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Pubblichiamo due importanti elenchi. QUI  un elenco coi vescovi contrari, quelli favorevoli e quelli con riserve. QUI  un elenco su  WIKIPED...

venerdì 22 dicembre 2023

Ancora Quimper… perché ci avete abbandonato?

Vi proponiamo – in nostra traduzione – la lettera numero 987 pubblicata da Paix Liturgique il 19 dicembre 2023, in cui si ritorna sul caso della Diocesi di Quimper, in Bretagna, il cui Vescovo, mons. Laurent Dognin, ha sottratto la Chiesa di Saint-Mathieu al coetus fidelium tradizionale (ed alla Fraternità sacerdotale San Pietro) con la scusa di celebrare in essa una Messa prefestiva, proponendo ai 250 fedeli (il doppio in estate ed un quinto dei fedeli di tutta la città) di trasferirsi in periferia (QUI e QUI).
In particolare, la lettera si sofferma sulle posizioni «sociali» di mons. Laurent Dognin, un Vescovo molto sensibile al fenomeno migratorio, ma assai poco attento al crollo (materiale e spirituale) della sua Diocesi.

L.V.


Mons. Laurent Dognin, un vescovo per cui Gesù ha dato la vita per i migranti

Nel maggio 2013, mentre era ancora Vescovo ausiliare di Bordeaux, mons. Laurent Dognin è stato nominato Vescovo per la Pastorale dei migranti. In particolare, è intervenuto al forum Migrants et non-migrants: agir pour le changement dans l’Eglise et dans la société [Migranti e non migranti: agire per il cambiamento nella Chiesa e nella società: N.d.T.]. Ha fatto una serie di proposte concrete per dare ai migranti un posto maggiore nelle comunità cristiane, rompendo una serie di porte aperte.

Ho sottolineato il fatto che i migranti sono una grande risorsa per la Chiesa. In primo luogo, perché i migranti accolgono i migranti, soprattutto all’interno delle cappellanie nazionali. Esse fanno un grande lavoro per facilitare la loro integrazione nella Chiesa e in Francia […] i migranti cristiani che arrivano in Francia con un’esperienza diversa della Chiesa arricchiscono la Chiesa in Francia. […] Propongo di accogliere i migranti cristiani e di ascoltarli: hanno qualcosa da apportare alla nostra Chiesa. Penso, ad esempio, ai sacerdoti e ai religiosi e alle religiose stranieri. Come Vescovi, siamo felici di accoglierli nelle nostre Diocesi: ne abbiamo bisogno! Accogliere i migranti è una richiesta di Cristo! […]
I Cristiani difendono la dignità della persona e l’unità delle famiglie. Non possiamo accettare che le persone vengano maltrattate. Dobbiamo informare i rappresentanti eletti, ma in modo pertinente, su ciò che è fonte di ingiustizia. I Cristiani contribuiscono a questo, all’interno delle associazioni e con gli altri. Quando si è a contatto con le persone, si possono vedere gli effetti della legge. Non si può lavorare o vivere senza documenti. Ecco perché il lavoro nero è in aumento. È nostro compito segnalare le incongruenze e dire al governo che qualcosa non va.

In un numero del bollettino Documents épiscopat del febbraio 2014, mons. Laurent Dognin è tornato sull’argomento,

nel maggio dello stesso anno è stato citato ampiamente sul blog Doctrine sociale del quotidiano La Croix:

Non è possibile fermare i flussi migratori come chiudere un rubinetto! Riconoscere questo non priva i Paesi del diritto di definire le condizioni di ingresso e di insediamento a lungo termine sul loro territorio. Un afflusso incontrollato provocherebbe il caos sociale, le cui prime vittime sarebbero le persone più vulnerabili, in particolare i migranti già arrivati e che stanno cercando di integrarsi nel nostro Paese. Ma filtrare non significa bloccare […].
Non possiamo guardare ai migranti nel modo giusto se non teniamo presente che Gesù ha dato la sua vita per loro. Se non teniamo presente l’appello che ci rivolge nel Vangelo di Matteo sul Giudizio Universale: «ero forestiero e mi avete ospitato […] ogni volta che avete fatto [o non fatto] queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto [o non fatto] a me» (Mt 25, 35-40).

Mons. Laurent Dognin ha mantenuto questo tropismo pro-migranti alla guida della sua Diocesi bretone, che era già in pericolo al suo arrivo, anche se nei primi anni è stato coerente nell’accogliere la Fraternità sacerdotale San Pietro a Saint-Pol-de-Léon (prima che fosse trasferita anch’essa in una «riserva indiana» ai confini delle Parrocchie di Morlaix e Saint-Pol a Saint-Sève, la sacrosanta «unità della Chiesa»… soffrendo forse per aver visto una cappella piena di fedeli nell’ex città episcopale di Léon mentre l’allora parro6co faticava a riempire la sua Cattedrale) e a Quimper (e alla fine per escludere la Fraternità sacerdotale San Pietro dalla Diocesi), nonché un ex Vicario di Notre-Dame des Armées a Versailles per servire Brest nel settembre 2017, padre Gérald de Servigny.

Dalla lettera apostolica in forma di «motu proprio» Traditionis custodes sull’uso della liturgia romana anteriore alla riforma del 1970, si è impegnato a mantenere le tre Sante Messe tradizionali nel suo decreto di candidatura, ma, come ha osservato un altro fedele di Quimper, «non i luoghi in modo visibile. Abbiamo proprio l’impressione che se potesse mandarci sull’isola di Sein, non esiterebbe, del resto sulla mappa della Diocesi è quasi la periferia di Quimper…».

L’isola di Sein, che ha ospitato sette Parroci tra il 1803 e il 1968, nonché i primi 128 membri delle Forze Francesi Libere, che hanno combattuto per terra, per mare e per aria per la libertà della Francia a partire dal 1940, sarebbe forse felice di questo colpo di fortuna – non ha più un Parroco, nel 2018 è stata inclusa in una Parrocchia di 20 campanili intorno a Loctudy, e le suore hanno lasciato l’isola, che è stata compagna della Liberazione e un tempo era «un quarto di Francia» (libera). Oggi fa parte della Parrocchia di Douarnenez, con 25 comuni – e un numero ancora maggiore di campanili – da Cap Sizun alla periferia di Quimper, ed è impossibile trovarvi orari di Messa regolari.

Mentre mons. Laurent Dognin continuava a voler accogliere i migranti piuttosto che occuparsi della sede malata di Saint Corentin, il crollo della Diocesi continuava. Nel 2019, un fedele residente di Quimper gli ha scritto una lettera aperta che ricorda alcune verità:

* * *

Mons. Dognin,
Lei è sacerdote da trentanove anni e vescovo da otto anni, quindi le sfondi una porta aperta ricordandole che la nostra Madre, la Santa Chiesa, è la luce che guida i nostri passi mentre torniamo a Colui che ci ha creati e salvati: il Cristo risorto.

Tra poco saranno quattro anni che vi ha affidato il compito di guidare i Cattolici della punta della Bretagna verso la santità. Il vostro compito davanti a Dio è quello di ricordarci le verità rivelate da Cristo duemila anni fa e di incoraggiarci a salire i ripidi pendii della santità.

Per fare questo, Cristo ci ha lasciato in eredità un mezzo per ottenere il suo sostegno: i sacramenti. Lei è l’intermediario che Dio ha scelto per portarci questi sacramenti.

Quando ha assunto l’incarico di Vescovo di Quimper e Léon, il quotidiano La Croix ha riportato alcune statistiche annuali della sua nuova Diocesi:
  • 3.800 battesimi (40 per cento delle nascite);
  • 380 cresime (il 90 per cento dei battezzati non ha confermato la propria fede);
  • 906 matrimoni (di cui 162 con una persona non battezzata);
  • 92 sacerdoti e 30 diaconi (l’età media del clero bretone era di oltre 70 anni – quanti sono oggi?);
  • il 15 per cento frequenta la chiesa (almeno una volta al mese);
  • i sondaggi mostrano che quasi un terzo della popolazione bretone si dichiara «senza religione».

Quando ha letto queste cifre, deve essere caduto dal suo trono episcopale!

Durante i suoi primi trentun anni di sacerdozio nella regione parigina, ha sperimentato la follia urbana e le folle sradicate che non hanno sempre sentito parlare di Dio incarnato. Una simile statistica a Senna-Saint-Denis o a Nanterre, perché no? […] Ma tali risultati nei sondaggi in Bretagna, questa vecchia terra cattolica, non toccata dal Protestantesimo, lontana dalle peregrinazioni orientali dei maomettani. Questa terra fedele e generosa che, anche sessant’anni fa, ha dato tanti missionari. Nel 1954, 27 giovani entrarono nel Seminario di Quimper per diventare sacerdoti, il 90 per cento dei neonati del Finistère fu battezzato…

Le ragioni di una simile débâcle erano molteplici: la società rurale era crollata, la famiglia si era dispersa e il Concilio Vaticano II aveva sconvolto la liturgia e la fede. Questi colpi hanno portato al distacco silenzioso e tranquillo di molti che erano stati a lungo fedeli a Nostro Signore.

Ma per grazia di Dio, avete deciso di portare avanti con fedeltà e coraggio la vostra missione, ridando slancio alla missione, radunando le ultime truppe fedeli nella battaglia che la Chiesa conduce da duemila anni contro l’egoismo, l’errore e il lassismo.

[…] Per incoraggiare i vostri ultimi Cattolici, state quindi lanciando un grande simposio, organizzato dall’Osservatorio diocesano delle realtà sociali, con ricercatori del CNRS, rappresentanti del Prefetto e del Consiglio dipartimentale. Quale sarà il tema?
Come rievangelizzare la Bretagna e il popolo bretone?
Come trasmettere meglio la fede e i sacramenti, i tesori della Chiesa?
Come fare della famiglia il crogiolo della fede, della speranza e della carità?
Come affrontare le prove dei tempi moderni con gli occhi della Madonna?

Oh no… il tema prioritario del Vescovato:
Tema principale: Migrants  Un avenir à construire ensemble [I migranti: Un futuro da costruire insieme: N.d.T.].

Sono perplesso… A sua discolpa, vedo dalla sua pagina di Wikipedia che il tema le sta a cuore: dal 2012 al 2014, mons. Laurent
 Dognin è stato membro della Commissione episcopale per la missione universale della Chiesa. È responsabile del Servizio nazionale per la pastorale dei migranti e degli itineranti. In questa veste è impegnato, insieme a diciotto organizzazioni cristiane, nella redazione di un opuscolo dedicato a una riflessione cristiana sull’accoglienza dei migranti: À la rencontre du frère venu d’ailleurs [Incontrare il fratello venuto da altrove: N.d.T.].

È lodevole che siate coinvolti nel lavoro affidatovi dai vostri superiori. Ma che ne sarà di noi? Qual è il suo piano, Monsignore, per raddrizzare il timone della nostra nave di granito bretone, che sta affondando tra le onde tumultuose di un mondo senza Dio, senza legge, senza doveri? E dove non ci sono doveri, non ci sono diritti, anche per i vostri sfortunati migranti.

Lei è l’inviato di Cristo, della Chiesa, del Papa? O l’inviato dell’associazione Welcome, della Ligue des Droits de l’Homme o dell’Association brestoise pour l’alphabétisation et l’apprentissage du français pour les étrangers?

Vi interessa lo stato delle anime di Cornouaille e Léon, o il vitto e l’alloggio delle persone che transitano nei nostri porti?

Come ci ha ricordato mons. Athanasius Schneider in reazione al documento sulla Fratellanza umana per la pace mondiale e la convivenza comune, firmato il 4 febbraio 2019 ad Abu Dhabi da papa Francesco e da Ahmad Al-Tayyeb, Grande Imam di Al-Azhar: «Il compito più urgente della Chiesa nel nostro tempo è quello di preoccuparsi dei cambiamenti climatici spirituali e delle migrazioni spirituali, vale a dire che il clima di non-credenza in Gesù Cristo, il clima di rifiuto della regalità di Cristo, possa essere cambiato in un clima di fede esplicita in Gesù Cristo, in un clima di accettazione della sua regalità, e che gli uomini possano migrare dalla miseria della schiavitù spirituale dell’incredulità alla felicità di essere figli di Dio, e da una vita di peccato allo stato di grazia santificante. Sono questi i migranti di cui dobbiamo urgentemente prenderci cura».

Ispirati dalla spiritualità di San Charles de Jesus de Foucauld, sembra che abbiate preso l’abitudine di organizzare una giornata di deserto una volta al mese. Vi scrivo questa lettera nella speranza che, durante il vostro prossimo giorno di meditazione, possiate mettere in prospettiva le priorità delle missioni che vi competono.

Spero che il tono di questa lettera non vi abbia offeso, ma piuttosto illuminato. Sono a vostra disposizione per migrare e aiutarvi a migrare verso il Cielo.

Un Bretone, fedele a Gesù Cristo, Cristiano O

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