sabato 5 luglio 2014

Episcopalismo, collegialismo e Sommo Pontificato

A fronte dei “venti episcopalisti”: studio su collegialità e dottrina cattolica 


La vera realtà del sinodalismo episcopalista



29 giugno 2014, festa dei Santi Apostoli Pietro e Paolo,
Patroni della Chiesa Romana


Introduzione

Tu es Petrus et super hanc petram aedificabo Ecclesiam meam. 

Aedificabo, su questa pietra. Super hanc petram Ae-di-fi-ca-bo. Su questa pietra e su nessun’altra. Pietro - con i suoi successori fino alla fine dei tempi - è il fondamento, la rocca, la base, lo scoglio su cui la Chiesa di Cristo si costruisce. Rimosso il fondamento è l’edificio intero che crolla.  

A riprova di quanto detto basti ricordare che gli eretici d’ogni risma sono sempre stati accomunati dall’odio del Primato romano. Chi odia la Chiesa odia il Primato di Roma che ne è fondamento. E’ per questo che ogni discorso sul ruolo e sulla struttura gerarchica della Chiesa, sulla sottomissione gerarchica dei Vescovi a Pietro, sul governo della Chiesa non può mai essere una mera disquisizione sulla miglior forma di governo pastorale in questo o quel momento storico, ma deve necessariamente fondarsi su premesse dottrinali, rivelate da Cristo una volta per sempre, perché nessuno - nemmeno un Papa - può mutare il ruolo del Papa nella Chiesa. E’ il dogma della divina costituzione della Chiesa.

Non è sempre facile smascherare gli argomenti speciosi degli avversari del Primato del Romano Pontefice. Ai giorni nostri il vento dell’episcopalismo soffia con forza ed ha i suoi (effimeri) giorni di gloria; non arriva sempre alle grida aperte del Protestantesimo e al suo aperto “non serviam”, né arriva sempre al dichiarato sinodalismo degli scismatici orientali. L’episcopalismo, ieri serpeggiante oggi prorompente, si cela - da buon modernista - dietro formule più ammalianti per il mondo cattolico: “collegialità”, “governo collegiale”, “sussidiarietà”, “riforma del governo, ma non della dottrina”, “pastoralità” e via ingannando. E’ l’assodata tecnica dello svuotamento e dell’imbastardimento di certe nozioni dal sapore cattolico che già San Pio X denunciò. E’ il modernismo. 

Per facilitare la lettura divideremo questo breve studio sul potere del Papa in capitoli, il primo - preliminare alla comprensione della problematica sollevata - è la distinzione fra potere di giurisdizione e potere d’ordine; analizzeremo in seguito alcuni punti del documento conciliare Lumen Gentium sulla “collegialità episcopale”, ricordando che su tale punto lo scontro nell’aula conciliare fu dei più accesi prima di giungere ad un certo compromesso con la Nota Praevia. Anche quest’ultima è oggi largamente scavalcata dai modernisti, tuttavia resta la constatazione che un tempo su questioni così capitali - e pubblicamente contestate - la Chiesa definiva con cura, passando dall’implicito all’esplicito, l’assenza delle dovute precisazioni invece ha di fatto permesso che alcune deviazioni dottrinali trovassero libero agio.


Potere d’ordine e potere di giurisdizione. Una distinzione capitale

Un autorevole teologo domenicano, Padre de la Soujeole, affermava recentemente nel suo intervento orale «Le vocabulaire et les notions à Vatican II et dans le Magistère posterieur» del 16 maggio 2009 al Congresso di Tolosa della Revue Thomiste sull’ermeneutica della continuità tra Vaticano II e Tradizione, che il Concilio Vaticano II aveva in certo modo sancito l’abbandono della distinzione tra ordine e giurisdizione nell’ecclesiologia. Di fatto a partire dagli anni Settanta la distinzione - considerata dagli ecclesiologi irrinunciabile fino ad allora - scompare, con l’inveterata tecnica di far scordare le grandi verità per “desuetudine”. I testi conciliari non brillano certo per la chiarezza su questo argomento, anzi è forse uno dei temi trattati nella maniera più ambigua e confusa, con ritorni continui sul tema. Non si arriva tuttavia ad un rigetto esplicito della distinzione, ma ad un implicito invito a non più occuparsene nei termini consacrati dalla Chiesa per secoli. Ne fanno le spese le definizioni del potere papale e di quello vescovile, di qui l’importanza primaria di riportare il riflettore su tale insostituibile distinzione.