Non è facile azzardare una linea di interpretazione del nuovissimo motu proprio del S. Padre. Esso si presta, infatti, ad interpretazioni ambivalenti; e al momento la più diffusa appare essere (alimentata da un poderoso wishful thinking della maggioranza progressista nella Chiesa, umiliata e frustrata negli ultimi mesi dall’accelerata filotradizionale del Papa) quella che il nuovo documento voglia essere una specie di ‘messa in riga’ della Fraternità San Pio X e dei tradizionalisti in generale, una pausa di riflessione del Papa che si sarebbe accorto d’essersi spinto troppo in là, nonché una sconfessione dell’operato dei settori filotradizionali della Curia, specie per punizione dello scandalo Williamson.
Diciamo subito che possono effettivamente rinvenirsi elementi a sostegno di questa interpretazione che chiameremo, per intenderci, filoprogressista (ma sposata anche dai neocon di stampo woitiliano, scettici quando non addirittura allarmati e indispettiti dalle velleità tradizionaliste di Benedetto XVI).
Iniziamo dal punto più importante. Gli uomini. L’Ecclesia Dei che, nel bene e nel male, è stata per decenni il nume tutelare di tutto il ‘mondo tradizionalista’, si trova d’improvviso decapitata di tutta intera la sua dirigenza. Parte il cardinale, appena tre giorni dopo aver compiuto gli 80 anni (quando si sa che di solito le proroghe sono la regola). Parte anche, e questo colpisce, mons. Perl, benché da poco tempo fosse stato promosso a vicepresidente. Eppure egli ha solo 70 anni. Il numero 3 dell’Ecclesia Dei, mons. Mario Marini, è deceduto da poco. E non è che l’organico della Commissione fosse poi numeroso. Sicché vien da chiedersi, a questo punto, come faranno i nuovi membri dell’Ecclesia Dei anche solo a trovare i fascicoli negli schedari o i temperini nei cassetti... Se poi aggiungiamo la recentissima partenza del neo Arcivescovo di Colombo, la Tradizione pare aver perso, in un amen, importanti angeli custodi romani.
E ancora: l’Ecclesia Dei, che era il "Ministero della Tradizione", si trova degradata a "sottodipartimento", alla cui guida sostanziale non avrà più un cardinale tutto per sé (e un cardinale di peso come Castrillòn Hoyos, emerito Prefetto della Congregazione per il Clero), ma solo un monsignore ossia, almeno per ora, un semplice prete, sotto l’egida di un Prefetto del S. Uffizio, che si presume aver altre cose cui pensare; Prefetto che, per giunta, è notorio antipatizzante della Messa tridentina (vedi qui).
Ma non basta: questo laconico motu proprio (o meglio: prolisso nelle motivazioni, reticente invece nel dispositivo normativo) sembra dimenticarsi allegramente che l’Ecclesia Dei non s’occupava soltanto dei rapporti ‘ecumenici’ con la FSSPX, ma svolgeva anche altri compiti forse persino più importanti: la disciplina delle comunità dette, appunto, Ecclesia Dei, ossia degli istituti tradizionali in comunione con Roma (e di un’intera diocesi, l’Amministrazione Apostolica di Campos); la disciplina della liturgia in forma straordinaria (coi vari responsi - che per inciso non s’è mai capito perché non fossero raccolti e pubblicati in modo sistematico - su calendario, rito, facoltà liturgiche, ecc.). E ancora il compito importantissimo, anche se mai svolto con molta incidenza, di istanza d’appello contro i vescovi che non volessero applicare il motu proprio Summorum Pontificum. Che ne è di tutte queste funzioni dell’Ecclesia Dei? Che ne è stato delle norme applicative del motu proprio che giacciono sulla scrivania del Papa da un anno e mezzo?
Anche solo per restare nel più ristretto campo in cui questo nuovo documento si è voluto rinchiudere, ossia i rapporti coi lefebvriani, non v’è in apparenza alcuna concessione: si ipotizzava che l’emanando motu proprio potesse già dare indicazioni favorevoli per l’esito dei colloqui dottrinali, parlando ad es. di interpretazione del Concilio alla luce della tradizione (concetto che peraltro il Papa espresse fin dalla sua prima allocuzione ai cardinali dopo l’elezione), o in genere di possibilità di riesame e revisione del valore normativo dei vari documenti conciliari. E invece niente. Ma soprattutto, manca quell’inquadramento canonico interinale della FSSPX, che da più parti si prevedeva. Infine, aver ribadito una volta di più che la Fraternità resta in un quadro di illegittimità, per lapalissiano che ciò sia, farà la consolazione dei vescovi tedeschi che, nelle ultime settimane, hanno letteralmente dato di matto.
Questa, dicevamo, è l’impressione che la maggior parte dei commentatori ne trarrà, omettendo di valutare un po’ più in profondità le cose. E omettendo soprattutto di considerare il dato di fondo: questo Papa, per prudente che possa essere apparso, ha messo tutto se stesso, giocando in fin dei conti anche la sua reputazione, per il recupero della Tradizione della sua Chiesa; recupero del quale la riunione coi lefebvriani (e quindi l’ingresso nell’armata Brancaleone della Chiesa di un battaglione di "soldati scelti" motivati e addestrati) è elemento importante, al pari della liberalizzazione del rito tridentino. Figuriamoci quindi se intende far marcia indietro.
Il dato essenziale è questo: il nuovo motu proprio, lungi dal sottoporre i lefebvriani allo scrutinio e ai rigori del Sant’Uffizio, risponde precisamente alle loro richieste, ossia alla feuille de route che essi stessi hanno imposto: due condizioni preliminari (libertà per l’antica Messa e revoca delle scomuniche) – discussioni dottrinali sui punti controversi del Concilio – soluzione canonica che salvaguardi la loro autonomia dagli ordinari diocesani.
Ed è evidente a chiunque che l’oggetto di queste incipienti discussioni non può essere altro che quello che i progressisti definirebbero, con orrore, un "revisionismo del Concilio". Ossia, messa in discussione di quei dati (fallaci) che il totalitarismo dello spiritodelconcilio ha imposto in questi decenni: Concilio come superdogma, legittimazione di ogni audacia modernistica, ecumenismo sincretista, ecc. Il libro di mons. Gherardini è un chiaro indizio di quel che si vuole e che si chiede anche dall’interno della "Chiesa ufficiale": discutere e definire finalmente, senza preclusioni e con chiarezza, quale sia il valore cogente effettivo dei vari documenti conciliari, come vadano interpretati, ecc.
In un certo senso, la motivazione "ecumenica" dell’Unitas Ecclesiae (il titolo del motu proprio...) è un pretesto per poter affrontare il discorso, necessario agli occhi del Papa e di tutte le persone di buon senso, volto a rimettere il Vaticano II al suo posto: non più "IL" Concilio, specie di costituente fondativa di cui si strologa da 40 anni, ma "un" Concilio, uno tra tutti i 21 della storia ecclesiastica, e certamente non il più importante. Una messa a punto che sarebbe urgentissimo fare, anche qualora i lefebvriani non esistessero...
E l’inserzione dell’Ecclesia Dei nella Congregazione per la Dottrina della Fede non è soltanto una scelta logica quando si parla, appunto, di dottrina. Il nuovo motu proprio vuol far pensare sia solo quello il motivo, e per questo, crediamo, omette ogni accenno agli altri compiti dell’Ecclesia Dei (liturgici, disciplinari, di attuazione del motu proprio). Ma il vero motivo, è facile immaginare, è ben altro: l’ex Sant’Uffizio è l’unico dicastero romano formato integralmente da fedelissimi di Papa Ratzinger. Avendolo egli diretto per 25 anni, perfino gli uscieri e le segretarie sono stati da lui scelti e formati. Il che non accade affatto negli altri organismi di Curia, in cui il Papa può magari cambiare la testa, ma non le articolazioni inferiori che, come sempre, sono più importanti e strategiche dei dirigenti; specie quando si mettono di traverso. La Segreteria di Stato e la Congregazione per il Culto Divino ne offrono esempi significativi...
Quanto alla testa del S. Uffizio, e ora anche dell’Ecclesia Dei, ossia il card. Levada, si sostiene che il suo ruolo sia più nominale che altro, anche per problemi di salute e per l’età non lontana dalla pensione (73 anni). A parte questo egli, per quanto non sia di animo tradizionale, è prima di tutto un fedele del Papa, agli occhi del quale (e quindi anche ai nostri) questo è più che sufficiente.
E allora, per concludere, perché il documento ha tanti elementi che sembrano andare incontro ai progressisti antiratzingeriani? Nella domanda c’è già la risposta: appunto per tranquillizzare e calmare i fortissimi e spesso vocianti oppositori (quasi tutto l’episcopato mondiale, non dimentichiamolo). Così come Fellay è costretto ad alternare sapientemente le parole di pacatezza e ragionevolezza con gli slogan bellicosi rivolti agli elementi interni più refrattari al ritorno nella "Roma conciliare" (tra i quali l’altro vescovo Tissier de Mallerais), in modo analogo il Papa, certo con stile e sistemi ben differenti, deve tener conto dell’enorme opposizione interna. E deve fare proprio il motto che fu di Cartesio: festina lente!



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