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domenica 23 luglio 2023

Chiesa in fumo. Una critica teologica alle linee guida del Sinodo sulla sinodalità


Un'analisi (di un teologo discepolo di Congar) sull'Instrumentum Laboris del futuro Sinodo sulla Sinodalità.
QUI Catholic Herald: "Sta emergendo il terribile sospetto che si tratti di un mezzo provvisorio per cambiare la natura stessa della fede. [...] la sinodalità burocratica non sia altro che un cavallo di razza per una revisione progressista dell'etica e della fede cattolica. [...] Oppure si tratta di un più allarmante piano per un diverso tipo di cattolicesimo, un "cattolicesimo sinodale" che in realtà non è né genuinamente sinodale né cattolico, ma un mezzo per cambiare la comprensione cattolica della sessualità, della spiritualità e dell'etica?".
Inter alia QUIQUI, QUI, QUI e QUI su MiL.
Mala tempora currunt.
Luigi

Settimo Cielo, 11-7-23
(s.m.) Gioacchino da Fiore aveva preconizzato l’avvento di un’età dello Spirito, con felicemente dissolte la struttura e la dottrina della Chiesa terrena. È facile immaginare, visto come sta procedendo il sinodo sulla sinodalità, che il grande teologo gesuita Henri De Lubac (1896-1991) avrebbe associato anche papa Jorge Mario Bergoglio alla variegata e duratura “posterità spirituale” del visionario monaco medievale, da lui passata in rassegna in un libro di quasi mille pagine che quando uscì nel 1979 fece molto rumore.

L’”Instrumentum laboris”, la traccia di lavoro per la prossima sessione del sinodo, con parola d’ordine la “conversazione nello Spirito”, è la prova di questo spericolato processo di “riconfigurazione pneumatologica della Chiesa” promosso da papa Francesco. Un processo nel quale allo Spirito Santo si assegna un ruolo tanto smisurato quanto vago e fumoso, privo com’è di criteri che attestino l’autenticità e la validità di ciò che si vorrà dire e fare nel suo nome.
Soprattutto è debolissimo, nell’”Instrumentum laboris”, quel riferimento a Cristo, al mistero pasquale, alla croce, che sono “per il cristiano la misura e il criterio per il discernimento degli spiriti”, come scrisse Yves Congar (1904-1995), il teologo domenicano che fu uno dei protagonisti dell’età conciliare e dedicò studi imponenti proprio al legame essenziale tra pneumatologia e cristologia.

La nota che segue è una lettura critica dell’”Instrumentum laboris” proprio a partire da questo suo vuoto cristologico, sulle orme di Congar.

L’ha scritta per Settimo Cielo Robert P. Imbelli, sacerdote dell’arcidiocesi di New York e per trent’anni docente di teologia al Boston College.


PER IL SINODO, LA LEZIONE DI PADRE CONGAR

di Robert P. Imbelli

Yves Congar, OP, è stato al Concilio Vaticano II tra i grandi protagonisti del “ressourcement”, il ritorno alle fonti, e dell’”aggiornamento”. È interessante notare che, dopo il Concilio, nonostante gravi infermità fisiche, Congar scrisse tre volumi magistrali sullo Spirito Santo. Ancora più degno di nota, scrisse poi un volumetto successivo, “La Parole et le Souffle”, riassumendo le sue riflessioni sulla pneumatologia. E questa è la sua conclusione. “Se dovessi trarre una conclusione dall’intero mio lavoro sullo Spirito Santo, la esprimerei con queste parole: non c’è cristologia senza pneumatologia e non c’è pneumatologia senza cristologia”.

Congar si è ispirato all’immagine di sant’Ireneo che Dio opera sempre, nel creare e nel salvare, usando le sue due mani: la Parola e lo Spirito. Certo, la sfida incessante, sia nella vita cristiana che nella teologia, è mantenere la cristologia e la pneumatologia in tensione creativa. Se in passato può esserci stata un’enfasi eccessiva sul versante della cristologia, la tendenza attuale sembra enfatizzare eccessivamente l’opera dello Spirito.

Congar trova il necessario equilibrio quando scrive: “Lo Spirito mostra qualcosa che è nuovo, nella novità della storia e nella varietà delle culture, ma è una realtà nuova che viene dalla pienezza che è stata donata una volta per tutte da Dio in Cristo”.

Tuttavia, quando si legge il lungo e prolisso “Instrumentum laboris”, che guiderà i lavori del Sinodo, si rimane colpiti dalla visione cristologica piuttosto pallida presente nel documento.

Senza dubbio elementi importanti possono essere estratti dalle sue pagine. Così, ci viene detto che “Cristo ci invia in missione e ci raccoglie attorno a sé per rendere grazie e gloria al Padre nello Spirito Santo” (n. 34). Ai partecipanti viene ricordato che la comunione che condividiamo non è solo “un mettersi assieme sociologico”, ma “è soprattutto un dono di Dio uno e trino” che comporta “un compito, mai esaurito, di costruire il “noi” del popolo di Dio”. E il paragrafo 46 termina con una citazione impegnativa, ma non sviluppata, di Efesini 4,13: “finché arriviamo tutti all’unità della fede e della conoscenza del Figlio di Dio, fino all’uomo perfetto, fino a raggiungere la misura della pienezza di Cristo”. Infine, ci viene promesso che “in un’assemblea sinodale Cristo si rende presente e agisce, trasforma la storia e le vicende quotidiane, dona lo Spirito che guida la Chiesa a trovare un consenso su come camminare insieme verso il Regno e aiutare l’umanità a procedere nella direzione dell’unità”. (n. 48).

Ma questi elementi non sono mai raccolti in un insieme coerente e stimolante. Al pari dell’esigenza, spesso espressa nei recenti testi magisteriali, di una “antropologia integrale”, si perde qui la presenza di una “cristologia integrale”. In realtà, come insegna la costituzione conciliare “Gaudium et spes”, un’antropologia integrale deve fondarsi su una cristologia integrale. Ma purtroppo, nell’”Instrumentum” sono assenti dimensioni cruciali della cristologia. C’è scarso riferimento al “mistero pasquale” di Cristo, un concetto così importante nel Vaticano II. Anzi, non si fa nemmeno menzione della croce, al punto che si comincia a temere che sia tra quegli “emarginati” che l’”Instrumentum” compatisce.

Inoltre, si nota una grave omissione, significativa e forse sintomatica. Due volte l’”Instrumentum” (cfr. nn. 46 e 52) cita un’affermazione centrale della costituzione conciliare “Lumen gentium”: “La Chiesa è, in Cristo, in qualche modo il sacramento, ossia il segno e lo strumento dell’intima unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano” (LG, 1). Ma ogni volta che la citazione è fatta, l’“in Cristo” viene tralasciato. Che sia volontaria o involontaria, l’omissione è significativa e riduttiva. Perché solo in Cristo si può realizzare un’unità vera e duratura.

Una forte visione cristologica è una necessità assoluta, se non si vuole che i tre temi sinodali di “comunione, missione e partecipazione” perdano il loro contenuto e la loro forma distintivi. Tutti e tre devono respirare in Cristo e devono manifestare la loro singolare profondità cristologica. Per ripetere con Congar: “Lo Spirito mostra qualcosa che è nuovo, nella novità della storia e nella varietà delle culture, ma è una realtà nuova che viene dalla pienezza che è stata donata una volta per tutte da Dio in Cristo”.

Solo un’ampia visione cristologica può fornire un orientamento e una guida affidabili per le “conversazioni nello Spirito”. Infatti, tali “conversazioni nello Spirito” richiedono criteri di autenticità, prove per la validità del loro discernimento. Congar fa solo eco al Nuovo Testamento e ai Padri quando scrive: “Gesù Cristo è per il cristiano la misura e il criterio per il discernimento degli spiriti”.

Dunque, la condizione per ogni “riconfigurazione pneumatologica” della Chiesa è che la Chiesa si “configuri” al suo capo e diventi sempre più “trasfigurata” in lui. Come insiste Congar: “Non c’è autonomia dell’esperienza pneumatica rispetto alla Parola e quindi rispetto a Cristo. La confessione: ‘Gesù è il Signore’ è un criterio che lo Spirito è all’opera”. E insiste: “C’è un unico corpo che lo Spirito edifica e vivifica ed è il corpo di Cristo”. In breve, non c’è nessuno Spirito vagante, nessun Corpo decapitato. Lo Spirito è lo Spirito di Cristo; e Cristo è l’unico Capo del Corpo, la Chiesa.

Papa Francesco, con la sua tipica concretezza, esortò così i cardinali elettori nella messa nella Cappella Sistina dopo la sua elezione: “Noi possiamo camminare quanto vogliamo, noi possiamo edificare tante cose, ma se non confessiamo Gesù Cristo, la cosa non va. Diventeremo una ONG assistenziale, ma non la Chiesa, Sposa del Signore… Quando non si confessa Gesù Cristo, mi sovviene la frase di Léon Bloy: ‘Chi non prega il Signore, prega il diavolo’. Quando non si confessa Gesù Cristo, si confessa la mondanità del diavolo, la mondanità del demonio”.

E il Santo Padre concluse la sua omelia con parole che sicuramente riguardano anche i partecipanti al prossimo Sinodo: “Io vorrei che tutti, dopo questi giorni di grazia, abbiamo il coraggio, proprio il coraggio, di camminare in presenza del Signore, con la Croce del Signore; di edificare la Chiesa sul sangue del Signore, che è versato sulla Croce; e di confessare l’unica gloria: Cristo Crocifisso. E così la Chiesa andrà avanti”.

Forse, allora, il vero bisogno del processo e del cammino sinodale è meno di “facilitatori” che di “mistagoghi”.