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lunedì 15 agosto 2022

Padre Lanzetta: "Celibato ecclesiastico: come Cristo ha fatto

Riceviamo e Pubblichiamo da Schola Palatina.
Luigi

Padre Serafino Lanzetta | 15 Giugno 2022

Se nell’Esortazione pubblicata da papa Francesco non si fa menzione dei viri probati e dei ministeri femminili, al n. 3 il testo “benedice” quei desiderata del Sinodo amazzonico, da cui i fautori del cambiamento stan già traendo spunto, per implementare a livello locale quanto ancora negato in sede centrale. In uno scenario, che dunque si prospetta ancora oscuro, è bene riflettere sulla natura del celibato ecclesiastico e sulla sua origine, da ricercarsi nella Sacra Scrittura e nella scelta di Gesù stesso, come ci spiega padre Serafino Lanzetta in questo intervento.

Il celibato di Gesù è in linea con quello di Geremia (16,2), di Giovanni Battista e degli Esseni di Qumran. È vero che nella tradizione rabbinica il testo di Gn. 1,28 era tassativo: «Siate fecondi e moltiplicatevi». Perciò, secondo una sentenza del rabbino Eliezer ben Ircano, vissuto tra il I e il II secolo d.C., colui che rifiuta di avere discendenza è paragonabile ad un omicida (Talmud di Babilonia, Yebamont 63b). Ma è pur vero che c’erano delle eccezioni alla regola del matrimonio, il cui fine principale è la procreazione. Ad esempio, Simeone ben Azzai, coevo al rabbino sopra citato, esclama: «La mia anima ama la Legge. Il mondo, lo possono continuare altri» (Talmud di Babilonia, Yebamont, 63b).

Celibato ecclesiastico: sin dal tempo apostolico

Oggi però si fa ancora confusione insinuando che il celibato ecclesiastico sia solo una legge tardiva della Chiesa, mentre nei primi secoli e durante tutto il primo Millennio sarebbe stato concesso ai sacerdoti di essere sposati. Si gioca di fatto con le parole, perché è appurato da egregi studi storici che il celibato dei sacerdoti nasce e si fa strada sin dal tempo apostolico come continenza perfetta per il Regno dei cieli e ciò in risposta alle parole del Signore circa coloro che si sono resi eunuchi per Dio e per il Suo regno (cfr. Mt. 19,12) ed hanno accolto l’invito di Gesù a lasciare «tutto» (Lc. 5,1), anche le proprie mogli (cf. Lc. 18,29).

Sin dal Concilio di Elvira in Spagna (intorno al 305, ripreso poi da altri Concili) si vieta tassativamente ai chierici di intrattenere rapporti sessuali con le mogli, pena la dimissione dallo stato clericale. Si arriverà poi anche alla scomunica con Papa Siricio nel 386. La continenza diventa quindi vincolo canonico, ma a causa di abusi serpeggianti e per il fatto che la continenza stessa non fosse più valorizzata a livello spirituale come esigenza dell’essere sacerdoti.

Nessuno, però, insorse contro la decisione conciliare, né si sarebbero sognati di convocare un sinodo per cercare vie alternative. Era un dato che la Chiesa aveva ricevuto. Si andò avanti così per tutto il primo Millennio, in cui c’erano sì chierici sposati ma votati alla continenza.

Vista però l’incapacità crescente di far fronte alle numerose defezioni, il problema della continenza dei chierici maggiori (dal suddiaconato in poi) fu risolto da Papa Innocenzo II, che introdusse l’impedimento dirimente dell’Ordine sacro nel Concilio Lateranense II del 1139. Così i matrimoni contratti dai chierici non solo erano illeciti, ma anche invalidi. Il celibato ecclesiastico in tal modo diventa tecnicamente legge, ma non un’innovazione giuridica. Un regolamento comunque tardivo? Evidentemente no, ma una precisazione canonistica di un precetto di natura teologica e spirituale.

Celibato connaturale al sacerdozio

Joseph Ratzinger nel libro a quattro mani con il card. Sarah (Dal profondo del nostro cuore, Cantagalli 2020) ha spinto la sua riflessione teologica sul celibato ecclesiastico fino al punto più estremo, al fine di provare con un brillante argomento che il celibato risulta connaturale al sacerdozio, costituisce cioè una sua parte integrante. Muovendo dal fatto che da una lettura cristologica dell’Antico Testamento appare chiara l’unità tra la critica dei profeti al culto esteriore e al mero sacrificio rituale e la vera essenza del sacrificio che è l’amore «fino alla fine», Ratzinger prova che è impossibile pensare a una teologia senza il culto. Gesù, in realtà, non abolisce il culto e l’adorazione di Dio, ma «li ha assunti e portati a compimento nell’atto d’amore del suo sacrificio» (pag. 23).

Di qui Benedetto XVI enuclea il suo pensiero sul celibato quando scrive: «Sulla base della celebrazione giornaliera dell’Eucaristia e sulla base del servizio per Dio che essa includeva, scaturì da sé l’impossibilità di un legame matrimoniale. Si potrebbe dire che l’astinenza funzionale si era trasformata da sé in un’astinenza ontologica» (pag. 38). Il card. Sarah, poi, rimarca quest’affermazione scrivendo che, a giudizio di Benedetto XVI, «una vita sacerdotale coerente richiede ontologicamente il celibato» (pag. 60).

Il celibato ecclesiastico è, perciò, non funzionale ma essenziale, è parte dell’essere sacerdote e del potersi accostare ogni giorno al divin sacrificio da offrire non solo in Persona Christi ma pure come Cristo ha fatto. In questo come c’è l’uniformità esistenziale con Cristo, accanto alla conformazione sacramentale con il Signore. Pertanto il celibato è sì una disciplina della Chiesa, ma al fine di conformare il chierico a Cristo; è una disciplina plasmatasi sulla dottrina della conformazione totale a Cristo, un modus vivendi che è tradizione della vita di Cristo e degli Apostoli. In quanto trasmissione della vita santa del Signore Gesù e dei Dodici, il celibato è più di una semplice regola: fa parte del medesimo deposito di quanto il Signore fece ed insegnò. Dunque esso attiene alla fede della Chiesa e cambiarlo, renderlo opzionale, significherebbe recidere la tradizione al suo sgorgare.

Un decreto da correggere

Alla luce di questa ontologia del celibato in relazione al sacerdozio, andrebbe ripresa e possibilmente corretta la Presbiterorum ordinis (PO) n. 16 del Vaticano II, il Decreto sul ministero e la vita dei presbiteri. Qui, infatti, si dice che la «perfetta e perpetua continenza per il regno dei cieli non è certamente richiesta dalla natura stessa del sacerdozio», per il fatto che ciò «risulta evidente se si pensa alla prassi della Chiesa primitiva e alla tradizione delle Chiese orientali», «in cui vi sono degli eccellenti presbiteri coniugati».

Tutto questo è davvero sorprendente! La prassi della Chiesa primitiva viene esplicitata in nota con rimando a due testi di san Paolo, la I Tm. 3,2-5 e Tt. 1,6, in cui l’Apostolo delle genti insiste sul fatto che il vescovo non debba essere sposato che una sola volta o, in modo più preciso, non debba essere che «marito di una sola donna», proprio per dar prova della sua capacità di vivere la continenza per il regno di Dio, pur sposato, come risulterà poi prassi consuetudinaria dalle disposizioni del Concilio di Elvira. Si ignora che i chierici potevano essere sposati, ma dovevano vivere in continenza.

Ancora più farraginoso appare il discorso quando si rimanda alla prassi delle Chiese orientali. Qui la disciplina che concedeva agli uomini sposati divenuti sacerdoti di avere rapporti sessuali con le mogli è molto tardiva. Fu introdotta al Concilio trullano del 691 e risultò da un errore di trascrizione dei canoni del Concilio di Cartagine del 390, che in verità riprendeva quello di Elvira (anche se non in forma strettamente imperativa). Sembra perciò che la Presbiterorum ordinis confonda tra continenza e celibato, scambiando i termini per provare che il celibato nei primi secoli non fosse obbligatorio, pur essendo la continenza una richiesta gesuana. Fior fiori di pregevoli studi hanno provato senza più dubbi che il celibato ecclesiastico inizia proprio come continenza perfetta per il Regno di Dio, al punto che è corretto parlare di continenza-celibato come un tutt’uno.
Celibato ecclesiastico, in Gesù l’origine e la forma

Alla luce di tutto ciò, si può dire con la Presbiterorum ordinis che il celibato non sia richiesto dalla natura stessa del sacerdozio? Anche questo asserto è facilmente equivocabile. Non è richiesto dal Sacramento, perché non è parte di esso, né la sua materia né la sua forma, ma è ontologicamente legato all’essere sacerdote come l’anima al corpo. Si tratta allora di ritornare alle sorgenti stesse del celibato sacerdotale e di vedere in Gesù la sua origine e la sua forma.

Il celibato di Cristo, oltre ad essere prolungamento nel tempo della sua eterna generazione dal Padre e della sua totale consacrazione a Lui – «Non sapevate che devo occuparmi delle cose del Padre mio» (Lc. 2,49) – è però anche riflesso della sua generazione verginale da Maria. Il Verbo si è fatto carne nel seno purissimo della Vergine Maria e della sua verginità diventa figlio e maestro. Perciò, se il celibato di Gesù è anche frutto della verginità della Madre, il celibato dei sacerdoti deve essere vissuto in unione con la Semprevergine Maria e solo nell’unione con Lei diventa fecondo.



P. Serafino M. Lanzetta svolge il suo ministero sacerdotale nella Diocesi di Portsmouth (Inghilterra), è libero docente di Teologia dogmatica presso la Facoltà Teologica di Lugano e direttore editoriale della rivista teologica Fides Catholica.

Per una lista aggiornata di tutte le sue pubblicazioni si veda il suo profilo qui sul sito della Facoltà Teologica di Lugano.