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domenica 1 agosto 2021

Traditionis custodes: un atto di debolezza #traditioniscustodes #summorumpontificum

Un'altra analisi sullo sciagurato Motu Proprio.
Luigi

28 Luglio 2021, Corrispondenza Romana

(Cristiana de Magistris) Dopo un’attenta e calma lettura del recente motu proprio Traditionis Custodes, scevra di quell’acrimonia e sdegno che quasi inevitabilmente suscita un documento – come questo – dai toni draconiani e tendenziosi, il testo pare non un atto di forza ma di debolezza, un canto del cigno che, prossimo alla fine, canta con voce non più bella ma più forte.

Il documento presenta una quantità di anomalie canoniche che i giuristi dovranno passare attentamente al vaglio. A noi preme soffermarci su un solo punto, liturgico, che ci sembra di una portata assolutamente rivoluzionaria e inattendibile. All’articolo 1 del documento, come per dare il la a tutto ciò che segue, si legge: «I libri liturgici promulgati dai santi Pontefici Paolo VI e Giovanni Paolo II, in conformità ai decreti del Concilio Vaticano II, sono l’unica espressione della lex orandi del Rito Romano».
Molto ci sarebbe da dire su quell’in conformità ai decreti del Concilio Vaticano II, visto che il messale di Paolo VI – com’è stato ampiamente dimostrato – è andato molto oltre il dettato conciliare, coniando una liturgia ex novo, in completa discontinuità non solo con la tradizione compendiata nel messale di san Pio V, ma anche con la volontà degli stessi padri conciliari.

In ogni caso, questa Liturgia fatta “a tavolino” (cardinal Ratzinger), non può più essere considerata parte del Rito Romano. Una personalità dello spessore di monsignor Gamber lo affermò con vigore dopo l’entrata in vigore del nuovo messale. La nuova liturgia è un «Ritus modernus», disse, non più «Ritus Romanus». Padre Louis Bouyer, membro del Movimento Liturgico, che nel complesso era favorevole alle innovazioni conciliari, fu costretto ad affermare: «Dobbiamo parlare chiaramente: oggi non c’è in pratica nella Chiesa Cattolica una liturgia degna di questo nome». «Oggi – incalzò monsignor Gamber riferendosi alla liturgia riformata – siamo davanti alle macerie di una Tradizione quasi bimillenaria». Padre Joseph Gelineau, uno dei fautori del rinnovamento, poté dire: «Che coloro che, come me, hanno conosciuto e cantato una Messa solenne gregoriana in latino la ricordino, se possono. Che la confrontino con la Messa che abbiamo ora. Non solo le parole, le melodie e alcuni dei gesti sono diversi. A dir la verità, si tratta di una liturgia diversa della Messa. Questo va detto senza ambiguità: il Rito Romano che conoscevamo non esiste più (le rite romain tel que nous l’avons connu n’existe plus). È stato distrutto (il est détruit)».

Che il Rito Romano non sopravviva più nel messale riformato di Paolo VI sono liturgisti amici e nemici della Tradizione ad affermarlo. Pertanto, il messale riformato – come afferma K. Gamber – merita il titolo di messale modernus ma non romanus.

Alla luce di queste elementari considerazioni liturgiche, come intendere l’articolo 1 del motu proprio? A cui si aggiunge – nella lettera ai Vescovi – la sorprendente e tendenziosa affermazione: «Si deve perciò ritenere che il Rito Romano, più volte adattato lungo i secoli alle esigenze dei tempi, non solo sia stato conservato, ma rinnovato ‘in fedele ossequio alla Tradizione’. Chi volesse celebrare con devozione secondo l’antecedente forma liturgica non stenterà a trovare nel Messale Romano riformato secondo la mente del Concilio Vaticano II tutti gli elementi del Rito Romano». E termina: «in particolare il canone romano, che costituisce uno degli elementi più caratterizzanti». Ora bisogna chiarire bene che nel messale di Paolo VI il Canone Romano non è – neppure nella sua edizione typica – il Canone Romano del messale di san Pio V. È quello che più gli assomiglia, ma non coincide in alcun modo con esso. Padre R. T. Calmel O. P., tra il 1968 e il 1975, scrisse ben 4 articoli riuniti poi sotto il significativo titolo Riparazione pubblica al Canone Romano oltraggiato (nel nuovo messale) per spiegarne la bellezza e l’immutabilità, nonché le antinomie esistenti tra il Canone Romano del messale di san Pio V e quello di Paolo VI. Ci addolora – sì, anche noi siamo addolorati – riscontrare in un documento pontificio (per di più indirizzato ai Vescovi) tanta imperizia. Ma tant’è. E non è la sola. Rimane inoltre da spiegare che cosa sia ora il messale di san Pio V, visto che non è più espressione del Rito Romano, essendo il messale di Paolo Vi l’unica espressione della lex orandi del Rito Romano. Dopo almeno 400 anni di vita ha forse cessato di essere Rito Romano?

L’altro grave problema che si pone è la legittimità di un tale atto. Ancora Klaus Gamber, nel suo studio “La riforma della liturgia romana”, si chiede se un supremo pontefice possa modificare un Rito. E risponde negativamente, poiché il Papa è il custode e il garante della liturgia (come dei dogmi), non il suo padrone. «Nessun documento della Chiesa – scrive Gamber –, neppure il Codice di Diritto Canonico, dice espressamente che il Papa, in quanto Supremo Pastore della Chiesa, ha il diritto di abolire il Rito tradizionale. Alla plena et suprema potestas del Papa sono chiaramente posti dei limiti […]. Più di un autore (Gaetano, Suarez) esprime l’opinione che non rientra nei poteri del Papa l’abolizione del Rito tradizionale. […]. Di certo non è compito della Sede Apostolica distruggere un Rito di Tradizione apostolica, ma suo dovere è quello di mantenerlo e tramandarlo». Ne segue che il Rito Romano, espresso dal messale di San Pio V non è né abrogato né abrogabile e tutti i sacerdoti conservano il diritto di celebrare la Messa e i fedeli di assistervi.

Desta infine stupore e dolore leggere nella Lettera ai vescovi che l’intento di questo motu proprio non è altro che quello di san Pio V dopo il Concilio di Trento: «Mi conforta in questa decisione il fatto che, dopo il Concilio di Trento, anche san Pio V abrogò tutti i riti che non potessero vantare una comprovata antichità, stabilendo per tutta la Chiesa latina un unico Missale Romanum». Ma san Pio V fece l’esatto opposto di ciò che ha fatto papa Francesco con questo motu proprio. È vero che san Pio V stabilì per tutta la Chiesa latina un unico Missale Romanum, ma tale messale – a differenza di quello di Paolo VI imposto da Francesco – fu solo restaurato, in ottemperanza ai decreti tridentini, per essere strumento di unità per tutti i cattolici perché più antico non perché più nuovo. Come può il messale di Paolo VI essere strumento di unità se (oltre a una miriade di altri problemi) ha raggiunto una creatività, cioè una diversità, “al limite del sopportabile”, come riconosce lo stesso Pontefice? Inoltre, la “comprovata antichità” dei riti voluta dal Papa di Lepanto richiedeva un’interrotta continuità di almeno 200 anni. Il che significa che il rito moderno di Paolo VI, sotto il grande Inquisitore, sarebbe stato elegantemente depennato, senza alcuna speranza, neppure remota, di poter assurgere a rito unico di tutta la cristianità. Senza poi dire che san Pio V con la bolla Quo primum blindò il suo Messale in perpetuum, rendendolo inabrogabile. Il motu proprio invoca dunque l’autorità di chi lo condanna. Anche qui sorprende rilevare in un documento pontificio una tale imperizia storica.
In conclusione, il motu proprio, a voler leggere in profondità, è una dichiarazione di guerra, ma è anche il riconoscimento di una sconfitta. È un apparente atto di forza che copre una debolezza e imperizia di fondo. Il messale riformato è stato una catastrofe ad ogni livello: liturgico, dogmatico, morale. Il risultato a tutti evidente è che ha svuotato chiese, conventi e seminari. Non potendo imporlo per la forza della tradizione, che non veicola, lo si vuole imporre a colpi di leggi. Ma è un’operazione improba, fondata sull’inganno, e perciò destinata a fallire. Non è un colpo mortale dato al Rito Romano, ma l’eutanasia del rito moderno. Non è una falciata esiziale, ma una potatura vivificante del messale di san Pio V, il quale – per l’odio che suscita tra le frange moderniste della gerarchia – conferma di essere «la cosa più bella da questa parte del Cielo», che ci è stata tramandata dai nostri padri e che tramanderemo ai nostri figli, anche se dovessimo imporporarlo col nostro sangue.