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mercoledì 6 luglio 2022

Il doppiopesismo disciplinare del Vaticano. Il caso Zanchetta

Una bella traduzione di Sabino Paciolla.
QUI molti post di MiL sulla vicenda del condannato per molestie omosessuali, e caro amico di Francesco, Mons. Zanchetta.
"Guardando alle evidenti disparità nella gestione vaticana dei casi disciplinari che coinvolgono i vescovi, un prelato di Roma (che purtroppo ha scelto di parlare in forma anonima) ha detto a Pentin: “Temo che le decisioni dipendano molto da chi sono gli amici del vescovo accusato e da quanto hanno l’orecchio del Papa”.
Luigi

Luglio 1, 2022

Di seguito vi propongo un articolo di Phil Lawler, scrittore e giornalista, esperto di Vaticano. L’articolo è stato pubblicato su Catholic Culture. Eccolo nella mia traduzione.
Gli ultimi anni hanno stabilito che un vescovo cattolico può essere rimosso dall’incarico per cattiva condotta, a meno che non goda del favore di Papa Francesco. Due giornalisti hanno illustrato il punto questa settimana:
Per il Catholic World Report, Christopher Altieri ha analizzato la sorprendente saga del vescovo Gustavo Zanchetta, ex diocesi di Orán, ora imprigionato in Argentina per abusi sessuali (qui trovate articoli in italiano, ndr). Un tribunale laico lo ha giudicato colpevole, ma un tribunale ecclesiastico non ha raggiunto alcuna conclusione e, incredibilmente, l’avvocato canonico che ha difeso Zanchetta sta ora indagando sui suoi accusatori – con l’approvazione del Vaticano, su incarico “diretto del Santo Padre”.

Dopo aver elencato le misure che Papa Francesco aveva già preso per proteggere Zanchetta (portandolo a Roma per evitare domande in Argentina, creando un nuovo incarico vaticano per lui, ecc:

Si suppone che Papa Francesco non sia davvero intenzionato a rovinare la salute psicologica e spirituale del clero di Orán, in Argentina. Si suppone che a Francesco non interessi distruggere quel poco di fiducia nella propria leadership che può rimanere tra i fedeli di quel luogo. Si suppone che Francesco non intenda farsi beffe della legge, del governo e del buon senso.
Ma diventa sempre più difficile supporlo.

Sul National Catholic Register, Edward Pentin confronta il trattamento riservato dal Vaticano a due prelati: Il vescovo Daniel Fernandez Torrez, che è stato rimosso dalla diocesi di Arecibo, a Porto Rico, e il vescovo Richard Stika, che rimane al timone di Knoxville, nel Tennessee.

Il vescovo Fernandez ha protestato per la sua rimozione, definendola “totalmente ingiusta”, e da marzo ha chiesto un incontro con Papa Francesco e una spiegazione per la sua rimozione – nessuna delle quali gli è stata concessa. Il suo unico reato noto è il disaccordo con altri vescovi di Porto Rico (aveva difeso l’obiezione di coscienza ai vaccini obbligatori contro la Covid, ndr), in particolare con l’arcivescovo Roberto Gonzalez Nieves di San Juan. Ironia della sorte, lo stesso arcivescovo Gonzalez è stato invitato a dimettersi diversi anni fa, a causa di denunce che includevano – indovinate un po’ – l’incapacità di agire contro i sacerdoti accusati di abusi. Ma Gonzalez rimane in carica e Fernandez è fuori.

Il vescovo Stika è ancora a Knoxville, nonostante una serie di gravi denunce riguardanti, tra l’altro, la sua gestione dei casi di abusi. È stata condotta un’indagine vaticana sulla sua gestione, i cui risultati sono stati comunicati a Roma, ma finora non sono stati presi provvedimenti. Forse, per quanto ne sappiamo, non dovrebbero essere presi provvedimenti. Ma sappiamo quali denunce sono state presentate contro il vescovo Stika, mentre non conosciamo ancora la natura delle denunce contro il vescovo Fernandez.

Guardando alle evidenti disparità nella gestione vaticana dei casi disciplinari che coinvolgono i vescovi, un prelato di Roma (che purtroppo ha scelto di parlare in forma anonima) ha detto a Pentin: “Temo che le decisioni dipendano molto da chi sono gli amici del vescovo accusato e da quanto hanno l’orecchio del Papa”.