lunedì 19 giugno 2017

Ottant’anni fa la Divini Redemptoris. Per non dimenticare l’enciclica sul comunismo

Anche se con qualche mese di ritardo, proponiamo un approfondito saggio di Oscar Sanguinetti per non dimenticare i pericoli della setta socialcomunista. Anche se offerti al Papa con l'effige di Gesù Cristo.  A ottantanni dalla Divini Redemptoris (19.03.1937)
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(Articolo tratto da Cultura&Identità.
Rivista di studi conservatori, anno IX, n. 15, Roma 25 marzo 2017, pp. 37-41)

Oscar Sanguinetti

Sono passati ottant’anni da quando Papa Pio XI (1922-1939) pubblicava una lettera enciclica indirizzata a tutta la Chiesa, gerarchie e fedeli, sul “comunismo ateo”, il cui incipit recitava “Divini Redemptoris promissio”, “la promessa del Divino Redentore”, con cui sarà consegnata alla storia. Il documento magisteriale conteneva una descrizione dell’essenza, accompagnata da una condanna radicale e perpetua, del comunismo, ossia, in specifico, dell’ideologia e del movimento marxisti-leninisti, la cui dottrina, in radice ma anche in esplicito in quegli anni, professava il materialismo ateo radicale, in forma aggressiva di ogni realtà religiosa organizzata, di ogni forma di vita spirituale e anche semplicemente di ogni atteggiamento teistico, cioè che conservasse l’idea di Dio.


Non era la prima volta che Papa Ratti si occupava di socialismo e di comunismo: egli era salito al Soglio di Pietro nel 1922, pochi anni dopo la presa del potere in Russia e nell’ex impero zarista da parte dei rivoluzionari “bolscevichi”, e aveva già avuto modo di osservare le prime mosse della tragica campagna anti-religiosa e collettivistica promossa nella neonata Unione Sovietica. Così pure, aveva assistito, con ruolo di primo piano, alla grande persecuzione anti-clericale che si era scatenata in Messico a partire dal 1911 in coincidenza con la Rivoluzione messicana. Una persecuzione che, negli anni 1926-1929, aveva fatto esplodere, per contraccolpo, la grande e sfortunata “rivolta dei cristeros”, in cui i cattolici avevano combattuto con le armi in pugno contro l’offensiva pressante di un governo laicista ogni giorno più condizionato dalle sinistre estreme, abbacinate dall’esperienza staliniana del “socialismo in un solo Paese”. Proprio nel marzo del 1937 il Papa tornava a rivolgersi ai cattolici messicani, la cui libertà religiosa dopo la guerra civile non era affatto migliorata, con l’enciclica Firmissimam constantiam.
Infine, negli anni della Divini Redemptoris Pio XI vedeva, dall’indomani della proclamazione della seconda repubblica in Spagna, la drammatica escalation di violenze sempre più barbare e indiscriminate perpetrate da gruppi anarchici e marxisti contro il clero e i militanti cattolici, una escalation che nel 1936 provocherà l’ammutinamento di una parte dell’esercito repubblicano e lo scoppio di una tragica guerra civile che si concluderà nel 1939 con il trionfo militare dello schieramento anti-comunista e cattolico spagnolo, sotto l’egida del generale Francisco Franco Bahamonde (1892-1975).
Davanti a questi esordi già drammatici del comunismo, il cui avvento in Russia e la sua diffusione da lì in tutto il mondo erano stati profetizzati nel corso delle apparizioni della Madonna a Fatima nel 1917, il papa non poteva rimanere inerte.
La Chiesa conosceva infatti da tempo e bene il pericolo insito nelle dottrine comuniste di ogni genere e sfumatura. Già nel novembre del 1846 il bea-to Pio IX (1846-1878), nell’enciclica Qui pluribus, aveva scritto contro «quella nefanda dottrina del cosiddetto comunismo sommamente contraria allo stesso diritto naturale, la quale, una volta ammessa, porterebbe al radicale sovvertimento dei diritti, delle cose, delle proprietà di tutti, e della stessa società umana». Una condanna reiterata più tardi nel 1864 all’interno del Sillabo, l’elenco degli errori della modernità accluso all’enciclica Quanta cura. In generale, possiamo dire che tutti i papi dell’Ottocento e i predecessori di Pio XI nel Novecento, in documenti specifici e nel loro insegnamento sociale positivo, si erano costantemente espressi in termini di condanna dell’ideologia socialista nelle sue varie e successive versioni, da quella “utopistica” del primo Ottocento a quella “scientifico”-evoluzionistica ideata da Karl Marx (1818-1883) e da Friedrich Engels (1820-1895), “perfezionata” poi da Vladimir Il’ič Ul’janov Lenin (1870-1924) e da Antonio Gramsci (1891-1937) nel secolo XX.
Papa Pio XI aveva accennato al socialismo nella Quadragesimo anno del 1931, nel quarantesimo anniversario della enciclica — sociale ma anche anti-socialista — del predecessore Leone XIII (1878-1903) Rerum novarum cupidine, e in diversi altri documenti. Lo stesso Leone XIII nella Diuturnum illud, nel 1881, dieci anni prima della Rerum novarum, aveva non a caso definito «orrendi mali e quasi sterminio della società civile» il comunismo, il socialismo e il nichilismo, quelle tre «pesti»ibidem — che nel 1937 rinascevano nel bolscevismo, nel “democratismo sociale” e nel nazional­socialismo.
Nel 1926 — Lettera apostolica “Paterna sane sollicitudo” —, nel 1928 e nel 1932 si era rivolto ai cattolici messicani deprecandone l’incrudire della repressione dopo la sconfitta armata del 1929, mentre con l’enciclica Dilectissima nobis del 1933 aveva denunciato al mondo le misure anti-religiose e anti-clericali che il governo repubblicano spagnolo, dominato dalle correnti socialiste e comuniste, aveva adottato e saranno il prologo della terribile “matanza” di sacerdoti e di religiosi (circa diecimila) che si scatenerà in Spagna pochi anni dopo.
Non va dimenticato che l’anti-comunismo della Chiesa si iscriveva in quella più ampia categoria che era l’opposizione a ogni totalitarismo a ogni invasione del corpo sociale da parte dello Stato. Pochi mesi prima dell’enciclica sul comunismo Papa Ratti aveva condannato in forma solenne, con l’enciclica Mit brennender Sorge (Con ardente preoccupazione) l’altra realtà che in quel fatidico marzo del 1937 minacciava in Europa ciò che restava della cristianità e la stessa religione cristiana: il nazionalsocialismo tedesco, dalle torbide origini culturali nella filosofia superoministica di Friedrich Wilhelm Nietzsche (1844-1900), nell’esoterismo occultistico, nel razzismo spirituale e biologico, nel socialismo nazionale. Si sa anche che egli, nel 1938 aveva pensato di pubblicare — anzi diede mandato della sua redazione ad alcuni padri gesuiti che produssero una bozza che arrivò alle soglie della tipografia[1] — un secondo e più “forte” documento, la Humani generis unitate, contro il neo-paganesimo hitleriano, disegno che però rimase forzatamente inattuato per la scomparsa del Pontefice avvenuta il 10 febbraio 1939.
Fra l’altro, in quell’anno 1937, entrambe le ideologie socialiste, quella “nazionale” salita al potere con Adolf Hitler (1889-1945) e quella internazionalista al potere in Russia da vent’anni, erano nel loro momento culminante e, per di più, ciascuna, appoggiata da forze locali e da regimi “fratelli” — i falangisti, “a destra”, e gli anarco-socialisti “a sinistra” —, si stavano scontrando sanguinosamente sul suolo della disgraziata nazione spagnola.

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Riassumere quello che il Papa dice nell’enciclica esorbita dai limiti di questo appunto. In sintesi, egli descrive il comunismo come un ateismo militante dalle radici filosofiche nel materialismo dialettico di Marx e in una visione della storia come processo meccanico mosso dalle forze materiali — il proletariato mondiale —, la cui meta fatale è la società senza classi e un mondo “liberato” da Dio.
Una dottrina e soprattutto un movimento — di cui il liberalismo amorale ottocentesco è premessa e battistrada — condannati in toto perché radicalmente in antitesi con la visione cristiana e cattolica del mondo e della storia.
La negazione militante di Dio — il Dio cristiano o qualunque altro Dio —; il materialismo radicale e totale, anche se non di tipo volgare bensì sociologicamente ed economicamente raffinato; la soppressione della proprietà privata, ergo la  drastica compressione della libertà umana concreta; la falsa promessa, quindi l’afflato quasi mistico, della giustizia in terra; il relativismo morale, che si traduceva in attacco alla famiglia e al matrimonio, viste come istituzioni puramente umane, da “superare”; l’onnipotenza, ancorché asseritamente in forma transitoria, dello Stato: tutti questi aspetti facevano del comunismo un nemico frontale al contempo della ragione naturale, della fede e della Chiesa.
Nella Divini Redemptoris Papa Pio XI non si limita a condannare un male, ma propone come antidoto a esso la grandezza e la bellezza dell’architettura della società che si evince dalla dottrina sociale della Chiesa: anzi, possiamo affermare che la Divini Redemptoris è uno dei migliori documenti di magistero sociale della Chiesa. In esso il Papa propone come rimedio al comunismo un profondo rinnovamento della vita spirituale e morale delle società umane; indica ai cattolici la missione di reagire attraverso la preghiera e la penitenza, la diffusione della dottrina sociale, la devozione a san Giuseppe Operaio, la vigilanza, l’azione dello Stato libero e soprattutto l’astinenza da ogni forma di collaborazione dei cattolici con forze che s’ispirino in forma più o meno ortodossa al comunismo e al socialismo.

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L’enciclica, redatta in una prosa accorata, sintetica e dottrinalmente ineccepibile, avrà una vasta eco nel mondo cattolico e al di fuori di esso: appare negli anni fra le due guerre in cui in Europa molti regimi — totalitari, autoritari e democratici — fanno professione di anti-comunismo, per cui sarà giocoforza che la condanna sia “indossata” anche da chi aveva più di uno “scheletro nell’armadio”. Alludo all’Italia fascista, alla Spagna franchista, alla Germania nazionalsocialista, che avranno però almeno il merito, grazie anche all’impulso del mondo cattolico, di spendere il sangue di migliaia dei loro figli nelle due crociate anti-comuniste: quella — fortunata, almeno pro tempore — combattuta in Spagna fra il 1937 e il 1939, e poi, quella — sfortunata, perché ìmpari e spuria — che ebbe come teatro il suolo dell’Unione Sovietica fra il 1941 e il 1944.
Soprattutto rimarrà inattuata tutta la parte di profilassi spirituale e morale che Pio XI proponeva come baluardo contro la diffusione mondiale del comunismo. Anche negli ambienti cattolici l’appello al rinnovamento e a una più rigorosa attenzione alla dottrina sociale avrà eco effimera. Se si assiste a una certa divulgazione dei motivi dell’enciclica nella letteratura destinata all’apostolato laicale, alla fine degli anni 1930 la cultura politica e sociale cattolica naviga già verso altri approdi. L’oggettiva propensione della Chiesa verso i regimi anti-laicisti e la spoliticizzazione dell’azione cattolica; il diffondersi di dottrine neo-corporativistiche sempre più imbevute di statalismo; l’equivoca filosofia politica di Jacques Maritain (1882-1973); il prevalere delle correnti cattolico-democratiche — così Gramsci chiamerà i cattolici “ricuperabili” alla Rivoluzione — faranno impallidire e gradualmente mettere in secondo piano il dettato dottrinale sociale e smorzeranno l’ardore anti-comunista che il Papa avrebbe chiesto che si ravvivasse dopo la sua enciclica. Nel secondo dopoguerra, poi, mentre il comunismo conosce un’avanzata senza precedenti in Europa e nel mondo e, grazie al presunto ruolo di primo piano svolto nella guerra di liberazione, riesce ad assurgere a un ruolo di partito egemone nella politica italiana e francese, non solo l’anti-comunismo e il modello di società cristiana conosceranno una eclisse sempre più netta, ma il fascino della prospettiva comunista aumenterà e sedurrà legioni di cattolici, nonostante la scomunica del 1949, facilmente aggirata mettendo la sordina ai toni anti-religiosi della propaganda. La politica sempre più aperturistica verso il PCI portata avanti da settori importanti del partito democristiano e una cattiva lettura del Concilio Vaticano II (1962-1965), faranno il resto. La Divini Redemptoris finirà quindi in soffitta, anche se frange non irrilevanti del mondo cattolico e anti-comunista, in Italia e in Francia, continueranno a studiarla e a farsene una bandiera.

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Possiamo chiederci a questo punto: ma “quel” comunismo, aggressivo e totalitario che aveva davanti ai suoi occhi Pio XI, esiste ancora oggi? Che senso ha riparlare della sua condanna? Quel comunismo ateo e materialista che fu scomunicato dalla Congregazione del Santo Uffizio nel 1949 non è cambiato?  Osservando la presenza di elettori, esponenti e deputati cattolici nelle file del partito comunista in Italia, specialmente dopo la rimozione dallo statuto del partito della pregiudiziale ateistica, sembrerebbe di sì. Idem dicasi dei movimenti terroristici marxisti dell’America Latina — ma anche dell’Italia... — degli anni 1970-1980, letteralmente affollati di cattolici, quando non anche di sacerdoti e di religiosi.
Oggi formazioni politiche che esplicitamente si rifacciano all’ideologia marxista-leninista nella sua integralità esistono ancora — penso al maoismo nepalese o ai partiti dell’estrema sinistra italiana —, ma hanno un ruolo del tutto marginale nello scenario politico. I partiti comunisti emanazione della Terza Internazionale o sono scomparsi, come in Francia, o, come da noi il Partito Comunista Italiano (PCI), hanno attuato ripetute metamorfosi riciclandosi attraverso sempre nuove ragioni sociali. La forza politica erede del PCI è oggi — almeno finché dura — in realtà il frutto di una fusione fra il vecchio tronco bolscevico-gramsciano e la sinistra cattolica, un tempo ubicata all’interno della Democrazia Cristiana. Per cui oggi parlare di “comunismo ateo” “intrinsecamente perverso” non ha forse più senso. Così pure parlare di comunismo nemico della proprietà privata, ossia condannarne non solo l’ateismo ma anche la radicale anti-naturalità delle proposte economiche e sociali, dopo aver assistito alla gigantesca metamorfosi della Cina comunista, passata dal comunismo integrale — e dalla povertà — delle “comuni” al “turbo-capitalismo di Stato — e a un relativo benessere —, pare anch’esso privo di senso.

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Ma questo è vero solo in una ottica superficiale. Se è vero che nessuno oggi incendia conventi o fucila i preti o fa esplicita propaganda ateistica o espropria i campi e confisca fino all’ultimo sacco di grano “imboscato”, è altrettanto vero che il nuovo assetto ideologico che le forze di sinistra post-comuniste hanno assunto giunge, per altre vie a risultati analoghi, ugualmente penalizzanti e aggressivamente perseguiti, a quelli paventati a suo tempo da Pio XI.
Dopo la “virata” post-1989 dal “relativismo totalitario” al “relativismo democratico”, lucidamente analizzata da Giovanni Cantoni nel 1996[2], l’ateismo teorico e la sua aggressività sociale sono sostituiti dalla strategia della lenta erosione delle “radici sociali della Chiesa” — rescinderle era il vero obiettivo del comunismo di Lenin —: le chiese si svuotano perché è mutato, e non del tutto spontaneamente, il senso comune della gente, che ha sostituito il Dio uno e trino con un pluralità di religioni “fai da te” e con un pantheon di figure mediatiche discutibili e di realtà filantropiche che godono di tutto lo spazio che vogliono nella galassia delle comunicazioni globalizzate; si è persuaso l’“intellettuale organico” del cattolicesimo, ossia il clero, a modificare la sua auto-percezione e ad auto-censurarsi, quando non a trasformarsi in agente implicito, e talora anche esplicito, di Rivoluzione; i conventi divengono vieppiù ospizi per anziani e anziane, perché si è distrutto il fascino della vocazione religiosa nelle chiese in declino del Vecchio continente. Non si espropria più la ricchezza privata ma la si intacca e la si riduce attraverso una leva fiscale usata in maniera sempre più spregiudicata e arrogante o attraverso operazioni finanziarie internazionali in grado di mettere in ginocchio in ventiquattr’ore una classe sociale o un intero Paese. Non si cerca più di distruggere la famiglia strappando brutalmente i figli dal suo seno per “educarli” nei falansteri statali o facendo lavorare indiscriminatamente le donne nell’industria pesante: oggi lo si fa ope legis, ridefinendo la nozione giuridica stessa di famiglia, attraverso il divorzio sempre più facile, la promozione e il finanziamento dell’aborto, la dissuasione — esplicita o frutto di meccanismi sociali mortificanti avviati tempo addietro — dei giovani dallo sposarsi e soprattutto dal mettere al mondo figli, l’ingerenza dei magistrati  “illuminati” nella vita familiare. Il materialismo, infine, permea oramai la vita della maggioranza dei nostri concittadini, che ha perso ogni sensibilità per ogni meta superiore, per una esistenza che va al di là di quella puramente terrena, quando non puramente animale, sempre più dedita al consumismo, all’impiego del tempo dedicato alle opere delle fede in passatempi puramente dilettevoli, quando non malvagi o corruttori.
In parole povere, attingendo alle categorie del pensiero contro-rivoluzionario, la terza fase della Rivoluzione, quella a dominante economico-sociale e con obiettivo le macro-strutture, con gli anni 1970 è passata alla quarta fase, micro-strutturale, quando non individuale e interiore. Una fase che ha vissuto conflittualmente con la terza all’incirca dal 1968 al 1989, ma che ora è rimasta la sola, almeno nei Paesi liberi dell’Occidente, a occupare la scena.
Oggi la frantumazione dei legami sociali, quando non la “coriandolizzazione” della società, si diffonde in forma osmotica, ramificata, impalpabile, “ambientale”; le forze della Rivoluzione “cercano” direttamente il singolo, anche se non disdegnano le macro-strutture. Facendo l’esempio della droga, da un lato si rende sempre più “forte” e diversificato il prodotto e se ne amplia capillarmente la distribuzione e il consumo, dall’altro si allargano sempre più le maglie della repressione dello spaccio attraverso leggi via via più permissive.
Questa neo-ideologia — le ideologie, le “grandi narrazioni”, novecentesche saranno anche morte, ma mi pare più verosimile che abbiano solo cambiato volto... — imbeve ogni centro di propagazione della cultura sociale, dalle università ai mass-media. In Italia il recente esempio della campagna per il matrimonio omosessuale è quanto mai significativo: sia i grandi organi di stampa, nessuno escluso, sia i servizi giornalistici radio-televisivi, nessuno escluso, hanno dispiegato una “potenza di fuoco” impressionante, e lo stesso sta avvenendo per le adozioni gay, per il gender e per l’eutanasia.
Di questi esiti, che indeboliscono sempre più il tessuto sociale e la tempra della nazione, non voglio dire sia responsabile solo il comunismo e ciò che ne resta: vi sono state e vi sono — basti pensare alla galassia del liberalismo radicale, scaturito dal precocemente dissolto Partito d’Azione degli anni della Resistenza e incarnata dalla figura del defunto e laicamente, e non solo, “beatificato”, Giacinto “Marco” Pannella (1930-2016) — altre “agenzie” di elevata virulenza, sotto l’egida della libertà male intesa, piuttosto che sotto quella dell’uguaglianza, del pari male intesa.
Ma è un fatto che in tutte le “battaglie civili” contro la religiosità e il senso comune naturale, contro l’evangelizzazione operata dalla Chiesa, contro il matrimonio e la famiglia naturali e cristiani, contro la proprietà privata, contro la giusta tassazione e la libertà d’impresa — dichiarate come intangibili ma sottoposte a vincoli sempre più stretti —, le forze un tempo comuniste e in seguito, quanto meno come pantheon valoriale e mentalità ancora gramsciane, le sinistre post-marxiste sono state in prima fila, sono state il battistrada, il “motore” di una “macchina” che ha generato una condizione sociale in cui molte dei disvalori e delle mete condannati nella Divini Redemptoris sono divenute una drammatica realtà.

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Allora, in conclusione, non mi pare del tutto privo di senso rileggere a ottant’anni di distanza l’enciclica pìana. E ancora di più farlo in questo 2017, a un secolo esatto dall’esordio sulla scena del mondo della tragica utopia comunista, ma anche a ormai a ventisei anni da quando, il 25 dicembre 1991, Natale nel mondo cristiano latino, alle 18 e 35, la bandiera rossa è stata ammainata dalla torre del Cremlino a Mosca.
Quel plesso di cattivi principi e di disvalori che allora il Pontefice vedeva incarnati nelle forze che si richiamavano esplicitamente alla Rivoluzione di Ottobre di vent’anni prima e che condannava come “intrinsecamente perverse” esiste ancora oggi, ancorché “incartato” in altre confezioni, magari più attraenti e ricche di sfumature. Il “core”, il nocciolo, lo “zoccolo duro” dell’ideologia comunista, l’odio per l’Essere, per l’essere umano e per la sua libertà concreta, davanti al rifiuto che ne ha operato la storia, un rifiuto che ha avuto la sua data emblematica nel  1989, si è apparentemente sciolto, ma è riaffiorato in altre forme — coerentemente con la natura metamorfica radicale del processo rivoluzionario e della filosofia dialettico-materialistica —, appoggiandosi ad altri soggetti — non più, o non solo, allo Stato totalitario — e, spingendo più sulla potenza dissolutrice del relativismo filosofico e della corruzione morale individuale — libertinismo, droga, pornografia, omosessualismo —, ha segnato successi magari meno “duri e puri”, ma ciononostante drammaticamente reali, che suonano come altrettanti scacchi per chi professa una concezione della vita ispirata dalla fede e dal rispetto per il reale metafisico.
Tutto questo è avvenuto in un quadro di libertà e doveri formalmente uguali per tutti. Ma è veramente così? Oggi ciò non avviene più solo grazie al “nuovo diritto” liberal-individualistico, che cadeva sotto l’accorata e profetica condanna di Leone XIII nella Immortale Dei del 1885, che in realtà è un diritto “asimmetrico”, dove i soggetti sociali più “forti”, dotati di maggiori mezzi, siano essi il denaro o la capacità d’influenzare le opinioni — pensiamo a un George Soros — sono orwellianamente “più uguali” dei quidam de populo. Oggi il relativismo filosofico e morale è imposto dispoticamente e il regime democratico conosce deformazioni sempre più chiaramente lesive della libertà sociale. Alla “dittatura del proletariato” e allo Stato-società socialista e comunista si sono sostituiti simbioticamente la “dittatura del relativismo” e una “democrazia dirigista” e onnipotente, “debole” sulle cose fondamentali e implacabile non solo nel coltivare normativamente un ugualitarismo che talora raggiunge i vertici del ridicolo e dell’assurdo, ma anche nell’esigere sempre più onerose corvée dal cittadino. Una democrazia via via più preda delle lobby finanziarie globali e prona ai diktat di istituzioni sovranazionali anonime e non elette, dove il relativismo condiziona e permea, ogni programma di sviluppo e di governo.
Riprendiamo, dunque, il fondamentale insegnamento del Magistero sul comunismo, vecchio ma sempre nuovo: in ultima analisi i cattivi che Papa Pio XI chiamava cattivi ci sono ancora, anche se “vestono Prada” o portano al polso il Rolex. A ottant’anni dalla Divini Redemptoris, in tempi di “dittatura del relativismo”, c’è ancora, e più che mai spazio, per un “anti-comunismo dottrinale” intelligente e aggiornato....






[1] Cfr.  Georges Passelecq (1909-1999) e Bernard Suchecky, L’enciclica nascosta di Pio XI: un’occasione mancata dalla Chiesa nei confronti dell’antisemitismo, 1995, trad. it., introduzione di Èmile Poulat (1920-2014) e di Garry Wills, Corbaccio, Milano 1997.
[2] Cfr. Giovanni Cantoni, Metamorfosi del socialcomunismo: dal relativismo totalitario al relativismo democratico, conferenza del 27 ottobre 1996, ora in Cristianità, anno XXV, n. 261, Piacenza gennaio-febbraio 1997, pp. 15-21.

5 commenti:

  1. Certo, una frenata al comunismo questa Enciclica gliel'ha pur data. Tuttavia l'alchimia catto-comunista ha prodotto e continua produrre danni talmente macroscopici da sembrare normali. La massa ipnotizzata dei catto-comunisti la fa da padrona, illudendosi di poter conciliare il diavolo e l'acqua santa. Ma il diavolo è talmente scaltro da far credere ai catto-comunisti (ma anche ai catto-liberali e ai catto-democratici) che tutto sommato lui, il diavolo, con l'acqua santa ci può convivere. Capperi se ci può convivere!

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  2. Quello era il tempo in cui i papi, seguendo i loro predecessori millenari, sentivano il dovere di difendere la Chiesa dai nemici di Cristo. Poi è arrivata la proclamata dai novatori "rivoluzione copernicana" del CVII che, in nome del 'dialogo', ha abbandonato i fedeli alla mercé dei persecutori senza denuncia, l'ultima delle quali fu quella famosa di Pio XII in piazza S. Pietro, quando fu arrestato e torturato il primate d'Ungheria. Ora il pericolo è più forte e nascosto con l'alleanza massonico-marksista e l'assunzione all'interno della Chiesa stessa di quelle ideologie subdolamente mimetizzate dalla 'misericordia' bergogliana, così come i comunisti proclamavano che Cristo era socialista e solo loro osservavano il Vangelo.

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  3. Bisogna ricordare a tutti (ai cattolici perché non si perdano, a tutti gli altri uomini perché si ravvedano) che il comunismo é ateismo. E che il comunismo é stato SOLENNEMENTE dichiarato eretico da numerosi Pontefici (il beato Pio IX nel suo Sillabo contro le eresie, San Pio X, Pio XI come avete citato ed anche Pio XII). Chiunque anche solo appoggi il comunismo (sono famosi i volantini che portano ad esempio la CGIL ed altre sigle analoghe) é fuori dalla comunione con la Chiesa Cattolica (quella di Gesù Cristo, non quella modernista).

    Un esempio
    https://upload.wikimedia.org/wikipedia/it/6/6a/Avvisodiscomunicaxd8.jpg

    Ave Maria!

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  4. Roncalli che frequentava massoni e teologici modernisti messi al bando dalla Chiesa in Francia e Montini che trattava e simpatizzava coi comunisti....il Concilio, proprio un frutto della Chiesa!

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