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mercoledì 18 agosto 2021

Porfiri: pietà popolare e invasione della liturgia. Uno strano cocktail.

Una bella riflessione pubblicata da Stilum Curiae.
Luigi

9 Giugno 2021
[...]

La pietà popolare e l’invasione della liturgia

Ho una tesi, che alcuni potranno giudicare come controversa, e cioè che dobbiamo ricomprendere la relazione che si è venuta a verificare fra pietà popolare e liturgia in un senso diverso da quello a cui siamo abituati. Innanzitutto alcuni fatti evidenti: la pietà popolare è molto diminuita negli ultimi decenni, tutte le varie funzioni che si tenevano in passato sono ridotte a poca cosa, mentre quasi tutto viene ricondotto alla Messa. Sembrerebbe questa una “vittoria” della celebrazione eucaristica sulla pietà popolare ma in realtà io non la vedo così.
La funzione e il rapporto tra liturgia eucaristica e pietà popolare era ben strutturato: la Messa rappresentava il culto oggettivo della Chiesa mentre la pietà popolare dava sfogo ad un sentimento religioso più soggettivo. Si salvaguardava l’oggettività del culto nella Messa e si concedeva un’apertura ad una dimensione emozionale del popolo che andava incamerata laddove avrebbe potuto non essere di nocumento. Una spinta all’armonizzazione fra liturgia e pii esercizi venne anche dal Concilio Vaticano II che nella Sacrosanctum Concilium (13) osservava: “I « pii esercizi » del popolo cristiano, purché siano conformi alle leggi e alle norme della Chiesa, sono vivamente raccomandati, soprattutto quando si compiono per mandato della Sede apostolica. Di speciale dignità godono anche quei « sacri esercizi » delle Chiese particolari che vengono compiuti per disposizione dei vescovi, secondo le consuetudini o i libri legittimamente approvati. Bisogna però che tali esercizi siano regolati tenendo conto dei tempi liturgici e in modo da armonizzarsi con la liturgia; derivino in qualche modo da essa e ad essa introducano il popolo, dal momento che la liturgia è per natura sua di gran lunga superiore ai pii esercizi”. Cosa si intende per pietà popolare? Il Direttorio su pietà popolare e liturgia così definisce: “La locuzione “pietà popolare” designa qui le diverse manifestazioni cultuali di carattere privato o comunitario che, nell’ambito della fede cristiana, si esprimono prevalentemente non con i moduli della sacra Liturgia, ma nelle forme peculiari derivanti dal genio di un popolo o di una etnia e della sua cultura”. Cioè avevano un carattere più privato, diremmo più soggettivo.

Ora, cosa distingueva in essenza la pietà popolare dal culto ufficiale? Uso della lingua vernacolare, dimensione più soggettiva, un certo spontaneismo. È facile osservare che attraverso il modo in cui la riforma liturgica è stata portata avanti, tutte queste dimensioni (ed altre) hanno invaso il culto ufficiale, per cui la pietà popolare non è veramente scomparsa ma ha praticamente invaso il culto ufficiale tirandolo sempre più dalla sua parte. Giovanni Paolo II nella Vicesimus Quintus Annus diceva: “Tanto i pii esercizi del popolo cristiano, quanto altre forme di devozione, sono accolti e raccomandati purché non sostituiscano e non si mescolino alle celebrazioni liturgiche”. Ma in realtà sembra proprio che questo sia accaduto.

Lo vediamo per esempio con quanto accaduto fra canto liturgico e canto popolare e il modo in cui quest’ultimo ha praticamente sostituito il primo. Ci sarebbe da fare un discorso lungo anche sulla nozione di “popolo” che aveva un senso decenni fa nel senso di comunità coesa, mentre oggi il “genio del popolo” purtroppo non si esprime che attraverso le logiche della musica commerciale e del culto della narrativa dominante. Se tutto questo è stato fatto scientemente pensando che ne avrebbero beneficiato i fedeli, si è certamente scommesso sul cavallo sbagliato.

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