martedì 15 maggio 2018

Giovanni Formicola: "Il Sessantotto, contro il Sessantotto. Cinquant’anni dopo". Seconda Parte

Pubblichiamo la SECONDA PARTE (vedere QUI per la prima, pubblicata ieri)  l'intervento integrale dell'Avvocato Giovanni Formicola al Convegno di Parma  "Sessantotto e Humanae Vitae. Due antropologie contrapposte" del 7 aprile scorso con Formicola e Mons. Luigi Negri di cui Mil ha fatto stato (QUI).
L

APPENDICE
Fiume, una piccola Münster nella Rivoluzione italiana,
e la «Destra» di Sinistra
0. Perché Fiume.
0.1. È un episodio della R. in Italia – forse trascurato da questo punto di vista, cioè non pienamente compreso come tale, e perciò sottovalutato –, e non foss’altro che per questo già meriterebbe la nostra attenzione.
0.2. Come a Münster – sebbene infinitamente meno tragico e sanguinoso (perché di «destra», perché mediterraneo?) –, un esperimento rivoluzionario in vitrola R. si presenta come sintetizzata in laboratorio, quindi «concentrata» nello spazio e nel tempo, e perciò più facilmente riconoscibile in tutte le sue fasi e i suoi effetti. Si evidenzia allora come tendenze, idee e fatti rivoluzionari per loro natura si «chiamino» e spingano verso la propria radicalizzazione, non necessariamente soltanto fra le generazioni: anche sincronicamente, oltre che diacronicamente. Anzi, è proprio l’esempio dell’accelerazione sincronica – le cui «conquiste» sono, senza storiche incubatrici, piuttosto aborti che parti prematuri – che, quasi come vessillo piantato nella storia a segnare una meta, orienta e attrae verso di sé il processo rivoluzionario che con marcia lenta attraversa generazioni e tempi, conseguendo, grazie alla gradualità e al conseguente consolidamento, risultati non effimeri.  
0.3. Nell’esperienza fiumana riconosciamo certe tendenze odierne della «destra» italiana, e così meno ce ne meravigliamo e ancor meno consentiamo di attribuirle ad un’ originale elaborazione di pensiero.

1. Un Precedente: Münster.
1.1. Gli Anabattisti. Una delle tante filiazioni settarie ed estremiste della pseudo-riforma. Il suo principale esponente fu Thomas Müntzer, protagonista della «guerra dei contadini», nel 1525, che turbò Lutero. Ciò che li caratterizza è certamente la dottrina della necessità di rinnovare il battesimo – perché esso ha valore solo se ricevuto con piena consapevolezza e libertà –, e della possibilità di ricuperare («reintegrazione») la giustizia originaria, persa con il peccato, obbedendo al governo diretto di Dio mediante i suoi eletti. Ma aiuta di più a capire il fenomeno la categoria del radicale e ribelle rifiuto di ogni mediazione tra l’uomo e Dio, e tra l’uomo e la Scrittura, che travolge tutti i vincoli, autorità e gerarchie, non solo ecclesiali, ma anche sociali – dalla famiglia alla proprietà –, e libera da ogni limite il potere, che s’impadronisce di «dio», si fa esso stesso dio.
1.2. Il Regno di Sion: una «Profetocrazia sanguinaria». Così la definisce Friedrich Percyval Reck-Malleczewen (1884-1945), nel suo Il re degli anabattisti. Storia di una rivoluzione moderna (p. 23). Per circostanze forse irripetibili, un gruppo di anabattisti – ma l’opera rivoluzionaria è sempre maggiore e più interessante dei suoi artefici –, guidati dagli olandesi Jan Matthys e Jan Bockelson (il secondo, «[…] un disperato figlio del caos» [p. 230], «[…] un bastardo con l’eterno risentimento degl’individui della sua specie e l’inestinguibile bisogno di affermazione dei falliti» [p. 233], che si autoproclamerà re), s’impadronisce di una piccola città del nord della Germania, Münster, popolata da circa dodicimila anime, «preparate» dalla predicazione di un cittadino, Bernard Rothmann. V’instaura dall’inizio del 1534 al giugno 1535 un regime pazzotico, che in breve tempo brucia tutte le tappe rivoluzionarie («[…] ogni rivoluzione tende necessariamente a dilagare, come un incendio che facilmente si appicca ai tetti attigui», p. 89). In questo esperimento sono riconoscibili figure e fatti delle rivoluzioni a venire, e non solo di quella giacobina e di quella comunista. «Proprio come l’attuale Germania, quella città-stato di Münster per anni si separa completamente dal mondo civile…Anche là, come da noi, il gran profeta è un fallito, un bastardo della feccia più ignobile…, proprio come da noi, i sostenitori più attivi del regime sono donne isteriche, maestri di scuola elementare tarati, spretati, ruffiani che han fatto carriera […], come da noi, la legislazione spartana con cui si opprime la povera gente non riguarda affatto la sua persona e la sua banda di gangsters[…] come da noi, si narcotizza la massa con feste popolari […]. Proprio come la Germania nazista anche Münster invia la sua quinta colonna e i suoi profeti a sobillare i paesi vicini e, per un’ironia che la storia del mondo anticipa di quattro secoli, Dusentschnuer, ministro della propaganda di Münster, è zoppo come il suo grande collega Goebbels» (pp. 7-8). La vicenda si concluderà con una feroce repressione, un bagno di sangue che forse un intervento più tempestivo avrebbe risparmiato o reso meno pesante: «Si ripete l’antica parola di Giuda, e ogni volta che è pronunziata – nel 1789 e nel 1848 e nel 1918, e in Russia nel 1917 – segue un periodo in cui il sangue fraterno è versato non a gocce ma a secchi, provocando ferite incomparabilmente più gravi che se fosse stata decisa un’azione immediata» (p. 44).
1.3. Panlegismo, Comunanza di Beni, Poligamia, Divorzio, Debordamenti sessuali, Repressione, Terrore, Morte. Queste, in progressione, le caratteristiche del «regno di Sion» a Münster – «nato dall’Antico Testamento, dal comunismo e da una sessualità esasperata» (p. 167) –, favorite e sostenute appunto dall’effervescenza religiosa, dal risentimento sociale e dall’esplosione di una sensualità sfrenata. La R. esaspera le sue stesse cause, e il puritanesimo protestante «rigido, freddo, mummificato» non argina le tendenze alla lussuria, come c’insegna il prof. Plinio (cfr. RCR, parte I, cap. VI, 1,C e 5,C), che coglie e trasmette perfettamente la lezione dei fatti e delle idee rivoluzionarie. È curiosa e rimarchevole la sterilità della poligamia a Münster.
1.4. Invece del Paradiso.  Il governo dei profeti pretende di attuare in modo diretto ed immediato il «comando di Dio» – tale concezione, che ha un suo precedente in quella mongola dell’«impero ecumenico» che è la sovranità divina in perfetta e ininterrotta continuità con il suo governo dell’universo, può essere sintetizzata nella formula, che inverte l’ordine della realtà creaturale, «Dio con noi» (il sinistro Gott mit uns), antitetica a quella cattolica, «noi con Dio» –, e dunque promette il paradiso della perfetta libertà e uguaglianza. Invece, e come sempre, saranno fame, cannibalismo, tradimenti, privilegi, disuguaglianze estreme, morte, distruzione. L’irreligiosità sostanziale che si paluda di parole e richiami «religiosi» infrange tutte le barriere, scatena tutti i demoni: «Fecero ciò che vollero, e il diavolo rise» (p. 110). Sono coinvolti i bambini nelle delazioni: «[…] in Münster si assiste al gradito spettacolo di due ragazzine di otto o nove anni che terrorizzano chiunque ancora si permetta di fare sfoggio di abiti relativamente eleganti» (p. 129). In nome dell’uguaglianza – abbattere tutto ciò che sta in alto: «“Distruggete, abbattete”. […] l’indomabile desiderio […] di annientare ogni ordine stabilito e, secondo la ricetta di tutti i figli degl’inferi, di umiliare ciò che sta al vertice e d’innalzare ciò sta in basso» (pp. 153-154) –, vengono demoliti i campanili. In nome della purezza della fede, vengono devastate le chiese, distrutte le immagini, profanato il Santissimo. In nome della libertà, viene regolato, «biblicamente», ogni aspetto dell’esistenza, anche l’ornamento e il modo di vestire delle persone («Fra i molti ordini che Dio […] ha trasmesso c’è anche l’affermazione che un fratello cristiano non può possedere più di una giacca, di due paia di pantaloni, di due casacche e di tre camicie» [p. 118]), e la minima infrazione è sanzionata con la pena di morte immediata. Ma i profeti sono sempre più uguali degli altri: mentre i corpi dei sudditi sono attorcigliati dalla fame e si mangiano topi, radici, poi anche i finimenti di cuoio e infine la carne umana (una vera costante della Rivoluzione, dall’Holomodor alla Cina di Mao: dissotterrano «i corpi dei giustiziati spolpandone con i denti le ossa rotte. Ma la voce più orribile è quella secondo cui i genitori uccidono e mettono in salamoia i loro bambini» [p. 185]), alla mensa del re non manca mai il famoso lardo affumicato della Germania del Nord. Sulle rovine della cattedrale e su quelle incipienti della civiltà cristiana, del cui compimento Münster è figura e modello, Reck-Malleczewen, intona un epicedio. «Piangete, santi, strappatevi la barba, re gotici che devotamente circondate il presepe di Cristo: la vostra epoca è tramontata…Trascorsa è l’epoca dei costruttori di cattedrali […], tramontato è il tempo in cui sulle pietre tombali si scriveva umilmente l’echeggiante “Dio, clemenza”. Sepolto è il tempo in cui le campane delle cattedrali suonavano allorché gli imperatori del sacro impero viaggiavano nelle scricchianti notti invernali su un carro tirato da buoi. È un sogno passato l’unità cristiana; è un ricordo il tempo in cui al signore imperiale del mondo visibile era affidato il compito di trovare nell’idea dell’antico impero e nell’invisibile la grande formula sacra della riconciliazione dei popoli e della pace sulla terra. Sapevamo che tale formula non esiste su questa terra insanguinata, ma pur sapendolo la cercammo, e questa nostra ricerca destinata all’insuccesso ci aperse i sacri cieli e inaugurò la lotta eterna con l’angelo e, infine, regalò alle nostre tombe la pia frase: “Dio possiede la sua anima”. […] L’umanità, i vostri cari figli dello spirito medievale, è cambiata nottetempo, ora è morsa dal serpente del razionalismo e per secoli vaneggerà nel delirio avvelenato che ora si chiama uguaglianza di tutti gli uomini. […] Un giorno, dopo secoli, gli uomini partoriti dal Rinascimento, risvegliati dal loro sonno presuntuoso, vorranno vivere senza dèi; ancora sprizzerà il sangue dei martiri, ancora il Dio dormiente si risveglierà al grido di dolore dei suoi figli…[…]. Prima, però, […] gli uomini saranno occupati a costruire robot destinati a sostituirli. Rallegratevi: siete destinati a essere oggetti di antiquariato, siate felici perché in questi giorni di carnevale siete frantumati dalla mazza dei trogloditi andando tranquillamente in pezzi e in fumo: è meglio così. Buona notte, antico e religioso mondo amato; buona notte, antico sacro impero; buona notte mondo dei cercatori di Dio e dei costruttori di cattedrali…; buona notte, buona notte» (pp. 52-53).

2. Fiume: il Fatto.
2.1. Città italiana? Piuttosto «città-Stato», Corpus separatum, abitato in maggioranza da italiani la cui lingua era un dialetto particolare, il veneziano de mar. Mercanti, che da secoli hanno popolato il porto franco (dal 1719) di Fiume, anche per approfittare della permissiva legge matrimoniale vigente, che prevedeva il divorzio. Municipio romano dal 60 a. C. col nome Tarsatica, Fiume (già Vitopolis, Sankt Veit am Pflaum, Flumen, Reka o Rijeka) è poi franca, croata, infeudata al vescovo di Pola e finalmente comune autonomo, quando raggiunge una notevole prosperità commerciale, che attrae i primi mercanti italiani. Passa poi alla corona ungherese; agli Asburgo nel 1471, come Città del Ducato di Carniola. Veneziana solo nel 1508 (in compenso fu distrutta due volte dalla Serenissima). Nel 1779 torna al regno d’Ungheria – di cui è l’unico, ma fiorente, sbocco al mare –, cui viene di nuovo assegnata nel 1867, dopo essere stata francese, austriaca, croata. La dissoluzione dell’impero spinge la maggioranza italiana (secondo i risultati del censimento ungherese del 1910, il 48,6% è di lingua materna italiana, il restante 51,4% diviso in varie etnie; secondo il censimento promosso dal Consiglio Nazionale Italiano cittadino nel 1918, su una popolazione totale leggermente diminuita, 62,4% italofoni, 37,6% altri) a chiedere l’annessione al regno d’Italia, richiesta ratificata da un plebiscito il 30 ottobre 1918. A sua volta, naturalmente la minoranza slava – ma maggioranza nel circondario (Sussak) – premeva per la nascente Jugoslavia. Si forma una «legione fiumana» di volontari, mentre un corpo interalleato occupa la città, dopo una brevissima presenza italiana, nel novembre 1918. Gravi tensioni tra italiani e francesi per la politica filo-slava della Francia. Si costituiscono due consigli nazionali – italiano e croato – contrapposti, mentre la Conferenza di pace di Parigi mostra sempre di più, soprattutto per l’influenza del presidente statunitense Wilson contrario a Fiume italiana (per vero, il trattato di Londra del 1915 non prevedeva per l’Italia in caso di vittoria tale acquisizione territoriale), di prendere una piega deludente per il nazionalismo italiano e in particolare per l’ir-redentismo giuliano-dalmata, che tante sponde e consenso montante trova nel Paese.
2.2. La «Vittoria mutilata». È lo slogan dannunziano (Vittoria nostra non sarai mutilata!Corriere della Sera, 24 ottobre 1918), che con efficace retorica sintetizza propositi e frustrazioni, e che mobiliterà nazionalisti e irredentisti contro le potenze plutocratiche e borghesi, nonché contro l’inettitudine dei governi italiani, incapaci di trarre dalla vittoria il premio desiderato (e meritato) e di ricompensare così l’eroismo e il martirio dei combattenti.  
2.3. La Spedizione di Ronchi e la Reggenza del Carnaro. La formula «Patto di Londra più Fiume» non sfonda, e lo scontento dilaga. L’irredentismo fiumano si salda con la spinta nazionalistica in Italia. Si rompono gl’indugi. Il 12 settembre 1919, una forza volontaria irregolare di nazionalisti ed ex-combattenti italiani (tra loro anche militari in servizio che «disertano») composta da circa 2500 legionari, guidata dal «comandante» Gabriele d’Annunzio, parte da Ronchi di Monfalcone (ora Ronchi dei Legionari in ricordo dell'impresa di Fiume), occupa la città e ne chiede l’annessione all’Italia. A fronte dei ripetuti rifiuti del governo italiano, D’Annunzio si risolve a proclamare la Reggenza Italiana del Carnaro.
2.4. La Carta del Carnaro. Circa un anno dopo, in un altro fatidico 8 settembre, la Reggenza si dà una costituzione: «Il Popolo della Libera Città di Fiume, in nome delle sue secolari franchigie e dell’inalienabile diritto di autodecisione, riconferma di voler far parte integrante dello Stato Italiano mediante un esplicito atto d’annessio-ne; ma poiché l’altrui prepotenza gli vieta per ora il compimento di questa legittima volontà, delibera di darsi una Costituzione per l’ordinamento politico ed amministrativo del Territorio (Città, Porto e Distretto) già formante il “corpus separatum” annesso alla corona ungarica, e degli altri territori adriatici che intendono seguirne le sorti» (dalla Premessa). Essa ha un tono progressista e sociale (viene letta e apprezzata dal comunista ungherese Miklós Sisa, ex commissario del popolo del sanguinario governo di Béla Kun): una Carta da uomini nuovi per fare nuovi gli uomini. Costituisce come repubblica la Libera Città di Fiume e il suo distretto (art. 1), definendola una «democrazia diretta» ed egualitaria (art. 2). Viene dichiarata la tutela della libertà di pensiero, parola, stampa, associazione, riunione e religiosa, però quest’ultima non legittima alcuna obiezione di coscienza (art. 4): «le opinioni religiose non possono essere invocate per sottrarsi all’adempimento dei doveri prescritti dalla legge». Viene stabilito il principio del salario minimo (art. 5). La proprietà è funzione sociale e l’unico suo legittimo titolo è il lavoro (art. 6), anticipazione singolare dell’art. 42 della vigente Costituzione repubblicana. L’ordinamento costituzionale si basa su tre elementi: cittadini, corporazioni, Comuni (art. 10). L’evasione fiscale comporta la perdita della cittadinanza e dei correlativi diritti, come la comporta la «vita parassitaria» (art. 12). L’iscrizione alle corporazioni (che possono imporre tasse per il proprio funzionamento e possono essere proprietarie, art. 14) è obbligatoria per chiunque eserciti una qualunque attività produttiva, pubblica o privata, autonoma o dipendente (art. 13). L’assemblea nazionale può nominare un dictator («Comandante») per non più di sei mesi prorogabili (art. 34). Della Carta, oltre la versione giuridica, il cui principale autore è De Ambris, ve n’è una lirica opera di D’Annunzio, che è l’unico autore delle sezioni su religione, edilità e musica. Tre articoli tra gli altri: «LIV - Alle chiare pareti delle scuole aerate non convengono emblemi di religione»«LXIV - Nella Reggenza italiana dal Carnaro la Musica è una istituzione religiosa e sociale. Ogni mille, ogni duemila anni sorge dalla profondità del popolo un inno e si perpetua. Un grande popolo non è soltanto quello che crea il suo Dio a sua simiglianza ma quello che anche crea il suo inno per il suo Dio. Se ogni rinascita d’una gente nobile è uno sforzo lirico, se ogni sentimento unanime e creatore è una potenza lirica, se ogni ordine nuovo è un ordine lirico nel senso vigoroso e impetuoso della parola, la Musica considerata come un linguaggio rituale è l’esaltatrice dell’atto di vita, del-l’opera di vita. Non sembra che la grande Musica annunzi ogni volta alla moltitudine intenta e ansiosa il regno dello spirito? Il regno dello spirito umano non è cominciato ancora. “Quando la materia operante su la materia potrà tener vece delle braccia dell’uomo, allora lo spirito comincerà a intravedere l’aurora della sua libertà” disse un uomo adriatico, un uomo dalmatico: il cieco veggente di Sebenico. Come il grido del gallo eccita l’alba, la musica eccita l’aurora: “excitat auroram”. Intanto negli strumenti del lavoro e del lucro e del gioco, nelle macchine fragorose che anch’esse obbediscono al ritmo esatto come la poesia, la Musica trova i suoi movimenti e le sue pienezze. Delle sue pause è formato il silenzio della decima Corporazione». «LXV - Sono istituti in tutti i Comuni della Reggenza corpi corali e corpi istrumentali con sovvenzione dallo Stato. Nella città di Fiume al collegio degli Edili è commessa l’edi-ficazione di una Rotonda capace di almeno diecimila uditori, fornita di gradinate comode per il popolo e d’una vasta fossa per l’orchestra e per il coro. Le grandi celebrazioni corali e orchestrali sono “totalmente gratuite” come dai padri della Chiesa è detto delle grazie di Dio». Un «libro dei sogni», che però emoziona.
2.5. Il «Natale di Sangue» e la Fine del Sogno. Il 12 novembre 1920 Italia e Jugoslavia concludono a Rapallo un trattato che dichiara lo Stato di Fiume libero e indipendente. L’annessione non è più rivendicata dal regno d’Italia. Il consiglio nazionale fiumano respinge il Trattato. L’1 dicembre D’Annunzio dichiara guerra all’Italia. Il 24 dicembre l’esercito italiano entra in Fiume, approfittando anche del fatto che il consenso per la Reggenza, dentro e fuori i confini, si è di molto affievolito. Il 2 gennaio, dopo combattimenti non particolarmente intensi – bastano poche cannonate a estinguere l’epica fiumana – D’Annunzio smobilita i legionari. Il sogno è finito, è l’ora del risveglio. È durato meno di sedici mesi, più o meno come a Münster. Fortunatamente il tributo di sangue è, come si è detto, infinitamente minore.

3. Fiume: alcuni Protagonisti.
3.1. Gabriele D’Annunzio. Erotomane più che libertino. Soldato audace, abile propagandista di se stesso (trasforma la fallita incursione nella baia di Buccari [Bakar] contro la marina imperiale del 10/11 febbraio 1918 – nessun siluro lanciato dai MAS nonché raggiungere il bersaglio neppure esplode – ne «la beffa di Buccari»), immaginifico letterato e coniatore di slogan felicissimi. Oratore e capopopolo carismatico. Nietzsche in sessantaquattresimo, cocainomane, debitore incallito, retore ed esteta ridondante, nemico della morale cristiana e della Chiesa che a suo avviso mortifica l’intelligenza, il genio, la libera volontà dell’individuo. Fu il vero artefice e il principale protagonista dell’impresa e dell’esperienza fiumana. C’è anche un D’Annunzio inedito, che però spiega molte cose: «[…] io sono per il comunismo senza dittatura […]. Nessuna meraviglia, poiché tutta la mia cultura è anarchica […] È mia intenzione di fare di questa città un’isola spirituale dalla quale possa irradiare un’azione, eminentemente comunista, verso le nazioni oppresse» (cit. in Claudia Salaris [moglie del neo-futurista Pablo Eucharren], Alla festa della rivoluzione. Artisti e libertari con D’Annunzio a Fiume, p. 39). Si dice che Lenin lo considerasse l’unico rivoluzionario italiano, e avesse rimproverato i socialisti in Italia di non aver saputo approfittare di «Fiume» come occasione rivoluzionaria. Lui stesso, quando gli viene attribuita come candidato alle elezioni del 1897, rifiuta l’etichetta di destra e dichiara: «Io sono al di là della destra e della sinistra, come al di là del bene e del male» (p. 107). Si candiderà un’ultima volta come indipendente di sinistra.
3.2. Alceste De Ambris. Massone, repubblicano e anticlericale. Sindacalista rivoluzionario, socialista interventista. Muore da antifascista. Capo di gabinetto di D’An-nunzio, è il principale autore della Carta. Così De Ambris illustra al Comandante il profilo che dovrà assumere la Carta«[…] diamo al mondo l’esempio di una Costituzione che in sé accolga tutte le libertà e tutte le audacie del pensiero moderno» (cit. in Mimmo Franzinelli e Paolo Cavassini, Fiume. L’ultima impresa di D’Annunzio, p. 185).
3.3. Guido Keller. Personaggio simbolo dell’impresa fiumana. È lui che procura con un colpo di mano gli autocarri necessari per la spedizione legionaria. Massone. Aviatore audace, capace di imprese tanto eroiche quanto beffarde (è lui a lanciare un pitale su Montecitorio nel novembre 1920). Vegetariano, nudista, cocainomane, bisessuale. Tra i più fidati compagni di D’Annunzio. Affianca Comisso nell’iniziativa della «Yoga». Insofferente ad ogni normalità, anticipa le tendenze della contro-cultura del ’68, tra le quali l’apologia surrealista del delirio contro la camicia di forza della logica tradizionale e contro la stessa realtà.   
3.4. Mario Carli. È il principale esponente della sinistra fiumana. Dandy nell’aspetto, futurista e simpatizzante bolscevico fonda e pubblica la rivista La testa di ferro. Cerca di far collaborare fascisti, futuristi e arditi con i socialisti, i repubblicani e gli anarchici: «noi siamo libertari quanto gli anarchici, democratici quanto i socialisti, repubblicani quanto i repubblicani più accesi […], non abbiamo nulla a che fare con i nazionalisti reazionari, codini e clericali» (Salaris, p. 33). Esorta alla rivoluzione permanente mondiale. A giugno, verrà invitato a lasciare Fiume per il suo estremismo. Poco più di un anno dopo si convertirà all’ideale monarchico.
3.5. Giovanni Comisso. È il più famoso letterato, dopo D’Annunzio, accorso a Fiume. Inquieto, romantico ed esistenzialista, con Keller dà vita all’associazione «Yoga», Unione di spiriti liberi tendenti alla perfezione, che ha come simbolo una svastica, tratta dalla simbologia orientale. E orientale è il tipo di cultura ed esperienza spirituale cui si ispirano, intrisa comunque di superomismo. Con i suoi romanzi, Le mie stagioni e Il porto dell’amore, narra Fiume e il suo spirito meglio di tanti storici. Omosessuale.
3.6. Leone Kochnitzky. Russo-polacco nato in Belgio, di origini ebree si converte al cattolicesimo. Poeta poliglotta, omosessuale, a Fiume viene incaricato di dirigere l’Ufficio relazioni esteriori, il Ministero degli esteri. Punta a dargli un’impronta internazionalista. Simpatizzante della rivoluzione bolscevica, è tra quelli che più si adoperano per dare all’impresa di fiume una curvatura a sinistra. Prova dal suo ufficio a entrare in contatto con gl’irredentisti irlandesi, catalani, maltesi e fiamminghi per favorire una sollevazione internazionale, di cui Fiume avrebbe dovuto essere l’avan-guardia e il modello. Lavora alla costituzione della Lega di Fiume, anti-Società delle Nazioni, che raduni i popoli poveri e oppressi e li organizzi contro quelli ricchi e potenti. Non avrà mai alcun peso. Prenderà contatto anche con il ministro degli esteri di Lenin, Cicerin (quello cui il capo comunista indirizzerà il famoso memorandum-manifesto della politica estera sovietica[62]). Constatata l’inanità dei suoi sforzi, lascia Fiume nell’estate del 1920. 

4. Fiume: le Idee e i Costumi.
«Fiume» non è stata pianificata. È piuttosto vero che essa è stata un piano inclinato, che precipita idee, uomini ed eventi, con accelerazione geometrica, nell’abisso rivoluzionario. I protagonisti agiscono, ma vengono anche agiti. La straordinaria e futuristica velocità dell’intera vicenda la consuma presto. Effimera, ma vessillare: è una di quelle «ribellioni caratterizzate dalla transitorietà, nate non per durare, ma per tracciare un segno, indicare una via, comete effimere destinate però a rimanere nella memoria collettiva e a incidere anche dopo la conclusione della loro parabola, come il Sessantotto»; così la breve storia della Reggenza del Carnaro, «nella cui costituzione si legge che la musica è il principio centrale dello Stato» (p. 204). Insomma, non senza eredità, non senza influenze successive, quale che ne sia la consapevolezza ed il livello di accettazione diretta. La sua esplosione subitanea – non «pianificata» – e la sua altrettanto rapida conclusione senza apparenti esiti, ne fanno più una rivolta che una Rivoluzione. Ma non nel senso classico della dottrina contro-rivoluzionaria, che intende per rivolta un moto insurrezionale anche violento e radicale, ma che ha di mira una questione particolare; che è espressione di un’insoddisfazione anche intensissima, ma che riguarda la gestione del «sistema», non il «sistema» e men che meno i suoi fondamenti ultimi. È rivolta perché, secondo un diverso criterio di distinzione dalla R., a differenza di quest’ultima, non «designa correttamente tutto il complesso di azioni a lunga e breve scadenza che sono compiute da chi è cosciente di voler mutare nel tempo storico una situazione politica, sociale, economica, ed elabora i propri piani tattici e strategici […] nella più lunga prospettiva possibile […]. Ogni rivolta si può invece descrivere come una sospensione del tempo storico. La maggior parte di coloro che partecipano a una rivolta scelgono di impegnare la propria individualità in un’azione di cui non sanno né possono prevedere le conseguenze» (p. 13). Tenendo tuttavia presenti entrambi i criteri, «Fiume» fu rivolta, e Rivoluzione. Rivolta, nel senso suddetto: «Si vive e si agisce non inseguendo una tattica o una strategia, ma abbandonandosi all’istinto, al bisogno del momento, al capriccio» (p. 13). Ma anche R., nel senso «nostro», Fiume la «Città di vita»: «[…] una sorta di piccola “controsocietà” sperimentale, con idee e valori non propriamente in linea con quelli della morale corrente, nella disponibilità alla trasgressione della norma, alla pratica di massa del ribellismo. Libertà sessuale, omosessualità, uso di droga, nudismo, beffe, originalità degli atteggiamenti persino nella foggia del vestire dei legionari, nel loro modo di comportarsi […]. Queste manifestazioni collettive psicologiche e di costume esprimevano lo stesso “spirito nuovo” che si può riscontrare nelle visioni politico-sociali della Carta del Carnaro e della Lega di Fiume, che avrebbe dovuto riunire i rappresentanti dei popoli oppressi» (p. 12). Punto di partenza di questo piano inclinato, che accelera vertiginosamente l’itinerario verso la R. culturale o IV R., è probabilmente da identificare – diversamente che a Münster dove tutto nasce dalla R. religiosa o I R. e dalla sua radicalizzazione – nell’avversione alla borghesia e allo spirito borghese – quindi una radicalizzazione della R. politica o II R. –, avversione che poi si estende alla tradizionale morale cattolica e alla Chiesa stessa.
4.1. Contro la borghesia.
Prima con l’interventismo poi in trincea, matura, soprattutto nelle avanguardie eroiche dell’esercito, in particolare gli arditi, un intenso e forse fondato disprezzo verso la borghesia imboscata, che mentre il popolo dà il sangue per la patria si arricchisce. Marsine e cilindri sono i simboli di questa avida ignavia, che induce ad accettare anche la mutilazione della vittoria pur di continuare a fare i propri affari. E poi i borghesi sono grassi, vili, conformisti, egoisti. Tutto l’opposto dell’allegro eroismo, della  vitalità, prestanza, agilità, velocità, del «menefreghismo» davanti alla morte, alla sofferenza, alla fatica, dello spirito d’avventura, del cameratismo fraterno dei legionari, che vengono riassunti in un modello, in uno stile di vita «nuovo», rivoluzionario, anti-borghese. Ne deriva una potente spinta inerziale, ma anche alimentata da intenzioni – talvolta confuse, talaltra lucidamente concepite e meditate –, verso la «contro-società». E non senza «aiutini» esterni, da «gli agenti della Rivoluzione»: essi «giungono dalla massoneria nei primi tempi […]. Lo stesso D’Annunzio ha confessato che senza il suo appoggio incondizionato “l’impresa di Ronchi non avrebbe potuto raggiungere il suo obiettivo”» (p. 137). Così come non fanno mancare il loro sostegno la sempre presente Banca Commerciale, industriali e finanzieri. L’«avanguardia» e l’«alternativa» (artistiche, letterarie, politiche, sociali, economiche) seducono irresistibilmente chi vuol distinguersi dai borghesi panciafichisti e dal loro spirito. La febbre sale, provocata e alimentata dalle condizioni ambientali – mancano le distanze spazio-temporali, Fiume è una sorta di TAZ, «Temporarily Autonomous Zone, secondo la definizione del pensatore libertario e cyberpunk statunitense, Hakim Bey –, dalle predisposizioni psicologiche, ideologiche, culturali, esistenziali, dei protagonisti e dall’esaltazione nazionalistica della popolazione. «Una febbre fatta, nei più risoluti, di orrore per la vita grigia di tutti i giorni, di disprezzo per gli ordini costituiti, di disinteresse per il passato e per l’avvenire, di irridente spregio per la virtù e per il risparmio, per la famiglia, per gli avi, per la religione, per la monarchia, per la repubblica: di nichilistica aspirazione, in fondo, di finirla in bellezza questa inutile stupida vita, in una specie di orgia eroica. […] L’esplosione sfrenata di [questi sentimenti, che normalmente le persone reprimono,] fu forse la caratteristica più importante dell’ambiente legionario fiumano e segno di una situazione politica intrinsecamente rivoluzionaria, in cui D’Annunzio si trovò ad essere il capo, mandato avanti piuttosto dalla forza degli eventi che da una sua chiara volontà» (p. 14). La borghesia non è vista più come la classe rivoluzionaria che ha fatto il risorgimento, ma come classe conservatrice, «nuova classe» una volta al potere, e con essa viene osteggiato anche quanto sopravvive nel suo patrimonio valoriale che invece meriterebbe di essere conservato. Tre sono i principali filoni ideologici della ribellione antiborghese.   
4.1.1. Irredentismo nazionalista. È l’utopia della nazione-messia che redime e salva. È la nuova fonte (immanente) di legittimità del potere, che ormai prende il posto di quella tradizionale (trascendente, quindi religiosa). I nazionalisti radicali ritengono che la borghesia dei notabili abbia tradito il risorgimento e si sia acquietata nel suo potere, contentandosi dell’«italietta».
4.1.2. Sindacalismo Rivoluzionario e Socialismo Nazionale. Si distingue dalla versione «tradizionale», internazionalista e umanitaria, del socialismo marxista e non, perché chiede il controllo dell’economia e mobilita le masse non già in nome della lotta di classe e del materialismo storico, bensì in nome della forza vitale delle energie della nazione come «grande proletaria», che finalmente prende il controllo dei propri beni e del proprio destino. Vede nell’attitudine individualistico-privatistica del borghese un ostacolo al dispiegarsi della grandiosa e spirituale forza collettiva del popolo-nazione, che ha preso coscienza di sé, e si fa unico artefice del suo avvenire attraverso lo Stato e/o le associazioni di lavoratori che controllino la produzione, il commercio e la finanza.
4.1.3. «Terzomondismo» e Anti-Imperialismo. Se a tradire e mutilare la vittoria è stata la «congiura» delle grandi potenze occidentali, se anche l’Italia è da queste oppressa, allora occorre che si levi per unire le nazioni povere e colonizzate contro i ricchi imperialisti (che fra l’altro le negano Fiume). Dalla borghesia nazionale, alla borghesia internazionale, la lotta si allarga. Il nemico comune trasforma i bolscevichi in Russia – che vengono compresi come nazional-bolscevichi – in possibili amici, siccome anch’essi impegnati nella comune lotta di liberazione dei popoli poveri e oppressi. Fiume riconosce l’URSS e tenta di esser da questa riconosciuta, come luogo in cui si realizza la libera autodeterminazione dei popoli. Anche per questo, Gramsci e Bombacci, prossimi fondatori del PCd’I, manifestano interesse e attenzione per «Fiume». Pretenziosamente prende «corpo l’idea di fare di Fiume il crogiolo d’una rivoluzione globale che coinvolgesse tutti i popoli schiacciati dalla politica imperialista delle nazioni forti» (pp. 11-12). Allo scopo, si promuove la costituzione di una Lega, che dovrebbe riunire, tra gli altri, i rappresentanti di Islam, Persia, Afghanistan, Cina, Corea, Cuba, Negri dell’America, dovrebbe affrontare il problema israelitico, e dare voce a tutti gl’irredenti d’Europa. Come proclama D’Annunzio, «Dall’indomito Sinn Fein irlandese alla bandiera rossa che in Egitto unisce la Mezzaluna e la Croce, tutte le insurrezioni dello spirito contro i divoratori di carne cruda e contro gli smungitori di popoli inermi si riaccenderanno alle nostre faville che volano lontano» (p. 42). Episodio emblematico della «politica estera» fiumana è la cattura del mercantile Persia, che trasporta e perché trasporta armi, munizioni e viveri destinati ai «bianchi» in guerra con i «rossi» nel «Paese dei soviet». L’impresa s’inquadra nel-l’«economia pirata» che contribuisce in modo programmatico al sostentamento della Reggenza. I legionari pirati si sentono continuatori degli uscocchi, i leggendari guerriglieri balcanici anti-turchi e poi pirati, che qualcuno vorrebbe precursori dell’espro-prio e della spesa proletari. Anche secondo questa chiave, Fiume è giudicata una TAZ, come le isole dei bucanieri che si ponevano fuori del consorzio e dell’ordina-mento civili, oltre ogni giurisdizione, mini-società ugualitarie in cui si vive al di là del bene e del male. L’azione, non isolata, contro il Persia – qualcuno pensa già di destinare le armi, sottratte alla reazione russa, alla Rivoluzione in Italia – è così esplicitamente intesa dal suo principale artefice, il capitano Giuseppe Giulietti, comandante della Federazione Italiana Lavoratori del Mare: «In difesa del proletariato russo abbiamo fatto del nostro meglio per impedire tale trasporto. […] I mezzi che dovevano servire a combattere la libertà e la redenzione del popolo russo serviranno per la libertà e per la redenzione del popolo fiumano. La nostra azione è in perfetta concordanza e continuazione coll’azione che abbiamo svolto dall’inizio del conflitto europeo per la libertà e la difesa di tutti i popoli contro ogni sorta di nazionalismo, capitalismo e militarismo» (pp. 140-141). Naturalmente la Lega, che vuole essere come già detto una «anti-Società delle nazioni» – esempio di velleitario, utopistico sovversivismo internazionale –, non riuscirà neppure a costituirsi: «Fiume è un polo troppo debole per poter fungere da catalizzatore di tante energie» (p. 44). Però, anche in questo caso, le sue velleità rivoluzionarie sono vessillari e in qualche modo sintetizzano quello che poi accadrà, più efficacemente: «Un atteggiamento che straordinariamente precorre le scelte delle generazioni cresciute negli anni Sessanta attorno alle questioni del Terzo mondo, dei dannati della terra, contro l’imperialismo e la supremazia economica e culturale degli Stati Uniti» (p. 46).

4.2. Contro lo Spirito borghese.
Allo spirito piccolo borghese, calcolatore e meschino, i «fiumani» non oppongono le altezze dell’ascetica e della mistica religiose, ma i surrogati costituiti dal surrealismo, dall’apologia della follia, dell’assurdo, dell’irrazionale, del grottesco, dell’illogico. Pretese alternative estetizzanti, volontaristiche, eccentriche e provocatorie, che mai saranno idonee a dare risposta alle domande dell’uomo, e quindi le cancelleranno dal-l’orizzonte. L’alternativa, dunque, si pone sul piano estetico, piuttosto che filosofico: le estasi coribantiche vs. le «giacche grigie».
4.2.1. Dada, Futurismo: la Vita come Opera d’Arte, Decadentismo estetizzante. È il contesto culturale dominante a Fiume. L’individuo strutturato dalla ragione, dalla logica, dalla fede e dagl’istituti della civiltà va superato dall’io tutto desiderio, passione e fantasia. È un superomismo, più artistico che ideologico e razzista, che conclude in atteggiamenti che ancora una volta sintetizzano ciò che sarà, diffuso e socializzato, negli anni a venire, quelli della IV Rivoluzione. «L’uso politico dell’i-ronia, ricorrente dal futurismo al dadaismo, è uno dei fenomeni destinati a restare nel patrimonio genetico delle rivolte lungo il XX secolo, fino a riaffiorare nei movimenti giovanili del nostro dopoguerra, con il pensiero situazionista, le azioni dei provos olandesi, i movimenti controculturali e le componenti creative della contestazione nell’onda lunga che dal Sessantotto approda ai fenomeni di ribellione negli anni Settanta. In particolare, sono i cosiddetti «indiani metropolitani», protagonisti d’un’effimera corrente studentesca italiana nel 1977, a coniugare sistematicamente gioco e impegno politico, come hanno insegnato le avanguardie storiche (futurismo, dadaismo, surrealismo), utilizzando slogan ironici e strampalati, atti a far innervosire i professionisti della politica, realizzando, invece dei consueti cortei, volti dipinti, e diffondendo giornaletti di sapore dadaista. […] “La fantasia distruggerà il potere e una risata vi seppellirà”» (pp. 48-49). La dissacrazione radicale e sistematica come via alla Rivoluzione, che non manca comunque di assumere anche un tono politico. Si parla di «democrazia futurista»: «[…] l’amore libero e il superamento della famiglia tradizionale mediante il divorzio, il “figlio di stato” e gli “istituti di allevamento della prole” sono considerati obiettivi essenziali per realizzare a livello sociale e non solo politico la vera “democrazia futurista”» (p. 177). Marinetti aderisce ai fasci, salvo dimettersi dopo quella che lui ritiene una svolta reazionaria al congresso di Milano del maggio 1920. Pubblica su La testa di ferro di Carli, il 15 agosto 1920, un «manifesto di pura utopia politica» (p. 83), dall’eloquente titolo Al di là del comunismo, dove tra tante cose si propongono anche le «notti bianche» e i concerti continui e diffusi. Forte è l’impronta anticlericale, e la sua prospettiva politica cerca di coniugare l’individualismo anarchico con il governo dei tecnici (nihil sub sole novi). Come scrive in altra occasione, «Vogliamo liberare l’Italia dal papato, dalla monarchia, dal senato, dal matrimonio, dal Parlamento. Vogliamo un governo tecnico […]. vogliamo l’abolizione degli eserciti permanenti, dei tribunali, delle polizie e dei carceri» (p. 119). Persino D’Annunzio apparirà ai futuristi troppo realista… Quanto al dadaismo e alla sua indole nichilistica (dadaista è stato anche Evola…), basti questa frase di uno dei suoi principali esponenti, Tristan Tzara: «Dada […] è piuttosto il ritorno ad una religione dell’indifferenza, di tipo quasi-buddista» (p. 52). Oltre ogni costruttivismo, emblematicamente il nulla esistenziale della R..  

4.3. Contro la Tradizione e la Chiesa cattolica.
Naturalmente tutto questo entra in rotta di collisione con la tradizionale morale cattolica e con la stessa Chiesa: si può dire che quasi sempre l’avversione alla borghesia e al suo spirito travolge anche i valori tradizionali che essa ancora osserva e dei quali viene strumentalmente o per ignoranza ritenuta la fondatrice («L’Italia aveva compiuto […] una guerra di liberazione […] da principi, idee e costumi che le erano stati imposti dalla casta borghese del secolo passato», Comisso, p. 154). Questo rifiuto, quasi «necessario», si articola e si manifesta in vari modi, non senza la ricerca di surrogati.
4.3.1. Neo-Paganesimo, «Orientalismo». L’amministratore apostolico di Fiume, Celso Costantini, rimprovera a D’Annunzio d’aver promosso una specie di paganesimo «in cui l’edonismo e l’estetica si sovrappongono all’etica e Orfeo a Cristo» (p. 180). Il richiamo alle antiche virtù guerriere e civili del paganesimo e alla sua gioia di vivere, che mal si concilierebbero con l’indole alla sottomissione, alla cupa mortificazione e alla estraniazione dalla storia del cristianesimo, talvolta si combina e si affianca con propensioni esoteriche orientaleggianti. Un esempio è la già citata associazione «Yoga-Unione di spiriti liberi», di Comisso e Keller, che pubblica anche una rivista all’insegna della svastica (come simbolo esoterico-solare; ed ugualmente esoterico è l’emblema del nuovo vessillo della Reggenza: il serpente d’oro che fa di sé cerchio perfetto e perpetuo, con al centro le sette stelle dell’Orsa). Sull’atteggiamento nei confronti dell’oriente e le sue dottrine – islamiche, induiste e buddiste –, le parole di Keller anticipano quelle di tanti geni, laici ed ecclesiastici, del nostro tempo, tra i quali il presidente della Camera: «La nostra superiorità su di loro non poggia che sulla forza, mentre da esse a noi non viene che luce» (p. 53).
4.3.2. Un pre-Sessantotto di «destra». Individualismo radicale e superomista: Divorzio, Libero Amore, Omosessualità e Droga. Non in nome delle masse e della lotta di classe, ma della liberazione dell’individuo da ogni limite e legame. Èlan vital allo stato puro. A Fiume si divorzia – vi accorrono allo scopo Marconi, Pareto, il capo della massoneria di Palazzo Giustiniani, Domizio Torrigiani. A Fiume, «si fa senza ritegno tutto ciò che si vuole» (p. 188). Una relazione del Ministero degl’Interni a Roma descrive come «licenziosa, libertina e immorale» la vita a Fiume. La città «rappresenta […] l’Eden terrestre, l’eldorado di tutti i piaceri […], il paese della cuccagna» (p. 183). Che è un po’ la cifra di quello che sarà un certo Sessantotto. «[…] nel microcosmo di Fiume il piacere diventa prerogativa di tutti coloro che sono convenuti alla festa della rivoluzione. Godimenti senza limiti, divertimento, libero fluire dei desideri, comportamenti disinibiti, privi di moralismo: tali sono i caratteri che di quest’esperienza collettiva, sostanzialmente ci tramandano cronache e memorie» (p. 177). A Fiume l’obiettivo è ambizioso, è davvero una sintesi di quello che sarà il Sessantotto: cambiare la vita. La Rivoluzione penetra in interiorem hominem«La rivoluzione di Fiume non è solo politica, ma anche esistenziale. […] l’individualismo contro la disciplina […], l’originalità dell’abbigliamento nelle divise [si contestano il colletto chiuso e la cravatta, la cui abolizione è metafora di liberazione: «le rivolte segnano inevitabilmente il costume» (p. 195)] fantasiose e inventate (non sono infrequenti le donne in grigioverde o i nudisti); ma anche l’uso della droga, la libertà sessuale, l’omosessualità, […] godimento e liberazione di energie» (p. 154). Nel più puro stile di quel che sarà il Sessantotto, «Fiume» è «una rivoluzione desiderante». Dioniso contro Apollo. Libertinismo e rivoluzione sessuale come cifra e obiettivo.  
4.3.3. L’Utopia della Festa continua e della Città musicale. Sempre carnevale (=Rivoluzione), mai quaresima. La contro-società ha questa contro-morale: finalmente Adamo sarà liberato dalla fatica del lavoro, sarà sempre festa. Non dimentichiamo le feste rivoluzionarie in Francia. La gioia prescritta per legge (l’«assurdo», secondo Bottai, che scrive «La festa può distrarre: ma un dolore distratto è un impoverimento senza rimedio, e una continua distrazione dai dolori sarebbe un disumanizzarsi fino alla più atroce meccanicità», p. 116). Ed è proprio a carnevale che Comisso e Keller cercano di organizzare una grande festa, metafora di quella che dovrebbe («vorrebbe») essere la vita nella «Città della vita»: l’assalto al castello d’amore. Il progetto fallisce, ma rimane il suo significato emblematico: «La festa come sublimazione del-l’iniziativa politica, in cui ricorrere a mezzi insoliti quali il gioco, la danza e la mascherata. […] forma che si potrebbero chiamare di “contropolitica”» (p. 158). Contro lo spirito ascetico e di mortificazione, l’esaltazione del paese dei balocchi. Della città musicale, narra la versione dannunziana della Carta. La realtà prova ad adeguarsi. «[…] si danzava dappertutto: in piazza, ai crocevia, sul molo; di giorno, di notte, sempre si ballava, si cantava: né era la mollezza voluttuosa delle barcarole veneziane; piuttosto un baccanale sfrenato» (p. 155). E per godere più intensamente la festa, ricorda Comisso, «molti tenevano nel taschino della giubba una piccola scatola d’oro con la droga ravvivante» (p. 169), la cocaina. Ma tutto sommato, confessa lo stesso scrittore, alla fine regna «una noia immensa» (p. 172).
4.3.4. Modernismo e Precursori della «Chiesa del Dissenso». Già da tempo all’interno del clero della regione serpeggia uno spirito di contestazione dell’ordine e della disciplina ecclesiastici, che reclama più democrazia e l’abolizione del celibato sacerdotale («[…] l’ignoranza dell’antico facilita l’illusione che si pensi qualcosa di nuovo» [Etienne Gilson, L’ateismo difficile, p. 26]). Nell’atmosfera fiumana, un gruppo di cappuccini pubblica una Confessione pubblica (non è difficile capire a chi e a che cosa si ispirino), con la quale si chiede, fra l’altro, elezione dal basso del superiore, controllo sui fondi dell’ordine, e soprattutto abolizione del celibato. I frati modernisti contro il loro superiore si appellano a D’Annunzio e si rifiutano di lasciare il convento o ritrattare. Anzi, espongono alla finestra del monastero una bandiera con il motto latino utilizzato dal Comandante all’atto dell’occupazione, hic manebimus optime«Finirà che sette cappuccini abbandoneranno l’ordine […]. Una storia che indubbiamente anticipa certe tensioni liberatorie circolanti sull’onda del Sessantotto in talune frange della cosiddetta “Chiesa del dissenso”, in contrasto con le gerarchie ecclesiastiche e sensibile al clima di contestazione dell’epoca» (p. 181). A Fiume incontriamo anche un domenicano, p. Reginaldo Giuliani, che morirà in Africa come cappellano militare durante la guerra d’Etiopia. Celebra Messa e benedice pugnali e armi nell’ambito di rituali legionari. Sarà richiamato dai superiori.

5. Fiume: i Nipotini.
«Fiume», più dell’interventismo, è comunemente ritenuta un’esperienza pre-fascista. Il fascismo è ritenuto «di destra». Dunque «Fiume» è un’impresa «di destra». Accade così che la «destra» venga inquinata da elementi «fiumani». Se sei di destra, sei fascista. Se sei fascista, devi accettare se non tutto e tutto insieme, almeno qualcosa di «Fiume». Ma Fiume è carsica, e come tale, una volta accettata anche solo parzialmente, «lavora» e riemerge, non necessariamente col proprio nome, certo con la propria identità. In realtà, probabilmente l’impresa fiumana, ovviamente insieme con il «pericolo rosso», fu uno dei principali fattori della svolta a destra di Mussolini: a fronte del carattere radicale, sovversivo, utopistico che essa andava via via assumendo, il futuro duce, anziché inseguire a sinistra D’Annunzio (all’epoca un suo reale concorrente), lo abbandona e si rivolge ai conservatori come garante dell’ordine oltre che della grandezza patria. «Fiume» fu certamente celebrata dal fascismo, ma strumentalmente. La sua realtà di ricettacolo dei rivoluzionari d’ogni risma, un po’ come la Parigi del 1968, fu tenuta nascosta, limitandosi a ricordarne il fine patriottico e l’e-roismo legionario. Ma il «patriottismo» fiumano fu ben compreso da Gramsci: «Noi non siamo contro la patria, ma soltanto contro la patria borghese. La rivolta dannunziana contro il vassallaggio imposto dall’Inghilterra e dalla Francia all’Italia è anche una nostra rivolta. […] In questo senso noi continuiamo il movimento rivoluzionario di un secolo e mezzo fa per l’unità d’Italia» (p. 220). Ciò nonostante, quale che ne sia il grado di consapevolezza, «Fiume» ha lasciato nipotini a destra, dando luogo al singolare fenomeno delle «destre» di sinistra in Italia.
5.1. Dal Fascismo di Sinistra e la «Destra Sociale» a Farefuturo. Trascurando le dinamiche del fascismo, per le quali rimando al primo saggio introduttivo a RCR del RN, individuo almeno tre grandi filoni. Il primo, quello dei «fascisti di sinistra» di Stanis Ruinas e del Pensiero nazionale. Agiscono dalla fine della guerra agli anni 1960, anche se il loro periodico uscirà fino al 1977. Anti-occidentali, socialisti, risorgimentalisti, anti-clericali, e non solo per avversione alla DC. A lungo in dialogo con il Pci, che delega Pajetta alla trattativa con loro. Le loro tematiche preferite sono quelle economiche e di politica estera, ma non disdegnano, trattandole sempre in modo rivoluzionario, quelle etiche. Poi, i vari filoni della «destra sociale», socialisteggiante e anti-americana, ma tendenzialmente di buone posizioni sui temi etici, benché non manchino le fughe in avanti. Tuttavia, è Farefuturo – anche nel nome – la realtà che sembra l’erede diretta di «Fiume», ovviamente mutatis mutandis, soprattutto in riferimento ai toni e allo slancio ideale, tutto a favore di «Fiume». Le analogie, quando non le identità, riguardano, oltre tutto quanto già evocato, anche aspetti di dettaglio: la rivendicazione del diritto a contraddirsi e contraddire in nome del pluralismo interno di posizioni («Niente cemento! Niente blocco! Libertà assoluta di spiriti geniali, che spesso si contraddicono, come l’articolo di Russolo contraddice il mio, da una colonna all’altra dello stesso numero» [Marinetti, p. 112]); il tentativo di frenare una deriva «reazionaria», come provarono a fare Marinetti e Carli con Mussolini alla vigilia del congresso di Milano; fino a considerare l’antibolscevismo e il suo effetto destrorso come un «disco rotto», risultato di una paura esagerata, che si crea un falso spauracchio («[…] li portano [i capi fascisti] a combattere unicamente e disperatamente lo spauracchio bolscevico, mentre ben altri mostri e ben altre putredini rodono la vita italiana», p. 123).

6. Conclusione.
A Fiume il coacervo di ideologie, sensibilità, mentalità («nazionalismo, ma anche nazionalcomunismo, cosmopolitismo, internazionalismo; e, contemporaneamente, sesso e droga, repubblica e diritto di voto per tutti, uguaglianza delle donne […], accordi con la Russia dei soviet […]. C’è di tutto e ce n’è per tutti», p. 15), comunemente ritenute tra loro incompatibili, appare inestricabile e incomprensibile a chi non conosce la Rivoluzione, la sua multiformità, il suo carattere graduale e «processivo», per cui ciò che può apparire alternativo e come tale si presenta, non è che sviluppo (o tutt’al più «linea di riserva», se non concorrenziale), anche in caso di accelerazione violenta. Invece, chi della Rivoluzione conosce le dinamiche – come la capacità di ricuperare gli apparenti opposti, quali per esempio nazionalismo e internazionalismo, dialettizzandoli – la riconosce ancora meglio e, per così dire, con soddisfazione scientifica. A Fiume l’occasione rivoluzionaria è nazionalistica («Per alcuni di loro [gli «scalmanati», i veri rappresentanti del fiumanesimo, secondo De Felice] Fiume era il rifiuto dell’anonimo reinserimento nella società borghese dopo l’esperienza bellica, per altri l’avventura si tingeva dei colori d’una contestazione globale al sistema e, sebbene la molla iniziale fosse stata patriottica e nazionalista, la rivolta si dilatava […] fino a investire tutto l’ordine costituito», p. 11). La R. non si presenta dunque con il suo volto «normale», brutalmente materialistico, ma le sue torsioni non sono ostacolate da nessun vincolo di principio. Così un motivo e protagonisti (i «legionari») comunemente ritenuti «di destra», sebbene spuri geneticamente, sono all’origine di un episodio rivoluzionario globale, di sintesi, del quale non manca nessuno degli effetti e dei caratteri tipici. Esso si propone come officina in cui forgiare l’«uomo nuovo»; ricorre al «culto della personalità» del Comandante e alla mobilitazione panica, con i suoi rituali e liturgie politiche di massa («[…] un laboratorio politico […] di religione laica, o di sacralizzazione della politica, con tanto di culto, celebrazioni, anniversari, raduni e coreografia di folle», p. 79); è sostanzialmente minoritario – quando si mette ai voti, perde: il plebiscito del 18 dicembre 1919 vede prevalere i fautori di un accordo, e allora i legionari rovesciano le urne e fermano lo spoglio –, anche nella fede ideologica dei legionari; scontenta la maggior parte della popolazione, che subisce l’esaltazione rivoluzionaria. Durante il suo corso, la società si impoverisce e aumenta la disoccupazione; i miliziani del nuovo regime non si esimono da rapine, furti, saccheggi: chi semina il vento del ribellismo raccoglie la tempesta della criminalità diffusa; la sfrenatezza sessuale porta con sé il dilagare delle malattie veneree. Qualcuno però, a fronte di certe parole, «corporazione», «Comune», dal sapore medievale, può essere indotto a pensare che non tutto fosse rivoluzionario a Fiume, che ci fosse qualcosa da salvare. Ma a disilluderlo provvedono subito i protagonisti: «[…] la vernice medievale, il richiamo agli ordinamenti del vecchio Comune italiano, ci servono egregiamente per […] adombrare le audacie più bolsceviche (oh terrore di questa parola così pacifica!) col ricordo di analoghe Costituzioni del passato. È insomma un indorare la pillola» (p. 118). Tutta la dialettica e la dottrina dell’azione rivoluzionaria è condensata in questa frase, che può essere estesa ad altre parole d’ordine, buone altrove e in altri contesti: fratellanza, giustizia, pace, lavoro, etc.. A Fiume servono parole di «destra» alla Rivoluzione, che non in modo complottistico, ma per la sua stessa forza di espansione, si apre una via alternativa a quella brutalmente materialistica del comunismo. Ma, sotto questa patina, «Fiume» rimane una sintesi interessantissima – sintesi anche, se non soprattutto, nel senso da laboratorio del termine – di quel che sarà, non tanto la Rivoluzione sanguinaria, repressiva, concentrazionaria, ma quella libertaria e dissolutrice («il piacere invece del dovere», p. 204), quella di cui siamo contemporanei, ma non senza averne attraversato tutte le fasi e conosciuti tutti i motivi.    

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    [62] Di cui esemplare, vero paradigma della politica estera sovietica per tutto il XX secolo, e famosissimo è il seguente passo: «Dire la verità è un pregiudizio borghese meschino, mentre una menzogna è spesso giustificata dal fine. I capitalisti del mondo intero e i loro governi chiuderanno gli occhi davanti ad ogni sorta delle operazioni di cui ho parlato e diventeranno ciechi oltre che sordo-muti. Ci concederanno crediti che ci serviranno per sostenere il partito comunista nel loro paese. Ci forniranno le materie prime e la tecnologia che ci mancano e ricostruiranno la nostra industria militare di cui noi abbiamo bisogno per lanciare in seguito attacchi vittoriosi contro i nostri fornitori. Detto altrimenti, lavoreranno quotidianamente alla preparazione del loro stesso suicidio» (Lenin [Vladimir Il’ič Ul’janov], Memorandum al Commissario del Popolo per gli Affari Esteri Georgij Vasil’evič Čicerin [1921] in La Désinformation arme de guerre. Textes de base présentés par Vladimir Volkoff, L’Age d’Homme, Héricourt 1986, pp. 35-36).  

3 commenti:

  1. Io sono per la Teocrazia di Innocenzo III.....

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    1. Concordo. Anzi, forse una Teocrazia ancora più dura e tradizionale, visto che dovrebbe agire sull'uomo moderno che è un pusillanime.

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  2. Dotta ricostruzione di un'epoca disruttiva della civiltà cristiana, con il subdolo pretesto di un rinnovamento socio-politico più giusto. I cattolici dovrebbero meditare, invece, sul CVII che con la svolta antropologica e l'ideologia di una evangelizzazione da cambiare perché sbagliata, ha aperto le porte e anticipato la ' contestazione globale' del Sessantotto e, prima ancora alla drammatica crisi della Chiesa cattolica senza più certezze dottrinali e morali.

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