lunedì 24 ottobre 2016

“Assoluzione” del rito penitenziale: non ha valore sacramentale



Un interessante approfondimento.
L

Zenit, 18-10-16
Nella sua rubrica settimanale di liturgia, padre Edward McNamara LC, professore di Liturgia e Decano di Teologia presso l’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum di Roma, risponde alla domanda da parte di un lettore statunitense.
All’inizio della Messa, il sacerdote recita le parole “Dio onnipotente abbia misericordia di noi, perdoni i nostri peccati e ci conduca alla vita eterna”. La rubrica nel Messale reca “assoluzione”. Se questa è davvero un’assoluzione, il sacerdote non dovrebbe fare il segno della croce? Questo passaggio rappresenta davvero il perdono dei peccati? — L.B., San Diego, California
L’Ordinamento Generale del Messale Romano (OGMR) dice, al n. 51:
“Quindi il sacerdote invita all’atto penitenziale, che, dopo una breve pausa di silenzio, viene compiuto da tutta la comunità mediante una formula di confessione generale, e si conclude con l’assoluzione del sacerdote, che tuttavia non ha lo stesso valore del sacramento della Penitenza”.
Le rubriche non indicano se il sacerdote debba fare il segno della croce e di conseguenza, dal momento che questo tipo di gesti in altre occasioni vengono sempre indicati, si presuppone che in questa occasione non lo faccia.
Nella forma straordinaria il Confiteor viene detto due volte, la prima volta dal sacerdote, poi dall’accolito.

Dopo che il sacerdote ha recitato il Confiteor, l’accolito si rivolge a lui dicendo:
“Dio onnipotente abbia misericordia di te, perdoni i tuoi peccati, e ti conduca alla vita eterna”.
Quindi il sacerdote recita la preghiera Indulgentiam:
“Dio onnipotente e misericordioso ci accordi il perdono [fa il segno della croce], l’assoluzione, e la remissione dei nostri peccati”.
Anche questa volta la formula non costituisce l’assoluzione sacramentale ma una richiesta di remissione, in modo da poter degnamente celebrare i misteri della Messa.
Nonostante l’uso della parola “assoluzione”, la formula non ha valore sacramentale e non perdona direttamente i peccati. Mancano infatti svariate delle condizioni normalmente necessarie per l’assoluzione sacramentale, tra i quali l’esplicita confessione di almeno un peccato concreto. Inoltre, almeno nella forma straordinaria, le parole vengono pronunciate solamente all’accolito, e non hanno intento sacramentale.
L’ammissione della propria condizione di peccatori, sin dai tempi più antichi, ha fatto parte dei riti iniziali sotto varie forme. A Roma, per esempio, veniva compiuto in silenzio dal celebrante e dagli accoliti in ginocchio o prostrati davanti all’altare. Poi nel territorio dei Franchi (la maggior parte delle attuali Francia e Germania) vennero nel corso dell’VIII secolo aggiunte a questo gesto silenzioso delle parole.
Inizialmente il Confiteor era un’espressione individuale, tuttavia, intorno al XI secolo, divenne generalmente una forma di dialogo in cui il sacerdote riconosce il suo essere peccatore non solo davanti a Dio e al Cielo, ma anche a coloro che lo circondano, e chiede per la loro intercessione. Questa intercessione viene offerta, come si può dedurre dalla formula dell’accolito qui sopra contenuta nella forma straordinaria.
La forma e la modalità attuali di preghiera del Confiteor sono state probabilmente desunte dalla Liturgia delle Ore, in particolare dall’Ora Prima e dalla Compieta, e inserite nell’introduzione della Messa. Fu in questo passaggio che intorno all’anno 1000 le due formule, il Misereatur, o risposta intercessoria del laico, e l’Indulgentiam, o formula del sacerdote, vennero introdotte per la prima volta, per diventare poi una parte stabile della Messa.
A questo cambiamento contribuì anche il fatto che in questo periodo la formula dell’Indulgentiam, che spesso iniziava con la seconda parola “absolutionem”, funse anche per un certo periodo, durante la confessione, come assoluzione sacramentale. Allo stesso modo, fu da allora che divenne comune impartire l’assoluzione subito dopo la confessione sacramentale, come è la norma oggi, e non trascorso un certo periodo di penitenza come era la pratica antica. Perciò divenne naturale aggiungere la formula d’assoluzione al Confiteor come era usanza. Questo spiega ulteriormente perché il segno della croce accompagna l’Indulgentiam nella forma straordinaria, in quanto era usato anche per l’assoluzione sacramentale.
Sono esistite varie formule per il Confiteor e il Misereatur durante la Messa. Alcune invocavano vari santi, altre elencavano alcuni tipi di peccato. L’avvento della teologia scolastica chiarificò le nozioni sacramentali e rese necessarie delle distinzioni tra i sacramenti e la loro efficacia. Come risultato queste aggiunte vennero generalmente disapprovate dai teologi e pastori dell’epoca in quanto sminuivano la natura del Confiteor come confessione generale e pubblica, e non privata e segreta. Per questo motivo, il terzo Concilio di Ravenna nel 1314 decretò che, a parte Maria, solo Michele, Giovanni Battista e i santi Pietro e Paolo potevano essere invocati.
Di conseguenza, i riti della forma straordinaria contengono elementi prescolastici che potrebbero indurre alcuni a credere che il rito fosse di natura sacramentale. Questo errore però capita raramente. L’atto serve solo da riverente preparazione alla celebrazione della Messa.
La formula del Confiteor nella forma ordinaria è stata semplificata e adesso menziona di nome solo Maria. È stata inoltre trasformata in una preghiera comunitaria piuttosto che un dialogo tra sacerdote e accoliti ai piedi dell’altare. La formula Misereatur finora detta dall’accolito è ora pronunciata dal sacerdote che intercede per tutti i presenti.
Infine, il segno della croce non viene più compiuto, in modo da evitare qualsiasi ambiguità circa la natura non sacramentale di questo rito.
[Traduzione dall’inglese a cura di Maria Irene De Maeyer]