Post in evidenza

MiL ha bisogno di voi lettori: DONAZIONI

A sx (nella versione per pc) e su palmare (voce " Donazione ") troverete la possibiltà di donare. Vi speghiamo il perchè.  Potrete...

mercoledì 22 dicembre 2021

San Nicola, il vescovo che diede origine a “Babbo Natale”

Babbo Natale non è quello della Coca Cola.
Luigi

8 Dicembre 2021, Corrispondenza Romana, Cristina Siccardi

L’Unione Europea si adopera con una Commissione addetta a stabilire un dizionario adeguato alla «comunicazione inclusiva» a scristianizzare ancor più il nostro continente, come abbiamo visto in questi giorni con l’assalto al Natale e ai nomi come Maria, Giuseppe, Giovanni… Per il momento la situazione linguistica natalizia e dei nomi si è normalizzata a motivo della pressione di esponenti politici che hanno denunciato la follia di una tale decisione. Ma la questione rimane aperta, visto che Helena Dalli, commissaria all’Uguaglianza, ha dichiarato che il documento nel quale si davano le linee guida linguistiche deve essere elaborato meglio, perché non sufficientemente maturo: «Stiamo esaminando queste preoccupazioni al fine di affrontarle in una versione aggiornata». Chissà, anche Babbo Natale potrebbe essere defenestrato dalla furia verso valori e tradizioni d’Europa visto che questo personaggio fiabesco, a differenza di Halloween, ha origini cristiane, in quanto si ispira al vescovo greco san Nicola di Bari.

La festa del Vescovo di Myra (del patriarcato di Costantinopoli, nonché sede titolare della Chiesa cattolica) cade il 6 dicembre, giorno del suo dies natalis.

Nato probabilmente a Pàtara, città greca della Licia, intorno al 270, visse a Myra (ora chiamata Demre, in Turchia) nella stessa provincia delle sue origini e appartenente all’Impero bizantino. Ordinato sacerdote venne acclamato dal popolo quale Vescovo metropolita del luogo. Imprigionato ed esiliato nel 305 durante la persecuzione di Diocleziano, fu liberato dall’imperatore Costantino nel 313, potendo così riprendere la sua missione apostolica.

Non è accertato che abbia fatto parte dei 318 padri presenti al celebre Concilio di Nicea del 325, ma è storicamente sicuro che, durante quel Concilio, condannò duramente l’eresia ariana (sostenente che il Figlio di Dio è un essere che partecipa della natura di Dio Padre, ma in modo inferiore e derivato, cioè creato da Dio all’inizio del tempo) per difendere l’ortodossia cattolica. La tradizione della Chiesa racconta che in un momento di grande tensione prese addirittura a schiaffi l’eresiarca Ario. Negli scritti del vescovo bizantino sant’Andrea di Creta (autore di inni sacri che ancora oggi vengono eseguiti) e del dottore della Chiesa san Giovanni Damasceno troviamo la conferma della fermezza nella fede di san Nicola, radicata nei principi dottrinali e dogmatici della Tradizione.

Dopo la morte, le sue reliquie rimasero fino al 1087 nella Cattedrale di Myra, anno in cui la città venne assediata dai musulmani e Venezia e Bari entrarono in competizione per salvare dalle loro mani le reliquie delle spoglie del Santo, portandole in Occidente. Fu così che una sessantina di marinai baresi pianificarono con successo una spedizione marittima con tre navi, riuscendo a trasportare le sacre ossa episcopali nella loro città il 9 maggio di quello stesso anno. Alla missione parteciparono anche i sacerdoti Lupo e Grimoldo di Bari. Dapprima le reliquie furono depositate temporaneamente nella chiesa del monastero dei Benedettini (oggi chiesa di San Michele Arcangelo) sotto la custodia dell’abate Elia, futuro vescovo di Bari, il quale promosse l’edificazione di una nuova chiesa dedicata esclusivamente al Santo. Le ossa furono trasferite nella cripta della nuova Basilica di San Nicola il 1º ottobre del 1089, quando i lavori di costruzione del luogo di culto non erano ancora terminati. La solenne cerimonia della traslazione fu presieduta da papa Urbano II e da quel momento il Vescovo di Myra venne chiamato san Nicola di Bari.

Occorre precisare che i marinai baresi avevano difeso e protetto le ossa più grandi, lasciando, non si sa se per errore o volontariamente, quelle più piccole, le quali furono prelevate una decina di anni dopo durante una successiva spedizione, realizzata questa volta da marinai veneziani, i quali le portarono in patria per essere poi conservate e pregare nella chiesa di san Nicolò al Lido, dove si trovano tuttora. La cronaca di quei fatti, basata su testimonianze oculari, è registrata nella Translatio sancti Nicolai; essa racconta che fra il 1099-1100, durante la prima crociata, i veneziani approdarono a Myra dove fu loro indicato il sepolcro vuoto dal quale i baresi avevano raccolto le ossa. Tuttavia qualcuno rammentò di aver visto celebrare le cerimonie più importanti, non sull’altare maggiore, ma in un ambiente secondario e fu proprio in questo contesto che i veneziani rinvennero una gran quantità di minuti frammenti ossei, che vennero trasportati nell’abbazia di San Nicolò del Lido, collocata sul Porto del Lido, dove finisce la laguna e inizia il mare aperto. San Nicolò, venerato come protettore dei marinai, venne perciò proclamato protettore della flotta della Serenissima e la chiesa divenne un importante luogo di culto.

Le prime ricognizioni dei sepolcri di Bari e di Venezia, che hanno attestato la compatibilità delle ossa di san Nicola presenti nelle due città, sono state effettuate nel Novecento. La prima avvenne a Bari nel 1953, alla presenza di una commissione pontificia, guidata da Luigi Martino, professore di Anatomia all’Università di Bari. Un’ulteriore ricognizione si verificò il 17 settembre del 1992, sempre ad opera del professor Martino, che dichiarò l’autenticità dei sacri reperti, divisi fra il Sud e il Nord Italia.

Santo patrono sia della Russia che della Grecia, essendo riconosciuta la sua santità anche dalla Chiesa ortodossa, il culto di san Nicola si diffuse dapprima in Asia minore, dove si innalzarono venticinque chiese dicate al suo nome e poi in Occidente, lasciando testimonianze devozionali ovunque in Europa. Notevoli erano i pellegrinaggi alla sua tomba, posta alla periferia di Myra e tuttora luogo di culto nella Basilica di Demre. Numerosi scritti in greco e in latino ne fecero progressivamente divulgare e promuovere la venerazione sia nel mondo bizantino-slavo sia in Occidente, a partire da Roma e dal Meridione d’Italia (allora soggetto a Bisanzio), tanto che nel Medioevo divenne uno dei santi più popolari e più pregati.

Si sono tramandati anche dei miracoli ottenuti per sua intercessione. Per esempio, quando venne a conoscenza di un ricco nobiluomo decaduto e intenzionato a prostituire le sue tre figlie, poiché non era in grado di offrire loro le doti necessarie a farle sposare, raccolse una bella somma di denaro che divise in tre lotti e per tre notti consecutive li gettò nella casa di quella famiglia, dando così la possibilità alle ragazze di trovare marito. Un altro racconto attesta che il Vescovo Nicola resuscitò tre bambini che un macabro macellaio aveva ucciso e messo sotto sale per venderne la carne. Ecco perché san Nicola, che vanta il maggior numero di patronati in Italia, è ritenuto dalla Chiesa protettore dei bambini. Da questi fatti sorse il mito di Babbo Natale, dispensatore di doni; la figura del Santo ha dato infatti origine alla fiabesca immagine di «Santa Claus», il cui nome è una variazione di «Sante Nicholas».

Il suo emblema è il bastone pastorale e tre sacchetti di monete (oppure tre palle d’oro). Negli affreschi dell’Abbazia di Novalesa dell’XI secolo, in Piemonte – primizia iconografica di san Nicola in Occidente – indossa una casula blu e una raffinata stola a motivi geometrici. Tradizionalmente viene quindi rappresentato vestito da Vescovo con la mitra. La rappresentazione in abito rosso, bordato di bianco, prende le mosse dalla celebre poesia statunitense A Visit from St. Nicholas («Una visita di San Nicola/Babbo Natale», nota anche – dal suo incipit – come Twas the Night Before Christmas o The Night Before Christmas), pubblicata nel 1823 in forma anonima. L’autore descrisse san Nicola come un signore allegro e paffutello, vestito di rosso con le bordure di bianca pelliccia, bianca come la capigliatura e l’importante barba.