venerdì 20 luglio 2018

Il Vescovo di Ventimiglia-San Remo Mons.Antonio Suetta fuori dal coro Cei sui migranti: pubblichiamo la sua splendida Lettera

Pubblichiamo la stupenda riflessione di S.Ecc.Rev.ma Mons. Antonio Suetta Vescovo di Ventimiglia-San Remo sulla complessa questione dei cosiddetti migranti.
E' la «Risposta del Vescovo Antonio ai firmatari della “Lettera ai Vescovi italiani” del luglio 2018» una lettera pervasa da un genuino "sentire cum Ecclesia" e dal vero amore paterno per i suoi figli di adozione: "come Vescovo, sento forte la responsabilità di custodire il gregge che mi è stato affidato e di custodire la continuità dell’opera della Chiesa ... suggerisco di conformare l’agire sociale, illuminati dal Magistero della Chiesa, del Papa e dei vostri Vescovi". 
Sono infatti riportate nella Lettera  anche diversi interventi di alcuni Vescovi Africani, di cui è noto l’atteggiamento netto a difesa dei valori non negoziabili, ignorati del tutto in Italia perchè scomodi e per questo puntualmente assenti nei comunicati della CEI
Una prova che la lettera ha creato scompiglio nella vulgata unanime pro immigrazione selvaggia è il tentativo di inquinare le acque di Vatican Insider (vedere QUI) che estrapolando arbitrariamente brandelli della lettera di Mons.Suetta cerca di cambiare artatamente il senso e la verità della lettera.
Ci vergogniamo per questo goffo e falso tentativo, fatto anche dall'Agenzia SIR QUI,  di falsare i concetti cristianamente cristallini contenuti nel documento del Vescovo di Ventimiglia-Sanremo.
AC


Risposta del Vescovo Antonio ai firmatari 
della “Lettera ai Vescovi italiani” del luglio 2018

San Remo, 19 luglio 2018. 
Carissimi, 
leggendo con attenzione la Vostra lettera, ho ritenuto di dover rispondere alle Vostre riflessioni innanzitutto a partire dall’esperienza della Chiesa di Ventimiglia San Remo, da qualche anno fortemente coinvolta dal fenomeno dell’immigrazione, passando da qui una delle principali rotte dei migranti prevalentemente africani e provenienti dal Sud Italia. 
Spesso purtroppo siamo stati testimoni di drammi consumati alla frontiera italo-francese, dove molti migranti giungono nel desiderio di oltrepassare il confine presidiato dalla gendarmeria, alcuni scappando da situazioni pericolose, altri per ricongiungersi a familiari, altri alla ricerca di un lavoro, altri ancora per trovare fortuna e migliori condizioni di vita. 
Su questo confine si sono consumate grandi tragedie umane, per la morte violenta di uomini e donne (anche incinte) rimaste vittime di incidenti nel tentativo di oltrepassare lo sbarramento francese, percorrendo di notte i binari della ferrovia, la galleria dell’autostrada o il “sentiero della morte” sui monti. 
A questo si aggiunga la proliferazione di situazioni di criminalità e di business, ad opera dei cosiddetti “passeurs”. 
 Questa esperienza, unita all’ascolto dei tanti immigrati che ho potuto incontrare nelle varie strutture che la nostra Chiesa mette a disposizione, con il coinvolgimento di tanti volontari e la generosità di tanti fedeli, mi consente di fare alcune riflessioni in merito alla Vostra lettera. 
Rifiutare, maltrattare, sfruttare quanti si trovano in queste condizioni è intollerabile, come anche il negare l’assistenza e le cure necessarie per la sopravvivenza è contrario all’insegnamento del Vangelo e al rispetto di ogni diritto umano fondamentale.
Mi sono chiesto più volte: quale può essere il ruolo profetico della Chiesa in questa situazione? 
Certamente, abbiamo dato, e continuiamo a farlo, pasti caldi, riparo e supporti vari (mediazione, orientamento, soprattutto umanità) a chi versa in condizioni di difficoltà e ha bisogno del necessario per vivere. 
Ma può bastare questo per risolvere un problema di proporzioni sempre più gravi?

La Chiesa guarda al bene integrale dell’uomo e di tutti gli uomini, tenendo conto che la sua azione propria è di natura religiosa e morale, altrimenti non ci sarebbe nessuna differenza con una qualsiasi delle ONG che si attivano per il trasporto dei migranti nel Mediterraneo. La Chiesa è nata per perpetuare la presenza e l’azione di Gesù Cristo Salvatore, essa parla alle coscienze e al cuore di ogni uomo, traducendo e incarnando il suo annuncio in azioni
concrete. 
Rispetto ai problemi contingenti, come ricordava San Giovanni Paolo II, intervenendo in un Simposio sulla Dottrina Sociale della Chiesa nel 1982: 'la Chiesa non ha competenze dirette per proporre soluzioni tecniche di natura economico-politica; tuttavia, essa invita a una revisione costante di qualsiasi sistema, secondo il criterio della dignità della persona umana'. 
La Chiesa, cioè, quanto al suo magistero, agisce non in nome di una competenza tecnica, ma attraverso una seria riflessione cristiana che illumina i temi della realtà sociale.
Di fronte a situazioni complesse di carattere politico e sociale, spesso i fedeli, individualmente o in gruppi particolari, possono assumere legittime e diversificate iniziative, trovando sempre però nel Vangelo e nell’insegnamento sociale della Chiesa i principi ispiratori delle loro azioni e delle loro scelte politiche.  
Le scelte e i progetti dei singoli o dei gruppi di ispirazione cristiana possono divergere, pur agendo da cristiani, senza per questo pretendere di agire a nome della Chiesa o di imporre un’interpretazione esclusiva e autentica del Vangelo. 
La Gaudium et spes, al n. 43, ha espresso questo principio in modo inequivoco: 'Per lo più sarà la stessa visione cristiana della realtà che li orienterà, in certe circostanze, a una determinata soluzione. 
Tuttavia altri fedeli altrettanto sinceramente potranno esprimere un giudizio diverso sulla medesima questione, ciò che succede abbastanza spesso legittimamente. 
Ché se le soluzioni proposte da un lato o dall’altro, anche oltre le intenzioni delle parti, vengono facilmente da molti collegate con il messaggio evangelico, in tali casi ricordino essi che a nessuno è lecito rivendicare esclusivamente in favore della propria opinione l’autorità della Chiesa'". 
In un contesto complesso e pluralista, compito della Chiesa è indicare principi morali perché le comunità cristiane possano svolgere il loro ruolo di mediatrici nella ricerca di soluzioni concrete adeguate alle realtà locali. 
Lo ha mirabilmente espresso il Beato Paolo VI al n. 4 di Octogesima adveniens: 'Di fronte a situazioni tanto diverse, ci è difficile pronunciare una parola unica e proporre una soluzione di valore universale. Del resto non è questa la nostra ambizione e neppure la nostra missione. Spetta alle comunità cristiane analizzare obiettivamente la situazione del loro paese, chiarirla alla luce delle parole immutabili del Vangelo, attingere principi di riflessione, criteri di giudizio e direttive di azione nell’insegnamento sociale della Chiesa, quale è stato elaborato nel corso della storia, e particolarmente in questa era industriale'". 
Tali precisazioni sono importanti per giungere al cuore della mia riflessione, che ruota attorno alla seguente affermazione: l’esperienza dell’emigrazione è dolorosa per ogni uomo; soffre chi è costretto a lasciare la famiglia, la casa, la terra, abbandonando affetti, costumi, lingua, cultura e tradizioni che compongono la propria identità; soffre la famiglia privata di un suo componente e smembrata; soffre la terra depauperata spesso delle sue risorse migliori. 
A ciò si affiancano le difficoltà dei popoli occidentali nel realizzare una difficile integrazione, spesso preoccupati - non sempre senza ragione - di preservare la loro sicurezza e la loro identità culturale e religiosa. 
Le lacrime dei tanti giovani immigrati che ho incontrato in questi anni danno ragione della complessità della vicenda.
Comprendo in questo senso le parole di San Giovanni Paolo II, tratte dal Discorso al IV Congresso mondiale delle Migrazioni del 1998: 'il diritto primario dell’uomo è di vivere nella propria patria: diritto che però diventa effettivo solo se si tengono costantemente sotto controllo i fattori che spingono all’emigrazione'. 
Un principio di giustizia sociale ribadito anche da Benedetto XVI che, nel Messaggio per la Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato del 2013, ha affermato il 'diritto a non emigrare, cioè a essere in condizione di rimanere nella propria terra'. 
Interpretando l’esperienza e la coscienza di tanti profughi, spesso vittime di sogni e illusioni, ha commentato: 'Invece di un pellegrinaggio animato dalla fiducia, dalla fede e dalla speranza, migrare diventa allora un 'calvario' per la sopravvivenza, dove uomini e donne appaiono più vittime che autori e responsabili della loro vicenda migratoria'". 
Per questa ragione, oggi, mentre affermiamo con Papa Francesco il dovere dell’accoglienza di chi bussa alla nostra porta in condizioni di grave emergenza, occorre anche impegnarsi, forse più di quanto non sia stato fatto, per garantire ai popoli la possibilità di “non emigrare”, di vivere nella propria terra e di offrire là dove si è nati il proprio contributo al miglioramento sociale. 
La separazione e lo smembramento delle famiglie dovuto all’emigrazione rappresenta un grave problema per il tessuto sociale, morale e umano dei Paesi d’origine. 
L’emigrazione dei giovani rappresenta un grande depauperamento per l’Africa. 
Spesso, inoltre, a emigrare sono i giovani istruiti, nell’illusorio sogno del benessere europeo a portata di mano. 
Nell’impegno per l’accoglienza, si finisce spesso per trascurare quanti restano in quei Paesi, che spesso sono veramente i più poveri, anche culturalmente
Fermo restando il diritto per ogni uomo di cercare fortuna fuori dalla propria terra di origine, come anche il dovere di accoglienza per i Paesi più ricchi del mondo, occorre tuttavia tener conto del fatto che gli uomini, le donne e i bambini oggi coinvolti nel fenomeno delle migrazioni sono – a mio parere - tre volte vittime.
Innanzitutto sono vittime di ingiustizie, di miserie, e spesso anche di guerra, che li costringono a partire dai loro Paesi d’origine. 
Come possiamo tacere che tali situazioni, direttamente o indirettamente, sono frutto di politiche coloniali antiche e nuove? 
Il primo dovere di carità umana allora ci impone di aiutare questi popoli laddove vivono, richiamando l’attenzione e l’impegno di tutti sulla rimozione di queste ingiustizie e quindi anche delle cause che li spingono all’emigrazione. 
Desidero richiamare in proposito l’appello che le Chiese africane hanno rivolto in più occasioni ai loro figli più giovani: 'Non fatevi ingannare dall’illusione di lasciare i vostri paesi alla ricerca di impieghi inesistenti in Europa e in America' ha detto Mons. Nicolas Djomo, Presidente della Conferenza Episcopale del Congo, all’incontro panafricano dei giovani cattolici del 2015, invitandoli a guardarsi dagli 'inganni delle nuove forme di distruzione della cultura di vita, dei valori morali e spirituali', perché non si può pensare che gli uomini siano come merci che si possono sradicare e trapiantare ovunque, se non perseguendo un’idea nichilista che vorrebbe appiattire le culture e le identità dei popoli. 
'Voi siete il tesoro dell’Africa; - ha aggiunto Djomo - la Chiesa conta su di voi, il vostro continente ha bisogno di voi'". 
"Ancora più recentemente, dal Senegal alla Nigeria, i Vescovi hanno avuto reazioni indignate di fronte ad alcuni filmati che mostrano come vengono trattati alcuni migranti prima di essere venduti in Libia come schiavi, per poi finire a fare i profughi in mare aperto
'Non abbiamo il diritto di lasciare che esistano canali di emigrazione illegale quando sappiamo benissimo come funzionano, tutto questo deve finire' dice dal Senegal Monsignor Benjamin Ndiaye, Arcivescovo di Dakar, che argomenta per assurdo: 'meglio restare poveri nel proprio Paese piuttosto che finire torturati nel tentare l’avventura dell’emigrazione'. 
A lui hanno fatto eco più recentemente in Nigeria Mons. Joseph Bagobiri della Diocesi di Kafachan e Mons. Jilius Adelakan, Vescovo di Oyo. 
I Pastori riconoscono che la Nigeria è un Paese ricco di tante risorse, ma le associazioni malavitose, che hanno contatti anche nei vari Paesi europei, e anche in Italia, incoraggiano di fatto la tratta di esseri umani, alimentando illusioni e false speranze, per un loro tornaconto.
In secondo luogo, oltre che vittime di ingiustizie laddove vivono, i migranti sono spesso vittime di rifiuto e di sfruttamento nei Paesi a cui approdano. 
Sono anche vittime di condizioni strutturali che, al di là della buona volontà di chi accoglie, non consentono sempre di dare loro quella fortuna che cercano. 
Come possiamo dimenticare le difficoltà di lavoro che incontrano molti dei nostri giovani, essi pure costretti ad andare a cercare altrove la prospettiva di un futuro?
In questo ambito si deve considerare il difficile tema dell’immigrazione islamica, che pone un grave problema di integrazione con la nostra cultura occidentale e cristiana. 
Faccio riferimento a dati obiettivi, fonte spesso di problemi non indifferenti, posti dalla difficile conciliazione di concezioni assai diverse del diritto di famiglia, del ruolo della donna, del rapporto tra religione e politica. 
Il tema è stato ben argomentato a suo tempo dal compianto Card. Giacomo Biffi e molti sono i richiami in tal senso provenienti in questi anni dai Vescovi che in Medio Oriente vivono quotidianamente queste difficoltà, come ad esempio, il Vescovo egiziano copto di Alessandria, Mons. Anba Ermia. 
Queste difficoltà sono ben note anche in alcuni Paesi europei, come la Francia, dove l’integrazione è ancora di là da venire, come ci dimostrano le tristi cronache di questi anni
Tuttavia mi preme precisare, come anche Papa Francesco ha affermato più volte, che i fatti gravi di tipo sovversivo e terroristico non sono fondamentalmente espressione di una guerra di religione, essendo più variegate e complesse le motivazioni. 
Grandi passi sono stati fatti sul piano del dialogo interreligioso. 
Per tornare al nostro tema, le difficoltà di integrazione le vediamo anche nelle realtà più piccole dei nostri centri, dove assistiamo alla creazione di veri e propri “quartieri islamici”, che, con gravi tensioni tentano di impiantare le loro regole e le loro tradizioni.

Anche Papa Francesco ha sempre riconosciuto che la politica dell'accoglienza deve coniugarsi con la difficile opera dell'integrazione “che non lasci ai margini chi arriva sul nostro territorio” e proprio pochi giorni fa ha precisato che l’accoglienza va fatta compatibilmente con la possibilità di integrare. 
L’esperienza di questi anni ci ha dimostrato che gli immigrati spesso restano ai margini delle nostre società, in veri e propri ghetti, in cui parlano la loro lingua e introducono i loro costumi, come in comunità parallele, talvolta in contesti di degrado. 
Per non tacere del grave fenomeno degli immigrati che finiscono in mano alla malavita o agli sfruttatori del piacere sessuale.

In terzo luogo, i migranti, già vittime di ingiustizie nei loro Paesi d’origine, costretti a subire sfruttamento e gravi difficoltà nei Paesi di arrivo, soprattutto quando scoprono che non ci sono le condizioni di fortuna sperate, sono vittime insieme alle popolazioni occidentali di 'piani orchestrati e preparati da lungo tempo da parte dei poteri internazionali per cambiare radicalmente l’identità cristiana e nazionale dei popoli europei', come recentemente ha ricordato Mons. A. Schneider
Senza ossessioni di complotti, ma anche senza irresponsabili ingenuità, non possiamo nascondere che siano in atto tanti progetti e tentativi volti ad annullare le identità dei popoli, perché ciascun uomo sia più solo e debole, sganciato dai riferimenti culturali di una comunità in cui possa identificarsi fino in fondo: lo possiamo costatare dalla produzione legislativa europea sempre più lontana e avversa alle radici della nostra civiltà. 
Se da una parte possiamo concordare che oggi non vi sia una vera e propria guerra tra le religioni, dobbiamo però riconoscere che è in atto una “guerra” contro le religioni, ogni religione, e contro il riferimento a Dio nella vita dell’uomo
Spesso, giunti in Europa, i migranti sentono anche il peso e la fatica di una visione di vita e di uno stile non appartenenti alla loro storia e identità, siano essi cristiani, islamici o di altra fede religiosa.
Come Vescovo, sento forte la responsabilità di custodire il gregge che mi è stato affidato e di custodire la continuità dell’opera della Chiesa nel nostro problematico contesto sociale, presidio e baluardo di autentica promozione umana. 
Personalmente, sono convinto che il futuro dell’Europa non possa e non debba rischiare di andare verso una sostituzione etnica, involontaria o meno che sia.

Tutte queste ragioni, che in breve ho cercato di enucleare, danno ragione di quanto è affermato nel Catechismo della Chiesa Cattolica, che al n. 2241, compendia la saggezza, la prudenza e la lungimiranza della Chiesa: 'Le nazioni più ricche sono tenute ad accogliere, nella misura del possibile, lo straniero alla ricerca della sicurezza e delle risorse necessarie alla vita, che non gli è possibile trovare nel proprio paese di origine. I pubblici poteri avranno cura che venga rispettato il diritto naturale, che pone l'ospite sotto la protezione di coloro che lo accolgono. Le autorità politiche, in vista del bene comune, di cui sono responsabili, possono subordinare l'esercizio del diritto di immigrazione a diverse condizioni giuridiche, in particolare al rispetto dei doveri dei migranti nei confronti del paese che li accoglie. L'immigrato è tenuto a rispettare con riconoscenza il patrimonio materiale e spirituale del paese che lo ospita, ad obbedire alle sue leggi, a contribuire ai suoi oneri'". 
A questi principi di buon senso e sapienza cristiana suggerisco di conformare l’agire sociale, illuminati dal Magistero della Chiesa, del Papa e dei vostri Vescovi. 
Consegno questo messaggio con la più ampia libertà del cuore, non avendo da difendere posizioni di privilegio, strutture o posizioni politiche, ma guardando alla complessità del fenomeno in gioco, e alla varietà degli elementi di cui occorre tener conto affinché in questa impegnativa congiuntura, come sempre, il Vangelo di Gesù Cristo sia la bussola che orienta il cammino della Chiesa e degli uomini di buona volontà per il bene integrale del singolo e dell’umanità intera.

+ Antonio Suetta 
Vescovo di Ventimiglia – San Remo
























Fonte: Diocesi di Ventimiglia-Sanremo QUI 

Immagine: Lo stemma episcopale di Mons. Antonio Suetta
(Frasi in neretto e link collegamenti ipertestuali dei documenti del Magistero o di altri Vescovi da noi aggiunti) 

11 commenti:

  1. Ieeri sera ho letto questa lettera pastorale in una riunione del nostro gruppo parrocchiale.
    Un amico di azione cattolica ha subito provato a colorare di xenofobia tutti quelli, eravamo la stragrande maggioranza dei presenti, avevano applaudito dopo la lettura del messaggio del vescovo Suetta.
    "Grazie" a Avvenire e "grazie" all'azione scellerata e prolungata della cei (in minuscolo) sempre pro ONG quello che doveva essere un normale aiuto ai veri fuggitivi (quelli veri) che migravano scappanando dalle loro difficoltà è diventata una parte ideologica e politica ( pro pd) che "giustifica" persino la falsisficazione dei documenti pubblicati. Qualcuno dica ai falsari al soldo della cei (in minuscolo) che esiste un'etica professionale e giornalistica.

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    1. Caro Anonimo 7:33, La invito ad essere più attento nell'impiego delle parole. Per"un amico di azione cattolica" Lei intende un iscritto all'azione cattolica oppure un Suo amico? In questo secondo caso, la parola "amico" è del tutto inadeguata.Non si possono avere "amici" fra coloro che secondo il più più spregevole spirito manicheo dividono il mondo in "buoni", ovviamente essi, e i "cattivi", cioè tutti quelli che non la pensano come loro. C'è in corso una vera e propria guerra delle idee, che non può scoppiare tra veri amici.

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    2. Che brutta gente frequenta....fa prima a iscriversi a Rifondazione comunista o ai Radicali.

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    3. Sono rimasto esterrefatto dal commento del sig. Fuoco: siamo forse in una gabbia di leoni con il fucile spianato per colpire chi la pensa diversamente da noi? o, forse, in alcuni è rimasto ancora il dictat di una volta?o qualcuno a mandato il proprio cervello al Monte Granatico? condivido in toto il pensiero del Vescovo di Ventimiglia. Piuttosto...nessuno gli fatto una tiratina d'orecchia?

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    4. Faccio notare ad Asterix che nel suo intervento, come si dice, ha girato la frittata. La "gabbia di leoni" è una realtà creata dai "buoni", che, purtroppo, sono ancora molti, troppi, e insistono a voler imporre il pensiero unico, massificante e altissimamente ipocrita, al quale è vietato obiettare, altrimenti si viene subito etichettati come "cattivi". Evidentemente, Asterix è un "buono" che vive nel mondo dei sogni, e non s'accorge della conflittualità che ad ogni livello dilania il tessuto sociale.

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    5. Asterix è la tipica mentalità "ecumenica"..."dialogare" con i non cattolici equivale a piegarsi alle loro regole e ai loro credo!
      Proprio cattolici da "si si e no no, tutto il resto viene dal Diavolo!"

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  2. Fossero solo pro PD, purtroppo il PD viene scavalcato molto spesso a sinistra da questi neofiti del marxismo che negano la carità , il buonsenso e l'evidenza.E' una follia collettiva che la Chiesa pagherà a carissimo prezzo.

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    1. Dici bene. La chiesa bergogliana purtroppo risulta più a sinistra dello stesso PD, nonché più moralista e più subdola (vedi il ricatto morale riguardante gli immigrati). Per non parlare dell'intromissione nella politica italiana da parte di chi non ha ricevuto un voto o non è neanche italiano. Questi mirano proprio ad affermarsi come élite sovranazionale a scapito degli italiani e della cattolicità, di quello che la chiesa ha sempre detto se ne fregano.

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  3. Lode a questo vescovo, che si ribella alla sostituzione etnica. Mi auguro che anche altri vescovi trovino un po' di coraggio ed esplicitino quello che pensano, o vogliono assistere inermi alla cancellazione della cattolicità?

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  4. Lo sbandamento attuale della Chiesa Cattolica è causato dalla dimenticanza del comando evangelico : " Querite primum regnum Dei....", principio indispensabile per risolvere ogni tipo di difficolta umana e sociale e perché tutto e più ci venga dato. Cristo lo ha fatto dando da mangiare a chi lo aveva seguito per ascoltarlo. Il pensiero di GPII e Benedetto XVI è una guida teologica sicura e realistica per capire e risolvere senza disordine ogni difficoltà creata dalla eretica ' svolta antropologica' inventata disinvoltamente dal CVII che ha affogato La Chiesa in un pantano ideologico.

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