21-6-24
Mi si chiede di comunicare la mia opinione sugli argomenti con
cui Andrea Grillo ha risposto al suo interlocutore, e un po’ maltrattato i
lettori, di Messa in latino. Con Andrea abbiamo avuto un paio di
confronti, nel tempo, e questo mi facilita, anche nella scelta del tono giusto.
Ma rende anche chiara la mia posizione, che ricordo per chi non mi abbia mai
letto: non intervengo come “tradizionalista fedele a Roma”, come si esprime MiL
legittimamente. Da quando scrivo, e
particolarmente, da quando ho ritenuto
doveroso mostrarmi in disaccordo con gli atti comunicativi e di governo del
pontefice regnante (io, che sono sempre stato filoromano), ho parlato
come comune christifidelis, dotato di qualche capacità di giudizio, ma
anzitutto colmo di preoccupazione per la Chiesa, che fino dall’infanzia, per
dono di Dio, ho veramente sentito come Madre.
Ho conosciuto e condiviso, negli anni Sessanta e Settanta, il
“punto di vista” conciliare-riformatore e le sue radicalità. Ma, salvo che per
un brevissimo periodo, forse, nessuno è riuscito a convincermi che molto, se
non tutto, il passato della vivente storia umano-divina della Chiesa
cattolica fosse stato errore o relativa cecità o deviazione. Non ci si
accorgeva, come neppure ora ci si accorge, che la possibilità di pensare questo
si era già data, con tutte le sue conseguenze: era stata al cuore della grande
crisi protestante. L’ermeneutica della rottura e della ripartenza da presunte
origini pure, propria dei Riformatori, non è, non può essere, quella Cattolica.
Nonostante certa grandezza teologica delle chiese riformate, che conosco e
riconosco, la Riforma costituisce un paradigma di errore, di un già compiuto
nella storia cristiana, tanto più gravemente nelle sue versioni ‘liberali’ di Otto
e Novecento. Trovo incredibilmente
ingenuo ripercorrere, col cieco tatonnement di chi cerca rigenerazioni o
rinascite, le strade senza sbocco già immaginate o percorse da altri.
Non mi si caccerà a ‘destra’, dunque, né la mia insignificante
persona né i teologi, i cleri, gli intellettuali e le chiese, che nel mondo
stanno saldamente al centro nell’opporsi alle élites distruttive, cui
purtroppo anche Grillo appartiene, che si avvalgono di un pontificato contraddittorio
e disorientante, dotato di idee fisse personali quanto può esserlo un singolo
cristiano, in decenni difficili, ma non un Papa.
Questa premessa era opportuna, in ordine a tutte le
osservazioni e boutades che Grillo riserva ai “tradizionalisti fedeli”
ma che vogliono colpire obbiettivi molto lontani e alti, raggruppati sotto una
comune connotazione deteriore.
Valga subito quanto sostiene nella prima risposta. Detto che il “parallelismo rituale” istituito
dalla Summorum pontificum di Benedetto XVI non aveva fondamento
teologico, G. afferma, con la drasticità dei riformatori che rinunciano ad ogni
maschera dialogica, che per essere “fedeli” bisogna acquisire la lingua rituale
comunitariamente stabilita da Roma, si intende col recente Traditionis
custodes. La Tradizione incorpora infatti “un legittimo e insuperabile
progresso, che è irreversibile”; questo sarebbe anche il senso del titolo del
motu proprio che è sembrato a molti irridente. Ma la Tradizione di Grillo assomiglia troppo
al Progresso della retorica marxiano-pragmatista di un tempo (il suo moto è insuperabile,
irreversibile) per avere a che fare con le traditiones cristiane, e in
genere con le tradizioni religiose. Non vi è, a rigore, nessun progresso nel traditum
cristiano (cosa sia “progresso dogmatico” non starò a ricordarlo a Andrea),
nessun Nuovo irreversibile.
Ed è curioso che debba ricordarlo a lui, che in altra sede mi
negherebbe che Trento (e forse anche Calcedonia) siano stati progressi
insuperabili e irreversibili. Ma quello
che non regge, e che dispiace vedere proposto invece come ovvio, è che
insuperabile e irreversibile sia il Traditionis custodes e non lo sia
stato Summorum Pontificum. Nessun dei due documenti ha più che il valore di un atto di
governo voluto dalla prudentia del capo della Chiesa. Sarà invece
oggetto di discussione quale delle due prudentiae sia da riconoscere più
sollecita del bene dei cristiani. Di Summorum pontificum ragionammo nel
lontano 2007, nella cattedrale di Parma, Grillo ed io, pubblicamente. Moderava
Luise. Sostenevo allora questa prospettiva sulla SP, e ne resto pienamente
convinto:
“La nuova “legittimazione” del Missale romanum [del 1962] decretata dalla SP riconduce la vita cattolica alla sua essenziale natura di complexio. La storia cattolica “precedente” il Concilio
Vaticano II viene proposta come vitale
orizzonte dello “spirito” del Concilio stesso e della sua realizzazione –
“realizzazione” che molti estremismi hanno vissuto invece come incompatibile
col passato. Così l’obiettivo della “riconciliazione interna nel seno della
Chiesa” diviene parte di un ampio intervento medicinalis per la chiesa universale (…). Il recupero del rito
latino potrà, al contrario di quanto si obietta, agire come paradigma stabilizzatore delle
fluttuanti e impoverite liturgie in lingua corrente. Come ha notato lo stesso
Card. Lehmann -proseguivo- il motu proprio è buon motivo per
promuovere con nuova attenzione
una celebrazione degna dell’Eucaristia
e delle altre messe”.
stabilizzatore si è mossa politicamente la liturgistica e l’incomprensione
di molti vescovi. Non posso non aggiungere
che le sensibilità e/o teorie che Grillo sottintende si schierano contro
il valore in certo modo perenne, sempre in actu, della ontologia misterico-sacramentaria
nella
vita millenaria della Chiesa. Penso fermamente, contro ciò che Grillo
irride nella risposta alla quinta domanda, che “ciò che è stato sacro per le
generazioni passate non può non essere sacro anche per noi”; rompere col
Sacro cristiano (con la sacramentaria) fu l’atto illusorio e drammatico della Entzauberung
calviniana. Non è la sede per
argomentarlo, ma avendo insegnato e lavorato in sociologia della religione per
decenni, distinguo tra la variabilità sensoriale (ma non volatilità) del sacro
e il suo statuto ontologico. Ammiriamo
ambedue Odo Casel, ma forse non leggiamo lo stesso autore.
Ma non ci si
lasci dunque ingannare: la difesa delle riforme post-conciliari è nei
liturgisti di punta solo politica. Ostili alla correzione
ratzingeriana del 2007, miravano e mirano da decenni a procedere (non appena
possibile) molto oltre eversivamente e autoritariamente, verso un’opposta
polarità a-teologica: abolizione dei libri liturgici, situazioni di
soglia, effervescenze, teatralizzazioni e primitivismi rituali. Grillo sa di
cosa parlo. È la disperata speranza
della Negazione generativa del nuovo o dell’autentico.
La comune vita
ecclesiale, anche perché non priva di differenze, e il (prevalentemente) saggio
governo dei vescovi hanno impedito questo esito, ma le celebrazioni si sono fermate
su terreni di buon senso, senza paradigmi forti, e con slittamenti
frequenti verso una de-significazione.
Slittamenti che hanno, per di più, una preoccupante rilevanza de fide
– un vuoto cristologico percepibile da chiunque – che la catechesi è incapace
di correggere.
In questa
povertà recente di significati vissuti, di fides quae e di fides qua,
la forma e la lingua ‘non-ordinaria’ riportano la certezza di una antiquitas
del rito cristiano, della sua originarietà in Cristo – su cui il
presente profondamente e necessariamente si impianta, secondo continuità. Niente
di nostalgico, dunque – dico a Grillo; tutt’altro, è questione di fondamenti.
Passo alle
domande e risposte successive. Grillo oppone alle sottolineature di MiL (peso
del ‘carisma tradizionale’ nella chiesa, vitalità delle famiglie dell’area
tradizionalista nel mondo, loro risposta “una cum Papa” alla carestia di
seminaristi) una sorta di squalifica, o condanna delle strade teologiche,
formative, pastorali del ‘tradizionalismo’. Sono soluzioni ‘facili’, sono la normatività
del passato, infine in “contrasto con la tradizione” (nel senso di Grillo, come
ho detto) più che in conformità. Lascio ad Andrea la responsabilità e le
conseguenze di questa sicurezza sulla inconsistenza altrui; specialmente se
nella sua testa fa veramente di ogni
erba un fascio. Ricordo che ridicolizzare l’avversario crea scenari illusori,
tranquillizzanti ma incapaci di diagnosi e prognosi. Il mondo che egli banalizza,
anche solo quello che si autodefinisce e autolimita come ‘tradizionale’, ha
molte più ragioni e molta più sostanza; è Chiesa; d’altronde occupa spazi
cattolici abbandonati dai ‘riformatori’ e poco frequentati dal christifidelis
medio.
risposta alla quinta domanda, che compendierei così: ‘è possibile che una forma
rituale per lunghi secoli normativa non possa più avere spazio, nel quadro in
effetti pluralistico della Chiesa universale? E perché avere paura della
varietà dei carismi?’. In effetti questa
formulazione ha le debolezze di una tattica difensiva, oltre che imitativa
(credo di saperlo bene) delle opposte tattiche riformistiche di decenni fa:
argomento del pluralismo già esistente, argomento (in via subordinata) dei
carismi ecc.
Può funzionare
con un interlocutore benevolo, ma solo per sentirsi rispondere: ‘Certo, è
giusto, ma …’. Personalmente sconsiglio le diverse costellazioni critiche ‘di
destra’ dall’usare argomenti già ‘di sinistra’. Anzitutto gli argomenti rivolti
ad indebolire il Primato del vescovo di Roma.
Infatti, gli
argomenti ‘progressisti’ non sono neutri, sono intrinsecamente strumentali (non
interessa il merito, sono tecnicamente rivoluzionari), sono insomma cattolicamente
inutilizzabili. Così, quando Grillo usa l’indignazione retorica, l’exclamatio,
o forse qui proprio l’apostrophé (“E non si possono usare da destra le
grandi idee paoline in modo così spudorato… per alimentare una ‘anarchia
dall’alto’ …”), evoca alla perfezione quei decenni trascorsi, neppure troppo lontani,
quando si chiedeva ‘da sinistra’ ai pontefici questa anarchia dall’alto,
un “liberi tutti” ai teologi e alle chiese locali. I pontefici si opposero. ‘Da
destra’ non bisogna fare niente che porti a ripercorrere à rébours quella strategia diffusa e infausta.
Un cenno al depositum
fidei e ai suoi ‘rivestimenti’; è solo un ennesimo argomento deterrente
nella tattica (molto abile) di Andrea, perché la storia delle dottrine
cristiane, fino agli storicismi liberali, mostra quanto insidioso sia il
criterio di individuazione del rivestimento e, di conseguenza, del corpo
autentico, o del nucleo. Teoreticamente inconsistente, lo
considero, di conseguenza, un concetto inutilizzabile in una discussione seria.
Che Grillo pensi poi che sia la ‘nostalgia’
a farci proteggere il corpo autentico della fides quae per non liquidarlo
come abito ‘variabile’, mostra che ci si è gettati alle spalle il grande e
decisivo dibattito dogmatico che accompagna la Cristianità dall’età tridentina,
fino alle discussioni del Vaticano II incluse. La retorica del rivestimento
restò appannaggio dello pseudo-concilio esterno, dei giornalisti e dei teologi
da battaglia. Dell’intelligencija di ieri e di oggi.
Resta da
commentare quanto Grillo attribuisce, un po’ alla cieca (come quando si fa a
pugni), a papa Benedetto XVI. Ho già detto dell’anarchia dall’alto. Essa è
piuttosto la condizione che l’intelligencija eversiva detta al sovrano per
concedergli di sopravvivere. Altro l’intento di Benedetto XVI, considerando
quanto quella soluzione binaria Vo/No fosse destinata a ridurre lo strutturale
disequilibrio delle pratiche recenziori. Che si sia trattato di strategia e
teologia inadeguate è un giudizio empirico; dovremmo metterci d’accordo
sui parametri da usare, anche quello temporale. E tenere conto della variazione
di pontificato: quando lavorammo insieme, ognuno nella sua trincea, a Ecclesia
universa o introversa? la questione liturgica era nel cuore di molti, e nel
cuore del pontefice. Quando la San Paolo pubblicò il volume (2013) non
interessava più a nessuno, anzitutto a Roma. Sic transit.
Ma la
sussistenza, la mera sussistenza direi (quella che Andrea e altri amici
liturgisti radicali vedono come insopportabile pietra d’inciampo per la vita
della Chiesa, non solo liturgica, e che io vedo come pietra d’angolo, ormai),
di un paradigma antiquior realizzato e vissuto, posto là come icona
della Chiesa irrinunciabile, vale come dialettica concreta. Vale cioè come negazione
dialettica della fragile comunità ecclesiale tipo cui sembra ridotta la Chiesa
cattolica (e del cui dono ringraziamo comunque il Signore). Una negazione
che realizza un ideale e una realtà di Chiesa inattuali e perenni. Tutto
nella sintesi del Corpo mistico.
Minuzie sulle
ultime risposte di Andrea Grillo. Riguardo alla questione del “fallimento”
della riforma liturgica concordo con lui che l’argomento dei numeri è debole.
Anzitutto perché le correlazioni tra pratiche ecclesiali e numerosità dei
praticanti sono difficilissime da ottenere e da interpretare (l’interpretazione
presuppone degli enunciati lawful del tipo se-allora di cui
manchiamo). E poi, alle solite, l’argomento del declino della pratica è da
decenni in preda alle più diverse, anzi opposte, argomentazioni. Negli anni ho
formato il mio giudizio piuttosto nella pratica (mista V e NO) di
messalizzante, nell’ascolto delle omelie, nella valutazione di ciò che si dice
come di quanto non si riesce/vuole più dire, nell’osservazione dei
comportamenti (entro e fuori del rito) di clero e popolo.
Osservo, per chiudere, che la stoccata finale,
“la tradizione non è passato ma è futuro”, caratterizza bene (non so quanto
volontariamente e coerentemente) una filosofia di fondo dell’amico liturgista,
ovvero l’utopismo ontologico e nihilistico di matrice Nietzsche-Bloch,
coltivato da molti, ancora oggi dai giovani laureandi in filosofia. Certamente incompatibile con la teologia della
storia salvifica, con la Cristologia dunque. Ed anche con il common sense.
