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domenica 16 giugno 2024

Documento Vaticano sul Papa: un miraggio che porta al caos. Mons. Marian Eleganti.

Grazie a Marco Tosatti per queste utili riflessioni sull'ultimo documento vaticano (QUI e QUI MiL).
QUI la risposta del Card. Koch a Mons. Eleganti.
Luigi C.

15 Giugno 2024 

Cari amici e nemici di Stilum Curiae, offriamo alla vostra attenzione queste riflessioni di mons. Marian Eleganti, che ringraziamo di cuore, sul recente documento vaticano sul ruolo del pontefice nella Chiesa universale. Buona lettura e diffusione.

Una prima, spontanea reazione al nuovo documento sull’esercizio dell’ufficio di Pietro

Da Marian Eleganti osb, em. Vescovo ausiliare di Coira

A mio parere, è sbagliato considerare l’accettazione del primato di giurisdizione papale cattolico romano da parte di altri cristiani come un criterio per la sua validità e legittimità e comprendere o esercitare il papato di conseguenza (in modo nuovo, diverso) rispetto a prima. Non si può parlare di declassare l’ufficio di Pietro finché non diventi accettabile per il maggior numero possibile di cristiani separati, ma non sia più ciò che Cristo vuole che sia.
Il criterio è quindi se esso nella sua forma attuale corrisponde a questa volontà e alla verità del Vangelo, rimane un fondamento di Cristo (cioè diritto divino), e se il suo sviluppo e la sua dogmatizzazione nel tempo sono avvenuti nello Spirito Santo oppure no. Da sempre siamo convinti che lo Spirito Santo guida la Chiesa alla verità piena e la mantiene nella verità, motivo per cui è considerata infallibile. Ecco perché nella Professio Fidei crediamo anche nella Chiesa insieme allo Spirito Santo. Inoltre c’è una dogmatizzazione infallibile dell’ufficio di Pietro. In questo senso, la risposta alla questione in cosa consista l’ufficio di Pietro e come venga esercitato (soprattutto se sia giuridicamente vincolante o meno per tutti i cristiani) non può essere il risultato di negoziati che cercano il più grande o il più piccolo denominatore comune. La realtà, ciò che è stato realizzato finora, cioè ciò che Cristo ha voluto, non può essere rimesso in discussione astoricamente secondo il motto “Ritorno all’inizio!”.
Qui il fattore decisivo deve essere la verità o la volontà di Dio, non il consenso con i fratelli separati. La questione è di carattere fondamentale. Tocca le radici del cattolicesimo romano.

Ecclesiologia: il papato nella Chiesa cattolica romana si è sviluppato autenticamente e sotto la guida dello Spirito Santo fino alla dogmatizzazione del Vaticano I, oppure le altre comunità ecclesiali e denominazioni cristiane considerano questo sviluppo essenzialmente come un’aberrazione e un’alienazione del Vangelo, come un allontanamento dalla forma originaria del ministero petrino stabilito e voluto da Cristo?

Per la Chiesa, si tratta di una questione di essere e non essere, una questione ecclesiologica fondamentale, ossia il dove o il luogo dell’unica, vera e visibile forma piena della Chiesa di Cristo. In breve: dov’è (esiste) l’unica, vera e visibile Chiesa di Cristo? Conosciamo la risposta cattolica romana: la Chiesa cattolica romana. A nostro avviso, anche dopo il Concilio Vaticano II, non ce n’è e non ce ne sarà un’altra. Ma le altre “chiese” certamente non saranno mai d’accordo. Per questo motivo, sono visibilmente separate da noi – almeno in termini di giurisdizione.

Se si considera lo sviluppo del ministero della Chiesa dai giorni degli apostoli come un continuum ispirato e guidato dallo Spirito Santo, questo sviluppo fino alle massime dichiarazioni sul ministero petrino del Concilio Vaticano I non può essere ricondotto a presunte fasi preliminari più semplici, dove altre Chiese e denominazioni cristiane si sono fermate o addirittura allontanate perché in disaccordo con la comprensione cattolica della Chiesa in generale e con il primato universale della giurisdizione del Vescovo di Roma in particolare, a causa del loro dissenso a questo riguardo, e hanno mantenuto il loro dissenso.

Come già accennato, ciò solleva la questione fondamentale della Chiesa vera e visibile e della sua indivisibilità, la Chiesa che Cristo ha voluto, che è stata fondata su Pietro, la roccia, e che ha vissuto la sua nascita nella Pentecoste di Gerusalemme ed è rimasta fedele a se stessa nel corso del tempo. Il Concilio Vaticano II ha risposto a questa domanda con il suo problematico “subsistit in”, che richiede una spiegazione. Pur essendo ancora convinti che la Chiesa cattolica romana sia la forma visibile e piena della Chiesa di Cristo (existit), i Padri conciliari hanno diluito semanticamente questa affermazione irrevocabile (subsistit) per apparire più inclusivi e meno esclusivi, per non ferire alcun sentimento e per riconoscere ed evidenziare i validi elementi di verità e le strutture sacramentali dei cristiani separati da essa.

Ora questi barattoli devono essere riaperti in un nuovo tentativo e lo sviluppo della dottrina e della teologia del ministero, in particolare in relazione al ministero petrino e al suo esercizio, deve essere rimesso in discussione. La direzione dovrebbe essere sinodale o biblico-evangelica, l’umano in questa realtà complessa dovrebbe essere separato dal divino, in modo che il papato appaia in una nuova accettazione e in una nuova forma della sua autocomprensione e del suo esercizio. Questo è ecclesiologicamente discutibile. Per dirla senza mezzi termini: “Dimenticate la dogmatizzazione del primato della giurisdizione romana nel Vaticano I e tornate al periodo della Riforma, al primo millennio o addirittura all’epoca apostolica! Relativizzate quelle affermazioni dogmatiche di punta di un concilio ecumenico dell’Occidente latino come una delle sue peculiarità culturali, che in tutta la sua intensificazione giurisdizionale vale solo per la Chiesa latina! Rinunciare a questo giogo divisivo, che il Papa romano non può imporre a tutti i cristiani ex sese (di sua iniziativa) e non ex consensu (sulla base dell’accordo di una maggioranza).

Si vuole un ministero dell’unità, ma sinodale, cioè capace di conquistare una maggioranza e vincolante solo se la maggioranza degli interessati (cioè tutti i cristiani) ha deciso in tal senso: il Papa come moderatore e guida del sinodo, niente di più, al massimo come testimone credibile, che ovviamente viene anche contraddetto. Quanto bene o male questo funzioni lo si vede molto chiaramente nel caso dei fratelli separati (cfr. anglicanesimo). Ora capiamo perché il titolo di “Patriarca d’Occidente” è stato reintrodotto come attributo del Romano Pontefice dopo che Benedetto XVI lo aveva abbandonato! È un guadagno? Personalmente, penso che sia un passo indietro e un discutibile autoannullamento dello sviluppo dottrinale cattolico romano riguardo all’ufficio petrino, che è sempre stato un pomo della discordia nella nostra questione, non solo a causa del fallimento morale dei papi, ma molto più fondamentalmente e teologicamente o in termini di politica ecclesiastica. Affermare nuovamente che il papato è di diritto divino e umano, per poter relativizzare storicamente e criticamente il suo esercizio giurisdizionale attraverso quest’ultima aggiunta, significa per me non credere nella Chiesa come istituzione divina. Ancora una volta: “Credo nello Spirito Santo, nella Chiesa una, santa, cattolica e apostolica”. Quest’ultima è chiaramente romana nella questione del ministero petrino e forma una “iunctim” (un’unità) in simbolismo con lo Spirito Santo. Mettere in discussione questo significa, secondo la concezione cattolica romana dello sviluppo del dogma, mettere in discussione l’infallibilità della Chiesa di Cristo in generale e del Papa in particolare (a condizione che siano soddisfatte alcune condizioni).

In conclusione, penso che in questo modo discorsivo-sinodale non si possa fare chiesa con i cristiani separati nemmeno in questa questione, così come in passato non si è venuti a capo di niente in questo senso con le sue distorsioni (cfr. il periodo della Riforma). Un ecumenismo di ritorno (si può uscire dai vicoli ciechi solo pentendosi) non deve esistere, anche se a mio avviso tutta la verità lo richiederebbe. Si potrebbe anche parlare di riunificazione. Ma tale riunione dovrebbe avvenire nella verità, e non come una forma di primato d’onore del Romano Pontefice per imbiancare una cristianità che continua ad allontanarsi, rimane visibilmente separata di fatto e in termini di giurisdizione, e inoltre non riesce a raggiungere un consenso su questioni ecclesiologiche e dogmatiche essenziali. L’attuazione regionale della fede comune (lo è?) continuerebbe a ritardare (come prima). Basti pensare alle comunità ecclesiali del protestantesimo. No, il percorso proposto dal nuovo documento è per me un “miraggio” sui generis, che porta al caos o che calpesta l’esistente. Con questa affermazione, sono ovviamente “fuori dal giro”.

Dovete decidere la questione nella vostra coscienza. Così come Gesù annunciò pessimisticamente (?) o realisticamente che ci saranno sempre guerre, il dissenso nella cristianità su questioni come il ministero petrino e altre rimarrà purtroppo una realtà, per non parlare della pratica pastorale (la cosiddetta “realtà di vita” delle “chiese”) dovuta alla loro diversa comprensione del ministero e dei sacramenti. Restiamo peccatori, e la nuova proposta o la nuova base di discussione non è altro che un debole tentativo di coesione, ma non di unità nella verità indivisibile che vale per tutti. Per noi questa verità è chiaramente quella cattolica romana, o volete forse sostenere che la Chiesa cattolica romana si è allontanata dalla verità di Cristo e dalla Sua volontà nel XIX secolo, in occasione del Vaticano I, con la dogmatizzazione del primato universale di giurisdizione del Papa (ex sese non ex consensu)? Eppure si trattava proprio dell’infallibilità!

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