venerdì 24 giugno 2011

Seminari francesi nel 2011: cifre sempre più basse, ma la Tradizione avanza

Fonti vicine alla Conferenza Episcopale Francese (CEF) rendono noti i risultati di una ricerca interna completata il 15 novembre 2010, che è stata realizzata dalla Commissione per i ministri ordinati e i laici in missione ecclesiale, presieduta da Mons. Giraud, vescovo di Soissons. I risultati erano attesi con ansia dalla CEF e dai vescovi francesi, il cui pessimismo aumenta sempre più (si veda la Lettera n. 238 del 9 luglio 2010: "2010 in Francia: mai così pochi i seminaristi e le ordinazioni"). Le cifre relative al 2010-2011, in seguito alla ricerca condotta in tutti i seminari di Francia, non contribuiscono a risollevare il morale, essendo ancora più negative di quelle del 2009-2010: ufficialmente, il numero dei seminaristi diocesani (nei seminari, nei Gruppi di Formazione Universitaria, nei Seminari universitari, ivi compresi i seminaristi tirocinanti, quelli dei Domini Francesi d'Oltremare, della Missione di Francia e dell'ordinariato militare) è passato dai 756 seminaristi diocesani del 15 novembre 2009 ai 732 del 15 novembre 2010, con un decremento del 3%.

Ufficialmente, abbiamo detto: vedremo più oltre quali correzioni è opportuno effettuare. Ad ogni modo, e a prescindere dalle discussioni sempre possibili su questa o quella cifra, le tendenze generale messa in evidenza è incontestabile. Infatti, anche arrotondando le cifre, i tassi di incremento e decremento, come pure le proporzioni e le proiezioni, sono relativamente esatti.


Una continua diminuzione nel numero dei seminaristi diocesani

I vescovi francesi si trovano nelle medesime ristrettezze di tutti i vescovi dell'Europa occidentale, anche se questo non può certo costituire una consolazione. I vescovi del Belgio, della Germania e della Svizzera sono messi ancora peggio. Si sa che perfino in Spagna la caduta è impressionante: 1.227 seminaristi maggiori quest'anno, contro 1.337 l'anno scorso, vale a dire un decremento del 9% in un solo anno, che l'episcopato spagnolo cerca di dissimulare aggiungendo alle cifre dei seminari maggiori quelle dei seminari minori, che nella penisola iberica esistono ancora, mentre in Francia sono praticamente scomparsi: il decremento, allora, diventa del 3,2%. Nel complesso, la consistenza globale dei seminari maggiori e minori in Spagna è diminuita del 24,3%, cioè di quasi un quarto, in 5 anni. Né bisogna pensare che i seminari italiani siano più frequentati; anzi, i loro alunni non sono mai stati così pochi: 15, 30, 40 seminaristi nelle diocesi più grandi, solo 139 nella gigantesca diocesi di Milano (si veda l'inchiesta del Foglio, commentata sul blog Messa in Latino).

I dati comunicati dalla Conferenza Episcopale Francese ai suoi membri tendono, per quanto possibile, a mascherare la crisi. Per esempio, nel giugno 2010, la CEF aveva annunciato 83 ordinazioni diocesane durante l'anno 2009/2010 (AFP, 23 giugno 2010). Ma nel novembre 2010 comunicò che le ordinazioni erano state 96, precisando che il numero comprendeva "11 fuori corso". Ciò ha consentito di correggere la tendenza in senso positivo (c'erano state 89 ordinazioni nel 2009, 98 nel 2008, 101 nel 2007). In che modo è stata calcolata questa cifra più rassicurante? Una (semplice) ipotesi: anche noi, nella nostra Lettera n. 238 del 9 luglio 2010, abbiamo effettuato un piccolo aggiustamento, stimando che alle 83 ordinazioni diocesane si potevano aggiungere le 3 ordinazioni della Comunità di S. Martino e le 2 ordinazioni della Comunità di S. Tommaso Becket (istituto biformista), poiché entrambe hanno degli apostolati diocesani. In questo modo si raggiungevano le 88 ordinazioni, alle quali la CEF ha forse aggiunto le 8 ordinazioni delle comunità Ecclesia Dei non religiose, il che tutto sommato non è scorretto, dal momento che questi sacerdoti francesi svolgono ordinariamente il loro ministero in Francia.

D'altronde, le cifre ufficiali dei seminari diocesani annoverano a giusta ragione gli alunni delle comunità nuove (torneremo su questo argomento) che, dopo l'ordinazione, eserciteranno il loro ministero come sacerdoti diocesani. Ma comprendono anche religiosi, seminaristi stranieri mandati in Francia dalla loro diocesi origine per la formazione, e addirittura, nel caso del Seminario francese di Roma, sacerdoti già ordinati. Di fatto, sommando seminario per seminario il numero esatto di candidati effettivamente destinati alle diocesi francesi, si ottengono, per l'anno scorso, meno di 700 alunni. È probabile, dunque, che anche la cifra relativa all'anno corrente (732 alunni) debba essere corretta al ribasso (per esempio, 96 seminaristi, cioè il 13%, sono di nazionalità straniera, e non è detto che saranno tutti incardinati in Francia).

Allo stesso modo, per l'anno di discernimento, ossia l'anno di propedeutica che precede il primo anno del primo ciclo, la Commissione episcopale ha annunciato un rialzo veramente stupefacente: vi sarebbero 120 alunni nell'anno 2010/2011, contro gli 80 dell'anno 2009/2010. In realtà, all'inizio del 2009, il numero degli alunni di propedeutica era per lo meno di 140, ed è sceso ad 80 - cosa, del resto, normale - durante l'anno di discernimento. 120 è semplicemente il numero di partenza di quest'anno.

Fatte queste precisazioni, è possibile effettuare qualche correzione anche in senso opposto:

- Per quanto riguarda i dati della propedeutica: al 1° anno del primo ciclo entrano alcuni seminaristi che non hanno dovuto frequentare l'anno di propedeutica (al 1° anno del primo ciclo nei seminari diocesani vi erano, il 15 novembre 2010, 120 alunni).

- Per quanto riguarda il numero dei seminaristi: al numero dei seminaristi diocesani francesi si potrebbero aggiungere senza difficoltà i circa cinquanta seminaristi della Comunità di S. Martino, i religiosi in formazione della Comunità di S. Giovanni destinati all'apostolato nelle diocesi di Francia, i seminaristi del Cammino neocatecumenale formati nei seminari del movimento, nella misura in cui sono destinati all'apostolato in Francia, e i membri di altre comunità, come la già menzionata Comunità di S. Tommaso Becket. In tal modo, il numero di seminaristi francesi fornito dalla CEF per il 2011 può essere considerato (a titolo indicativo) complessivamente corretto, anzi, può essere addirittura arrotondato a 740.


La crescita dei seminaristi tradizionali

A) Stabilità nelle cifre, crescita nelle proporzioni

Il computo dei seminaristi francesi "straordinari" è in teoria molto più semplice, di una precisione quasi completa. Anche qui, tuttavia, bisogna effettuare alcune correzioni in entrambi i sensi: i seminaristi francesi delle comunità Ecclesia Dei vengono talvolta inviati a svolgere il loro ministero all'estero; viceversa, alcuni seminaristi diocesani sono ormai espressamente destinati ad utilizzare la forma straordinaria del rito romano (quelli della Società Missionaria della Divina Misericordia, nella diocesi di Tolone, o altri singoli seminaristi diocesani). Ci limiteremo, dunque, ad una valutazione di carattere generale (ma arrotondata per difetto): 140 seminaristi francesi "straordinari", di cui 50 nella FSSPX; 40 alunni nell'anno di spiritualità (l'equivalente della propedeutica: di essi, 17 sono nella FSSPX).

La proporzione di seminaristi "straordinari" in senso stretto (che cioè sono destinati a celebrare abitualmente nella forma straordinaria) è dunque del 16% (quasi del 20%, se si aggiungono i seminaristi diocesani "straordinari", detraendoli dai seminaristi diocesani "ordinari"). La cifra, di per sé, è stabile - il che costituisce già un dato positivo - ma la proporzione risulta in crescita, a causa del decremento dei seminaristi "ordinari". Analogamente, la cifra degli ingressi "straordinari" nell'anno di spiritualità rimane stabile (42, contro i 41 del'anno scorso), ma, come avevamo già rilevato (Lettera n. 199 del 12 ottobre 2009), la proporzione è in forte rialzo: arrotondando tutti i dati per difetto, questi allievi sono più del 33% del totale degli allievi in discernimento nel 2010, e più del 23% nel 2009. È dunque probabile che la cifra delle ordinazioni "straordinarie" resterà anch'essa stabile nei prossimi anni, ma che la proporzione (oggi del 15%) continuerà a crescere.


B) La crescita del "motu proprio"

Se invece analizziamo la crescita del numero dei seminaristi tradizionali, e non soltanto la loro proporzione, ci accorgiamo che essa si manifesta ormai al di fuori degli istituti tradizionali specializzati.

Anzitutto, sulla base delle cifre divulgate ad uso interno della CEF, bisogna fare una notevole rettifica a proposito delle comunità nuove. Una diffusa convinzione, che anche noi avevamo dato per buona senza verificarla, pretendeva che i più importanti centri di reclutamento vocazionale in Francia fossero, in egual misura, i tradizionalisti e le comunità nuove (dette anche carismatiche). Ora, su 732 seminaristi ufficialmente recensiti dalla CEF, soltanto 68 provegono dalle comunità nuove (di cui 27 dall'Emmanuel e 23 dal Cammino neocatecumenale - questi ultimi in buona parte stranieri - più una miriade di comunità, ciascuna con 1, 2 o 3 seminaristi). In altre parole, su 880 seminaristi francesi (740 ordinari e 140 straordinari), l'apporto dei tradizionalisti è il doppio rispetto a quello delle comunità nuove: circa il 16% di seminaristi tradizionalisti contro l'8% di seminaristi delle comunità nuove (se si aggiungessero i seminaristi della Comunità di S. Martino e di altre comunità, che sono nuove solo in senso lato, si arriverebbe all'11%). Di fatto, i seminaristi francesi della FSSPX sono tanto numerosi quanto quelli dell'Emmanuel e del Cammino neocatecumenale messi insieme (e, nell'ipotesi di una regolarizzazione canonica, sono logicamente destinati ad aumentare).

Inoltre i responsabili diocesani e i superiori dei seminari stanno constatando che una porzione considerevole di seminaristi "ordinari" (il 20%, forse di più, con la notevole eccezione, per il momento, degli istituti parigini) si professano, ormai apertamente, di tendenza tradizionalista, rivendicando il diritto di celebrare nelle due forme.

Non è impossibile, del resto, che anche in questo caso, se la situazione generale non subirà variazioni, ci si assesti su un livello di sostanziale stabilità - il che, al giorno d'oggi, è già estremamente positivo - ma è probabile, al tempo stesso, che vi sia una crescita nella proporzione tra questi e gli altri seminaristi (nel complesso conservatori, bisogna riconoscerlo). Il mondo ecclesiastico permeato dallo "spirito del Concilio", anche nella sua versione moderata, si affievolisce sempre più. Al contrario, la tendenza conservatrice dell'istituzione ecclesiale conserva le sue posizioni, anzi, avanza con maggior facilità. Tenendo conto della rarefazione del clero francese (poco più di 8.000 sacerdoti in attività, la cui età media supera i 65 anni; ogni anno ne muoiono circa 800; alcune diocesi si stanno preparando o si trovano già a dover disporre di poco più di una dozzina di sacerdoti in attività), è possibile da un lato prevedere che presto più della metà dei sacerdoti francesi sarà di tendenza tradizionalista (vale a dire conforme allo spirito del "motu proprio"), anche se non sappiamo in quanto tempo (10 anni?), e dall'altro constatare che la metà dei seminaristi è prossima ad esserlo.

Ma tutto questo nel contesto di una riduzione delle forze cattoliche che si rivelerà sempre più impressionante. Trattando qui delle vocazioni, bisogna anche tener conto del fatto che l'influenza della secolarizzazione logora parecchio la perseveranza nella vita sacerdotale e religiosa: in altri termini, il numero di "abbandoni", dopo qualche anno di sacerdozio o di vita religiosa, ma anche dopo 10 o 15 anni, è estremamente elevato, a prescindere dalle tendenze e dalle sensibilità.


OSSERVAZIONI CONCLUSIVE

1) Il vivaio delle vocazioni tradizionali, pur non essendo estendibile all'infinito, può essere ulteriormente aumentato. Supponendo, nella migliore delle ipotesi, che le diocesi si organizzino in modo deciso per accoglierle come tali (come hanno cominciato a fare le diocesi di Lione e di Tolone), è lecito immaginare:

- Che un certo numero di vocazioni, che oggi si indirizzano verso le comunità Ecclesia Dei (alle quali si può aggiungere la futura struttura ufficiale della FSSPX), si presenterebbero più volentieri nelle diocesi. Questo, d'altra parte, non toglierebbe alle comunità in questione, per molto tempo ancora, la loro peculiare attrattiva né la loro funzione di stimolo.

- Che molte vocazioni oggi perdute, perché non vogliono unirsi alle comunità Ecclesia Dei o alla FSSPX e non possono, per via della loro specificità, entrare nei seminari diocesani, potrebbero finalmente essere accolte.

- Infine, che lo sviluppo di un "ambiente vitale" tradizionale o tendente alla tradizione farebbe aumentare il numero di alunni nei seminari e nelle case religiose.


2) Oltre alla loro accoglienza da parte delle diocesi, la crescita di questo tipo di vocazioni è legata:

- ad una trasformazione liturgica (sviluppo della liturgia tradizionale; correzione in senso tradizionale della liturgia ordinaria in un certo numero di chiese, specialmente nelle cattedrali);

- ad una correzione catechetica (oltre all'insegnamento impartito nei centri tradizionali, si potrebbe pensare ad alcune parrocchie-pilota in questo ambito);

- ad una restaurazione - che è già cominciata in alcuni luoghi, ma che potrebbe trasformarsi in una politica ben determinata - della scuola cattolica (sviluppo dell'istruzione cattolica privata, anche su iniziativa diocesana; istituzione in ciascuna diocesi di una o più scuole cattoliche pubbliche, destinate a fungere da modello), in collaborazione con famiglie motivate e "militanti";

- allo sfruttamento dei gruppi giovanili per favorire un inquadramento tradizionale in ambito liturgico, catechetico e spirituale.


3) Oggi, tuttavia, ci troviamo in un periodo di indecisione: le condizioni per una restaurazione in senso tradizionale cominciano ad essere adempiute; ma questa restaurazione continua ad essere realizzata in modo alquanto timoroso, senza praticamente alcuna visibilità istituzionale. Che cosa dobbiamo aspettarci, allora? Bisogna tener presenti diversi aspetti:

- Il mondo tradizionalista, che, pur coi suoi difetti, avrebbe la vocazione ad essere il "nocciolo duro" di questa restaurazione, resta ancora confinato ai margini del mondo cattolico ufficiale. È vero, d'altra parte, che esso ha una sua forza: è costituito da un insieme di opere, movimenti, scuole, associazioni laicali assai più liberi - di fronte ad una gerarchia che resta molto legata allo "spirito del Concilio" - rispetto ad analoghi gruppi di tendenza tradizionalista integrati nel mondo cattolico ufficiale francese.

- Il peso dell'ideologia "spirito del Concilio", ancora molto gravoso all'interno delle diocesi, limita enormemente il margine d'azione dei "tradizionali" appartenenti al mondo ecclesiastico ufficiale. D'altra parte, alcuni di loro, secondo una legge che sempre si manifesta nel corso di scontri ideologici forti e persistenti, assimilano la pressione esterna: in altre parole, si autocensurano e attenunano preventivamente tutte le loro posizioni di orientamento restauratore.

- In realtà, una vera restaurazione può essere operata soltanto dai superiori ecclesiastici, specialmente - ma non solamente - dai vescovi. Una soluzione potrebbe essere quella di effettuare le nomine in questa prospettiva, ma la politica romana a riguardo non dimostra un atteggiamento veramente deciso: l'ultima edizione del "Trombinoscope" del sito progressista Golias osserva, a giusta ragione, che la strategia della nunziatura e della Santa Sede in Francia è quella di disseminare alcuni prelati di tendenza tradizionale, destinati a "contagiare" progressivamente quelli più moderati di loro.

- Tuttavia, lo spostamento dei superiori in carica o di recente nomina verso posizioni più tradizionali, per quanto poco apparente, è nondimeno reale. Il compimento della restaurazione in corso è inevitabile, anche se le vie restano nascoste nei misteri insondabili della Provvidenza, essendo frutto di uno Spirito che soffia ben al di là di ogni calcolo umano. Bisogna pregare incessantemente e domandare che questo soffio sia potente, rigeneratore, poiché non si vede in che modo una simile restaurazione religiosa possa avvenire senza un progetto di ricostruzione sociale di matrice cattolica. Ma questa è un'altra storia o, per meglio dire, dipende dal senso della Storia, quella di cui Cristo è il Signore.


Fonte: La Paix Liturgique, Lettera n. 275. Traduzione di D. Di Sorco.

7 commenti:

  1. E oggi, nella povera diocesi di Le Havre, arriva il tremebondo mons. Brunin...

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  2. Forse può tornare utile anche questo articolo che seppur non parla di TRADIZIONE, sottolinea quell'importanza del "pochi ma buoni" e in prospettiva di ciò che chiede il Papa.... ;)

    A gennaio 2011 uscì, per la Città di Roma, questo quadro...
    Poche vocazioni. Ma di qualità. È questa la parola d'ordine dei seminari di Roma. Merito delle nome più restrittive imposte dal Papa (di Andrea Gagliarducci)
    Meno sacerdoti ma di qualità
    Crisi di vocazioni
    Nel Seminario Maggiore studiano 73 giovani di cui solo 25 romani. Le norme più restrittive per vestire l’abito talare fanno calare ancora il numero delle ordinazioni: 14 nel 2010.
    Poche vocazioni. Ma di qualità. È questa la parola d'ordine dei seminari di Roma. Sono circa un centinaio quelli che stanno facendo un cammino per diventare sacerdoti nella città di Roma. Di loro, una piccola percentuale lascerà la capitale, per tornare nelle diocesi di appartenenza. Mentre gli altri saranno smistati nelle parrocchie di Roma, dove cominceranno il loro servizio pastorale.
    (..)
    Dal 1998 al 2008 i seminaristi in Italia, religiosi e diocesani, sono diminuiti del 10,6%, passando da 6.315 a 5.646, e sempre più sono gli stranieri. Roma non fa eccezione. Una istituzione come il Seminario Romano Maggiore, che ospita ogni anno Benedetto XVI durante la festa della Madonna della Fiducia, oggi conta 73 seminaristi.
     Di questi, solo 25 sono romani.
    Un altro terzo sono sacerdoti di fuori Roma che sono qui e tornano nelle proprie diocesi. E una ventina di loro sono sacerdoti stranieri che studiano nel Seminario Maggiore e poi tornano nei loro Paesi d'origine.
    I numeri segnano una crisi: poco più di vent'anni fa, il Seminario Maggiore di Roma contava circa duecento seminaristi. Non se la passano meglio gli altri seminari della capitale. Specialmente quando si parla di seminaristi per Roma, ovvero di seminaristi che vengono dalla città di Roma e studiano a Roma per poi proseguire il loro servizio pastorale nella capitale.
    È vera crisi? Se si guarda ai numeri, indubbiamente sì. Ma don Dario Gervasi, vicerettore del Seminario Maggiore di Roma, guarda tutto da un'altra prospettiva.
    «Noto - racconta - un bel clima in seminario. Un clima di speranza, voglia di fare, di migliorare. Io sono convinto che il Signore sa come aggiustare le cose. La diminuzione del numero dei seminaristi può essere colta come un'occasione per ripartire meglio».
    Un compito reso ancora più difficile dal fatto che le ordinazioni sacerdotali a Roma sono andate diminuendo. Erano in 14 lo scorso anno a ricevere l'ordinazione sacerdotale, 5 in meno del 2009. Merito anche delle norme più restrittive per l'accesso al sacerdozio, voluto dal Papa. Meno numeri, più qualità.
    Secondo i dati dell'Ufficio Vocazioni della Conferenza Episcopale Italiana, in quest'ultimo anno nella città di Roma ci sono 118 aspiranti sacerdoti, divisi tra il biennio di filosofia e il triennio successivo in teologia. Sono ventitré, invece, le persone che hanno lasciato la preparazione al sacerdozio durante lo scorso anno.
    Il numero di religiosi è più ingente, e basterebbe guardare alle 61 ordinazioni di Natale dei Legionari di Cristo, celebrati a San Paolo Fuori Le Mura. Sono oltre un migliaio quelli che seguono tra i religiosi la formazione per diventare sacerdoti. Numeri alti, che però non devono ingannare. «Le congregazioni - spiega padre Giovanni Sanavio, responsabile del sito vocazioni.net - un percorso di studi più prolungato (dai 7 agli 8 anni) ed è ovvio che risultano più candidati al sacerdozio di quelli diocesani che hanno in tutto sei anni di formazione al seminario maggiore».
     Il Tempo, 4 gennaio 2011

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  3. Tremebondo o anche tremendo? O:-)

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  4. La solita solfa: siamo meno, ma migliori. Anzitutto, non è vero: basta vedere il livello medio dei candidati al sacerdozio per rendersene conto. Nella maggior parte dei seminari, il tipo umano prevalente ha più di trent'anni, ha concluso poco o nulla sul piano professionale e ha tutta l'aria di tentare la via del sacerdozio (terribile a dirsi) come una posizione di ripiego, una comoda sinecura che consente di avere una posizione e uno stipendio, ancorché bassi, per tutta la vita. Naturalmente vi sono lodevoli eccezioni. Ma la tendenza generale resta disastrosa, e chiunque abbia frequentato un seminario diocesano, o abbia conosciuto l'ambiente, può confermarlo. In secondo luogo, se anche fosse vero che i seminaristi calano in quantità ma aumentano in qualità, non bisognerebbe per questo stare allegri. Infatti la messe è sempre più vasta, mentre gli operai diventano sempre meno numerosi. La Chiesa non è un circolo elitario. Alla Chiesa deve interessare il numero, perché sono anime che si salvano o che si perdono. Inoltre il ragionamento "pochi quindi buoni" contraddice alla sana logica. Avrebbe un senso qualora la scarsa quantità fosse il frutto di una severa selezione. Nei prestigiosi atenei americani, gli alunni sono (relativamente) pochi perché soltanto un piccolo numero di aspiranti viene ammesso. Nei seminari di oggi, avviene l'esatto contrario. Ci sono pochissimi aspiranti, e in genere vengono ammessi tutti, anzi, come dimostrano le patetiche réclames di taluni seminari, si fanno i salti mortali per dare loro un ambiente dotato di tutti i conforts, come se il seminario fosse un luogo di villeggiatura. Quindi l'equazione "pochi quindi buoni", in questo caso, non regge. È vero, se mai, il contrario, che se i pochi fossero buoni, se l'ambiente fosse serio, se la formazione fosse ortodossa, allora i pochi diventerebbero tanti. Non ho mai sentito dire che un ambiente buono attiri poche persone.

    L'articolo de La Paix Liturgique è estremamente interessante, poiché dimostra, dati alla mano, che il calo vocazionale non tocca quelle realtà - ossia i seminari tradizionali - che offrono una formazione conforme alla dottrina e alla disciplina di sempre. Lì la sana logica trova la sua coerente applicazione: "buoni quindi tanti". Basta entrarci, in un seminario tradizionale. Giovani tra i 18 e i 30 anni (pochissimi quelli superiori a questa età, e accolti dopo attenta verifica delle loro reali intenzioni), intelligenti, ben preparati, in una parola normali. Il cui numero è in continuo aumento. Non è un caso che, pure a Roma, l'aumento vocazionale riguardi quelle realtà, come i Legionari di Cristo, che si caratterizzano per il loro rigore e la loro ortodossia. Invece gli altri istituti religiosi, quelli rilassati, versano in condizioni peggiori dei seminari diocesani. Attribuire tutto questo a ragioni meramente accidentali, come la maggiore durata del periodo formativo, è ridicolo: tanto più che basta un confronto tra i singoli anni per rendersene conto.

    Bisognerebbe avere il coraggio di guardare in faccia la realtà: laddove la formazione è inconsistente, la disciplina rilassata, la dottrina dubbia, le vocazioni scendono e continueranno a scendere, sia numericamente sia qualitativamente. Invece, laddove si recuperano le tradizioni di sempre, le vocazioni aumentano e restano stabili. Lo slogan di consolazione "pochi quindi buoni" contraddice, non solo alla realtà, ma anche alla sana logica. E in ogni caso, è inapplicabile per una realtà religiosa il cui scopo è quello di condurre tutte le anime al lume della verità.

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  5. Simon de Cyrène25 giugno 2011 11:55

    Non posso che essede d'accordo, nell'insieme, coll'intervento dell'ospite  delle 09:29
    Se prendiamo l'esempio della Communauté Saint Martin in Francia, che, proprio oggi, ordina 8 preti e consacra 9 diaconi, vediamo che il rigore stesso del seminiario, di stile sulpiciano a seguito di M. de Berulle, attira li ottimi elementi perfettamente equilibrati tra i 18 e i 30 anni con qualche rara eccezione fino a 35 anni: ragazzi che hanno la testa ben fatta, studi precedenti, quando è il caso, solo di alto livello, successo professionale precedente, anche qui quando è il caso.
    Cosa attira questi ragazzi? Le vacanze al seminario? Internet nella stanza? I week-ends in famiglia? No. la radicalità dell'appello evangelico a seguire Gesù e un quadro che li prepari veramente, non solo intellettualmente, ad affrontare con forte senso spirituale e vera ascetica le difficoltà della vita e il loro ruolo di futuri pastori dotati dei munera ad hoc.
    Le realtà che si distinguono "per il loro rigore e la loro ortodossia" sono quelle che attirano i numeri: la Fraternità Sacerdotale San Pietro, l'Opus Dei, i Legionari, ma anche gli ordini religiosi "stretti" penso ai FFI ma tantissime sono le realtà e altrettante ne dimentico. Tutte realtà i cui numeri di sacerdoti non cessano mai di crescere su tutti i continenti oltre che in Europa.
    D'altro canto, noialtri non credendo nella reincarnazione e avendo una sola vita da vivere, perchè ce la giocheremmo in una formazione che non ci aiuti per davvero a vivere questa radicalità evangelica concretamente? Questo risentono i giovani i quali se non si sentono assicurati su questo punto preferiranno sposarsi che rischiare di perdersi.
    E' comunque rinfrescante vedere e seguire gli interventi dell'eccellente Card. Piacenza che vanno nella buona direzione e che mostra aver capito quale siano i challenges reali ai quali si fa fronte.
    Quanto al Card Ouellet, citato in Paix Liturgique, mi riservo il mio giudizio, dopo aver avuto un'opinione entusiasta alla sua nomina, perchè non credo che abbia ancora dimostrato essere capace di influenzare correttamente le nomine episcopali e aspetto di vedere cosa lui mi riserva per la mia diocesi. I.P.

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  6. in liguria le cifre sono tremende, il seminario arcivescovile di genova sono in 5 ...quest'anno a genova nessuna ordinazione presbiterale diocesana , un solo diacono.........pregiamo per sante vocazioni ma la situazione è disastrosa......

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  7. CON LA LITURGIA TRADIZIONALE HO INCONTRATO IL SIGNORE .ANCHE CON LA PIU GRAN DISPOSIZIONE DELLA MIA ANIMA NON HO MAI AVUTO QUESTA GRAZIA CON LA LITURGIA RIFORMATA DAL SAPORE ODIOSAMENTE PROTESTANTE.PURTROPPO NON AIUTA DI CERTO LA DIOCESI DI VERONA CHE SEMBRA PROTESTANTIZZARSI SEMPRE DI PIU.GLI ABBANDONI AL CULTO FESTIVO SPECIE NELLA MIA PARROCCHIA AUMENTANO.MOLTI NOSTRI ANZIANI VORREBBERO LA LITURGIA ANTICA NELLA QUALE SONO CRESCIUTI MA IL CLERO COCCIUTAMENTE OMETTE DI PARLARE DELLE LIBERALIZZAZIONI PAPALI.QUANTO VORREI VEDERE NELLA CHIESA DEL MIO PAESE (BOVOLONE) IL SANTO SACRIFICIO DELLA MESSA .COMPIUTO SU UN VERO ALTARE PIUTTOSTO CHE UNA CENA LUTERAN CRANMERIANA CHE NON DICE NIENTE COMPIUTO SU UNA TAVOLA DISSACRANTE

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