venerdì 16 agosto 2019

La triste parabola discendente dell’Istituto Giovanni Paolo II


Un acuto riassunto delle tragiche ultime vicende relative all'Istituto Giovanni Paolo II (vedere il post di MiL QUI). 
Luigi

di Sabino Paciolla, Agosto 14

Quella dell’Istituto Giovanni Paolo II doveva essere una rifondazione tesa ad allargare il suo scientifico raggio di azione negli studi su matrimonio e famiglia, si è invece trasformata in un allontanamento coatto di alcune personalità chiave e storiche dall’Istituto. Quella che doveva essere una trasformazione dell’Istituto finalizzata a fronteggiare quelle che sono le nuove sfide al matrimonio e alla famiglia si è trasformata invece in quella che molti hanno chiamato una epurazione, una vera e propria “resa dei conti”. Tutto questo è avvenuto sotto la gestione di mons. Pierangelo Sequeri, preside dal 2016 del nuovo Pontificio Istituto Giovanni Paolo II, e mons. Vincenzo Paglia (vedi anche qui,), attuale Gran Cancelliere.
Con i nuovi statuti mons. Melina, già presidente per vari anni dell’Istituto, padre Josè Noriega, Stanisław Grygiel, Monika Grygiel, Maria Louisa Di Pietro, Sr. Vittorina Marini, padre Jarosław Kupczak e padre Przemysław Kwiatkowski non faranno più parte dell’Istituto o la loro funzione subirà una forte interruzione sotto l’alea della indeterminatezza.

Certo, non si può dire che i molti che non lavoreranno più nell’Istituto siano stati formalmente licenziati, visto che per alcuni (vedi ad es. Melina) la cattedra è stata soppressa o inglobata in altro corso o per altri (Noriega) sono stati invocati cavilli giuridici con il risultato di una brusca interruzione del loro incarico. Ma se la “forma” ha un suo significato, la sostanza non cambia. E la sostanza è che un certo gruppo di persone, un particolare gruppo di docenti ben individuabile, legato al Pontefice Polacco, non farà più parte del Pontificio Istituto Giovanni Paolo II.

Questi docenti che sono stati di fatto “licenziati” potrebbero essere sostituiti con altri che, sono le parole del prof. Granados, vice presidente dell’Istituto, “Se saranno confermati (…), verranno messi in dubbio degli aspetti chiave di questi due insegnamenti (di Humanae Vitae sull’amore coniugale e l’indissolubilità del matrimonio, ndr). Come si può dire che sarà mantenuta l’eredità di Giovanni Paolo II, punto sul quale ha fortemente insistito il Santo Padre Francesco nel voler rinnovare l’Istituto?”.

E’ dunque scioccante il fatto che in un periodo in cui viene propagandata l’ideologia della fluidità di genere, che propone la neutralità della identità sessuale, l’irrazionalità della binarietà della sessualità della persona, vengano licenziate proprio le persone che sostengono e insegnano la binarietà della sessualità, la complementarietà della sessualità maschio-femmina, il matrimonio come la Chiesa ha sempre insegnato e la famiglia naturale. E la cosa più incredibile è che queste persone potrebbero essere sostituite da potenziali docenti come don Maurizio Chiodi il quale, in una recente intervista sullinserto di Avvenire, ha affermato: “a certe condizioni, una relazione di coppia omosessuale sia, per quel soggetto, il modo più fruttuoso per vivere relazioni buone, tenendo conto del loro significato simbolico, che è insieme personale, relazionale e sociale”.

Non si capisce allora con quale livello di credibilità gli attuali dirigenti, autori di quelli che alcuni hanno definito licenziamenti attuati con “metodistaliniani”, possano affermare che il rifondato Pontificio Istituto Giovanni Paolo II “ripropone con nuovo vigore l’originale e ancora feconda intuizione di San Giovanni Paolo II”, quando tutti coloro che sono stati mandati a casa erano i più fedeli sostenitori proprio di quella feconda intuizione di San Giovanni Paolo II.

Eppure, fu proprio mons. Sequeri che nel 2017, all’alba dei cambiamenti in programma, in una intervista a Crux, cercò di rassicurare e calmare le prime apprensioni, dicendo: “Credetemi, non abbiamo alcuna idea per dire: ‘Cambierò tutto questo, manderò via queste persone e troverò altri’. Mi sono impegnato a lavorare con questa struttura e con queste persone. (…) Possiamo rassicurare tutti”. “La cosa importante è che, apponendo la propria firma su questa [rifondazione], Francesco dice [alle persone dell’Istituto Giovanni Paolo II]: ‘Non è che voi siete figli di qualcun altro, tollerati ma una sorta di esterni alla famiglia. No, questo [Istituto] ora è mio’. Credo che questo debba essere interpretato come un autorevole voto di fiducia”.

Anche lo stesso mons. Paglia, sempre in quella intervista, ci tenne a ribadire: “[Papa Francesco] Ha mantenuto il talento che c’era già lì [nell’Istituto], ed è ancora qui.(…) Si tratta di crescita, assolutamente di crescita [non di sottrazione di risorse umane]”.

E allora, che fine hanno fatto quelle parole? Che fine hanno fatto quelle rassicurazioni?

E’ plateale che Mons. Sequeri e mons. Paglia sono stati smentiti dalle loro stesse azioni.

Alla luce di ciò, il presidente dell’Istituto, mons. Sequeri, diventa poco credibile quando ribadisce, come ha fatto in una recente intervista ad Avvenire, che l’obiettivo della rifondazione dell’Istituto è stato quello del “dialogo e il confronto più ampio con tutte le scuole di pensiero della Chiesa cattolica”, perché è stato proprio in nome di quel dialogo, di quel confronto ampio, che sono state licenziate proprio quelle voci che probabilmente non sono consonanti o omologate al “nuovo corso”.

E’ del tutto evidente che i recenti episodi dell’Istituto Giovanni Paolo II gettano una luce sinistra su parole tanto sbandierate come “dialogo”, “confronto”, “pluralismo” e, più in generale, “sinodalità”.

Ma il cuore del contendere sembra altro, ed è la cosiddetta “Magna carta”

A questo proposito, bisogna ricordare che fu proprio mons. Paglia ad affermare: “Ricordate che l’istituto creato da Giovanni Paolo II è nato da un sinodo e da un’esortazione apostolica post-sinodale, la Familiaris Consortio. Ora, ci sono stati altri due sinodi e un’altra esortazione apostolica, l’Amoris Laetitia. In questo senso, la direzione che il nuovo istituto prenderà è strettamente legata ad Amoris Laetitia, che diventa la sua Magna Carta.”

Questo concetto è sottolineato da Luciano Moia su Avvenire proprio per stigmatizzare mons. Melina. Infatti, Moia dice: “Secondo Melina da nessuna parte in Amoris laetitia si apre la strada a questa possibilità (quella della Comunione ai divorziati-’risposati’, ndr). Per evitare di cadere in contraddizione ignora di prendere in esame le note 336 e 351 – parte integrante del testo [di Amoris Laetitia] – e [Melina] conclude: «Pertanto va detto con chiarezza che anche dopo Amoris laetitia, ammettere alla comunione i divorziati ‘risposati’, al di fuori delle situazioni previste da Familiaris consortio 84 e da Sacramentum caritatis 29, va contro la disciplina della Chiesa e insegnare che è possibile ammettere alla comunione i divorziati ‘risposati’, al di là di questi criteri, va contro il Magistero della Chiesa»”.

Moia, stizzito, osserva: “Ma come? Due Sinodi hanno tracciato una via caritatis per verificare la possibilità di integrare nella vita cristiana anche situazioni ‘irregolari’ attraverso il discernimento ecclesiale. Il Papa ha ribadito nella nota 351 di Amoris Laetitia quanto già detto in Eg 47, e che cioè «l’Eucaristia non è premio per i perfetti, ma generoso rimedio e un alimento per i deboli», e si ha il coraggio di definire queste affermazioni come contrarie al Magistero della Chiesa? Un teologo corregge due Sinodi e il Papa?”.

E dunque, appare sempre più chiaro come alla base della diatriba vi sia da una parte la volontà di affermare quel “nuovo paradigma” di accompagnamento pastorale teso ad accogliere ed integrare le coppie cosiddette irregolari, sulla base di una adesione alla legge morale sul matrimonio e sui rapporti sessuali vista come un “ideale”, qualcosa che di fatto è ritenuto irraggiungibile, dall’altra, vi è invece la concezione che vede l’unità matrimoniale come una condizione realmente sperimentabile, frutto dell’apporto decisivo della Grazia, ardentemente domandata.

In poche parole, sembra si voglia affermare una sorta di “rivoluzione”, un nuovo “gold standard” nella teologia morale, una “rottura” con il passato. Un “nuovo corso” ben descritto dal vescovo emerito mons. Luigi Negri quando su La Verità scrive: “L’intervento (dei licenziamenti, ndr) non ha giustificazioni se non la volontà di emarginare, di annullare in modo definitivo, la presenza, il Magistero (e in particolare sulla vita e sulla famiglia) di San Giovanni Paolo II”.

Si dimenta però che, come ha affermato mons. Melina, i concetti di “rottura” o “rivoluzione” non appartengono ad un linguaggio cattolico o, come ha affermato un altro vescovo, mons. Massimo Camisasca, su Il Foglio del 6 agosto scorso: “ogni Papa porta un proprio accento e delle proprie sottolineature. (…) Ma è anche vero che si tratta di una comprensione sempre nuova dell’unico mistero”.

Un drammatico travaglio tra “continuità” e “rivoluzione”

Ad esplicitare i termini della contesa è stato lo stesso mons. Melina nell’intervista a La Verità del 3 agosto scorso quando ha detto: “Se non si revocano le decisioni prese da monsignor Paglia, allora si sta dicendo: ‘è intollerabile nella chiesa quell’interpretazione del magistero di Papa Francesco che è in continuità con il magistero anteriore’. Anzi, chi fa quell’interpretazione perde perfino il diritto a difendersi in un processo, è semplicemente allontanato, secondo una particolare versione di quella ‘cultura dello scarto’, tante volte condannata dallo stesso Papa Francesco”.

Ma, a questo proposito, un acuto osservatore, scrittore e giornalista, come Phil Lawler, ha scritto: “L’epurazione dell’Istituto Giovanni Paolo II ha eliminato i membri della facoltà più strettamente legati al pensiero del Papa – santo canonizzato – da cui l’Istituto prende il nome. Ma se l’accusa di Mons. Melina è accurata, qualcosa di ancora più scioccante è in atto. Se è ‘intollerabile’ dire che Papa Francesco insegna in continuità con gli insegnamenti della Chiesa precedente, allora sembra abbastanza chiaro che l’Istituto Giovanni Paolo II è ora dedicato ad una proposta che [appartiene a] precedenti insegnamenti della Chiesa [che] dovrebbero essere scartati. Secondo l’Arcivescovo Paglia, come interpretato da Mons. Melina, la Chiesa deve smettere di insegnare ciò che una volta insegnava, e concentrarsi sul messaggio molto diverso portato avanti da Papa Francesco”.

“Questa è un’affermazione scioccante e radicale” Conclude Lawler.

A questo punto diventano chiare e pesanti le parole che il vice presidente del Pontificio Istituto Giovanni Paolo II, padre Josè Granados, ha detto in una intervista che ha destato parecchio scalpore: “L’identità [dell’Istituto] non è morta, ma è gravemente minacciata”.(…) “La questione, dicevo, è grave. Inoltre, se si permettono questi oltraggi, sarà minacciata la libertà di insegnamento di tutti i docenti. Questo riguarda tutti noi, poiché potremo venire espulsi, non perché neghiamo la dottrina della fede (in questo caso l’espulsione sarebbe giusta), ma perché seguiamo linee teologiche che non piacciono alle autorità universitarie. Da questo punto di vista, tutti noi che abbiamo una cattedra universitaria siamo Melina e Noriega. Dovrebbe allarmarci tutto questo esercizio arbitrario del potere sulla discussione argomentativa in una ricerca comune della verità, che è propria delle università. E cosa penseranno, nell’ambito universitario europeo, di questo modo di procedere?”.

Ancora più nette le parole di mons. Melina, già presidente dell’Istituto: “Crediamo che la difesa dell’Istituto Giovanni Paolo II tocca tutti, e la sorte dell’Istituto è decisiva per la Chiesa”.

Decisiva per la Chiesa. Sì proprio così. Perchè in gioco è la concezione dell’uomo e della verità del bene insito nella relazione uomo-donna. Per questo, ancora più attuali e vere risuonano le parole che proprio San Giovanni Paolo II, nel 1994, scriveva nella Lettera alle famiglie. Egli, con grande precisione, notando che l’attuale crisi matrimoniale affonda le sue radici nel rifiuto della natura umana e dell’ordine naturale, profeticamente affermò: “Chi può negare che la nostra sia un’epoca di grande crisi, che si esprime anzitutto come profonda «crisi della verità»? Crisi di verità significa, in primo luogo, crisi di concetti. I termini «amore», «libertà», «dono sincero», e perfino quelli di persona, «diritti della persona», significano in realtà ciò che per loro natura contengono?”.

E dunque,rimane la domanda: Al Pontificio Istituto Giovanni Paolo II la verità della relazione uomo-donna avrà ancora piena, assoluta ed esclusiva accoglienza?

P.S.: Chi volesse sostenere l’appello degli studenti del Pontificio Istituto Giovanni Paolo II potrà farlo firmando qui.