giovedì 20 dicembre 2018

Sociali ma non socialisti: sacerdoti e S. Messa messa in secondo piano

Dal caro amico Maestro Aurelio Porfiri.
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Sociali ma non socialisti

Nella nostra epoca l’importanza della Messa è messa in secondo piano. Ho potuto incontrare molto sacerdoti per cui l’impegno nel sociale è di gran lunga più rilevante della celebrazione eucaristica, che infatti loro celebrano spesso con un’ampia dose di creatività, come se fosse un’appendice del loro impegno nel mondo. Ora, non che l’impegno sociale non sia anche nobile, ma non possiamo rendere la nostra visione del mondo tutta orizzontale. Altrimenti aderiamo a quel materialismo che abbassa il nostro spirito ai suoi istinti primari. La Chiesa deve soccorrere i corpi, ma prima ancora curare le anime, salvare le anime. 
San Giovanni Bosco la pensava così: “da mihi animas, cetera tolle”; dammi le anime e prendi pure tutto il resto. Insomma, proprio quell’essere nel mondo ma non del mondo dovrebbe farci desiderare una celebrazione liturgica che ci aiuti ad elevare anima e corpo alle cose celesti, che non ci parli di noi stessi e dei nostri bisogni ma che elevi le menti a Dio.
Hans Urs von Balthasar, certo non un teologo considerato conservatore, diceva: “Chi non vuole ascoltare prima Dio, non ha nulla da dire al mondo“. Se Dio non è la priorità non serve poi a molto l’impegno nel sociale. Non dobbiamo divenire socialisti, impegnati per il sociale in se stesso ma questo impegno deve sempre rispettare il primato di Dio ed essere un riflesso del nostro essere cristiani che guardano verso il cielo e non verso la terra. Ecco perché il ruolo della liturgia bella è importante, perché essa mette ordine nelle priorità; una liturgia tirata via alla bell’e meglio ci dice che essa non è al primo posto, ma è un ripiego. Sempre von Balthasar diceva “Il criterio della verità è la bellezza“. 
Al beato Giuseppe Allamamo viene attribuita questa frase: “La liturgia ben fatta ha operato conversioni; se mal fatta le impedisce”. Quanto è vera! Vero è che la liturgia opera non per quello che l’uomo fa ma per quello che Dio compie, ma pur vero che una liturgia mal celebrata opera male in almeno due sensi: non edificando il fedele attraverso i vari linguaggi e codici che in essa vengono usati e non dando propriamente gloria a Dio. Insomma, un danno totale.
Mons. Luigi Negri, nella sua prefazione a “L’indulto di Agata Christie” di Gianfranco Amato ben diceva: “La grandezza della liturgia cattolica è data dal fatto di rendere Cristo presente nel flusso e nel riflusso delle generazioni: «Hoc facite in meam commemorationem». Per questo la difesa di una coscienza esatta del dogma dipende dalla verità con cui viene vissuta la liturgia“. Non si tratta di gusti personali o di opinioni, ma del rispetto dell’integrità della dottrina. Dom Gérard Calvet affermava: “La liturgia cattolica accordata al tempo, riscatta il tempo; immersa gioiosamente nella marea delle creature, alle quali presta un immenso materiale di immagini, trasfigura l'ordine creato e lo prepara alla sua ultima trasformazione. Del vino, bevanda naturale che scalda il cuore dell'uomo, ne fa una porpora regale che avvolge il mondo, lo riabilita e lo consacra con una consacrazione più augusta di quella conosciuta nel suo primo giorno della creazione“ (“La sainte liturgie”). Ecco il giusto rapporto fra le cose del mondo e le cose di Dio. La liturgia deve essere quel segno che il creato tutto si ricapitola in Dio e ne riconosce la suprema potestà. Questo deve essere espresso dal nostro atteggiamento e dalla nostra sottomissione, che si esprime con gesti diversi come quello dell’inginocchiarsi, dell’ascoltare devotamente i testi liturgici, di meditare con attenzione le parole della Sacra Scrittura. Ecco perché dobbiamo prestare estrema cura alla liturgia, e dobbiamo rifuggire con orrore quando essa è celebrata sciattamente o in subordinazione ad un supposto impegno sociale. Sia essa il nutrimento che rende ogni tipo di impegno - sociale, educativo, pastorale - più fecondo e vero. Ancora Dom Calvet poteva affermare: “La Chiesa non consacra il mondo se non per offrirlo a Dio; e offrendolo, lo santifica e lo divinizza. Da dove viene questo potere della liturgia sul nostro universo se non da una connivenza profonda con il mondo dei segni? L’arte suprema della liturgia realizza a modo suo la speranza che espresse Charles Péguy: «Bisogna che la santità salga dalla terra». Fa salire verso Dio il canto delle creature, porta in lei solo ciò che è necessario della terra per tradurre in immagine e in simbolo il tesoro di realtà celesti. Tra i gioielli offerti alla Sposa del Cristo per «il dolce regno della terra», c’è la poesia liturgica. Questa liturgia è in comune con il mondo profano, in analogia agli Ebrei che partirono per la Terra promessa, portando con loro le ricchezze dall’Egitto. Non è da trascurare il fatto che si sia portato con sé qualcosa delle bellezze del mondo, l’aver saputo cioè tradurre il gemito inenarrabile dello Spirito santo come fondamento di ogni preghiera, unita alle innumerevoli voci della creazione“. Diamoci da fare perché al centro del nostro impegno cristiano ci sia sempre la lode del Creatore e non delle creature. 

Aurelio Porfiri