
L’affezionato nostro lettore dal significativo nickname di Inopportuno, scelto molto a proposito avendo egli la vocazione di far valere, in questo sito di amanti della tradizione liturgica, le ragioni (se non i luoghi comuni) dei più accaniti novatori postconciliari, ci ha molto cortesemente inviato la traduzione dal francese di un testo inerente i paramenti liturgici.
La tesi che egli intende dimostrare è che l’amore per il rito antico nasconde in realtà una passione, non del tutto sana, per aspetti esteriori, stoffe e broccati, pizzi e merletti. In altri termini: superficiale estetismo e gusto frou-frou, che invece la riforma postconciliare avrebbe felicemente superato lasciando quegli orpelli superflui ed antievangelici agli antiquari e ai rigattieri.
Se accettiamo la provocazione di Inopportuno non è solo perché glielo abbiamo promesso, e gli siamo comunque grati dell’opera di traduzione. E’ anche per affrontare ex professo uno dei più frequenti pregiudizi che si muovono contro coloro che prediligono il rito antico: essere esteti decadenti, che si beano in modo elitario di un’arte per l’arte, delle risonanze di una lingua morta e incompresa, di una musica tanto sopraffina quanto lontana dal gusto comune. E soprattutto, che si perdono dietro a nappe e ricami mostrando così un’attenzione a dettagli senza importanza, col rischio di perder di vista l’essenza della liturgia.
Quell’accusa risuona troppo spesso nella bocca dei novatori; e perfino Andrea Tornielli, che non è un progressista esaltato, è venuto su questo blog a dirci: “l'ideologia del pizzo e del merletto esiste eccome! L'ideologia dell'estetismo esiste eccome! Viaggiando molto, vengo in contatto con molte realtà: vorrà dire che d'ora in avanti comincerò a scrivere una guida Michelin delle messe secondo il motu proprio...”. Un protestante, vedendo la bellezza di certi rituali – in quel caso ortodossi – coniò la battuta: salvation through haberdashery, salvezza grazie alla passamaneria...
Insomma, è giusto prendere in conto quell’accusa di fissazione per trine e ricami (e, in genere, per gli aspetti esteriori ed estetici del rito) e rispondervi. Noi siamo ben fieri di ammettere che, di regola, il rito antico esprime una bellezza incomparabilmente superiore ai riti ordinari cui siamo tutti avvezzi. Ma che questo sia uno svantaggio o qualcosa che meriti critiche, non ci sembra per nulla, anzi. E che il gusto per la forma oscuri la sostanza, ci appare come un sofisma senza costrutto: poiché al contrario la forma esprime la sostanza; o meglio ancora, è la sostanza che dà la forma. In altri termini: se quel che si svolge all’altare ha importanza, importanti saranno gli oggetti che si consacrano all’atto sublime, in quanto espressione di trasporto e fervore: poiché il desiderio di abbellire nasce dall’amore, come osservava Graham Greene ne Il Potere e la Gloria, il romanzo dedicato all’epopea dei Messicani all’epoca delle persecuzioni anticattoliche.
E non dimentichiamo che chi rimproverò Gesù per aver consentito alla donna di sprecare per Lui un prezioso unguento, anziché venderlo per sfamare i poveri, fu proprio Giuda Iscariota.
Ma lasciamo ai lettori di svolgere le dovute riflessioni sul punto e torniamo al testo; eccolo:
Monique Brulin, Requête de sacralité ou entrée dans le Mystère? L’apport de la PGMR 2002, in La Maison-Dieu, n. 257, 2009/1, p.121-5
La tesi che egli intende dimostrare è che l’amore per il rito antico nasconde in realtà una passione, non del tutto sana, per aspetti esteriori, stoffe e broccati, pizzi e merletti. In altri termini: superficiale estetismo e gusto frou-frou, che invece la riforma postconciliare avrebbe felicemente superato lasciando quegli orpelli superflui ed antievangelici agli antiquari e ai rigattieri.
Se accettiamo la provocazione di Inopportuno non è solo perché glielo abbiamo promesso, e gli siamo comunque grati dell’opera di traduzione. E’ anche per affrontare ex professo uno dei più frequenti pregiudizi che si muovono contro coloro che prediligono il rito antico: essere esteti decadenti, che si beano in modo elitario di un’arte per l’arte, delle risonanze di una lingua morta e incompresa, di una musica tanto sopraffina quanto lontana dal gusto comune. E soprattutto, che si perdono dietro a nappe e ricami mostrando così un’attenzione a dettagli senza importanza, col rischio di perder di vista l’essenza della liturgia.
Quell’accusa risuona troppo spesso nella bocca dei novatori; e perfino Andrea Tornielli, che non è un progressista esaltato, è venuto su questo blog a dirci: “l'ideologia del pizzo e del merletto esiste eccome! L'ideologia dell'estetismo esiste eccome! Viaggiando molto, vengo in contatto con molte realtà: vorrà dire che d'ora in avanti comincerò a scrivere una guida Michelin delle messe secondo il motu proprio...”. Un protestante, vedendo la bellezza di certi rituali – in quel caso ortodossi – coniò la battuta: salvation through haberdashery, salvezza grazie alla passamaneria...
Insomma, è giusto prendere in conto quell’accusa di fissazione per trine e ricami (e, in genere, per gli aspetti esteriori ed estetici del rito) e rispondervi. Noi siamo ben fieri di ammettere che, di regola, il rito antico esprime una bellezza incomparabilmente superiore ai riti ordinari cui siamo tutti avvezzi. Ma che questo sia uno svantaggio o qualcosa che meriti critiche, non ci sembra per nulla, anzi. E che il gusto per la forma oscuri la sostanza, ci appare come un sofisma senza costrutto: poiché al contrario la forma esprime la sostanza; o meglio ancora, è la sostanza che dà la forma. In altri termini: se quel che si svolge all’altare ha importanza, importanti saranno gli oggetti che si consacrano all’atto sublime, in quanto espressione di trasporto e fervore: poiché il desiderio di abbellire nasce dall’amore, come osservava Graham Greene ne Il Potere e la Gloria, il romanzo dedicato all’epopea dei Messicani all’epoca delle persecuzioni anticattoliche.
E non dimentichiamo che chi rimproverò Gesù per aver consentito alla donna di sprecare per Lui un prezioso unguento, anziché venderlo per sfamare i poveri, fu proprio Giuda Iscariota.
Ma lasciamo ai lettori di svolgere le dovute riflessioni sul punto e torniamo al testo; eccolo:
Monique Brulin, Requête de sacralité ou entrée dans le Mystère? L’apport de la PGMR 2002, in La Maison-Dieu, n. 257, 2009/1, p.121-5
IL VESTITO LITURGICO
Si vede spuntare oggi qualche dibattito sulla scelta delle vesti liturgiche, nella loro materia e nella loro forma per dare all’azione liturgica una sacralità più marcata. Questa tendenza si orienta qualche volta verso un ritorno a delle vesti portate nel passato, di cui certe non mancavano di contegno e di ricchezza. Conviene, nondimeno, rimarcare che il protocollo imperiale o regale della Corte che ne ha potuto ispirare la fattura non è senza dubbio più il quadro significante che permette di esprimere nelle nostre società, a livello dell’arte contemporanea, o ancora, dei segni attuali della civiltà, un riconoscimento della signoria del Cristo.
Si tratta di considerare la coerenza delle proposizioni. La bellezza del tessuto e la qualità del lavoro che le caratterizza non sono sufficienti in esse stesse a dedurre la bellezza e la nobiltà congruenti alla celebrazione dell’eucaristia. Se, con il re Luigi XIV, la Francia del XVII secolo ha visto accrescersi i pizzi ai bordi delle vesti dei cortigiani, questo marchio di qualità non ha senza dubbio la stessa significazione nella società attuale. Negare le connotazioni antropologiche e culturali contemporanee di tali ornamenti manifesterebbe un oblio dannoso della natura incarnata della liturgia. Conviene in particolare distinguere ciò che conviene alle vesti di sopra e quello che si accorda di più alle vesti di sotto: attualmente i pizzi fini e trasparenti appaiono piuttosto in questo ultimo registro e, nelle nostre contrade, specialissimamente femminile.
Anche nelle epoche anteriori dove esse si sono moltiplicate ai bordi del vestito liturgico (dell’alba o del rocchetto, addirittura della talare o della cotta) la critica non mancava per delle ragioni di convenienza.
Ecco qui un testimone nel 1930 (E. Roulin, benedettino, “Linges, insignes et vêtements liturgiques” 1930, p. 14-16 …): “Un cambiamento considerevole di idee e di gusto sopravviene, nel Rinascimento … Abbiamo appena nominato il gusto; fu in favore delle opere, le une pompose e pretenziose, le altre graziose e pretese seducenti; tra queste ultime ci sono i pizzi. Gentili cose, in effetti, che capteranno l’opinione favorevole dei ricchi e diverranno un accompagnamento necessario … di tutti gli accessori di tutti gli accessori dell’abbigliamento femminile e, altrettanto, dei differenti pezzi dei costumi dei gentiluomini; infine e molto in fretta decoreranno le vesti della liturgia”. Non riveliamo niente se diciamo che il clero fu sovente contaminato dallo spirito del mondo che batteva, allora, la sua piana [(?) non possiamo verificare il testo originale, ma se l'espressione usata era battait son plein, andrebbe allora tradotto con: si trovava al suo apice]. Le grandi dame e i signori furono incantati dei pizzi; e il clero credé di bon ton di aprirsi allo stesso incantamento. Come si vede una vita cristiana ed ecclesiastica più seria, e il suo completamento più importante: un’arte religiosa più semplice, più degna e più forte che in quei tempi lì, del tutto naturalmente desidera eliminare i pizzi dalle vesti e dai sacri panni …”. Si tratta di ritornare a “una nobile semplicità che esclude sciocchezze e leziosità”.
Si può ricordare, in un altro registro di manifestazione cultuale, una costante raccomandazione concernente l’emissione della voce: evitare una pronuncia “molle, stanca, effeminata” (san Bernardo, “Sermone 47 sul Cantico”: più volte citato a questo proposito dagli autori del XVII e dell’inizio XVIII secolo, come J. Grincolas, il card. Bona, L. Thomassin), “più degna del teatro, dice san Girolamo, che della casa di Dio” (J. Le Lorrain “De l’ancienne costume de prier debout e d’adorer debout le jour de dimanche”)
Da dove viene la significanza e l’opportunità di una scelta, soprattutto estetica, di marcare la “reverenza” necessaria relativamente alle funzioni, alle persone che hanno missione di compierle e alle azioni prescritte? Le scelta si farà in funzione di una distanza presa in rapporto ai segni del potere temporale? In quelle sfera si troverà il segno il più adeguato per produrre i segni di rispetto in rapporto al trascendente e al mistero celebrato? L’esperienza mostra che non è sufficiente ritornare a delle forme del passato per scappare dal carattere incongruo di certe scelte
Nei suoi “Examens particuliers” ad uso dei preti, l’abate Tronson evocava chiaramente nel suo tempo gli eccessi da evitare per restare nella modestia ecclesiastica:
“Consideriamo le regole che la modestia ecclesiastica ci dona per i nostri vestiti. Lei non ci permette di apportarci dell’oro, dell’argento e del pizzo; né di servirci di stoffe di seta, e neppure di quelle che sono troppo ricche o che avrebbero troppo lustro o troppo risalto. La modestia non sopporta che con pena le stoffe trasparenti attraverso le quali si può vedere l’abito di sotto … Lei rigetta i grandi risvolti, gli alti manicotti, i guanti a frange, le calze colorate, le scarpe mignon, le cinte svolazzanti, i capelli pieni di lustrini” (citato da Pascal Dibiè, “La tribu sacrèe”, cap. 4, “la grammaire des rites”).
Certo, si tratta del costume abitualmente portato dagli ecclesiastici. Il vestito liturgico può rivelare una logica differente per significare la gloria di Dio.
Ciò nonostante: “La veste sacra non deve essere un imbarazzo … nelle sue pieghe l’uomo più rude dovrebbe trovare la grandezza reale del figlio di Dio restituito in grazia … Un vestito non è sacro perché accumula ricchezze, non è il mantello del re, ma uno strumento liturgico” (A.M. Cocagnac, “Le vêtement sacré”, Art sacré 1955. Noi sviluppiamo alcune di queste osservazioni sulla qualità del vestito liturgico che può trovarsi sottomesso a “effetti della moda” insufficientemente riflettuti).
Sembra che l’opzione che ha condotto nell’epoca contemporanea alla scelta più diffusa per i vestiti liturgici (La Congregazione culto divino ha stimato che il “progetto di poter utilizzare, come nella PGMR 304 [oggi 342] un vestito sacerdotale di forma ampia con la stola piazzata sopra: vestito che avvolge tutto il corpo del celebrante e rimpiazza l’alba, era conforme ai principi generali concernenti i vestiti liturgici e fissati dalla PGMR 297 [oggi 335]”. La stola mette bene in valore il ministero gerarchico del prete; questo vestito, se è confezionato con arte e in un bel tessuto “salvaguardia il carattere sacro degli oggetti liturgici e aggiunge un elemento di bellezza” … In dettaglio …: Notitiae 1973 p. 96-98), nella loro forma e materia, si ispira in gran parte al modello monastico. È perché si è soprattutto attenti alla caduta del vestito che dà ai gesti e agli atteggiamenti della preghiera una certa gravità (un certo peso), una ampiezza sufficiente, senza rigidità, ne’ eccesso. È la linea di orientamento che preconizza la PGMR 344 “La bellezza e la nobiltà del vestito non devono tenere all’abbondanza degli ornamenti aggiunti sopra, ma alla materia impiegata e alla forma del vestito. Questo potrà presentare dei motivi, delle immagini o dei simboli che indicano un uso sacro e si scarterà quelli che faranno a pugni con lui”. La destinazione liturgica del vestito, tutto contribuendo alla bellezza dell’azione, mette in evidenza la diversità dei ministeri, tanto dei preti e dei diaconi quanto dei laici: “la diversità dei ministeri si manifesta esteriormente con la diversità dei vestiti liturgici, che devono dunque essere il segno della funzione propria di ciascun ministro. Bisogna nondimeno che questi vestiti contribuiscano alla bellezza dell’azione liturgica. Bisogna … siano benedetti prima di servire alla liturgia, secondo il rito previsto nel rituale romano (la PGMR 335)”».
Si tratta di considerare la coerenza delle proposizioni. La bellezza del tessuto e la qualità del lavoro che le caratterizza non sono sufficienti in esse stesse a dedurre la bellezza e la nobiltà congruenti alla celebrazione dell’eucaristia. Se, con il re Luigi XIV, la Francia del XVII secolo ha visto accrescersi i pizzi ai bordi delle vesti dei cortigiani, questo marchio di qualità non ha senza dubbio la stessa significazione nella società attuale. Negare le connotazioni antropologiche e culturali contemporanee di tali ornamenti manifesterebbe un oblio dannoso della natura incarnata della liturgia. Conviene in particolare distinguere ciò che conviene alle vesti di sopra e quello che si accorda di più alle vesti di sotto: attualmente i pizzi fini e trasparenti appaiono piuttosto in questo ultimo registro e, nelle nostre contrade, specialissimamente femminile.
Anche nelle epoche anteriori dove esse si sono moltiplicate ai bordi del vestito liturgico (dell’alba o del rocchetto, addirittura della talare o della cotta) la critica non mancava per delle ragioni di convenienza.
Ecco qui un testimone nel 1930 (E. Roulin, benedettino, “Linges, insignes et vêtements liturgiques” 1930, p. 14-16 …): “Un cambiamento considerevole di idee e di gusto sopravviene, nel Rinascimento … Abbiamo appena nominato il gusto; fu in favore delle opere, le une pompose e pretenziose, le altre graziose e pretese seducenti; tra queste ultime ci sono i pizzi. Gentili cose, in effetti, che capteranno l’opinione favorevole dei ricchi e diverranno un accompagnamento necessario … di tutti gli accessori di tutti gli accessori dell’abbigliamento femminile e, altrettanto, dei differenti pezzi dei costumi dei gentiluomini; infine e molto in fretta decoreranno le vesti della liturgia”. Non riveliamo niente se diciamo che il clero fu sovente contaminato dallo spirito del mondo che batteva, allora, la sua piana [(?) non possiamo verificare il testo originale, ma se l'espressione usata era battait son plein, andrebbe allora tradotto con: si trovava al suo apice]. Le grandi dame e i signori furono incantati dei pizzi; e il clero credé di bon ton di aprirsi allo stesso incantamento. Come si vede una vita cristiana ed ecclesiastica più seria, e il suo completamento più importante: un’arte religiosa più semplice, più degna e più forte che in quei tempi lì, del tutto naturalmente desidera eliminare i pizzi dalle vesti e dai sacri panni …”. Si tratta di ritornare a “una nobile semplicità che esclude sciocchezze e leziosità”.
Si può ricordare, in un altro registro di manifestazione cultuale, una costante raccomandazione concernente l’emissione della voce: evitare una pronuncia “molle, stanca, effeminata” (san Bernardo, “Sermone 47 sul Cantico”: più volte citato a questo proposito dagli autori del XVII e dell’inizio XVIII secolo, come J. Grincolas, il card. Bona, L. Thomassin), “più degna del teatro, dice san Girolamo, che della casa di Dio” (J. Le Lorrain “De l’ancienne costume de prier debout e d’adorer debout le jour de dimanche”)
Da dove viene la significanza e l’opportunità di una scelta, soprattutto estetica, di marcare la “reverenza” necessaria relativamente alle funzioni, alle persone che hanno missione di compierle e alle azioni prescritte? Le scelta si farà in funzione di una distanza presa in rapporto ai segni del potere temporale? In quelle sfera si troverà il segno il più adeguato per produrre i segni di rispetto in rapporto al trascendente e al mistero celebrato? L’esperienza mostra che non è sufficiente ritornare a delle forme del passato per scappare dal carattere incongruo di certe scelte
Nei suoi “Examens particuliers” ad uso dei preti, l’abate Tronson evocava chiaramente nel suo tempo gli eccessi da evitare per restare nella modestia ecclesiastica:
“Consideriamo le regole che la modestia ecclesiastica ci dona per i nostri vestiti. Lei non ci permette di apportarci dell’oro, dell’argento e del pizzo; né di servirci di stoffe di seta, e neppure di quelle che sono troppo ricche o che avrebbero troppo lustro o troppo risalto. La modestia non sopporta che con pena le stoffe trasparenti attraverso le quali si può vedere l’abito di sotto … Lei rigetta i grandi risvolti, gli alti manicotti, i guanti a frange, le calze colorate, le scarpe mignon, le cinte svolazzanti, i capelli pieni di lustrini” (citato da Pascal Dibiè, “La tribu sacrèe”, cap. 4, “la grammaire des rites”).
Certo, si tratta del costume abitualmente portato dagli ecclesiastici. Il vestito liturgico può rivelare una logica differente per significare la gloria di Dio.
Ciò nonostante: “La veste sacra non deve essere un imbarazzo … nelle sue pieghe l’uomo più rude dovrebbe trovare la grandezza reale del figlio di Dio restituito in grazia … Un vestito non è sacro perché accumula ricchezze, non è il mantello del re, ma uno strumento liturgico” (A.M. Cocagnac, “Le vêtement sacré”, Art sacré 1955. Noi sviluppiamo alcune di queste osservazioni sulla qualità del vestito liturgico che può trovarsi sottomesso a “effetti della moda” insufficientemente riflettuti).
Sembra che l’opzione che ha condotto nell’epoca contemporanea alla scelta più diffusa per i vestiti liturgici (La Congregazione culto divino ha stimato che il “progetto di poter utilizzare, come nella PGMR 304 [oggi 342] un vestito sacerdotale di forma ampia con la stola piazzata sopra: vestito che avvolge tutto il corpo del celebrante e rimpiazza l’alba, era conforme ai principi generali concernenti i vestiti liturgici e fissati dalla PGMR 297 [oggi 335]”. La stola mette bene in valore il ministero gerarchico del prete; questo vestito, se è confezionato con arte e in un bel tessuto “salvaguardia il carattere sacro degli oggetti liturgici e aggiunge un elemento di bellezza” … In dettaglio …: Notitiae 1973 p. 96-98), nella loro forma e materia, si ispira in gran parte al modello monastico. È perché si è soprattutto attenti alla caduta del vestito che dà ai gesti e agli atteggiamenti della preghiera una certa gravità (un certo peso), una ampiezza sufficiente, senza rigidità, ne’ eccesso. È la linea di orientamento che preconizza la PGMR 344 “La bellezza e la nobiltà del vestito non devono tenere all’abbondanza degli ornamenti aggiunti sopra, ma alla materia impiegata e alla forma del vestito. Questo potrà presentare dei motivi, delle immagini o dei simboli che indicano un uso sacro e si scarterà quelli che faranno a pugni con lui”. La destinazione liturgica del vestito, tutto contribuendo alla bellezza dell’azione, mette in evidenza la diversità dei ministeri, tanto dei preti e dei diaconi quanto dei laici: “la diversità dei ministeri si manifesta esteriormente con la diversità dei vestiti liturgici, che devono dunque essere il segno della funzione propria di ciascun ministro. Bisogna nondimeno che questi vestiti contribuiscano alla bellezza dell’azione liturgica. Bisogna … siano benedetti prima di servire alla liturgia, secondo il rito previsto nel rituale romano (la PGMR 335)”».



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