domenica 30 dicembre 2018

Gli invincibili guerrieri che picchiano per Gesù


In questo mondo cristiano di invertebrati e pacifisti, un esempio di "buoni ma non deboli".
Luigi (L)

Massimo M. Veronese, Il Giornale, 14-12-2018

Nell'ateneo di Notre Dame il football si fonde con la religione cattolica. E Cristo indica la meta.

Prima che tutto abbia inizio i giocatori sfilano a piedi come apostoli in processione tra gli alleluia dei fedeli sulla strada, si presume lastricata di buone intenzioni, che porta al Notre Dame Stadium, la Casa Bianca della «palla lunga un piede» dove Touchdown Jesus il Cristo disegnato dai mosaici sul gigantesco muro della biblioteca universitaria, indica non solo la Via, la Verità e la Vita, ma anche, più prosaicamente, la strada che porta al touchdown, cioè alla vittoria. 
Da 25 anni del resto la cattedrale dei «fighting irish» non conosce sconfitta, cosa che ha in effetti del miracoloso.

Un rito antico, quello della processione, sentito come la messa perché il giorno di passione a South Bend, nell'Indiana, dove ci sono quasi più spettatori che abitanti, comincia il venerdì pomeriggio davanti all'Hall of fame, il santuario delle gesta. E il giorno da santificare non è la domenica ma il sabato, il giorno della partita, dove i tifosi non urlano cori contro il nemico ma uniscono le braccia alle spalle del vicino cantando l'Alma mater. Ci sono solo tre cose che contano nella vita in questa roccaforte della tradizione cattolica gestita con rigore svizzero dai preti e che fino a qualche decennio fa non ammetteva le donne: «God, Country e Notre Dame», Dio, Patria e Notre Dame. È da questa università che è uscita una buona fetta dell'élite cattolica americana, compreso il presidente degli Stati Uniti della serie tv The West Wing, anche se il cattolicesimo americano è ancora in gran parte una subcultura, con i suoi circoli chiusi, le sue élite irlandesi e i suoi segreti. Ma dietro al mito degli Irishmen del football e i loro caschi colorati d'oro a 24 carati che riproducono i colori della cappella del Duomo di Notre Dame, a spiegare il matrimonio tra il Verbo di Dio e il football americano, che è esso stesso fede, rito e patriottismo, è qualcosa che ha a che fare con la storia del cattolicesimo americano, quello degli irlandesi di umili origini, che negli anni a metà del Ventesimo secolo cercarono il proprio riscatto sul campo di gioco contro i protestanti di Harvard e Yale, un modo per rivendicare un ruolo in un Paese dominato dalla leadership protestante: «Il football di Notre Dame è una nuova crociata - sermoneggiò il cardinale John Francis O'Hara nel 1924 -. Uccide il pregiudizio e stimola la fede». Quasi cent'anni dopo Notre Dame, con i suoi 13 campionati vinti e il record di giocatori ceduti alla Nfl, è il Real Madrid del football universitario, la squadra più odiata e amata d'America, lo skyline che intimidisce gli infedeli con la sua Torre Campanaria, la Cupola dorata e Touchdown Jesus, il murales, impressionante, che troneggia da 54 anni sullo stadium come benedizione e come minaccia: il Cristo a braccia larghe in stile cubista che incorpora le immagini dell'Antico Testamento di epoca bizantina, medievale e rinascimentale. L'intento iniziale di glorificare il Signore con un muro alto più di 40 metri si è trasformato presto in una delle icone più popolari dello sport universitario.

Qui, prima di ogni gara, i giocatori tutti si inginocchiano a cerchio intorno all'allenatore che, come fa ogni buon padre di famiglia benedicendo il pranzo con la preghiera, chiede a Dio e al Signore Gesù Cristo il dono di battersi lealmente con l'avversario e di non creargli danni fisici. Non si porge l'altra guancia, non si perdona sette volte sette, si picchia invece come fabbri, nel nome del Signore. Solo quando abbattono un avversario si inginocchiano e pregano per lui.

Ma siccome chi è senza peccato scagli la prima pietra anche la Terra dei Giusti ha i suoi peccatori. Fu choccante per la comunità scoprire che Manti Te'o, la star della squadra, aveva mentito sulla morte, straziante, della sua fidanzata Lennay Kekua, uccisa dalla leucemia. La fidanzata nemmeno esisteva, l'unica cosa reale era l'operazione mediatica studiata a tavolino per amplificare le gesta atletico-spirituali del primo della classe. Ma in America tutti sanno della cultura del machismo che regna a Notre Dame, cultura a cui le studentesse sono in qualche modo invitate a partecipare e non solo come cheerleader.

Notre Dame è la punta di un iceberg perché la preghiera nel football americano, soprattutto per la sua straordinaria visibilità, prima che un segno di appartenenza è un gesto politico che rivela le battaglie che si stanno combattendo nella società civile, che indica che direzione sta prendendo la vita americana. Dopo la seconda guerra mondiale, quando la preghiera nel football divenne patrimonio nazionale, recitata da costa a costa, la fede in Dio veniva promossa come antidoto al comunismo ateo e quella nel football per temprare condottieri capaci di guidare l'America nella sua guerra globale per la libertà. Era l'era in cui l'«under God» veniva aggiunto al «pledge of allegiance, e «in God we trust» stampato sulle banconote da un dollaro. Così la preghiera sul campo durante la Guerra fredda, serviva ad abbattere, almeno nella forma, le discriminazioni razziali per cementare l'unione contro il nemico comune, negli anni Sessanta come antidoto alla ribellione giovanile, vent'anni dopo, con il reaganismo imperante, celebrava la difesa dei valori familiari della politica conservatrice.

L'inizio del Nuovo Millennio ha trovato poi in Tim Tebow, the Chosen One il quarterback che si disegnava sotto gli occhi i versetti del Vangelo, il profeta perfetto per lo scontro di civiltà, da una parte i conservatori che lo vedevano come amavano vedersi, un perseguitato dalla società americana laica per avere osato esprimere la sua fede, e i liberal dall'altra per i quali il Predestinato altro non era che il segno dell'intrusione del proselitismo evangelico negli spazi condivisi della vita americana. Oggi ci si inginocchia durante l'inno per protestare contro Trump. La preghiera che alla fine del diciannovesimo secolo rafforzava l'autorità dei bianchi protestanti, non impedisce ai giocatori di oggi di usarla per sfidare il razzismo. A Notre Dame direbbero: e così sia.