venerdì 27 maggio 2011

Il dibattito sul Concilio: continuità, riforma o discontinuità?

Ripubblichiamo questo post che il crash di blogger.com aveva cancellato, e che abbiamo fortunosamente recuperato



Magister persiste a presentare come difensori del Papa, contro i malvagi anticonciliaristi de Mattei e Gherardini, i prodi paladini Introvigne e Ronheimer, dei quali ha pubblicato ieri due repliche peraltro molto interessanti. Ne riportiamo i principali passaggi. Come vedrete, in realtà le posizioni di questi asseriti "difensori del Papa" sono talmente divergenti tra loro che, evidentemente, o solo uno dei due assume correttamente le difese della tesi del Papa, oppure nessuno dei due, come personalmente sono portato a ritenere. Abbiamo infatti sulla cattedra di Pietro qualcuno che, quando poteva parlare più liberamente, aveva scritto del Concilio: "I risultati sembrano crudelmente opposti alle attese di tutti [ ... ]. Ci si aspettava un balzo in avanti e ci siamo invece trovati di fronte a un processo progressivo di decadenza che si è sviluppato in larga misura proprio sotto il segno di un richiamo al Concilio e ha quindi contribuito a screditarlo per molti" ("Ecco perché la fede è in crisi", intervista a cura di Vittorio Messori, in Jesus, 11.11.1984, p. 70). Se quella è l’opinione di Joseph Razinger, è chiaro che con l’allocuzione del 22.12.2005 ci ha sostanzialmente chiesto di assumere uno sguardo sul Concilio totalmente nuovo rispetto all’ermeneutica fino ad ora pressoché totalitaria; sguardo che non può che essere critico e demitizzante di tutto quanto avvenuto negli ultimi 50 anni. Certo, sarebbe irrealistico e prima ancora teologicamente insostenibile rifiutare sic et simpliciter il Concilio, e pertanto non ci resta che lo strumento esegetico, da utilizzare in modo totalmente diverso rispetto a quanto avvenuto negli ultimi decenni, come ricorda il Papa; ma appunto studi (come quelli di de Mattei e Gherardini) che del Concilio sfrondino gli allori ed evidenzino i problemi e le ambiguità, sono la necessaria premessa, non fosse che come pars destruens, per toglier di mezzo l’ancora imperante mitologia conciliare e così consentire l’operazione di ricostruzione dottrinale, prima ancora che liturgica, tanto cara al Papa.

Ma torniamo ai due articoli. Introvigne sviluppa principalmente un concetto: che solo il Magistero può stabilire che cosa sia conforme a Tradizione e che cosa no, pena una deriva protestante in cui ciascuno (e quindi, di fatto, i teologi sulla breccia) si fa metro di che cosa sia la Tradizione. L’osservazione non è priva di plausibilità, ma solo entro certo limiti: perché se diviene un criterio assoluto come vuole Introvigne, diventa un argomento ex auctoritate che in alcuni casi limite porta a violentare il sensus fidelium e il raziocinio dei cristiani. Di fronte ad evidenti casi di vero e proprio revirement magisteriale - come nel caso emblematico della libertà religiosa, o come la definizione della Messa nella prima versione dell’Institutio generalis del messale paolino (che, siccome debitamente promulgata, fu anch’essa Magistero) - Introvigne ci chiede di ricorrere ad una sorta di double thinking per convincerci che il dopo è sostanzialmente identico al prima (Orwell, nel suo cupo capolavoro 1984, così definisce l’abito mentale del double thinking o bispensiero, attitudine indispensabile per non accorgersi delle contraddizioni nella propaganda del partito unico, e anzi per ritenere perfettamente conciliabili gli opposti: "Dimenticare tutto quello che era necessario dimenticare, e quindi richiamarlo alla memoria nel momento in cui sarebbe stato necessario, e quindi dimenticarlo da capo: e soprattutto applicare lo stesso processo al processo stesso. Questa era l’ultima raffinatezza: assumere coscientemente l’incoscienza, e quindi da capo, divenire inconscio dell’azione ipnotica or ora compiuta. Anche per capire il significato della parola "bispensiero" bisognava mettere, appunto, in opera il medesimo"). Qualcuno dirà che un meccanismo mentale analogo teorizzava S. Ignazio di Loyola quando chiedeva di considerare bianco quel che la Chiesa dice essere bianco, anche se lo si vede nero. Confesso che quell’aforisma ignaziano non mi è mai piaciuto (perché il nostro Dio è ragione: non siamo mica musulmani); ma in ogni caso invitava ad anteporre il giudizio della Chiesa al proprio: quid, invece, se bianco e nero lo dicon due papi diversi nella storia?

In sostanza Introvigne deve ricorrere al letto di Procuste per stiracchiare o restringere i testi magisteriali, nel tentativo di farli conciliare perfettamente tra loro e di sostenere che nulla mai cambia, se non qualche accidentale apparenza. Ma naturalmente, un tentativo del genere può stentatamente reggersi in piedi solo a prezzo di ragionare per slogan e petizioni di principio (ad esempio, ripetendo come un dato a priori che dev’esserci necessariamente una continuità) e quindi censurando ogni forma di approfondimento e di riflessione critica: il che infatti Introvigne s’è dato per missione di fare, dacché pensatori come Gherardini e de Mattei hanno iniziato a sollevare i loro dubbi.

La tesi di Ronheimer è invece più piana. Non tenta quell’improbabile coincidentia oppositorum, ma riconosce tranquillamente che vera discontinuità vi fu; salva, naturalmente, una continuità di fondo del soggetto Chiesa; continuità però talmente ricacciata a livello di principi ultimi da risultare quasi evanescente. Tra le due tesi (quella di Introvigne e quella di Ronheimer), la seconda è più consequenziale con le premesse, ossia con quell’insistenza sul concetto di riforma rispetto a quello di continuità, su cui batte molto anche Introvigne, ma senza avvedersi, a differenza di Ronheimer, delle conseguenze cui quell’idea necessariamente porta: ossia ad una piena accettazione di livelli talmente alti di ‘discontinuità’ da non essere molto lontani da quelli della tanto deprecata (e a ragione) ‘ermeneutica della rottura’.

Per concludere, a me pare che tanto l’impasse in cui si getta Introvigne (che per salvare il valore del Magistero diacronico della Chiesa, ai suoi occhi sempre e comunque vincolante per i fedeli, invita a fingere di non vedere contraddizioni sol perché ritiene aprioristicamente che non ce ne possano essere), quanto l’affermazione da parte di Ronheimer che su aspetti non dogmatici la dottrina della Chiesa può tranquillamente cambiare, dimostrano una cosa: ossia che i documenti della Chiesa hanno gradi di opinabilità sufficientemente alta, fintanto che non concernono il depositum fidei. Il che, è un modo per dire che gli insegnamenti più controversi del Concilio, proprio perché non toccano la fede o la morale, sono pienamente criticabili e non assentibili al pari, quanto meno, degli insegnamenti passati sugli stessi temi che il Concilio ha voluto superare e modificare.

Enrico

 

 VATICANO II. NON SEMPLICE CONTINUITÀ, MA "RIFORMA NELLA CONTINUITÀ"


di Massimo Introvigne

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Tutta l’opera di de Mattei mira a provare una tesi fondamentale, che è di natura non solo storica ma almeno "anche" sociologica: che l’evento conciliare, proprio in quanto evento globale, è un tutto che comprende – senza che sia possibile separarli – le discussioni in aula, l’azione delle lobby, la presentazione ai media durante e dopo il Concilio, le conseguenze e i documenti. Se è così, separare i documenti dall’evento e dalle conseguenze del Concilio – cioè da quel postconcilio dove ha prevalso l’ermeneutica della discontinuità e della rottura – è insieme illegittimo e impossibile. I documenti fanno parte dell’evento e fuori dell’evento perdono il loro significato.

Questo, come accennato, per l’autore è il limite del programma di un’ermeneutica della continuità attribuito a Benedetto XVI: peraltro erroneamente, perché Benedetto XVI nel famoso discorso del 2005 non ha parlato di "ermeneutica della continuità" ma di "ermeneutica della riforma nella continuità", e la differenza è tutt'altro che irrilevante. È vero che l'espressione "ermeneutica della continuità" si trova nella nota 6 dell'esortazione apostolica "Sacramentum caritatis" del 2007 e nel discorso del 12 maggio 2010 ai partecipanti al convegno teologico della congregazione del clero, che ricordo bene perché a quel convegno ero relatore, ma in entrambi i casi il contesto e il riferimento al discorso del 2005 permettono di comprendere nello stesso senso il significato della parola "continuità", che fa sempre riferimento anche a una "riforma". Per chi sostiene la (presunta) ermeneutica della continuità, scrive de Mattei, "la rimozione storica dell’evento conciliare è necessaria per separare il Concilio dal post-Concilio e isolare quest’ultimo come una patologia sviluppatasi su di un corpo sano" (p. 23). Ma questa operazione non è legittima se "il Concilio Vaticano II fu, infatti, un evento che non si concluse con la sua solenne sessione finale, ma si saldò con la sua applicazione e ricezione storica. Qualcosa accadde dopo il Concilio come conseguenza coerente di esso. In questo senso non si può dar torto ad Alberigo" (ibid.) e alla progressista "scuola di Bologna". Tutto il libro combatte quella che l’autore chiama "un'artificiale dicotomia tra i testi e l’evento" (ibid.) e cerca di "mostrare l’impossibilità di separare la dottrina dai fatti che la generano" (ibid.).

In realtà, i documenti possono sempre essere non solo distinti (questo lo ammette anche de Mattei) ma, in effetti, separati dalle discussioni che li hanno preceduti. Nessun giurista penserebbe di opporre a una legge gli interventi nell’aula del Parlamento che l’ha votata di chi si è espresso a favore o contro il suo testo. I lavori preparatori possono essere un punto di riferimento interpretativo, ma non prevalgono mai sul testo della legge. La sociologia non afferma affatto che sia impossibile la distinzione logica fra un testo e il suo contesto. Se il testo fosse assorbito e fagocitato dal contesto, il che applicando il metodo del libro potrebbe essere affermato di qualunque documento, perderebbe il suo specifico significato e ci troveremmo in una sorta di strutturalismo dove ogni affermazione è smontata e decostruita in un gioco di riferimenti perpetuo dove nulla ha più autorità. La sociologia applicata alla storia serve a spiegare i documenti. Non serve più se li fa a pezzi.

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Vengo alle valutazioni teologiche di de Mattei. Né lui né io siamo teologi, ma siamo laici che c'interessiamo da anni del Magistero della Chiesa, su cui abbiamo qualche informazione che rende forse le nostre opinioni non irrilevanti. Sulla scia di mons. Gherardini, de Mattei – il quale alla fine pensa che alcuni documenti del Concilio contengano affermazioni non solo ambigue o bisognose d'interpretazione ma eterodosse, anche se non vuole dirlo troppo esplicitamente – si trincera dietro al carattere non dogmatico e non infallibile dei documenti sgraditi affermando che, se non sono infallibili, sono "fallibili" e dunque possono essere rifiutati.

De Mattei afferma che questa sarebbe la posizione dello stesso Concilio e del papa che lo concluse, il servo di Dio Paolo VI, e così sarebbe chiusa ogni discussione. Ma in verità Papa Montini non solo non ha insegnato, ma ha esplicitamente condannato la posizione secondo cui, non essendo dogmatico né avendo proposto definizioni infallibili, il Concilio potrebbe essere rifiutato. "Vi è chi si domanda – spiegava il servo di Dio Paolo VI – quale sia l’autorità, la qualificazione teologica, che il Concilio ha voluto attribuire ai suoi insegnamenti, sapendo che esso ha evitato di dare definizioni dogmatiche solenni, impegnanti l’infallibilità del magistero ecclesiastico. E la risposta è nota per chi ricorda la dichiarazione conciliare del 6 marzo 1964, ripetuta il 16 novembre 1964: dato il carattere pastorale del Concilio, esso ha evitato di pronunciare in modo straordinario dogmi dotati della nota di infallibilità; ma esso ha tuttavia munito i suoi insegnamenti dell’autorità del supremo magistero ordinario il quale magistero ordinario e così palesemente autentico deve essere accolto docilmente e sinceramente da tutti i fedeli, secondo la mente del Concilio circa la natura e gli scopi dei singoli documenti" (Udienza generale di mercoledì 12 gennaio 1966).

Nessuno – e certamente non il sottoscritto – sostiene che tutti i documenti del Vaticano II sono infallibili. Ma il problema è se, tranne i pochi pronunciamenti infallibili, tutto il rimanente Magistero della Chiesa possa essere dichiarato "fallibile" e rifiutato, o se invece quando è "palesemente autentico" non debba, come chiede il servo di Dio Paolo VI, essere "accolto docilmente" dai fedeli.

De Mattei ora afferma che interpretare il Concilio non spetta né a lui né ai suoi critici, ma al Magistero. Sono d'accordo. Ma, per esempio, in tema di "Dignitatis humanae" il Magistero di Benedetto XVI ci ha assicurato della sua sostanziale continuità con gli insegnamenti precedenti e ci ha invitato ad accoglierne con fiducia il messaggio già nel discorso del 2005 sulle due ermeneutiche del Concilio. Lo ha ripetuto nel Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace del 2011. Poi nel discorso al corpo diplomatico del 10 gennaio 2011. Poi nel messaggio alla plenaria della pontificia accademia delle scienze sociali, pubblicato il 4 maggio 2011. Quante volte deve parlare il papa perché chi dice di volerlo seguire con filiale obbedienza gli dia retta?

Ma, obietta de Mattei con un argomento che di nuovo non è storico ma è teologico e ha implicazioni sociologiche molto importanti, sopra al Magistero sta la Tradizione ed è doveroso seguire il Magistero del Concilio e quello dei papi postconciliari solo e nella misura in cui sono conformi alla Tradizione, il che è precisamente il nucleo degli ultimi volumi di mons. Gherardini.

Da un punto di vista che, insisto, è insieme teologico e sociologico si contrappongono qui due modelli di funzionamento dell'istituzione religiosa chiamata Chiesa cattolica. Per il primo è il Magistero a dire di volta in volta che cos'è la Tradizione e come va intesa in un dato momento storico. Per il secondo è la Tradizione che di volta in volta permette di dire se il Magistero (ordinario e non infallibile) dev'essere seguito, in quanto ribadisce l'insegnamento tradizionale, ovvero – come avverrebbe, appunto, per molti documenti del Vaticano II e del Magistero postconciliare – sovverte la Tradizione e quindi va rifiutato.

Se si esamina la questione da un punto di vista esclusivamente teorico, un elemento essenziale rischia di sfuggire. Chi parla in nome della Tradizione? Nessun fedele incontra la Tradizione che cammina per strada. Incontra persone che si auto-rappresentano come qualificate a dirgli che cos'è Tradizione e che cosa non lo è. Queste persone appartengono a due gruppi. Ci sono gli storici e i teologi, che parlano in nome di un sapere scientifico. E ci sono il papa e i vescovi, che parlano in nome di un'autorità istituzionale.

Se si passa – come sembra proporre de Mattei – da un modello nel quale è il Magistero a dire che cos'è Tradizione a un modello dove, asseritamente, è la Tradizione a dire che cos'è davvero Magistero e dev'essere seguito, apparentemente stiamo passando da un primato del Magistero a un primato della Tradizione. Ma questa è una rappresentazione ingenua della gestione dell'autorità, che ignora la sociologia con suo danno e cade in quella che i sociologi di lingua inglese, prendendo a prestito un'espressione dagli studiosi di logica, chiamano "fallacia naturalistica". In realtà stiamo passando dal primato del papa e dei vescovi al primato dei teologi e degli storici. Così, con tutte le migliori intenzioni e magari aborrendo il protestantesimo, stiamo uscendo dal modello specificamente cattolico e stiamo entrando senza accorgercene in un modello diverso, che assomiglia molto a quello protestante.

Il problema non è, ultimamente, il ruolo della Tradizione. Tutti i cattolici, o quasi, lo riconoscono. Il problema è che non esiste un manualetto normativo per tutti dal titolo "La Tradizione", dato una volta per sempre: e se ci fosse avrebbe bisogno d'interpretazione, esattamente come la Sacra Scrittura. Perché il fedele sappia che cosa deve considerare Tradizione oggi, bisogna che qualcuno glielo dica autorevolmente. Potrà trattarsi del papa e dei vescovi in comunione con lui, che è la soluzione cattolica. Oppure potrà trattarsi dei teologi, degli storici, di chi si pretende più sapiente, di chi grida di più o riesce a farsi fare pubblicità dai grandi giornali. Questa seconda risposta è diffusa, principalmente tra i progressisti, ma ci porta fuori dal modo di funzionamento tipico della Chiesa cattolica.

"Tertium non datur". La terza versione sarebbe quella secondo cui che cosa sia la Tradizione è così chiaro che anche il popolo di Dio, anche il semplice fedele è in grado di capire quando il Magistero dice qualcosa di non tradizionale. Ma questo presunto appello al "sensus fidelium" è un altro esempio di fallacia naturalistica. Il popolo si farà sempre le sue idee in materia di Tradizione sulla base di qualcuno che parla con autorità. Come ebbe a scrivere il cardinale Ratzinger nella sua autobiografia, quando si sente dire che il potere nella Chiesa deve passare dal Magistero al popolo, la verità è che qualcuno sta cercando di farlo passare dal Magistero ai teologi. Che questi teologi siano progressisti o tradizionalisti, lo schema di un radicale sovvertimento del modo cattolico di gestire l'autorità non cambia.

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ANCORA SULL'"ERMENEUTICA DELLA RIFORMA". UNA PUNTUALIZZAZIONE
di Martin Rhonheimer

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In quale senso Benedetto XVI nel discorso del 22 dicembre 2005 parlava di una discontinuità solamente "apparente"? Riascoltiamolo:

"Il Concilio Vaticano II, con la nuova definizione del rapporto tra la fede della Chiesa e certi elementi essenziali del pensiero moderno, ha rivisto o anche corretto alcune decisioni storiche, ma in questa apparente discontinuità ha invece mantenuto ed approfondito la sua intima natura e la sua vera identità. La Chiesa è, tanto prima quanto dopo il Concilio, la stessa Chiesa una, santa, cattolica ed apostolica in cammino attraverso i tempi".

La discontinuità solamente "apparente" di cui parla il papa si riferisce precisamente alla "intima natura" della Chiesa e alla "sua vera identità", che sono rimaste intatte nonostante le correzioni fatte dal Vaticano II di "alcune decisioni storiche" legate al pensiero moderno.

Allo stesso tempo però – aggiunge Benedetto XVI – accanto a questa discontinuità solamente "apparente" esiste una discontinuità vera. Il papa lo afferma quando spiega che il Vaticano II si era proposto di "definire in modo nuovo il rapporto tra Chiesa e Stato moderno, che concedeva spazio a cittadini di varie religioni ed ideologie, comportandosi verso queste religioni in modo imparziale". E aggiunge che precisamente in questo – non circa la natura e l’identità della Chiesa, ma riguardo alla concezione dello Stato e dei rapporti fra Chiesa e Stato – "poteva emergere una qualche forma di discontinuità e che, in un certo senso, si era manifestata di fatto una discontinuità".

Per papa Benedetto, ci sono dunque nel Concilio una discontinuità vera rispetto a passate concezioni dello Stato, e nello stesso tempo una continuità anch'essa vera – nonostante le apparenze in contrario – del soggetto Chiesa. Questo perché il Vaticano II, "riconoscendo e facendo suo con il decreto sulla libertà religiosa un principio essenziale dello Stato moderno, ha ripreso nuovamente il patrimonio più profondo della Chiesa".

Di conseguenza, la vera ermeneutica del Concilio non è una "ermeneutica della discontinuità", che presupporrebbe rottura e nuovo inizio per la Chiesa. E non è nemmeno una mera "ermeneutica della continuità", come anche Introvigne riconosce: perché non esiste piena armonia tra quello che insegnavano su questo punto i papi dell’Ottocento e ciò che insegna il Vaticano II.

La vera ermeneutica è proprio una "ermeneutica della riforma". La riforma – citando sempre il papa che qui palesemente contraddice Introvigne – si contraddistingue per il fatto di essere un "insieme di continuità e discontinuità", questo però "a livelli diversi". I due livelli sono in questo caso, come ho tentato di spiegare nel mio articolo, da un lato il livello dei princìpi (dove c’è continuità), cioè la natura e l’identità della Chiesa, e l’unicità e la pienezza della sua verità; e dall’altro lato le applicazioni storiche di questi princìpi (dove c'è discontinuità rispetto al precedente rifiuto della libertà religiosa in quanto libertà di coscienza e di culto come diritti civili, un rifiuto che presupponeva l’idea che lo Stato fosse il braccio secolare della Chiesa e avesse il compito di far valere nella società umana la sua verità salvifica).

È dunque falso suggerire – come fa Introvigne e com’è tipico anche di altri difensori del Vaticano II contro i tradizionalisti – che Benedetto XVI non parli anche di vera discontinuità. A mio avviso, l’audacia, la sincerità pastorale e l’onestà intellettuale di papa Benedetto lo hanno portato a individuare, e al contempo a neutralizzare dogmaticamente in maniera teologicamente corretta, il punto che ai progressisti serve come pretesto per affermare una "rottura" e per i tradizionalisti costituisce invece la pietra di scandalo. Si tratta cioè di riconoscere che esiste un livello, non essenziale per l’autocomprensione della Chiesa e per la sua identità dogmatica, in cui può esserci, e di fatto c’è, una discontinuità e incompatibilità fra il magistero dei papi dell’Ottocento e quello del Vaticano II. Allo stesso tempo, però, il papa ha chiarito che non esiste ciò che sia i progressisti sia i tradizionalisti, con valutazioni opposte, affermano: una rottura in quello che per la Chiesa è costitutivo, cioè il suo dogma e la sua identità come "una, santa, cattolica ed apostolica".

La ragione più profonda a sostegno di questa "novità nella continuità" – un’altra formula usata da Benedetto XVI – è che lo sviluppo dottrinale del Magistero della Chiesa sulla libertà religiosa, che pure è una vera svolta, non è un caso di sviluppo del dogma. Lo sviluppo del dogma cattolico deve sempre essere omogeneo e pertanto svolgersi in piena continuità, come mera esplicitazione e approfondimento di ciò che è già esistente nelle formulazioni previe; a livello del dogma, cioè, non ci può essere riforma, ma soltanto sviluppo omogeneo e quindi continuità. Tuttavia, in ciò che afferma il Concilio riguardo alla libertà religiosa non si ha uno sviluppo del dogma, perché non si tratta affatto di una questione che tocca il dogma. Qui lo sviluppo riguarda la comprensione di quello che, nel passato, si pensava appartenere al dogma, perché considerato essenziale per resistere al moderno relativismo e indifferentismo religioso; mentre in realtà non faceva parte del dogma – cioè non era necessario per garantire il rifiuto del relativismo e dell’indifferentismo religioso – e perciò poteva essere abbandonato.

Per essere precisi, si tratta di un caso di abbandono di una determinata concezione dello Stato – del potere temporale –, di una concezione che il Vaticano II ha implicitamente dichiarato appartenere al mondo del passato e, pertanto, da gettare come zavorra storica. Questa vecchia concezione dello Stato e del suo rapporto con la Chiesa non faceva parte del patrimonio del "depositum fidei". Il suo abbandono, quindi, non configura nessuna discontinuità dogmatica. Tale discontinuità dogmatica – riferente alla natura e all’identità stessa della Chiesa – è, come dice il papa, solamente "apparente". Ciò che succede di vero, infatti, è tutt'altro: gettando la zavorra storica, risplende di nuovo in tutta la sua purezza il nucleo veramente tradizionale della dottrina della Chiesa sulla libertà religiosa, in ciò che è essenziale dal punto di vista dogmatico e in ciò che appartiene al diritto naturale; la dottrina, cioè, che in materia di religione, e sempre salve le esigenze del giusto ordine pubblico, nessun potere umano può limitare la libertà di aderire, anche pubblicamente e in forma comunitaria, alla religione che ognuno considera in coscienza quella vera, e di propagarla. È quanto chiedevano i primi cristiani, ed è ciò che Benedetto XVI afferma con chiarezza, dicendo che con la dottrina sulla libertà religiosa il Vaticano II "ha ripreso nuovamente il patrimonio più profondo della Chiesa" e si trova "in piena sintonia con l'insegnamento di Gesù stesso (cfr Mt 22, 21), come anche con la Chiesa dei martiri, con i martiri di tutti i tempi."

Desta sorpresa il fatto che autori come Massimo Introvigne, e altri, anche teologi, in nessun modo "tradizionalisti" ma che cercano di essere fedeli al magistero del Vaticano II, facciano tanta fatica ad accettare l’esistenza di quella discontinuità reale, e non soltanto apparente, esplicitamente affermata da Benedetto XVI nel suo discorso del 22 dicembre 2005. Negano ciò che essi forse temono essere uno scandalo – una certa discontinuità nel magistero ordinario della Chiesa –, perché pensano che così si possa meglio difendere l’infallibilità della Chiesa e guadagnare i tradizionalisti a un’accettazione del Vaticano II.

Penso invece che il cammino aperto da Benedetto XVI di non opporre alla "ermeneutica della discontinuità" semplicemente una "ermeneutica della continuità", ma una più differenziata "ermeneutica della riforma", sarà più fecondo, soprattutto perché è più sincero. Soltanto la sincerità e la fedeltà ai fatti storici possono essere anche in questo caso cammino di fecondità. Esse potrebbero anche aiutare a far vedere dove sta il vero punto debole dei "tradizionalisti".

In verità, sul punto della libertà religiosa, i tradizionalisti non difendono tanto la natura della Chiesa e la sua identità; non difendono in fondo nemmeno il "depositum fidei" e il dogma della Chiesa; e quindi non difendono neanche realmente la Tradizione. Quello che i tradizionalisti in realtà qui difendono è una determinata concezione dell’ordine temporale, dello Stato e del suo rapporto con la Chiesa; un modello cioè di Stato confessionale del passato, tipico peraltro anche di tanti Stati protestanti dell’epoca moderna (e in questo senso, al contempo "tradizionale" e moderno), ma, come il Vaticano II ha mostrato, non appartenente né esplicitamente né implicitamente al patrimonio del "depositum fidei", e perciò neanche alla Tradizione in quanto dogmaticamente normativa.

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27 commenti:

  1. la strana cosa che sta accadendo in tutta la Chiesa,
    e di cui nessuno riesce ad abbracciare i confini, che si vanno allargando, come dopo il big bang, è cominciata proprio qui: dentro quello strano concilio, che cento sapienti si affannano a descrivere e decifrare, e nessuno cava il ragno dal buco, nessuno può o vuole definirne i contenuti, nè dirne i precisi insegnamenti, i frutti che alimentino la Chiesa, perchè nemmeno quelli che ne furono protagonisti attivi nella stesura dei documenti, riescono a spiegarli ai piccoli.....
    sembra  che sia  come un UFO atterrato da non si sa quale pianeta, un "coso", che rimane lì a terra, MUTO, con la sua presenza oscura e INCONOSCIBILE,  e ogni giorno gli sicienziai si producono in analisi interminabili, prelevando piccoli pezzi dal suo interno, portandoli nei loro laboratori, discutendo tra loro all'infinito su CHE COSA SIANO E A CHE COSA SERVANO quegli strani oggetti che hanno prelevato dentro l'UFO; essi pensano che dovrebbero SICURAMENTE aiutare a costruire un nuovo mondo, cattolico e multi-credente, per le misteriose   virtù creative e redentive  insite in quegli oggetti provenienti da lontani pianeti, dentro quell'UFO da cui la Chiesa dovrebbe essere rinnovata splendidamente, e RINGIOVANITA....
    ....e mentre essi così animatamente discutono e provano sempre nuovi INCASTRI degli oggetti, allo scopo di costruire la macchina salvatrice della Chiesa,   questa,  col suo popolo-gregge-bue, da 45 anni lentamente avvelenata dalle radiazioni letali emanate dall'UFO e dai suoi oggetti spesso riproposti come cura di ringiovanimento,  si avvia lentamente all'agonia....
    ....ma questo, agli scienziati non interessa affatto, così come ad Introvigne: essi devono assolutamente sperimentare, trovare le esatte APPLICAZIONI, le vere interpretazioni di quell'UFO che da 50 anni nessuno ha mai saputo proporre e realizzare correttamente...
    ....e   anzi, il mondo intero aspetta le fantastiche proposte di nuova primavera-pentecoste-evangelizzazione, il TUTTONUOVO-TUTTOMEGLIO, ancora  rimane da 45 anni col fiato sospeso, guardando a Roma, a quel Faro di salvezza, che emana da mezzo secolo bagliori intermittenti, ora segnalanti la convulsa e CONTROVERSA attività, con cui gli scienziati stanno preprarando una grande COSA NUOVA, a vantaggio di tutto il mondo......in attesa della salvezza che da quell'UFO (sicuramente, immancabilmente...) verrà, un bel dì.........
     ... e abbia fiducia, il mondo, cattolico e non-  sia lieto dell'oggi, lo goda senza rimpianti,
    e aspetti con pazienza quel dì....  C'anco tardi a venir non gli sia grave....

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  2. ecco un articolo che val la pena di leggere:
    http://catholicafides.blogspot.com/2011/05/tradizione-della-chiesa-e-vaticano-ii.html

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  3. Riforma, continuità, discontinuità, rottura, errate applicazioni, paraconcilio, pastorale non dogmatico, fallibile, no infallibile, tutto infallibile, no, solo là dove viene confermata la Dottrina precedente, siamo sommersi da una valanga di parole, dibattiti, picche e ripicche, ego in confronto, analisi e contro analisi, e poi?
    Se da una parte è un bene che la parola di chi non considera il Vaticano II un nuovo dogma di Fede infallibile  sia finalmente liberata dalla prigione in cui era rinchiusa, se è un progresso che  al coro assordante e laudatorio  del viva il "Concilio" si siano aggiunte altre voci che tentano di farsi sentire e di non farsi di nuovo zittire  in modo anche subdolo e strisciante, se è un progresso enorme che si possa finalmente dire che il bilancio del mitico "Concilio" non è dei più meravigliosamente positivi, sembra però che siamo "fermi", con autosoddisfazione di taluni, nel passaggio obbligato delle diatribe, delle dispute, delle controverse intellettuali.
    Vanno bene le parole, vanno bene le spiegazioni, ma quando alle parole faranno seguito i fatti concreti?
    Quando i responsabili dello scempio, del caos dottrinale, liturgico, saranno nominati  e sanzionati?
    Quanto durerà questo momento, prima che arrivi dalla somma cattedra  la conferma e descrizione chiara, precisa e inequivocabile, degli abusi di interpretazione e la conseguente sanzione per chi di quegli abusi ha fatto il suo fondo di commercio?

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  4. Caro Enrico, condivido al cento per cento la tua riflessione. Spero ti possa interessare guardare anche la mia 

    http://chiesaepostconcilio.blogspot.com/2011/05/magister-e-il-papa-riformista-perche.html

    comunque ora Magister scende in campo di nuovo: il suo nuovo "asso nella manica" è Basile Valuet OSB.
    http://chiesa.espresso.repubblica.it/articolo/1348041

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  5. <span>Il problema, infatti è che le discussioni restano sul piano accademico, ma va avanti la 'pastorale' di rottura mascherata con elementi che 'alludono' alla continuità ma di fatto non la realizzano.  
    Piccolo esempio concreto: finché non ci sarà anche una 'pastorale' non solo fantasmatica, ma concreta, per la promozione del VO, che se non sarà conosciuto più diffusamente non potrà essere amato da più persone, il Rito Romano Antiquior continuerà a rimanere ghettizzato.  
    Del resto l'analisi di Enrico è molto eloquente. Così come sono eloquenti le affermazioni di Rhonheimer.</span>
    Non a caso il "discorso da fare" di Gheradini è ora il "discorso mancato". Non nel senso della discussione, che tuttora ferve rispetto a quando non se ne poteva neppure parlare; ma nel senso della presa d'atto e conseguenti interventi per pareggiare la verità da parte del Papa.

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  6. Rombo di tuono28 maggio 2011 10:59

    La foto dell'articolo conferma: la Siccardi è in sovrappeso. Per questo la Redazione dice che pubblica "per i tipi delle Paolone". Venga ad allenarsi con il Cagliari ad Assemini: tornerà come una palaria e le Paolone torneranno Paoline

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  7. Ottimo Padre Valuet. E' importante che sempre più voci tradizionali diano corpo al buon senso cattolico che ci deve tenere alla larga dal cripto-lefevrismo antipapale (e nemmeno tanto "critpo") che va tanto di moda da queste parti e che rischia di diventare l'arma più formidabile dei nemici della tradizione. 

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  8. non tutto del Concilio è irreformabile, irremovibile, intangibile, non suscettibile a miglioramenti. altrimenti sarebbe dogmatico... Il Concilio pastorale ha mutato del passato il linguaggio e il modo di porgere e spiegare la dottrina... D'accordo...  Ebbene ora anche tale "modo" conciliare può essere suscettibile di verifica e miglioramento... Oppure volete dire che quella conciliare è la pastoralità nec plus utra e irreformabile e intangibile, ecc. ecc.?  Ma che vogliamo star sempre negli anni '60 ? Sveglia! la Chiesa cammina... per dirla col Concilio, vediamo i segni dei tempi... Volete ancora che un Papa faccia oggi come faceva Paolo VI, cioé che dava il suo anello al prelato anglicano per benedire la folla? Mah! Con tutta la confusione di un certo ecumenismo, volete ancora simili gesti?   volete ancora  - tanto per dirne un'altra - che certi Pastori mettano il silenziatore ai Novissimi (agnosticismo e minimismo escatologico) ?  Segni dei tempi, elasticità... Almeno queste cose del Vaticano II facciamole fruttare e guardiamo in faccia la realtà. Non possiamo restare agli anni '60 utopici e ottimisti.

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  9. Simon de Cyrène28 maggio 2011 12:34

    Ho già sottolineato precedentemente quanto apprezzo il lavoro di Martin Rhonheimer nel campo della mroale e in particolare di quella sessuale e coniugale, ma anche quanto non concordo assolutamente colla sua ermeneutica sul Magistero.
    Sono invece un fan dell'approccio del P. Valuet, la cui tesi dottorale è semplicemente magnifica, e mostra con sicurezza quanto la continuità del Magistero non sia una teoria ma un fatto.
    Concordo con l'ospite delle 11:21 è tempo che il tradizionalismo riallacci con il buon senso cattolico e che si faccia molto più vocale alfin di allontanare questa parodia della Tradizione che è il lefebvrismo ffspxiano.
    Grazie P. Valuet!  Ubi Petrus Ibi Ecclesia. I.P. 

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  10. Non esiste il 'lefebvrismo'. Esistono cattolici e basta, ai quali Mons. Lefebvre ha trasmesso quanto lui stesso aveva ricevuto dalla Chiesa non di più non di meno.

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  11. Padre Valuet sembra sparigliare tutti, ma è anche lui un "allineato".

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  12. <span>Piccola dimostrazione dell'allineamento di Valuet. Estratto dalla sua critica a de Mattei:  

    A p. 469-470 tronca la lista dei limiti giuridici indicati da DH 7, § 3 per l'esercizio del diritto alla libertà religiosa (LR). Sempre contro la LR, DM, citando il discorso di Pio XII del 6 dicembre 1953, dimentica il passaggio seguente: "Può darsi che in determinate circostanze Egli [Dio] non dia agli uomini nessun mandato, non imponga nessun dovere, non dia perfino nessun diritto d’impedire e di reprimere ciò che è erroneo e falso? Uno sguardo alla realtà dà una risposta affermativa". Dunque in queste circostanze la repressione è un'ingiustizia, muovendosi contro un diritto, quello del seguace dell'errore a non essere impedito. Da cui la non assurdità di un diritto negativo come quello di DH.</span>

    <span>Del riesumato passaggio di Pio XII che condiziona la sua affermazione con "in determinate circostanze" Valuet fa un assoluto, perché la Dignitatis Humanae non condiziona il diritto negativo, come Pio XII, in riferimento a "determinate circostanze", ma lo afferma senza condizioni assegnando alla Libertà di religione, nel citato n. 7, solo i limiti giuridici generici di qualunque principio morale che implica responsabilità personale e togliendo ogni discrimine rispetto alla "Verità tutta intera" di cui è portatrice la Fede cattolica.  </span>

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  13. Finalmente qualcosa di comprensibile!
    Trovo che le argomentazioni dei prodi paladini Introvigne e Ronheimer hanno la stessa eccezionale chiarezza di quelle del Signor de' Baciaculi e del Signor de' Fiutapeti raccontate da Rabelais.

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  14. Rombo di tuono28 maggio 2011 14:57

    Cesare, Lei è un testimone di Genova che nega l'autorità del Papa ed è pure maleducato. Venga sull'isola che le diamo a Cesare quello che è di Cesare, cioè una bella irrugada.

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  15. Mi tolga una curiosità Monsignor della Casa, il nomignolo Rombo di tuono gliel'hanno affibbiato i compagni di camerata in caserma o in seminario?

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  16. Ciò che lascia perplessi nella polemica, peraltro cortese anche se non priva di qualche velenosità tipicamente accademica, condotta da Introvigne contro de Mattei e la sua poderosa e incontestabile ricostruzione storica del Concilio, è il ricorso ad affermazione apodittiche, di carattere più canonico-teologico che storico-ermeneutico, riguardo al "dogma" della continuità. Valga per tutte la sua affermazione (di Introvigne): "in tema di "Dignitatis humanae" il Magistero di Benedetto XVI ci ha assicurato della sua sostanziale continuità con gli insegnamenti precedenti e ci ha invitato ad accoglierne con fiducia il messaggio già nel discorso del 2005 sulle due ermeneutiche del Concilio. Lo ha ripetuto nel Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace del 2011. Poi nel discorso al corpo diplomatico del 10 gennaio 2011. Poi nel messaggio alla plenaria della pontificia accademia delle scienze sociali, pubblicato il 4 maggio 2011. Quante volte deve parlare il papa perché chi dice di volerlo seguire con filiale obbedienza gli dia retta?".
    Il nostro bravo (lo dico senza ironia) sociologo delle religioni non fornisce, a supporto del suo acritico endorsement "papista", uno straccio di analisi testuale o storica, non una dimostrazione esegetica, nulla che dimostri che tale asserita continuità veramente esista. Da rilevare che tale approccio fideistico, il buon Introvigne lo aveva manifestato anche in precedenti interventi critici nei confronti di de Mattei. Cioè: la continuità (peraltro "sostanziale", aggettivo alla moda grazie al quale ogni sorta di castroneria viene oggi legittimata) c'è perchè...l'ha detto il Papa (i cui citati documenti sono perlatro una imbarazzante "arrampicata sui vetri"). Cosa importa se una lettura comparata della "Dignitatis humanae" e del "Quanta Cura/Sillabo" dimostra semplicemente e senza alcuna possibilità di controversia, il contrario a ogni lettore di media cultura? Cosa importa che il cosiddetto principio della "libertà religiosa" sia indiscutibilmente estranea alla Tradizione di sempre?.
    Infine, il tema di "Tradizione vs. Magistero". Mi pare Introvigne lo affronti con un certo semplicismo, proclamando, in sostanza, una supremazia del Magistero sulla Tradizione. Non mi sembra che questa sia la Dottrina di sempre. O, quantomeno, mi sembra che il rapporto tra questi due pilastri della Fede sia più complesso, articolato e (absit iniuria verbis) "dialettico". In conclusione, ho l'impressione che le posizioni di Introvigne siano più dettate dalle sue opzioni ideologiche "a priori" che da un esame sine ira et studio del testo di de Mattei e delle tesi tradizionaliste. E, naturalmente, non mi permetto di osare pensare che ci siano anche da considerare gli interessi di bottega di due distinti gruppi "teocon"...

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  17. Quanta poca modestia, quanto poco rispetto nelle parole di Valuet, che distribuisce ai suoi "allievi" i buoni e i cattivi punti, privilegiando i cattivi, chi non la pensa come lui sbaglia, è in errore, Valuet scrive di aver  preso Mons. Gheradini "in flagrante delitto(!!) di false accuse lanciate contro "Unitatis redintegratio" e contro le risposte della congregazione per la dottrina della fede del 29 giugno 2007...Mons Gherardini che, sempre secondo Valuet, "non ha saputo(!) rispondere a nessuno dei miei argomenti (8)...."
    Sarà un buon telogo, ma per l`umiltà e la modestia ha ancora molto da imparare e lavorare.

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  18. Propendo per il seminario...sardo.

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  19. <span><span>Quel che ha 'sapientemente' notato per Introvigne vale anche per tutti quelli che chiamo gli "allineati". </span>  
    Come acutamente osservato durante il convegno di dicembre, tutto quanto gira intorno al Concilio difficilmente viene affrontato sine ira et studio, come si dovrebbe.</span>
    Quando si è inseriti in centri di potere, da qualunque parte siano collocati, è difficile far tacere gli "interessi di bottega".

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  20. <span>E' quel che avevo notato anch'io. Anche se c'è da consultare l'originale francese, per verificare se e in che modo Valuet ha confutato Mons. Gherardini. Certo che, a giudicare da queste frasi apodittiche (che tra studiosi non si usano se non segue la dimostrazione) e dai frequenti riferimenti alla sua tesi -e in che toni- senza neppure ripetersi come se fosse un'opera universalmente conosciuta, non ha fatto una buona impressione neanche a me.</span>

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  21. Mic, ti metto qualche link, sperando che possano interessarti, vedrai anche confermato  il tono saccente del prof che si rivolge a Mons. Gherardini come se fosse un piccolo e incolto allievo colto in fallo....il prof Valuet giudica l`allievo Gherardini e  conclude : "il suo libro è un immenso "fuori tema " (hors sujet)!!!

    http://tradinews.blogspot.com/2010/11/pere-basile-valuet-la-nef-debat-autour.html
    http://www.lanef.net/t_article/debat-autour-du-concile-vatican-ii-version-longue.asp

    Qui una reazione:

    http://tradinews.blogspot.com/2011/01/summorum-pontificumfr-dans-la-nef-mgr.html
    http://archives.leforumcatholique.org/consulte/message.php?arch=2&num=571594

    E qui Golias...
    http://archives.leforumcatholique.org/consulte/message.php?arch=2&num=572381

    Qui la traduzione in italiano
    http://romualdica.blogspot.com/2010/12/dibattito-sul-concilio-ecumenico.html

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  22. <span>Certo, poi c'è molto da approfondire sugli originali. Dopo aver verificato che ne valga la pena.</span>

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  23. L'unica lettura del Vaticano II, alla luce della tradizionE è quella che
    potrebbe informare ed essere alla base di un ipotetico pronunciamento
    dell'ex Sant'uffizio, più o meno così articolato:
    "SACRA SUPREMA CONGREGAZIONE PER LA DOTTRINA DELLA FEDE"
    Con la presente sentenza e decreto, che riveste la stessa, precisa, identica
    importanza e cocenza delle sentenze della Sacra Rota, pertanto è necessario
    che ciò che si sentenzia sia da tutti accolto e ritenuto, si porta a
    conoscenza, in modo PUBBLICO, UFFICIALE & SOLENNE, del popolo cristiano che
    TUTTI, SINGOLI & CIASCUNO gli atti ed i documenti del Concilio Vaticano II,
    sono da considersi dei puri, semplici e meri elenchi di CONSIGLI.
    Tutti coloro che daranno ad essi atti e documenti e, a maggior ragione, a
    quelli successivi, che si presentino come presunte attuazioni degli stessi,
    valore diverso da quello, appunti di puri, semplici e meri elenchi di
    consigli, sappiano di essere caduti vittime di un ERRORE CAPITALE, contrario
    alla mente della Chiesa, nonché alla volontà esplicita del Concilio stesso.

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  24. Simon de Cyrène29 maggio 2011 09:28

    Ovviamente non concordo con lei, cara mic, lo scomunicato Lefebvre, non ha trasmesso quanto lui stessso aveva ricevuto dalla Chiesa: ad esempio, la fede nell'inerranza della Chiesa Docente, cioè del Papa e dei Vescovi in unione con lui (cf catechismo San Pio X) , oppure l'obbedienza al Papa che ogni vescovo ha giurato il giorno della propia consecrazione; eccetera eccetera. Ubi Petrus Ibi Ecclesia. I.P.

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  25. Filippo ( ecclesioscettico)29 maggio 2011 21:21

    Esiste.

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  26. Più leggo questi articoli, più mi convinco che prima o poi un Papa dirà: per il CVII sia anatema! E sia Anatema per tutti i Papi e vescovi e cardinali e...e...e...e...modernisti, progressisti, ecumenisti, che hanno fatto strage di anime. Ma cos'è sto guazzabuglio! Un Concilio che ha portato solo confusione e nessun frutto, se non perdita di vocazioni, perdita di fede, perdita di anime, non ci stia più a far perdere tempo. Mentre i dotti perdono tempo a interpretare, l'interpretazione interpretativa del Concilio, le anime si perdono, se non fosse che ci sono persone che sepur ritenute appestati, continuano ad evangelizzare senza bisogno di pensare ad una nuova rievangelizzazione, perchè l'evangelizzazione che si è sempre costantemente fatta va già bene così, non c'è bisogno di inventarsi nulla di nuovo, quello che facevano gli apostoli non è superato.

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