sabato 21 marzo 2020

Coronavirus, Comunione in mano e sospensione delle celebrazioni: un commento di Mag. don Michele Gurtner

Pubblichiamo un altro commento di un sacerdote, don Michele Gurtner (di cui aveva già apprezzato una bella e libera predica in occasione del S. Natale), sulla questione religiosa in Italia e sulle decisioni assunte dal clero circa la Comunione in mano e la sospensione delle celebrazioni. Su alcuni punti  non siamo molto d'accordo ma nel complesso l'analisi è condivisibile.
Roberto
Coronavirus 
Un commento di Mag. Don Michele Gurtner 

In questi giorni stanno girando informazioni e disinformazioni circa il coronavirus. C’è un versetto nella prima lettera di San Pietro che vale sempre ed ovunque, in ogni situazione, ma in modo particolare in un momento come quello che stiamo vivendo in questi giorni. Cita: "Siate sobri, vegliate, perché il vostro avversario, il diavolo, va attorno come un leone ruggente, cercando chi possa divorare". La Chiesa prega ogni giorno questo versetto, almeno secondo la forma tradizionale, nella cosiddetta Compieta, l’ultima preghiera del breviario, perché vale, appunto, sempre ed ovunque. Siate sobri, vegliate, perché il vostro avversario, il diavolo, va attorno come un leone ruggente, cercando chi possa divorare. Ma poi prosegue: Resistetegli, stando fermi nella fede. 

Resistere proprio stando saldi nella fede, essere sobri e veglianti. 

La mancanza di sobrietà e vigilanza negli ambienti politici ha avuto il suo ruolo nella rapidissima diffusione del virus in Italia. Quando alcuni medici e politici, avevano giustamente  avvertito la popolazione dell’imminente pericolo, altri li hanno derisi e dileggiati. Sono stati accusati di allarmismo, di razzismo, xenofobia e altro ancora. Politici della sinistra hanno organizzato aperitivi e cenette con tanto di baci e abbracci, per ridicolizzare i “profeti della sciagura”, perché chiedevano, per motivi oggettivi, misure immediate per far fronte al pericolo evidente. Solo pochi giorni dopo alcuni di quelli che li hanno derisi sono finiti in quarantena, perché contagiati col virus, che ancora poco prima, secondo loro, era una normalissima influenza che non richiedeva nessuna particolare attenzione da parte della politica o della sanità. 

Il loro errore è stato che non erano oggettivi nella valutazione della situazione, cioè non erano né sobri né vigilanti, come chiede il Nuovo Testamento. Non hanno badato al contenuto del messaggio, ma soltanto a chi l’aveva pronunciato. Hanno negato l’ovvio, pur per andare contro una persona a loro non grata. Non contavano i fatti, solo i nomi e le persone. 

Ma questo atteggiamento, in genere, non è soltanto infantile, ma è altamente pericoloso, e in effetti, ormai si è dimostrato fatale, anzi, letale. Certamente, il virus si sarebbe diffuso lo stesso, ma più lentamente, le vittime sarebbero state meno numerose, e le conseguenze per noi e l’intero paese, economia compresa, sarebbero state meno drastiche. Questi comportamenti immaturi non ci hanno soltanto fatto perdere del tempo prezioso, ma hanno anche contribuito alla rapida diffusione del virus. 

Nella vita bisogna sapere essere oggettivi, oppure come si spiega San Pietro: bisogna essere sobri e vigilanti. Questo atteggiamento biblico deve stare alla base di ogni valutazione, scelta e decisione. 

Questo non vale soltanto per la politica: purtroppo, anche nella Chiesa c’è chi non sa essere sobrio e vigilante, e c’è anche chi non sa resistere stando fermo nella fede. Sì, lo dobbiamo ammettere, specialmente in questo periodo quaresimale, in cui scrutiamo tradizionalmente le nostre coscienze, i nostri comportamenti e i nostri atteggiamenti. C’è anche nel clero e nell’alta gerarchia chi non sa valutare le situazioni con la dovuta sobrietà e vigilanza, ma chi preferisce seguire ciecamente l’opinione della presunta maggioranza (che a volte non è nemmeno tale, ma semplicemente i più casinisti), badando più a chi ha detto una cosa anziché valutando i contenuti oggettivamente. 

Questa mancanza di sobrietà e vigilanza, ha portato, purtroppo, a dei gravissimi errori nella politica e altrettanto (con essa connessi) nella Chiesa, che sembra più atea che mai. 

Uno di questi errori, che potrebbe dimostrarsi anche fatale, è il suggerimento di alcuni sacerdoti e vescovi, di ricevere il Corpo di Cristo esclusivamente sulla mano anziché sulla lingua. Questo è un errore grave, e lo è non solo teologicamente, bensì anche dal punto di vista igienico. 

È vero che la Chiesa permette di per sé la comunione sia sulla mano che sulla lingua, ed è anche vero che la comunione sulla lingua è teologicamente preferibile. Quindi nessuno può essere mai costretto a ricevere l’ostia sulla mano se non lo vuole. Ma questo non è nemmeno il punto in questo caso! 

Per un motivo meramente igienico non è affatto consigliabile distribuire la comunione sulla mano nei tempi di una pandemia virale, perché il palmo della mano è inevitabilmente pieno di germi – ed eventualmente si ci trova anche il coronavirus. 

Si toccano tante cosa prima di entrare in chiesa. Le porte, le maniglie, forse una stretta di mano, un libro, dei foglietti, e tante altre cose ancora. Ma mettere l’ostia sulla mano vuol dire “inzupparla” praticamente in questa poltiglia di germi, batteri e virus. L’ostia entra così in contatto con i microbi inevitabilmente presenti nella mano. Anche le punte delle dita. Così l’ostia contaminata entra in contatto con la mucosa delle labbra e della bocca, che è la porta principale attraverso la quale il virus entra nel corpo per diffondersi. 

Per questo motivo è assolutamente sconsigliato prendere l’ostia sulla mano durante questa emergenza sanitaria – in quel caso le motivazioni teologiche, per cui la comunione sulla lingua è sempre preferibile, non c’entra assolutamente nulla. È una questione meramente igienica. Me lo hanno anche confermato vari medici e chirurghi con cui ho avuto l’occasione di parlarne ultimamente. Italiani, tedeschi, americani, addirittura un protestante che di certo non è interessato nei motivi teologici. E non riguarda nemmeno soltanto la comunione: attualmente non dovremmo mangiare assolutamente niente con le nostre mani! Né il cornetto del mattino, non la caramella per migliorare l’alito e neanche le noccioline, le patatine o il popcorn. Niente. Quindi non è una precauzione che riguarda solo la Liturgia, perché riguarda tutto ciò che tocchiamo e consumiamo. 

A condizione che la comunione sulla lingua è ben fatta, cioè aprendo per bene la bocca, tirando fuori la lingua un pochettino in modo che il sacerdote possa posare l’ostia bene sulla lingua, preferibilmente inginocchiati per via dell’angolazione più sicura, e trattenendo il fiato per quei due o tre secondi, la comunione sulla lingua è anche più sicura ed igienica, sempre a condizione che sia fatta bene, come detto. 

Ma chi insiste sull’obbligo della comunione sulla mano per motivi igienici non valuta il contenuto di chi obietta questo consiglio, ma valuta solo il fatto che la comunione sulla lingua è la forma più tradizionale e più “conservatrice”. Ma questo non è né un giudizio sobrio né vigilante… 

In questa situazione sarebbe molto importante ed utile ricordare, che non è assolutamente necessario comunicarsi in ogni Santa Messa. Quanto è vero che è un bene e una grazia quando ci comunichiamo sacramentalmente, tanto è anche vero che basterebbe, seguendo le norme del diritto canonico, fare la Comunione una volta all’anno. Per tanti secoli non era usanza comunicarsi in ogni Santa Messa: la gente si comunicava ogni tanto, dopo un’adeguata preparazione che comprendeva anche il sacramento della confessione. Ma di solito si assisteva alla Santa Messa senza prendere la comunione. 

Un suggerimento saggio, responsabile e prudente sarebbe consigliare ai fedeli la cosiddetta comunione spirituale anziché quella sacramentale: essa consiste in una preghiera che esprime la fede nella presenza reale e il desiderio di ricevere il Corpo di Cristo sacramentalmente, anche se attualmente non è possibile per vari motivi. Questa bellissima prassi andrebbe riscoperta, perché sottolinea il grande valore del sacramento: piuttosto di “prenderlo” ad ogni costo si fa sì che le condizioni sono tutte rispettate. In fondo, in alcune circostanze, il non-prendere la comunione può essere un atto più gradito negli occhi di Dio che prenderla, e di conseguenza “valere” anche di più. 

Queste sono alcune riflessioni quanto all’essere sobri e vigilanti. Ma purtroppo, dobbiamo fare anche qualche accenno alla seconda parte, cioè sul “resistere, stando fermi nella fede”. 

Giustamente la vita si sta riducendo in questi giorni di “pestilenza” alle cose più essenziali. È una necessità creatasi a causa della diffusione del virus, che non è da sottovalutare. Certo, non è la peste bubbonica, ma non è di certo solo una normalissima influenza, come qualcuno afferma ancora. Pure lì bisogna valutare la situazione con sobrietà e vigilanza: non dobbiamo farci prendere dal panico, perché riusciremo a combattere il virus stando il più possibile a casa e riducendo le nostre uscite ad un minimo. Sappiamo allora come far fronte a questa emergenza e come uscirne. D’altra parte non dobbiamo nemmeno sottovalutarla, rispettando le giuste precauzioni. Come negli scacchi non dobbiamo limitarci a calcolare solo il prossimo passo, ma dobbiamo considerare anche le conseguenze e le conseguenze delle conseguenze. Pensando solo al presente, senza badare anche all’impatto che le nostre decisioni dell’immediato avranno un domani o un dopodomani, rischiamo solo di creare inutilmente ulteriori problemi. 

Quello che fa molto riflettere a riguardo è la prontezza con cui tante diocesi hanno sospeso categoricamente tutte le funzioni religiose, Messe incluse. Nei tempi delle grandi pestilenze o altre sciagure la gente sentiva il fortissimo bisogno di sentire la Messa, di recarsi in chiesa, inginocchiarsi davanti al tabernacolo dove c’è il Santissimo o davanti ad una bella statua o immagine, per chiedere la grazia. Ma il centro dei loro desideri era Sempre assistere al grande sacrificio che è la Santa Messa. 

Ma oggi sembra che tante diocesi, anzi, paesi interi, tra cui anche l’Italia, lasciano i fedeli in mezzo la strada. Abbandonati a sé stessi, come degli orfani. Il messaggio che la Chiesa sta trasmettendo (inconsapevolmente, mi auguro) così facendo è bello chiaro: ciò che facciamo noi, specialmente la celebrazione della Santa Messa, non è proprio essenziale. Si ci può rinunciare tranquillamente. Così sembra alla fine soltanto un bel passatempo domenicale, a cui possiamo anche rinunciare facilmente se necessario, come rinunciamo ai ristoranti, ai negozi di scarpe e ai concerti. La Santa Messa non è l’ultima cosa a cui la Chiesa rinuncia – ma sembra quasi la prima! 

Però se non è così importante, a quanto pare: perché tornare in parrocchia, una volta che l’emergenza sanitaria sarà passata? È una domanda lecita in fondo. 

La Chiesa stessa sta trasmettendo questo messaggio errato, e lo sta facendo spontaneamente. Non si cercavano nemmeno alternative valide. Di punto in bianco sono state soppresse, e basta. È vero che in una situazione come quella attuale il precetto domenicale è sospeso, specialmente per i gruppi a rischio. Ma è anche vero che non si può nemmeno non offrire la possibilità di assistere all’evento che la fede cattolica considera l’evento centrale dell’intera storia del mondo, essenziale per la vita spirituale di ogni cattolico: il sacrificio di Cristo, che si attua in modo incruento durante la Santa Messa. Bisogna almeno lasciare la possibilità -sempre con le dovute precauzioni, naturalmente- di assistere alla Santa Messa per chi lo desidera, proprio per dare l’occasione di “resistere fermi nella fede”. 

Come già detto è un atto giusto e dovuto ridurre la vita pubblica alle cose più necessarie – ma è anche vero, che il sacrificio divino è una di quelle necessità. Non di pane solo vive l’uomo… Non possiamo far finta che l’uomo sia solo un essere biologico! Non ha solo un corpo, ma possiede anche un’anima, che va ugualmente curata, nutrita e protetta. Di conseguenza non è giusto consentire solo le esigenze per il corpo (cibo, lavoro, medicine ecc.), ma bisogna consentire anche all’anima almeno un’unica esigenza, che sarebbe la Santa Messa. 

Perciò, una risposta più adeguata all’attuale emergenza sanitaria sarebbe stata, se il can. 905 § 2 fosse stato allargato in modo che tutti i sacerdoti potessero, secondo le esigenze, dire più Sante Messe al giorno (del resto hanno anche molto più tempo a disposizione adesso che tutto sta fermo). 

Inoltre si poteva consigliare ai fedeli di partecipare ad UNA delle (tante) Sante Messa la settimana, non necessariamente la domenica, forse suggerendo un sistema oggettivo (per esempio a secondo la lettera iniziale del cognome, ma senza controlli ovviamente) per distribuire i fedeli meglio alle Messe celebrate e per evitare le accumulazioni. Così il numero dei fedeli partecipanti ad ogni Santa Messa sarebbe molto ridotto. Si poteva anche segnalare i posti che possono essere occupati, escludendo tutti gli altri, per garantire la dovuta distanza tra i fedeli. Al limite si poteva anche sospendere la distribuzione della Santa Comunione, sostituendola con la recita della comunione spirituale (prima della preghiera contro le pestilenze). 

Questi sono gli argomenti religiosi che indicano la celebrazione pubblica della Santa Messa. Ma oltre ad essi esiste anche un motivo piuttosto profano che suggerisce di riprendere le celebrazioni: è una reazione umana che specialmente in tempi di sciagure le persone fanno delle domande e cercano risposte. Ma questo porta con sé che nascono molte teorie complottistiche e dietrologie di ogni tipo. Quanto è lecito e anche importante porsi delle domande, tanto è vero che si possono sviluppare delle dinamiche che creano diffidenza, e finalmente un distacco interiore dalla realtà. Questo fenomeno si può osservare a volte anche in ambienti cattolici, ma va controllato. 

In una situazione come quella sarebbe il compito della Chiesa, specialmente dei sacerdoti, di contrastare questi meccanismi, riportando la gente alla dovuta oggettività, sobrietà e vigilanza. Soprattutto in un mondo ormai anticlericale è facile che le persone non si fidino più a nessuno. Lo stato, dicono, vorrebbe sopprimere la Chiesa e la religione cattolica, e la Chiesa stessa si farebbe complice. Il tutto sarebbe solo un grande complotto. Però se è la Chiesa stessa ad opprime la vita religiosa, abbandonando i fedeli a sé stessi, allora quelle dietrologie si diffonderanno sempre di più e man mano andrà a finire che sempre più persone sottovalutano il pericolo o traggono le conseguenze sbagliate, se non pericolose per sé e gli altri. 

Questa pandemia sta mettendo in discussione quasi l’intera vita di cui siamo abituati. Le nostre (presunte) sicurezze sono svanite in pochi giorni. Siamo stati confrontati con l’estrema fragilità dei nostri sistemi che ci siamo creati: quella dell’economia, le nostre libertà che credevamo invincibili, vediamo quanto siamo soli in realtà, isolati e privati non solo delle nostre comodità, ma anche di tante necessità. In parole povere: vediamo il nostro mondo praticamente a terra, frantumato. E ci accorgiamo che poteva (facilmente) andare peggio ancora. Molto peggio. 

Senza voler creare allarmismi, ma una grave crisi economica, forse con atti violenti, causati non solo dal virus, ma anche da comportamenti inadeguati da parte dei politici ma anche delle persone normali non è uno scenario improbabile. Anzi. All’improvviso capiamo che il nostro problema di certo non è il CO2, ma che dobbiamo cambiare tante altre cose nel nostro mondo e nel nostro di pensare, perché abbiamo visto che il mondo che ci siamo creato ci è riuscito troppo fragile. Bastava in fondo pochissimo, e le cose più essenziali stanno crollando come niente. Le nostre costruzioni sono fallite! 

In un momento come questo bisogna dare sicurezza, speranza e rafforzare il buon senso. E la Chiesa deve fare la sua, richiamando la gente nelle prediche e nelle catechesi ad essere sobri e vigilanti. Dobbiamo pensare già adesso ai tempi dopo il virus, perché la base per il dopo la mettiamo proprio in questi giorni, volendo o non volendo. Ma senza il resistere, stando forti nella fede, vale a dire: senza la pubblica celebrazione della Santa Messa, la Chiesa non sarà mai in grado di dare il suo prezioso contributo in questo momento così decisivo per il futuro del nostro paese.

4 commenti:

  1. ottimo articolo, l'autore dimostra una grande chiaroveggenza che manca alla maggior parte dei nostri prelati.
    Non vedo proprio niente che si potrebbe contestare.
    Dovrebbe predicare lui i prossimi esercizi al Papa

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  2. Perché sulla lingua virus non ce ne sono? Il coronavirus ci dicono che si trasmette soprattutto con le cgoccioline di saliva.

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    1. sì, ma la saliva ce l'hai già in bocca TUA; ma il prete non ti tocca mica la lingua, mentre con la comunione sulla mano ti trasferisci i germi in bocca tua che altrimenti resterebbero sulla tua mano

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  3. Bellissima predica. Chiara e diretta senza ostentare falsi perbenismo. Bravo Don Michele

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