mercoledì 24 febbraio 2016

In memoria di don Pierangelo Rigon. R.I.P.

Riprendiamo dal sito del CNSP, un ricordo commosso di don Pierangelo Rigon scritto da Italo Francesco Baldo per il Coetus di Ancignano, a una settimana dalla sua scomparsa.
Anche noi ci uniamo al dolore dei dei suoi amici di Ancignano, condividendone però la preghiera in suffragio dell'anima del caro sacerdote  per trovare  conforto nella sicura speranza cristiana. 
Roberto


AGGIORNAMENTO: Questa sera alle 19 nel Duomo di Sandrigo verrà celebrata una Santa Messa nel 7° della sua morte.
Requiem aeternam dona ei, Domine, et lux perpetua luceat ei. Requiescat in pace. Amen.

1 Chierichetto

“La mia vocazione è nata lì: dal servizio all’altare, osservando gesti ieratici, ascoltando l’eco della preghiera di chi mi aveva preceduto usando gli stessi segni sacri, le medesime parole per esprimere la fede nel Mistero di Dio affidato alla sua Chiesa.”
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2 Ingresso in seminario


“Un ragazzino pensoso alla vigilia del suo ingresso (6 ottobre 1968) nel seminario vescovile di Vicenza: attratto dal sacro ministero sacerdotale, ancora non può sapere attraverso quali vie, spesso strette e tortuose, il buon Dio lo preparerà a diventare ministro dell’altare, cui salirà il 9 aprile 1983.”
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3 Ordinazione


“Imposizione delle mani del Vescovo mons. Arnoldo Onisto. E’ un momento indescrivibile: lo Spirito prende possesso di un pover’uomo e ne fa un “alter Christus”. Solo questa grazia, non certo i miei sforzi e la mia buona volontà, che comunque non è mancata, mi ha mantenuto fedele per oltre trentadue anni …”
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4 Benedizione campanile


“Stavo pensando a quel giorno, 8 settembre 2005 (dieci anni fa!), quando ho iniziato il servizio sacerdotale in quel di Ancignano. In quel giorno si commemoravano i 100 anni dall’inaugurazione del campanile e, per l’occasione, ho riesumato e indossato una mozzetta (non la porta più neanche il papa…) per dare una solenne benedizione. Qualche risolino di compatimento … ma io avanti lo stesso!”
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5 Celebrazione rito antico
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6 Durante una celebrazione

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7 Visita pastorale del Vescovo Pizziol alla comunità legata al Rito antico

Visita pastorale del Vescovo Pizziol alla comunità legata al Rito antico. In compagnia di un giovanissimo chierichetto innamorato del Rito antico.



Don Pierangelo Rigon (8 agosto 1957 – 17 febbraio 2016)


Non può bastare una vita per conoscere il mondo che un uomo porta dentro di sé e che è in grado di regalare a chi gli sta accanto. Figurarsi quanto possono fare poche, pallide parole, scritte da chi conosceva don Pierangelo Rigon da meno di due anni. Ma l’intensità degli affetti supplisce alla brevità del tempo. E se «un’ora non è mai solo un’ora ma un vaso colmo di profumi, di suoni, di progetti e di climi» – come scriveva Proust nella Recherche – così questi due anni sono stati un continuo incenso di grazie temporali e spirituali che il Signore mi ha dato attraverso l’amicizia con don Pierangelo, il suo impegno nella celebrazione e nella promozione della S. Messa celebrata secondo la Forma Straordinaria del Rito Romano, la sua attenzione pastorale e dottrinale. Ed è stata proprio la comune sensibilità ed attenzione dottrinale il “fomite” – per dirla con San Tommaso – della mia piccola collaborazione in quel di Ancignano, quando don Pierangelo mi ha proposto di curare una breve rubrica settimanale nel foglietto di coordinamento parrocchiale “Placeat” dedicata alla Dottrina Cattolica. Un segno della sensibilità, intelligenza e sollecitudine pastorale di questo sacerdote: non si trattava di proporre dotti contenuti teologici ma di ricordare gli insegnamenti della Santa Chiesa come faro perenne della nostra vita di fede, come viatico
verso una condotta coerente con le nostre promesse battesimali. Ben ricordava don Pierangelo l’ammonimento di San Paolo: «Verrà giorno, infatti, in cui non si sopporterà più la sana dottrina, ma, per il prurito di udire qualcosa, gli uomini si circonderanno di maestri secondo le proprie voglie, rifiutando di dare ascolto alla verità per volgersi alle favole» (2Tm 4, 3-4). Vedeva quante anime, sperdute in quel ginepraio relativista e modernista con cui il cattolico deve fare necessariamente i conti oggi, corrono il rischio di essere traviate dalla confusione dottrinale, dal pontificare di falsi maestri. A coloro che lo cercavano per la confessione, per la direzione spirituale o semplicemente per un bisogno di essere ascoltati, don Pierangelo indicava le armi per la “buona battaglia”: la frequenza nei Sacramenti, la preghiera e la Santa Dottrina Cattolica. Insomma, attingere dalla Tradizione plurisecolare della Chiesa, dai suoi più luminosi testimoni, dalla “veterum sapientia” ma non in una sorta di prospettiva archeologica – quasi si trattasse di vecchi e impolverati fossili – ma con la riverenza del discente verso un patrimonio di grazie che il Signore conserva con la potenza del Suo Spirito e per tali ragioni non solo non può eclissarsi ma nemmeno perdere la sua attualità e potenza salvifica.

Tutto questo e molto altro don Pierangelo ha saputo trasmettere con le parole e la testimonianza di vita, a me e a tutti coloro i quali hanno varcato le porte della piccola parrocchia di San Pancrazio ed hanno scorto in un “semplice” sacerdote in talare, un vero servo di Cristo e della Sua Chiesa.

Marco Ciuro

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E’ iniziata la seconda vita del reverendo don Pierangelo Rigon, che ha consacrato tutta la sua vita al servizio di Dio. Educato da una famiglia cattolica e attenta alla partecipazione della vita ecclesiale, dopo gli studi nel Seminario diocesano di Vicenza, la consacrazione a sacerdote nel Duomo di Sandrigo ad opera del vescovo mons. Arnoldo Onisto, svolse il suo ministero in varie parrocchie della diocesi di Vicenza e negli ultimi anni in quella di Ancignano, la piccola frazione di Sandrigo dall’umile alto campanile che volle restaurato come la settecentesca Chiesa. Attento al servizio divino sia quello interiore, la preghiera, sia a quello liturgico, ne approfondiva i vari aspetti e curava con particolare attenzione che le celebrazioni fossero sempre ben attente a sottolineare come in esse la centralità appartiene sempre e solo Dio, a Dio Padre, a Dio Figlio a Dio Spirito Santo. Nel corso della sua vita approfondì con studi presso il Pontificio Ateneo Sant’Anselmo il valore della liturgia; si addottorò con una dissertazione sull’opera liturgica del cardinale Alfredo Ildefonso Schuster (Per ritus et preces … consummentur in unitatem cum Deo: L’opera liturgica del card. Alfredo Ildefonso Schuster (1880-1954), Vicentine, s.n., 2006).  Il Reverendo colse con attenzione i segni di rinnovamento della chiesa cattolica, e tenne in grande considerazione la tradizione come tesoro dal quale attingere ne e per il presente.  Fu sempre fedele al grande mandato che i presbiteri ricevono all’ordinazione, cioè quello di curare la Santa Messa per i vivi e i morti e la cura delle anime che gli erano affidate e quelle che a lui si rivolgevano e sempre con grande disponibilità, servendosi anche dei mezzi moderni di comunicazione.

Con sincera adesione al magistero apostolico, svolse i compiti che gli erano di volta in volta affidati senza protagonismi e con pacatezza espresse sempre il suo pensiero, argomentandolo con serenità d’intenti e di azione conformi. Quando papa Benedetto XVI con il Motu proprio Summorum Pontificum del 7 luglio 2007 concesse la possibilità di celebrare ad ogni presbitero la S. messa nella forma prevista dal papa Giovanni XXIII nel Messale Romano del 1962. Don Pierangelo accolse con benevolenza l’invito di molti fedeli della diocesi vicentina e in accordo con il Vescovo, mons. Cesare Nosiglia, iniziò, dapprima nella Chiesa di San Rocco a Vicenza e poi nella sua, dedicata a San Pancrazio, ad Ancignano, le celebrazioni. Ebbe sempre molta attenzione, anche quando certi presbiteri “alla moderna” cercarono di distoglierlo, per il rito antico, ma don Pierangelo sapeva che il suo servizio era importante per molti e con l’assenso dell’attuale vescovo di Vicenza, monsignor Beniamino Pizziol, continuò fino alla fine a svolgerlo, mai trascurando i suoi doveri nella parrocchia per i fedeli che continuavano ad usufruire delle celebrazioni secondo il Messale Romano promulgato da papa Paolo VI. Non discontinuità tra i due riti, ma complementarietà semmai, come è nella Chiesa, che per don Pierangelo era sempre unica nel tempo e nelle sue vicende. Illustrò anche pubblicamente il Mutu proprio ed ebbe la gioia di vedere la Chiesa di San Pancrazio con sempre nuovi e anche giovani fedeli. Con sobrietà e insistendo sul valore spirituale, avvicinò coloro che con continuità o talora frequentavano la sua parrocchia, dove si era formato un gruppo stabile di fedeli, apprezzato anche dal Vescovo che loro affidava, durante la visita pastorale il 31 gennaio 2016, il compito di significare il valore della liturgia nella forma prevista dal Motu proprio. In questa prospettiva don Pierangelo aveva predisposto settimanalmente un bollettino, Placeat nel quale illustrava la messa domenicale e forniva, con l’ausilio dei fedeli, preziose comunicazioni e note teologiche, che esprimeva anche nelle Prediche in cui univa scienza e armonia del discorso.

Una particolare attenzione don Pierangelo diede al canto liturgico, memore di quanto il vescovo Ferdinando Rodolfi aveva sostenuto nell’opuscolo “Che il popolo canti”, riedito più volte. Favorì la nascita di una Schola cantorum chiamata “Laetificat juventutem meam” e la partecipazione di altre Schole della diocesi alla liturgia antica domenicale, coinvolgendo anche alcuni altri presbiteri. In occasione della visita pastorale di mons. B. Pizziol aiutò la nascita dell’“Associazione mons. Ferdinando Rodolfi, pro missa antiqua” che, come recita lo statuto, ha come scopo “la  crescita  e  l’incremento  spirituale  dei  suoi membri  e  di  soggetti  terzi  specialmente  per  mezzo  dell’esercizio  del  culto cattolico,  così  come  tramandato  dalla  santa  e  venerabile  Tradizione  della Chiesa,  nonché  la  promozione  della  forma  “straordinaria”  del  Rito  Romano della  Santa  Messa  e  dei  Sacramenti,  così  come  stabilito  dal motu  proprio “Summorum Pontificum” di papa Benedetto XVI” (art.4).

Accanto alla grande attenzione per la liturgia sia nella forma in uso sia in quella straordinaria non dimenticò la cura delle anime con attenzione e costante vicinanza, anche quando la salute difettava.

Lascia una bella eredità, come figura di sacerdote, alla quale sempre fu legato, come si espresse commentando degli scritti dottrinali inediti del presbitero e poeta vicentino Giacomo Zanella (Editrice Veneta, 2015). A noi che lo abbiamo amato e apprezzato, resta non il ricordo, ma l’autentica memoria che quanto da lui compiuto sia quel terreno fertile nel quale la Chiesa Cattolica, come lui voleva, trovasse sempre nuova acqua per irrigare con la preghiera, i campi della fede, come indicava Santa Teresa d’Avila.

Italo Francesco Baldo