentro l'insalata. Loro, che quando gli fai notare che Andreotti per mafia è stato assolto e la prescrizione non equivale ad una condanna, dimenticano il diritto e si affidano al caro vecchio Lombroso: ma con quella faccia lì, con quella gobba lì, ti pare che non era mafioso? Eppoi, lo dicono tutti!

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    1. Questo popolo del web non è solo figlio di quella sinistra che sghignazzava se in una sezione missina venivano trucidati due ragazzi poco meno che ventenni.Persino nella curva dello stadio, luogo simbolo di chi è contro, ultima roccaforte di un certo attivismo da strada, composta da personaggi ambigui che però ci tengono a sottolineare il loro anticonformismo e la loro dura e pura opposizione al sistema; persino lì ha preso piede la mentalità del nerd da tastiera che vivendo una vita solo virtuale, non sente nemmeno la necessità di avere un briciolo di rispetto per la vita umana. Gli ultras non rinunciano poi a mostrare il volto buono per ottenere un articoletto di lode, non smettono di crearsi l'alibi per quando poi sbaglieranno ed avranno l'occhio della stampa perbenista contro. E come si creano questi alibi? Semplice, sposando la deriva qualunquista del web, fischiando il minuto di silenzio del "mafioso" Andreotti. E' giusto fischiarlo perchè mafioso. Mica lo sanno i "duriepuri" che ad accusare Andreotti di mafia sono stati proprio quei pentiti che nel loro mondo vengono definiti con sprezzo "infami". I duri&puri da stadio e da strada si uniscono al coro di chi per loro invoca il carcere e lo fanno affidandosi in toto a quelli che nella loro personale gerarchia della società sono collocati al gradino più basso, gli infami. Che società è questa? E' sicuramente una società senza Dio.
      Che paese è l'Italia? Un paese in cui chi ne difese sovranità, autorevolezza, benessere e prestigio internazionale viene condannato all'infamia delle monetine o dei fischi; un paese dove si premia invece chi ne svendette le proprietà, la dignità, il peso geopolitico.
      Riposa in pace, caro Presidente. Questo non era più il suo mondo, questo mondo è troppo piccolo per un gigante come lei così com'è troppo piccolo anche per la statura di Benedetto XVI.

      Meo.

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  5. Sì, anche io penso che l'Italia sia una nazione piena di gente ignorante e maleducata. Andreotti mi stava simpatico e non aveva affatto la faccia da mafioso.

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  6. Tornando al tema: qualcuno sa spiegarmi perché si concentra questo enorme problema solo sul "per molti" o "per tutti", mentre tutto il resto della formula eucaristica non è affatto la riproposizione fedele delle parole eucaristiche dei vangeli bensì è una libera interpretazione/collage delle diverse versioni? Per non parlare del particolare "offerto in sacrificio" che è una purissima invenzione, almeno sotto l'aspetto letterario?
    Insomma: a cosa ci dobbiamo attenere?
    Se ci atteniamo alle Scritture sarebbe più semplice e intelligente conservare le diverse parole eucaristiche in altrettanti canoni eucaristici.
    Se ci atteniamo alla Tradizione, allora dobbiamo riconoscere che il traguardo non è la fedeltà alla lettera testuale (invocata peraltro da Benedetto XVI) ma la sintesi teologica elaborata nei primi secoli. In questo caso allora andrebbe anche bene il "per tutti", anche se poi sappiamo che non "tutti" accolgono la salvezza offerta da Dio in Cristo.
    In conclusione: o la lettera (e allora va abolito il "offerto in sacrificio", che peraltro non corrisponde nemmeno al latino "tradetur") o la teologia.
    Prego chi avesse la bontà di rispondermi, di non aggredire, come talvolta/spesso si fa qui dentro verso chi la pensa diversamente, perché ho contrapposto, pur nella mia piccola testolina, Scrittura e Tradizione. Sono solo uno che cerca umilmente di capire. Grazie!

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  8. Por que questão disputada?
    Disputa-se sobre quanto diz o Catecismo Romano do Concílio de Trento, sobre quanto diz a Suma Teológica de Santo Tomás e toda a tradição?
    Se se diz "por todos", nega-se implicitamente o dogma da Imaculada Conceição, uma vez que a Virgem Maria foi redimida não para remissão dos pecados, mas para a prevenção dos pecados. Ora, no Cânon da Missa diz-se "pro vobis et pro multis in remissiionem peccatorum".
    Quem explica muito bem isto é o maior escritor da língua portuguesa Pe. Antonio Vieira em um sermão sobre a Imaculada Conceição. Vieira brilhou como um dos maiores oradores sacros do século XVII, inclusive em Roma, onde foi confessor da rainha Cristina da Suécia.
    Portanto, é inaceitável dizer por todos, para não dizer que é herético e ameaça a validade da missa. Mas certamente torna-a gravemente ilícita.
    João

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  9. Nota di monsignor Juan Andrés Caniato
    [...]
    Ma tornando alle parole della consacrazione nella grande preghiera eucaristica non si percepisce la gravità teologica della traduzione italiana, che ha reso con due participi passati ciò che nel testo latino è addirittura al futuro:
    – corpo “offerto in sacrificio” al posto di “tradetur”, “che sarà consegnato”;
    – e sangue “versato” al posto di ” effundetur”, “che sarà versato”.
    Ne va della comprensione stessa della messa e del suo rapporto con l’ultima cena e con la passione, morte e risurrezione di Cristo.
    Il traduttore italiano ha sciaguratamente pensato che il fedele italiano, se avesse ascoltato quei due verbi al futuro avrebbe potuto immaginare che il Signore non avesse ancora donato la sua vita per noi…
    In realtà è proprio quel futuro che ci aiuta a comprendere il rapporto tra eucaristia e Pasqua: gli apostoli, nell’ultima cena parteciparono realmente alla Pasqua di Gesù, prima che avvenisse storicamente, esattamente come noi oggi vi partecipiamo dopo che è avvenuta.
    L’eucaristia non è memoriale dell’ultima cena, con enfatizzazione del “banchetto”, ma della passione, morte e risurrezione del Signore, attraverso il rito compiuto da Gesù nell’ultima cena. L’eucaristia spezza la barriera del tempo cronologico, e ci rende partecipi “qui e ora” del mistero pasquale.
    Se un fedele italiano avesse avuto dei dubbi su quel futuro, sarebbe stata una occasione preziosissima di catechesi semplice e persuasiva sul significato del sacramento

    http://chiesaepostconcilio.blogspot.it/2012/04/lunga-lettera-del-papa-ai-vescovi.html

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  10. Concordo con Filippo: l'Italia è sempre più una nazione di ignoranti, maleducati,traditori, puttanieri e vili...vent'anni di fascioberlusconismo più quaranta di cattocomunismo l'hanno distrutta.
    Dell'Italia cattolica sana e santa che fu resta solo la larva o come disse il grande Metternich l' espressione geografica!
    Grazie a Roncalli, Montini,Woitila, Bertone, Bergoglio e i loro amici massoni...

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  11. Sta per uscire il libro di Galeazzi che svela i segreti della loggia massonica vaticana che ha sgovernato la chiesa cattolica per cinquant'anni, ha provocato le dimissioni di Benedetto XVI ed ha eletto il loro ober prokuror
    argentino...sconvolgente!
    La verità è ancor più tremenda...povera Chiesa, poveri fedeli... ma San Malachia aveva profetizzato tutto cio, la finis Ecclesiae!
    E Dio tace ancor!

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