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lunedì 14 marzo 2011

Il significato mistico della cotta - parte seconda

Dell'abito dei chierici.

del Ven. Jean-Jacques Olier


PARTE IIa – DELLA COTTA
(continuazione)

Ecco quale deve essere la religione dei chierici. Tenendo gli occhi chiusi alla vanità del mondo e non soffermandosi più a guardarne tutto ciò che passa (83) essi devono contemplare la maestà di Dio quale e in se stessa; devono vedere e intrattenere il Signore come l'amico fa con l'amico (84) non considerandola più soltanto attraverso le sue figurazioni come dei servi, ma scoprendone la faccia per la nudità della fede (85) che, benché oscura, non lascia mai di mostrarcelo tale quale egli è in se stesso e ben diversamente da come lo facevano le allegorie. Questo ci avvicina maggiormente a Lui e gli procura un culto infinitamente più santo nella nostra religione.
Questa santa religione nostra, pura e immacolata, questa religione di veri adoratori è rappresentata nella cotta che il chierico porta in tutte le sue funzioni.
Questo abito indica la purezza e l'eminente santità di vita che deve avere colui che riceve la tonsura; significa il candore, l'innocenza che deve essere in lui diffusa (86); e il color bianco (87) deve rendergli ognora più presente e sensibile l'impegno preso di dedicarsi alla santità, alla perfezione della vita.
Anticamente la Chiesa seguendo il suo solito sistema di rappresentare col segno esterno e sensibile le disposizioni del cuore, rivestiva di bianco i neo-battezzati, per rappresentare la purezza e l'integrità che richiedeva la vita di cui avevano fatto professione nel battesimo (88).
Similmente, essa ricopre oggi esteriormente di una bianca cotta i chierici ammessi alla tonsura, per segnalare la santità di cui devono essere interiormente rivestiti.
Per questo inoltre, essa fa indossare ai sacri ministri, quale segno di consumata purezza un amitto e un camice che coprono completamente la testa e il corpo (89); il vescovo poi, che deve avere una santità e una pienezza di grazia ben più abbondante per sé e per gli altri, mette anche, sopra il suo camice, due tuniche, di cui l'una che lo cinge più da presso, significa che, al di sopra della comune santità ve ne deve essere una più eminente; l'altra, più ampia, esprime la santità più estesa di cui deve essere rivestito per abbracciare tutta la Chiesa (90).
La cotta, inoltre, con il suo candore, raffigura lo splendore del cielo e la magnificenza della sua gloria. Esprime questa vita divina di cui il chierico è rivestito, vita di risurrezione che è, in sostanza, la vita di purezza e di splendore di cui godono i Santi nel cielo raffigurato nella Chiesa la quale, essendo la stessa quaggiù e nel paradiso, comincia a servirsi fin d'ora di quegli ornamenti di cui essa sarà poi eternamente ricoperta (91).
Le vesti di Gesù, nella trasfigurazione, divennero bianche come neve: Vestimenta ejus facta sunt alba sicut nix (92), per esprimere la sua vita gloriosa e divina del giorno della risurrezione. Anche gli Angeli che annunciarono questo divino mistero, apparvero con delle vesti bianchissime, Quasi a significare a tutta la Chiesa quale doveva essere l'innocenza e la purezza di quelli che un giorno vi avrebbero preso parte sulla terra.
Per mezzo della bianca cotta il Vescovo esprime al chierico come la sua anima debba esser tutta ripiena di grazia, di purezza e di santità, e come non gli sia più permesso di dedicarsi ad alcun impiego secolare o profano sotto un abito di cielo (93).
Il chierico, così abbigliato, esprime che è entrato nella vita nuova, vita di risurrezione, vita divina di cui vivono nel cielo per la gloria di Dio gli angeli e i santi (94).
Questa vita divina è quella del Figlio di Dio risorto e nella quale il chierico si perde, per cantarne più che le lodi e l'amore, assimilandosi per così dire lo spirito del divin Salvatore glorioso e glorificante il Padre.
Di modo che, come nel Cielo l'occupazione del Figlio di Dio e quella di tutti gli angeli e dei beati in Cristo è di essere occupati senza posa di Dio, di contemplarlo senza interruzione, di lodarlo, amarlo continuamente, nella loro innocenza e santità, così i chierici nella Chiesa devono essere in stato di lode, d'amore e di giubilo verso Dio (95).
Una distrazione volontaria è, in riguardo alla cotta, ciò che è un moto della carne in riguardo alla veste talare. L'una macchia la cotta, come l'altro la sottana; ed entrambi profanano questo duplice segno della santa religione dei chierici (96).
Quale morte e quale vita sono quelle dei chierici! Che cosa non abbraccia questa morte e che cosa non racchiude questa vita, che penetra nell'intimo di Cristo stesso e di questa vita divina nella quale si perdono e si inabissano i santi del cielo (97) per raggiungere il culto perfetto dovuto alla maestà di Dio? Per Jesum Christum in gloriam et laudem Dei (98). Sotto la cotta appare in parte la sottana, quasi a tener presente al chierico che la morte, espressa nel colore di questa veste, non lo ha ancora del tutto consumato come lo sarà in cielo, perché la carne che lo riveste ancora, quantunque mortificata ed animata da la grazia, risente ancora della corruzione (99).
Egli deve arrossire di vergogna, nell'apparire davanti al Signore circondato da una natura di peccato (100), indegno di entrare nel santuario e in un luogo santo che rappresenta il paradiso su la terra dove nulla di macchiato può avere accesso. Egli deve tollerare la sua natura con dolore e gemere senza posa nel vedersi ad essa assoggettato necessariamente.
L'abito talare si porta in pubblico per rivelare che si è morti al mondo ;si è ricoperti della cotta in chiesa per testimoniare che si partecipa . alla santa vita della Chiesa. Si abbandona la cotta uscendo da la chiesa e rientrando nel mondo, perche questi, corrotto come è, non è degno di vedere, frammischiato alle sue vanità, l'abito della santità e della purezza di ,}I Nostro Signore che la cotta rappresenta (101).. La santa Chiesa soltanto è degna di Dio e questa dimora di santità merita, sola, di possedere Gesù Cristo (102).
Senza di essa infatti, il mondo non vedrebbe né possederebbe mai questo adorabile Salvatore (103). Ad essa dobbiamo la gioia della .sua presenza fra noi; e non c'è che la purezza, non c'è che la santità di questa dimora che siano degni di Lui.
Bisogna che portiamo delle vesti da lutto quando usciamo dalla Chiesa, vero paradiso terrestre (104) all'infuori del quale noi ci troviamo esposti ad ogni sorta di travagli e di pene. Per questo, i santi preti sono sovente afflitti lontani da questo santo luogo, mentre provano una grande gioia e una profonda pace quando vi si trovano per compiere i loro offici e le loro funzioni.

NOTE

(83) Praeterit figura hujus mundii. 1 Cor., 7, 31. – Negatur his terrena divisio, ut ipsi dum saecularem sibi non vindicant portionem, fiant caelestis possessio; vel hoc solum noverint possidere, hoc est, fidei et devotionis obsequium. S. Ambr. in Ps. 118, serm. 8, n. 5.
(84) Loquebatur autem Dominus ad Moysen facie ad faciem sicut loqui solet homo ad amicum suum. Exod., 33, 11. – Ore ad os, sicut quondam cum sancto Moyse, loquitur cum sponsa, et palam, non per aenigmata et figuras, Deum videt. S. Bern., Serm. 45 in Cant., n. 6.
(85) Fide colitur Deus, S. Aug. in expos. Ep. ad Gal., c. 3, n. 21.
(86) Mitto vobis superpelliceum novum et candidum, quod repraesentet vobis vitae novitatem et munditiae candorem. Steph. Tornac., ep. 123, ad Albin. Cardinal.
(87) Candore vestis munditia vitae significatur. Tales enim Dominum decet habere ministros, qui nullo carnis corrumpantur contagio; sed perfecta mentis et corporis castitate splendeant. Hugo a S. Victor., de Sacram. Christ. fidei, 2, p. 3, c. 11, tom 3.
S. Isid. Hispal., Offic. Eccl., t. 2, c. 8.
(88) Vestis candida traditur baptizato, ad signiflcandam puritatem vitae quam debet post baptismum observare. D. Thom. , 3 p., q. 66, a.10, ad 3.
(89) Post amictllm albam sacerdos induit, quae membris corporis convenienter apta nihil superfluum aut dissolutum in vita sacerdotis aut in ejus membris esse debere demonstrat; haec, ob speciem candoris, munditiam demonstrat. Durand., Ration. divino Offic., lib. 3, c. 3.
(90) Post albam, pontifex induit tunicam, et super lunicam dalmaticam vestit. Per tunicam virtutes intimae intelliguntur, quas semper habere debet perfectas; per dalmaticam, ampliorem quam debet habere caritatem… Et quia pontifex magis expresse gerit similitudinem Salvatoris, quam simplex sacerdos, ideo pluribus utitur ornamentis. Durand., Ration. divin. Offic. lib. 3, c. 10 et 11.
(91) Per vestimenta candida intelligimus aliquo modo decorem animarum nostrarum, scilicet gloriam immortalitatis nostrae. Durand., Rat. divin. Offic. proem., n. 6. – Vestis candida gloriae praefert indumentum. Ivo Carnot:, serm. de Sacram. Neophyt.
(92) Matth. , 17, 2.
(93) Habitus albus pertinet ad perfectos, et ad illos, qui ita, per terrenorum contemptum, ad ea quae sursum sunt elevati sunt, ut sint quasi in caelis per beatitudincm glorificati. Biblioth. Praemonst., lib. 1, c. 4, sect. 13. –Vestes candidas magis gloriam quam abjectionem designasse... et Angelus resurgentis, et Angeli ascendentis Domini praecones indicarunt: ipseque Salvator, in illa transformationis suae gloria, vestibus niveis plaeclarus apparens, ostendit. Petr. Cluniac., lib. 4, Ep. 17 ad S. Bern.
(94) Dum superpelliceum, qui amictus ex tela linea candida constat, induit (clericus), cogitet quam personam sustineat, nempe a sordibus labeque puram, qualem vestitus ille indicat. Conc. Mediol. , 5, p. 3, tit. 6, Quae ad divin. Offic. pertinent.
(95) De sacerdote omnes non quasi carne induto, et humana natura praedito, sed quasi Angelo, omni reliqua infirmitate libero, judicium ferre volunt, S. Chrysost., de Sacerd., lib. 3, cap. 14. – Sitis per Christum sensibus innovati, abjecta saeculi hujus figura; et tota inveteratae imaginis deformitate projecta formam vestram in formam vestri reducite Salvatoris: ut novitas scnsuum vestrorum in vestris actibus elucescat, et caelestis homo caelesti habitu jam gradiatur in terra. S. Petr. Chrysol., serm. 120. – Deo servite assiduis divinarum laudum officiis; et in Ecclesia, quasi perpetua vestra sacerdotali clericalique statione continenter versamini. Conc. Mediol. 4, p. 3, tit. 7, Monitiones.
(96) Sicut pretiosam vestem exigua quaevis macula turpius decolorat, nobis ad immunditiam minima qluaelibet inobedientia sufficit; nec jam naevus est, sed gravis macula. S. Bernard. de divers. serm. 17, n. 4.
(97) Vita Christi electis ejus membris applicata, vita est caelestis patriae, in qua resurrexit a mortuis, et fruitur sedens ad dexteram Dei... haud secus ac si et resuscitati et ad Dei dexteram cum illo essemus assumpti. Naclant. Episc. Clugien. in c. 1 Ep. ad Ephes.
(98) Philip., 1, 11.
(99) Scio quia non habitat in me, hoc est in carne mea, bonum. Rom. 7, 18. – Quantumlibet in hoc corpore manens profeceris, erras si vitia putas emortua, et non magis suppressa. Velis, nolis, intra fines tuos habitat Jebusaeus, subjugari potest sed non exterminari. S. Bernard., serm. 58 in Cant., n. 10.
(100) Video autem aliam legem in membris meis repugnantem legi mentis meae, et captivantem me in lege peccati, quae est in membris meis. Infelix ego homo, quis me liberabit de corpore mortis huius? Rom., 7, 23, 24.
(101) Sacris vestibus indutos extra tabernaculum videri non permittit, ne sanctificatae res, si ad impuros homines perveniant, contracta ex alienis labe, sancti tabernaculi venerationem imminuant. S. Cyril. Alex., de Ador. in spirit. et verit., lib. 12.
(102) Tabemaculum Dei in terra, Ecclesia ejus est.
S. Aug. in Ps. 41, n. 9.
(103) Candelabrum est Ecclesia quae bajulat verbum vitae. S. Chrysost. hom. 10 op. imp. in Matth., cap. 5.
(104) Ponite vobis Ecclesiam ante oculos ad instar similitudinemque paradisi. S. Àug. in Ps. 47, n. 9.

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