venerdì 27 marzo 2020

Andare a pregare in chiesa si può: combattiamo la Buona Battaglia

Alcuni densi   articoli sul diritto\dovere di pregare in chiesa.
Il buon senso direbbe che se le edicole, le tabaccherie e gli alimentari sono aperti, perchè chiunque possa accedervi, lo stesso dovrebbe essere logico per le chiese che, ad oggi, sono aperte....
QUI  Tosatti, QUI Valli e QUI  una splendida riflessione di John L. Allen Jr. sul Blog di Sabino Paciolla.
Luigi


Impedire la grave e irragionevole violazione della libertà religiosa contenuta nell’ultimo DL del Governo

All’art. 1 comma 2 lettera h) del decreto legge, annunciato ma non ancora pubblicato sulla G.U., si prevede la “sospensione delle cerimonie civili e religiose, limitazione dell’ingresso nei luoghi destinati al culto, nonché completa chiusura degli stessi”.
Sono già state sospese le Messe con pubblico; in chiesa entrano ormai pochissime persone distanziate l’una dall’altra, certamente più di quanto accada nei supermercati. Una misura del genere lede la libertà religiosa e di culto, costituzionalmente fondata, e si pone in contrasto col Concordato, che prevede su questo versante solo il previo paritario accordo fra Stato italiano e Chiesa.

Confidiamo che non si giunga a una così irragionevole limitazione, in un momento in cui decine di sacerdoti non fanno mancare il loro conforto a chi soffre, anche a rischio della vita.


Andrea Zambrano, La Nuova Bussola Quotidiana, 27-3-20

L’ultimo in ordine di apparizione è stato un magistrato che ha raccontato la sua disavventura. «Il dubbio, anzi la certezza, è che per questo nostro mondo malato nel corpo e nello spirito, Nostro Signore Gesù Cristo valga meno di una sigaretta», dice il giudice partenopeo Domenico Airoma che si è trovato faccia a faccia con un agente di polizia al quale ha dovuto spiegare – invano – che si stava recando in chiesa per andare a fare visita al tabernacolo. Il magistrato si è sentito rispondere le cose che più o meno tanti italiani in questi giorni stanno sentendo una volta fermati. «Le chiese sono chiuse», «andate a pregare in casa», «qui non potete entrare», «se non ve ne andate vi denunciamo» e altre varianti al tema delle chiese inaccessibili, anche se aperte. «Dovete essere umani», ha detto il capo della Polizia Gabrielli agli agenti. E meno male.

Airoma è in buona compagnia. Da Lecce risalendo fin su a Varese, passando per la Liguria fino ad Ancona le segnalazioni dei lettori che sono stati fermati dalle forze dell’ordine e hanno dovuto “giustificarsi” che la preghiera rientrava in una situazione di necessità, sono state tante. A tutte queste persone ad oggi non sono arrivate risposte rassicuranti circa la possibilità di poter avere accesso alle chiese. Le quali restano aperte anche dopo la sciagurata bozza di decreto del 25 marzo scorso – poi modificata ieri – che prevedeva il lucchetto senza tanti complimenti. Ma, anche se aperte (leggi qui l'articolo di Giacomo Rocchi), nessuno dalle parti del Governo ha mai voluto spiegare che cosa scrivere nell’autocertificazione: ragioni di culto? Necessità spirituali? Niente.

Anche la Nuova Bussola Quotidiana ci ha provato ieri interpellando caserme dei carabinieri e questure (da Bologna a Napoli passando per la Brianza e Bergamo), arrivando fin su all’ufficio stampa del Ministero degli Interni: nessun chiarimento e quando qualcuno dall’altra parte della cornetta rispondeva, è il caso del Viminale, ci siamo sentiti rispondere: «Quando arriva il funzionario vediamo di sottoporgli la questione». E’ chiaro che la questione è politica e non affidata al capriccio di un dirigente.

Ed essendo politica, a risolverla dovevano essere i vescovi. Invece si è proseguito in questi giorni con il rapporto piuttosto problematico, e insolito, tra le forze dell’ordine e i fedeli, che in assenza di un chiarimento tra la Cei e il Governo, hanno dovuto contendersi la piazza vuota davanti alla chiesa come una sfida all’O.K. corral. Umiliante per il diritto al culto e deprimente per l’abuso di potere di quei poliziotti che – senza alcun appiglio legale – hanno fermato i fedeli. «Guardi – ci dice senza giri di parole un comandante di una stazione dei carabinieri lombarda – io se trovo qualcuno che va in chiesa dico che le chiese sono chiuse perché è giusto che le chiese siano chiuse. E se insiste lo multo». Discutibile, se non altro. Ma anche inquietante.

E’ il risultato di un corto circuito che dimostra fondamentalmente due cose: che il governo fa quello che gli pare calpestando bellamente un’altra libertà, quella al diritto al culto, e che i vescovi in questa partita sono stati troppo tepidi. Remissivi, in ostaggio e rincorrendo di volta in volta una concessione da ottenere per grazia ricevuta da Giuseppi, quando semmai doveva essere il contrario perché le limitazioni alle chiese, che godono ancora di extraterritorialità, dovevano essere concesse al Governo dopo una trattativa all’ultimo sangue che salvaguardasse la dignità del culto di cui gli italiani devono continuare a godere.

Infatti, ad oggi – salvo comunicazioni che però potrebbero arrivare nel corso della giornata – la partita non si è ancora sbloccata e questo nonostante la Cei – finalmente – ieri mattina abbia chiesto al governo di chiarire la questione delle chiese aperte, ma inaccessibili.

«Ho scritto al ministero chiedendo che mettano per iscritto le cose che ieri abbiamo definito – spiega alla Nuova Bussola Quotidiana il portavoce della Cei don Ivan Maffeis -. Siamo riusciti a “strappare” un sì alla presenza di uno sparuto gruppo di persone (accoliti, cantori, musici, diaconi etc…) per le celebrazioni del Triduo pasquale. Sulla base di questo ci sembra che sia assodato che un fedele possa entrare in chiesa a pregare purché siano garantite le condizioni di sicurezza».

Il ragionamento di don Maffeis è logico, ma la logica, purtroppo in questa triste vicenda si è scontrata contro il portone di Palazzo Chigi.

«Anche oggi abbiamo insistito per avere una risposta positiva perché è vero quello che anche voi riportate: la gente si vede respinta dalle chiese, non sa che cosa scrivere in autocertificazione e per giunta si ritrova nel decreto che le chiese restano aperte. E’ evidente che c’è qualcosa che non funziona», ci fa sapere pur specificando che i rapporti col governo sono comunque buoni.

In serata qualche timida apertura sembra arrivare: «Il governo, tramite il Viminale, interpreta come noi, ma solo a parole», ci dicono dalla Cei. Manca infatti la conferma scritta che potrebbe arrivare oggi.

Arriverà? Presto per sbilanciarsi. Quel che è certo è che bisognerebbe permettere a tutti i fedeli di scrivere liberamente – come già adesso fanno per la spesa, la farmacia, il lavoro e tutte le nuove situazioni di necessità aggiunte ieri nella 4° ristampa del modulo - «vado a pregare in chiesa perché il culto è uno stato di necessità». Se questa possibilità non verrà riconosciuta e messa nero su bianco, ci troveremo ancora di fronte la paletta rossa del poliziotto che intima l’Alt. E a forza di menarla, cominceranno a scattare anche le prime multe.

Eppure, per risolvere la questione bastava una telefonata del presidente della Cei, Bassetti a Conte più o meno di questo tenore: «Le chiese restano aperte e i fedeli ci andranno esattamente come ora vanno a fare la spesa».


Andrea Zambrano
24-03-2020

Carabinieri interrompono una Messa a Napoli; a Cremona fermato un fedele. Abusi di potere che i vescovi non denunciano. Eppure le chiese sono aperte e la preghiera è consentita. Il magistrato Rocchi: «Basta leggere la Direttiva del Viminale e comunicare che si esercita un diritto primario. Nessuna norma può autorizzare l'interruzione di una Messa, così è Stato di polizia». Ristabilire il diritto di culto: ecco perché l'autocertificazione deve cambiare.

Si susseguono in tutto il Paese i casi di fedeli rifiutati all’ingresso delle chiese: a Cremona, Forze dell'Ordine armate fino ai denti che intimano l’Alt a chi – pur provvisto di autocertificazione – comunica l’intenzione di voler andare in chiesa. Oppure le interruzioni di Messe. Dopo il caso di Cerveteri, l’ultimo in ordine di apparizione è stato quanto accaduto sabato a Sant’Anastasìa, comune vesuviano dell’hinterland napoletano, dove gli uomini dell’Arma sono entrati in chiesa, hanno interrotto la Messa conventuale che si stava celebrando alla presenza di uno sparuto gruppo di fedeli, ben distanziati tra loro, e hanno provveduto a denunciare gli occupanti.

Episodi di questo tipo si rincorrono e non sembrano trovare l’indignazione sufficiente dei vescovi per poter assurgere all’onore delle cronache. Quasi che una pesante limitazione del culto, sia in fondo un obolo da pagare al controllo dello Stato nella battaglia al Coronavirus. 

Ma le cose stanno così? Possono gli agenti di polizia interrompere le Messe e denunciare i fedeli? Ed è lecito fermare una persona che si reca in chiesa a pregare, impedendole così di esercitare quella libertà di culto che in altri contesti nessuno – neanche un agente di pubblica sicurezza – avrebbe mai messo in discussione?

La risposta a tutti i quesiti è no. 

In questo caso a farne le spese sono quei fedeli che lamentano l’assenza di una specifica definizione di “stato di necessità” dentro le casistiche previste dal Governo per poter uscire di casa: salute, lavoro o qualsiasi altra necessità.

Domanda: quella di culto può essere classificata come una necessità?

La Nuova BQ lo ha chiesto al giudice e membro del Centro Studi Livatino Giacomo Rocchi (in foto), il quale, ha provato a mettersi “nei panni” di un avvocato che deve difendere quei fedeli che si vedono respinti dai templi cattolici. «Il punto critico è che le chiese sono aperte – spiega Rocchi -, ma non sono indicate esplicitamente negli stati di necessità le motivazioni cultuali o spirituali per poter giustificare un’uscita per la preghiera personale in chiesa».

Che fare? Secondo Rocchi la materia va analizzata. Anzitutto partendo dal primo Dpcm che disciplina la sospensione delle Messe, quello dell’8 marzo, ma contestualmente tiene aperte le chiese: «il comma “i” dell’articolo 1 del decreto è rivolto ai gestori delle chiese o dei luoghi di culto. Ed è lì che vengono elencate le condizioni per poter tenere aperte le chiese. Aperte, purché non si producano assembramenti e siano garantite le distanze di sicurezza e purché non si svolgano cerimonie religiose». 

Dunque, le chiese devono restare aperte, in questo senso è sbagliato dire quello che alcuni militari hanno comunicato ad alcuni fedeli e cioè che “le chiese sono chiuse”. «Se avessero voluto indicare la chiusura lo avrebbero fatto, come hanno fatto al comma f per le stazioni sciistiche», prosegue Rocchi facendo notare anche il «“pasticcio” di Roma, dove le chiese erano state chiuse per un giorno, ma senza che nessuno dal governo l’avesse chiesto al vicario dell’Urbe, è stato risolto proprio tenendo conto di questo».

Appurato che le chiese sono aperte e tali devono rimanere – c’è anche una comunicazione specifica sul sito dell’Interno – è necessario ora trovare il modo di mandarci dentro i fedeli – rispettando le regole igienico-sociali – senza farli sentire come criminali in libera uscita. «E qui – spiega il magistrato toscano – dobbiamo andare oltre il comma “a” dell’articolo 1 dello stesso Dpcm che parla genericamente di “situazioni di necessità”. Per poter entrare nel dettaglio delle situazioni di necessità dobbiamo rifarci alla direttiva del ministro Lamorgese che porta la stessa data dell’8 marzo e che definisce in “situazioni di necessità” quelle che «in sostanza, devono essere identificate in quelle ipotesi in cui lo spostamento è preordinato allo svolgimento di un'attività̀ indispensabile per tutelare un diritto primario non altrimenti efficacemente tutelabile».

Ecco trovata la chiave: «Questa è una norma che – stando al nostro caso delle chiese - si rivolge non ai gestori, ma alle persone. Evidentemente la persona che vuole andare in chiesa lo fa per una situazione di necessità perché stiamo parlando dell’esercizio di un diritto primario non altrimenti efficacemente tutelabile perché è evidente che il Tabernacolo si trova solo in chiesa». Quindi il diritto di culto è lo stesso sancito e tutelato tanto dall’articolo 19 della Costituzione quanto dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo che all’articolo 9 definisce la libertà di culto in ambito pubblico o privato, individualmente o collettivamente».

Si tratta di una interpretazione molto impegnativa perché ad oggi non è prevista una motivazione del genere nel modulo da consegnare alle forze dell’ordine quindi «il fedele deve essere pronto a difendere il suo stato di necessità anche a fronte delle obiezioni del carabiniere spiegando che non sta facendo altro che esercitare un diritto primario, quello di culto, sapendo che si è scoperti anche del “paracadute” offerto dai vescovi». È una strada percorribile? Sì, a patto che il fedele sia disposto ad affrontare anche l’eventuale abuso da parte delle forze dell’ordine o il loro eccesso di zelo.

Eccesso di zelo che si ritrova anche nei deplorevoli episodi di irruzione delle forze dell’ordine nelle chiese durante le Messe. «Il fatto è che non c’è nessuna norma che autorizzi ad interrompere una funzione religiosa – spiega Rocchi – è evidente che si tratta di un palese abuso, anche se si fa davvero fatica ad inquadrarlo perché qui andiamo oltre anche la mens del Concordato e dei Padri Costituenti. Potrebbe essere un’attuazione da stato poliziesco per eccesso di zelo di funzionari di polizia. Un qualche cosa di oggettivatamene nuovo – e grave – nel panorama delle limitazioni alla libertà».

In conclusione: dato che il governo ha già modificato l’autocertificazione tre volte (ieri l’ultima volta), è impellente che lo faccia anche in ordine alla definizione di un nuovo stato di necessità: quello di culto. Come abbiamo visto il diritto è dalla parte dei fedeli. 

Domenico Airoma

Non fumo. La sigaretta non mi ha mai attirato, forse perché mio padre è morto per il troppo fumo. Ma da quando lo Stato ha dettato restrizioni alla libertà di culto, con l’accettazione ultrarestrittiva della Chiesa, comincio a riconsiderare la cosa.

Accade, infatti, che, domenica mattina, nel mentre mi reco nella chiesa vicino casa mia, venga fermato per il controllo da due agenti di polizia. Avevo il foglio del permesso debitamente compilato e alla voce «lo spostamento è determinato da» avevo scritto: «Accesso a luogo di culto». Lo consegno all’agente, il quale strabuzza gli occhi e mi fa: «Sono basito. Che significa?». Rispondo: «Che sto andando in Chiesa». E lui, di rimando: «Ma le Messe sono proibite». E qui il primo colpo al cuore. E la sensazione di essere osservato quasi fossi un pericoloso criminale; peggio, uno che non si rende conto della gravità del momento.

Riprendo: «Non si possono celebrare le Messe con la partecipazione dei fedeli, ma le Chiese possono rimanere aperte per chi vuole accedervi». Il nostro, poco convinto, mi fa: «Verificheremo». Ecco, penso fra me e me, cosa significa avere considerato le celebrazioni religiose al pari di qualsiasi altra «manifestazione ludica, sportiva o fieristica». Pazienza, mi dico.

Ma è proprio la pazienza a essere messa a dura prova, quando, al cospetto della carta di identità, lo zelante poliziotto, mi fa, non nascondendo la sorpresa: «Ah, lei è un magistrato!». Eh lo so, nessuno è perfetto, mi viene quasi da dire. Ma preferisco evitare lo humour: potrebbe essere frainteso. E allora opto per la modalità seria. «Mi rendo conto che le può sembrar strano che un magistrato senta la necessità di recarsi in Chiesa. Ma, veda, è proprio in questi momenti che, soprattutto chi ricopre incarichi istituzionali, cerca il conforto di Dio, che è l’unico che può davvero tirarci fuori da questa sventura».

E qui la conversazione si fa davvero interessante, perché il nostro obietta: «E non è la stessa cosa pregare a casa? Che bisogno c’è di andare in Chiesa?». Osservazione tutt’altro che peregrina, in effetti, perché la disposizione parla di ragioni che «determinano» lo spostamento. Gli rispondo: «Veda, sono fatto di carne e per sentirmi confortato ho bisogno di mettermi, quando posso, al cospetto di Dio. Ed è per questo che sento la necessità di andare a pregare dinanzi al tabernacolo, dinanzi a Gesù. Tutto qui». «Vabbè, dottò, vada pure», mi fa, oramai deposto il piglio inquisitorio iniziale, il bravo poliziotto.

Faccio per andare via, ma lo sguardo si posa su una bella «T» che giganteggia sul tabaccaio poco distante e mi viene spontaneo interpellare ancora il mio “controllore”. «Mi tolga una curiosità. Ma se io le avessi detto che stavo andando al distributore di sigarette, cosa mi avrebbe detto?». «Che era tutto a posto, dottò. E che dubbio c’è». E invece, il dubbio, anzi la certezza, è che per questo nostro mondo malato nel corpo e nello spirito, Nostro Signore Gesù Cristo valga meno di una sigaretta. Ed è davvero messo male se uno come me è chiamato a testimoniare che ne abbiamo invece un bisogno tremendo. 

Mercoledì, 25 marzo 2020