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martedì 6 luglio 2021

Veni Sancte Spiritus, commento del M° Porfiri.

Un altro bell'articolo di musica sacra del Maestro Porfiri, pubblicato da Stilum Curiae.
Potete ascoltare il brano in fondo al post.
Luigi

[...]

VENI SANCTE SPIRITUS (Canto gregoriano)

Mi è capitato molto di recente di avere una conversazione in Skype con il cardinale Joseph Zen di Hong Kong. Dovete sapere che il cardinale Zen ama molto il canto gregoriano che ha ampiamente praticato in gioventù e anche insegnato. Prima di interrompere la nostra comunicazione mi ha augurato buona festa di Pentecoste e si è messo a canticchiare la sequenza Veni Sancte Spiritus, che nel messale si canta prima dell’acclamazione al vangelo. Forse dovrei dire “si dovrebbe cantare”, visto che è così raro oramai ascoltare questi capolavori di canto liturgico nelle nostre celebrazioni. Questo non solo per la Pentecoste, ma anche per il Corpus Domini o per Pasqua; ci si accontenta di leggere delle versioni italiane di porzioni di queste sequenze (nel caso di Lauda Sion Salvatorem) con tono monotono e poco convinto. Eppure questi sono gioielli di preghiera. Il genere della sequenza fiorì e traboccò in epoca medievale, tanto che c’erano migliaia di Sequenze per ogni occasione poi ridotte a cinque: “Dopo la riforma del concilio di Trento rimasero in uso, delle circa 5000 sequenze conosciute, solo le seguenti: Victimae Paschali laudes per il giorno di Pasqua, Veni Sancte Spiritus per la Pentecoste, Lauda Sion Salvatorem per il Corpus domini, Dies irae, dies illa per la messa dei defunti; una quinta, Stabat Mater dolorosa per il venerdì santo, fu introdotta nella liturgia da Benedetto XIII nel 1727” (treccani.it). Ne parla anche Massimo Mila nella sua Breve Storia della Musica che attribuisce la sequenza di Pentecoste a Stephan Langton o a papa Innocenzo III e che dice su questa forma: “Sequenza e tropo, queste forme della seconda età del gregoriano, rispecchiano la stanchezza creativa sopravvenuta nel canto cristiano dopo la codificazione liturgica operata da Gregorio Magno, che aveva naturalmente scoraggiato e paralizzato l’invenzione, ormai superflua, di nuovi canti. Applicandosi a commentare canti già esistenti, e abbarbicandosi ad essi come piante parassite, sequenza e tropo si accostano alla natura giuridica, tipicamente medievale, della chiosa e della postilla”.

Certo il Veni Sancte Spiritus ha meritato la sua fortuna grazie anche alla bellezza della melodia, accessibile anche da cantori non professionisti, e alla profondità del suo testo: “Vieni, Santo Spirito, mandaci dal cielo un raggio della tua luce. Vieni, padre dei poveri, vieni, datore dei doni, vieni, luce dei cuori. Consolatore perfetto, ospite dolce dell’anima, soave refrigerio. Nella fatica, riposo, nella calura, riparo, nel pianto, conforto. O luce beatissima, invadi nel profondo il cuore dei tuoi fedeli. Senza il tuo soccorso, nulla è nell’uomo, nulla senza colpa. Lava ciò che è sordido, bagna ciò che è arido, sana ciò che sanguina. Piega ciò che è rigido, scalda ciò che è gelido, raddrizza ciò ch’è sviato…”. Un testo che ci mostra la profondità di azione dello Spirito Santo, come esso intervenga correggendo con il suo soccorso ciò che è sviato.

Il papa Benedetto XVI, nell’omelia per la Messa di Pentecoste (23 maggio 2010) così esordiva: “nella celebrazione solenne della Pentecoste siamo invitati a professare la nostra fede nella presenza e nell’azione dello Spirito Santo e a invocarne l’effusione su di noi, sulla Chiesa e sul mondo intero. Facciamo nostra, dunque, e con particolare intensità, l’invocazione della Chiesa stessa: Veni, Sancte Spiritus! Un’invocazione tanto semplice e immediata, ma insieme straordinariamente profonda, sgorgata prima di tutto dal cuore di Cristo. Lo Spirito Santo, infatti, è il dono che Gesù ha chiesto e continuamente chiede al Padre per i suoi amici; il primo e principale dono che ci ha ottenuto con la sua Risurrezione e Ascensione al Cielo. Di questa preghiera di Cristo ci parla il brano evangelico odierno, che ha come contesto l’Ultima Cena. Il Signore Gesù disse ai suoi discepoli: «Se mi amate, osserverete i miei comandamenti; e io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito perché rimanga con voi per sempre» (Gv 14,15-16). Qui ci viene svelato il cuore orante di Gesù, il suo cuore filiale e fraterno. Questa preghiera raggiunge il suo vertice e il suo compimento sulla croce, dove l’invocazione di Cristo fa tutt’uno con il dono totale che Egli fa di se stesso, e così il suo pregare diventa per così dire il sigillo stesso del suo donarsi in pienezza per amore del Padre e dell’umanità: invocazione e donazione dello Spirito s’incontrano, si compenetrano, diventano un’unica realtà. «E io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito perché rimanga con voi per sempre». In realtà, la preghiera di Gesù – quella dell’Ultima Cena e quella sulla croce – è una preghiera che permane anche in Cielo, dove Cristo siede alla destra del Padre. Gesù, infatti, vive sempre il suo sacerdozio d’intercessione a favore del popolo di Dio e dell’umanità e quindi prega per tutti noi chiedendo al Padre il dono dello Spirito Santo”. In questi tempi, tempi di grande difficoltà, abbiamo tutti bisogno del dono dello Spirito Santo, in un’epoca segnata dall’inquietudine e dalla paura. Meditare sulle belle parole della Sequenza di Pentecoste ci aiuterà ad acquisire una maggiore pace interiore e una maggiore fiducia nell’intervento divino.