domenica 5 giugno 2016

Osservazioni su alcuni punti controversi dell'Esortazione apostolica «Amoris laetitia» - 2.8 - membra vive della Chiesa?

 di don Alfredo Morselli 

A partire dal 30 maggio 2016, MiL ha presentato studio approfondito su alcuni punti controversi dell'esortazione Amoris laetitia: data l'ampiezza, lo scritto è stato diviso in più post: è possibile scaricare il testo completo in formato PDF.

Beato Angelico, Matrimonio della Vergine

Osservazioni su alcuni punti controversi
dell'Esortazione apostolica

Amoris laetitia


II.         Verità irrinunciabili (8)

6. Membra vive della Chiesa?

Al § 299 di Amoris Laetitia leggiamo: "i battezzati che sono divorziati e risposati civilmente […] non solo non devono sentirsi scomunicati, ma possono vivere e maturare come membra vive della Chiesa"

a)  In che senso si può parlare dei peccatori come membra vive della Chiesa

In che senso i divorziati risposati civilmente sono membra vive? Questa affermazione sembrerebbe di primo acchito collimare con un brano dell'Enciclica Mystici Corporis Christi (Pio XII, 29-6-1943):
"Neppure deve ritenersi che il Corpo della Chiesa, appunto perché e fregiato del nome di Cristo, anche nel tempo del terreno pellegrinaggio sia composto soltanto di membri che si distinguono nella santità, o di coloro che son predestinati da Dio alla felicità eterna. Infatti si deve attribuire all'infinita misericordia del nostro Salvatore che non neghi ora un posto nel suo mistico Corpo a coloro cui una volta non negò un posto nel convito (cfr. Matth. IX, 11; Marc. 11, 16; Luc. XV, 2). Poiché non ogni delitto commesso, per quanto grave (come lo scisma, l'eresia, l'apostasia) è tale che di sua natura separi l'uomo dal Corpo della Chiesa. Né si estingue ogni vita (Neque ab iis omnis vita recedit) in coloro che, pur avendo perduto con il peccato la carità e la grazia divina sì da non essere più capaci del premio soprannaturale, conservano tuttavia la Fede e la speranza cristiana, e, illuminati da luce celeste, da interni consigli e impulsi dello Spirito Santo, sono spinti a concepire un salutare timore e vengono eccitati a pregare e a pentirsi dei propri peccati"[1].

Cosa intende Pio XII quando afferma che non si estingue ogni vita in chi è in stato di peccato?

b)  Certamente i peccatori (ad esclusione degli eretici, degli scismatici e degli apostati) sono membra della Chiesa

Sicuramente l'Angelico Pastore vuole ribadire, con tutta la tradizione cattolica, che la Chiesa, non essendo formata dai soli giusti o predestinati, comprende in sé, come veri membri, anche chi non è in stato di grazia (ad esclusione degli eretici, degli scismatici e degli apostati) e che questi membri non sono radicalmente e definitivamente morti, pur avendo perduto con il peccato la carità.

c)  Non si possono considerare i peccatori membra vive in senso proprio, ma neppure radicalmente morti.

Però questa vita non completamente estinta non è la stessa vita soprannaturale di chi vive in grazia; S. Roberto Bellarmino, sosteneva energicamente che, se sono fuori dalla Chiesa gli infedeli, i catecumeni, gli eretici e gli scismatici, "sono invece compresi […] gli altri, anche se sono reprobi, scellerati ed empi" e ne fanno parte anche "i non predestinati, i non perfetti, i peccatori, anche manifesti, anche gli infedeli occulti, purché abbiano gli stessi sacramenti, la stessa fede e obbediscano ai Pastori"[2]; tuttavia ispirandosi a S. Agostino[3] precisa che…

"… La Chiesa è un corpo vivo, in cui ci sono l'anima e il corpo: e appunto l'anima sono i doni dello Spirito Santo, la fede, la speranza, la carità etc. Il corpo è costituito dalla professione esteriore della fede e dalla Comunione ai Sacramenti. Da ciò ne deriva che alcuni appartengono al corpo e all'anima della Chiesa, e quindi sono uniti a Cristo capo interiormente ed esternamente; e questi appartengono perfettisimamente alla Chiesa: sono infatti come membra vive in un corpo, sebbene anche tra questi alcuni più altri meno partecipino di [questa] vita; e alcuni abbiano anche soltanto l'inizio della vita, come i sensi, ma non il movimento, come coloro che hanno la fede, ma non la carità"[4].

Dunque per S. Roberto Bellarmino coloro che hanno la fede ma non la carità, sono membra vive, ma partecipano di questa non come coloro che appartengono perfectissime alla Chiesa, ma – continuando il paragone con il corpo umano – hanno solo un "inizio di vita", come chi avesse i sensi (e quindi può udire e percepire il da farsi e le ragioni della speranza; N.d.R.), ma non il moto, (ovvero non cammina nella carità, non vive pienamente la vita cristiana; N.d.R.)

Lo stesso Bellarmino risponde ai protestanti che strumentalizzano i passi di S. Agostino in cui questi afferma che i peccatori non fanno parte della Chiesa, spiegando che il Vescovo di Ippona intende che i malvagi non ne fanno parte allo stesso modo dei giusti: sono dentro, ma "non come membra vive"[5], e qui capiamo "non pienamente vive"; e in questo modo può essere inteso il Concilio di Trento quando definisce che "la fede, senza la speranza e la carità, né unisce perfettamente a Cristo né genera membra vive del suo corpo"[6].

Quando parliamo dunque di grazia e vita divina, non possiamo ragionare con le categorie dei medici chiamati dalla Fata al capezzale di Pinocchio: per loro, in naturalibus, era perfettamente logico conchiudere: "A mio credere il burattino è bell'e morto: ma se per disgrazia non fosse morto, allora sarebbe indizio sicuro che è sempre vivo!"[7].
Invece, nella storia della salvezza, se il peccatore non è morto, potrebbe non essere neppure vivo del tutto: e se non è vivo del tutto non è neppure radicalmente morto.

Ma ora dobbiamo spiegare che cos'è questa partecipazione in grado minore alla vita divina, questo essere membra sensibili ma paralizzate; ci viene ora in aiuto San Tommaso d'Aquino.

d)  I peccatori sono membra di Cristo in potenza rispetto alla grazia e in atto rispetto alle fede[8].

Che cosa è dunque questo resto di vita[9]? È la tensione, la possibilità, la relazione reale verso la giustificazione, verso il perdono, che però non c'è ancora.

San Tommaso, in S. Th. IIIª q. 8 a. 3 co. e ad 2, descrive questa situazione come incorporazione a Cristo in potenza:
"Questa è la differenza tra il corpo fisico dell'uomo e il corpo mistico della Chiesa: le membra di un corpo fisico esistono tutte insieme, le membra invece del corpo mistico non esistono tutte insieme né secondo l'esistenza di natura, essendo il corpo della Chiesa costituito da tutti gli uomini che vanno dal principio del mondo fino alla fine, e neppure secondo l'esistenza di grazia, perché anche tra coloro che vivono in uno stesso tempo alcuni sono privi della grazia che poi riceveranno, altri invece l'hanno già.

Perciò le membra del corpo mistico vanno considerate non solo in atto, ma anche in potenza. Ora, alcune sono in potenza e non arriveranno mai a essere in atto; alcune invece ci arriveranno secondo questi tre gradi: della fede, della carità sulla terra, e della beatitudine in cielo.

Concludiamo dunque che, abbracciando tutti i tempi, Cristo è capo di tutti gli uomini; ma secondo gradi diversi. Prima e principalmente è capo di coloro che sono uniti a lui nella gloria. Secondo, di coloro che gli sono uniti in atto mediante la carità. Terzo, di coloro che gli sono uniti attualmente nella fede. Quarto poi, di coloro che gli sono uniti soltanto in potenza la quale passerà all'atto secondo la predestinazione divina. Quinto infine, di coloro che gli sono uniti in potenza la quale non passerà mai all'atto: p. es., gli uomini viventi in questo mondo e non predestinati. Essi però cessano totalmente d'essere membra di Cristo quando partono da questo mondo, perché allora non sono più neppure in potenza all'unione con Cristo"[10].
"Costituire una Chiesa "gloriosa, senza macchia né ruga" è il fine ultimo a cui giungiamo mediante la passione di Cristo. Questo avverrà nella patria beata, non già sulla terra; nella quale, "se diciamo che non abbiamo alcun peccato, inganniamo noi stessi", come avverte S. Giovanni.
Ci sono però dei peccati, quelli mortali, da cui sono immuni coloro che sono membra di Cristo per l'unione attuale della carità. Coloro che invece commettono tali peccati, non sono membra di Cristo in atto, ma in potenza…"[11].
Alla luce di quanto insegna l'Aquinate, chi vive in stato di peccato abituale rientra tra coloro che sono uniti a Cristo in potenza riguardo alla carità, e in atto, seppure in modo imperfetto, riguardo alla fede.

Cerchiamo ora di spiegare queste due ragioni di unione a Gesù Cristo.

I ragione: unione in potenza rispetto alla grazia.

Un'unione in potenza è già un'unione reale, sebbene non ancora in atto: non è assolutamente un ente di ragione raziocinante. Si tratta di una tensione oggettiva verso la giustificazione; in linguaggio più metafisico, questa tensione è una relazione alla giustificazione stessa.
Nella Sacra Scrittura, questa relazione è indicata nell'episodio della conversione di Zaccheo, capo dei pubblicani, ovvero dei traditori collaborazionisti con l'invasore pagano, che esigevano le odiose tasse, magari facendoci anche la cresta. Questo massimo peccatore porta il nome di Zaccheo, che in ebraico significa "Dio giustifica": il più grande peccatore non perde la tensione ad essere giustificato.
Ritorniamo ora alla metafisica. La relazione è un accidente, e un accidente inerisce necessariamente in una sostanza[12], che nella fattispecie è l'anima del peccatore: quindi l'incorporazione a Cristo comprende un esse in, realissimo, nell'uomo ancora peccatore, e un esse ad[13], che si perfeziona, è in atto, solo nell'uomo che ha fede e la carità .
Questo esse in non è altro che l'immagine Dio nell'uomo secondo la natura, l'attitudine naturale a conoscere ed amare Dio, che nessun peccato può distruggere[14].

II ragione: unione in atto, seppure imperfetta, rispetto alla fede:

Qui è sufficiente continuare la lettura di San Tommaso, del punto dove l'avevamo interrotta:
"… (Coloro che invece commettono tali peccati, non sono membra di Cristo in atto, ma in potenza;) tutt'al più lo sono imperfettamente mediante la fede informe, che unisce a Cristo in modo relativo e non assoluto, senza cioè far conseguire la vita della grazia, perché "la fede senza le opere è morta", come dice S. Giacomo. Tuttavia costoro ricevono da Cristo un certo atto vitale che è il credere, come se uno riuscisse a muovere in qualche modo un membro paralizzato"[15]
Abbiamo dunque spiegato come l'unione con Cristo dei divorziati risposati che convivono more uxorio - al pari di tutti i viatori in stato di peccato - è imperfetta sotto due ragioni: è un'unione soltanto in potenza[16] rispetto alla carità, in quanto il peccatore, finché naturalmente vivo, mantiene - in quanto creato a immagine e somiglianza di Dio[17] - un'oggettiva tensione (subordinata alla grazia) ad essere pienamente incorporato a Cristo, ma lo stato di peccato ne impedisce il passaggio in atto; ed è un'unione in atto, ma imperfetta, per mezzo della fede, in quanto quest'ultima è informe[18].
In base a quanto affermato, dobbiamo essere molto prudenti ad affermare che coloro che non vivono in grazia di Dio sono membra vive della Chiesa, senza precisare nulla sul grado di questa vita. Un'affermazione così tranchant, potrebbe essere fuorviante.

e)  Confronto di Amoris laetitia con i princípi suddetti.

Ora possiamo rileggere alcuni passi di Amoris laetitia alla luce del Magistero e di S. Tommaso, e fare ulteriori considerazioni. Al § 305, il Papa afferma (grassetto redazionale):
"A causa dei condizionamenti o dei fattori attenuanti, è possibile che, entro una situazione oggettiva di peccato – che non sia soggettivamente colpevole o che non lo sia in modo pieno – si possa vivere in grazia di Dio, si possa amare, e si possa anche crescere nella vita di grazia e di carità, ricevendo a tale scopo l'aiuto della Chiesa. Il discernimento deve aiutare a trovare le strade possibili di risposta a Dio e di crescita attraverso i limiti. Credendo che tutto sia bianco o nero, a volte chiudiamo la via della grazia e della crescita e scoraggiamo percorsi di santificazione che danno gloria a Dio".
Proprio perché non crediamo che "tutto sia bianco o nero", distinguiamo tra la perfetta vita di grazia, la non perfetta vita o la non definitiva morte di chi per il momento non vive in grazia di Dio, e la morte definitiva, propria dei dannati: e ne teniamo conto, in modo da distinguere bene la via della preparazione alla giustificazione da quella di chi, per grazia, si trova ad essere già giustificato e così in grado di accedere ai sacramenti dei vivi.
Questa distinzione, lungi dallo scoraggiare "percorsi di santificazione", permette di indicare la giusta via verso la vita piena e la vittoria della Grazia; così la formula S. Giovanni Paolo II, al § 84 di Familaris consortio:
"Insieme col Sinodo, esorto caldamente i pastori e l'intera comunità dei fedeli affinché aiutino i divorziati procurando con sollecita carità che non si considerino separati dalla Chiesa, potendo e anzi dovendo, in quanto battezzati, partecipare alla sua vita. Siano esortati ad ascoltare la Parola di Dio, a frequentare il sacrificio della Messa, a perseverare nella preghiera, a dare incremento alle opere di carità e alle iniziative della comunità in favore della giustizia, a educare i figli nella fede cristiana, a coltivare lo spirito e le opere di penitenza per implorare così, di giorno in giorno, la grazia di Dio. La Chiesa preghi per loro, li incoraggi, si dimostri madre misericordiosa e così li sostenga nella fede e nella speranza".
Nello stesso tempo però, proprio perché che vive in stato oggettivo di peccato non ha ancora raggiunto la piena unione con Cristo mediante la grazia, S. Giovanni Paolo II continua (grassetto redazionale), nello stesso § 84:
"La Chiesa, tuttavia, ribadisce la sua prassi, fondata sulla Sacra Scrittura, di non ammettere alla comunione eucaristica i divorziati risposati. Sono essi a non poter esservi ammessi, dal momento che il loro stato e la loro condizione di vita contraddicono oggettivamente a quell'unione di amore tra Cristo e la Chiesa, significata e attuata dall'Eucaristia. C'è inoltre un altro peculiare motivo pastorale: se si ammettessero queste persone all'Eucaristia, i fedeli rimarrebbero indotti in errore e confusione circa la dottrina della Chiesa sull'indissolubilità del matrimonio"[19].
Esaminiamo ora, la nota 351 del § 305 di Amoris Laetitia.
"In certi casi, potrebbe essere anche l'aiuto dei Sacramenti. Per questo, «ai sacerdoti ricordo che il confessionale non dev'essere una sala di tortura bensì il luogo della misericordia del Signore» (Esort. ap. Evangelii gaudium [24 novembre 2013], 44: AAS 105 [2013], 1038). Ugualmente segnalo che l'Eucaristia «non è un premio per i perfetti, ma un generoso rimedio e un alimento per i deboli» (ibid., 47: 1039)".
Alla luce delle considerazioni fino ad ora svolte, possiamo distinguere: l'Eucarestia è sì un generoso rimedio e un alimento per i deboli, purché questi vivano in stato di grazia o siano nelle condizioni di confessarsi, cosa che non si può dire di coloro che invece vivono more uxorio senza essere marito e moglie e non abbiano il proposito di vivere come fratello e sorella.
Concludo seguendo il bel paragone di Papa Francesco quando ci esorta a metterci nella "condizione di ospedale da campo che tanto giova all'annuncio della misericordia di Dio"[20]. Questa metafora è molto cara al Pontefice, ed egli l'ha ripresa anche in Amoris laetitia, al § 291: "Non dimentichiamo che spesso il lavoro della Chiesa assomiglia a quello di un ospedale da campo".
Non c'è nessuno nel mondo a cui non si debba offrire una medicina, perché nel mondo non ci sono persone né completamente sane, né completamente morte (da un punto di vista della vita soprannaturale): i morti per sempre sono solo all'inferno, e solo i morti non hanno bisogno di medicine.
A coloro che sono perfettamente vivi si danno le medicine dei perfettamente vivo, che devono estirpare il più possibile i peccati veniali e prevenire le cadute mortali.
Ma a chi non è ancora perfettamente vivo, si danno quelle medicine che non sono loro controproducenti in quanto non conformi al vero, ma che li dispongano ad accogliere tutte quelle grazie attuali che preparano alla giustificazione. Ed è per questo che S. Giovanni Paolo II, tanto quanto esortava tutti ad aiutare i divorziati "procurando con sollecita carità che non si considerino separati dalla Chiesa", con non minore carità insegnava:
"L'Eucaristia appare dunque come culmine di tutti i Sacramenti nel portare a perfezione la comunione con Dio Padre mediante l'identificazione col Figlio Unigenito per opera dello Spirito Santo. (…) La celebrazione dell'Eucaristia però non può essere il punto di avvio della comunione, che presuppone come esistente, per consolidarla e portarla a perfezione"[21].




[1] "Neque existimandum est Ecclesiae Corpus, idcirco quod Christi nomine insigniatur, hoc etiam terrenae peregrinationis tempore, ex membris tantummodo sanctitate praestantibus constare, vel ex solo eorum coetu exsistere, qui a Deo sint ad sempiternam felicitatem praedestinati. Id enim est infinitae Servatoris nostri misericordiae tribuendum, quod heic in mystico suo Corpore iis locum non deneget, quibus olim in convivio locum non denegaverit (cfr. Matth. 9, 11; Marc. 2, 16; Luc. 15, 2). Siquidem non omne admissum, etsi grave scelus, eiusmodi est ut — sicut schisma, vel haeresis, vel apostasia faciunt — suapte natura hominem ab Ecclesiae Corpore separet. Neque ab iis omnis vita recedit, qui licet caritatem divinamque gratiam peccando amiserint, atque adeo superni promeriti iam non capaces evaserint, fidem tamen christianamque spem retinent, ac caelesti luce collustrati, intimis Spiritus Sancti suasionibus impulsionibusque ad salutarem instigantur timorem, et ad precandum suique lapsus paenitendum divinitus excitantur" (http://tinyurl.com/hp2ox6j).
[2] "… includuntur autem omnes alii, etiamsi reprobi, scelesti et impii sint […]pertinere ad Ecclesiam non praedestinatos, non perfectos, peccatores, etiam manifestos, infideles occultos, si habeant Sacramenta, professionem fidei et subiectionem etc. "; Disputationum Roberti Bellarmini, Politani, S.J, De Controversiis Christiana Fidei Adversus Huius Temporis Haereticos, t. II, l. III (De Ecclesia militante), Neapoli 1857, p. 73.
[3] Breviculus collationis cum Donatistis, collatio tertii diei, M.L. XLlll, p. 621-650, http://tinyurl.com/z8ljujg.
[4] "Notandum est ex Augustino in breviculo collationis collat. 3. Ecclesiam esse corpus vivum, in quo est anima et corpus, et quidem anima sunt interna dona Spiritus sancti, Fides, Spes, Charitas etc. Corpus sunt externa professio fidei et communicatio sacramentorum, Ex quo fit ut quidam sint de anima, et de corpore Ecclesiae, et proinde uniti Christo capiti interius, et exterius; et tales sunt perfectissime de Ecclesia: sunt enim quasi membra viva in corpore, quamvis etiam inter istos aliqui magis, aliqui minus vitam participant; et aliqui etiam solum initium vitae habeant, et quasi sensum, sed non motum, ut qui habent solam fidem sine caritate"; Disputationum Roberti Bellarmini…, III, 2, p. 75.
[5] "Quando Augustinus dici malos non esse in Ecclesia, debere intelligi non esse eo modo quo sunt boni, idest non esse ut membra corporis viva"; Disputationum Roberti Bellarmini…, III, 9, p. 88.
[6] "Nam fides, nisi ad eam spes accedat et caritas, neque unit perfecte cum Christo, neque corporis ejus vivum membrum efficit" DS/40, 1531.
[7] Carlo Collodi, Le avventure di Pinocchio (ed. elettronica), Pescia: Fondazione Nazionale Carlo Collodi, 1983, p. 32.
[8] Riprendo anche qui da: «"Inaccettabile". Il documento base del sinodo "compromette la verità"», http://tinyurl.com/jotjuse.
[9] Lc 10,30: "Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico e incappò nei briganti che lo spogliarono, lo percossero e poi se ne andarono, lasciandolo mezzo morto". Notiamo come questa vita che non è ancora perfetta e questa morte che non è ancora definitiva è stata resa da S. Luca con il termine "mezzo morto, gr. ἡμιθανῆ", che la più ottimista Vulgata rende con il termine "semivivus", preferendolo ai possibili "semimortuus" e a "seminecis". È noto che la tradizione teologica, da S. Beda a Pietro Lombardo e via via, riferendosi a Lc. 10, 30, vi ritrova descritte le conseguenze del peccato originale: L'uomo, a motivo del peccato di Adamo, è spogliato dei doni soprannaturali graziosi, ed è ferito nella natura, non rimanendo però questa sostanzialmente corrotta. Cfr. S. Th. Iª-IIae q. 85 a. 1 s. c.; Super Sent., lib. 2 d. 29 q. 1 a. 2 s. c. 1.
[10] S. Th. IIIª q. 8 a. 3 co.: "Respondeo dicendum quod haec est differentia inter corpus hominis naturale et corpus Ecclesiae mysticum, quod membra corporis naturalis sunt omnia simul, membra autem corporis mystici non sunt omnia simul, neque quantum ad esse naturae, quia corpus Ecclesiae constituitur ex hominibus qui fuerunt a principio mundi usque ad finem ipsius; neque etiam quantum ad esse gratiae, quia eorum etiam qui sunt in uno tempore, quidam gratia carent postmodum habituri, aliis eam iam habentibus. Sic igitur membra corporis mystici non solum accipiuntur secundum quod sunt in actu, sed etiam secundum quod sunt in potentia. Quaedam tamen sunt in potentia quae nunquam reducuntur ad actum, quaedam vero quae quandoque reducuntur ad actum, secundum hunc triplicem gradum, quorum unus est per fidem, secundus per caritatem viae, tertius per fruitionem patriae. Sic ergo dicendum est quod, accipiendo generaliter secundum totum tempus mundi, Christus est caput omnium hominum, sed secundum diversos gradus. Primo enim et principaliter est caput eorum qui actu uniuntur sibi per gloriam. Secundo, eorum qui actu uniuntur sibi per caritatem. Tertio, eorum qui actu uniuntur sibi per fidem. Quarto vero, eorum qui sibi uniuntur solum potentia nondum ad actum reducta, quae tamen est ad actum reducenda, secundum divinam praedestinationem. Quinto vero, eorum qui in potentia sibi sunt uniti quae nunquam reducetur ad actum, sicut homines in hoc mundo viventes qui non sunt praedestinati. Qui tamen, ex hoc mundo recedentes, totaliter desinunt esse membra Christi, quia iam nec sunt in potentia ut Christo uniantur".
[11] S. Th. IIIª q. 8 a. 3 ad 2: "Ad secundum dicendum quod esse Ecclesiam gloriosam, non habentem maculam neque rugam, est ultimus finis, ad quem perducimur per passionem Christi. Unde hoc erit in statu patriae, non autem in statu viae, in quo, si dixerimus quia peccatum non habemus, nosmetipsos seducimus, ut dicitur I Ioan. I. Sunt tamen quaedam, scilicet mortalia, quibus carent illi qui sunt membra Christi per actualem unionem caritatis. Qui vero his peccatis subduntur, non sunt membra Christi actualiter, sed potentialiter…".
[12] "Si vero consideretur relatio secundum quod est accidens, sic est inhaerens subiecto, et habens esse accidentale in ipso"; S. Th. Iª q. 28 a. 2 co.
[13] "…ratio propria relationis non accipitur secundum comparationem ad illud in quo est, sed secundum comparationem ad aliquid extra". Ibidem
[14] S. Th. Iª q. 93 a. 4 co.: "Respondeo dicendum quod, cum homo secundum intellectualem naturam ad imaginem Dei esse dicatur, secundum hoc est maxime ad imaginem Dei, secundum quod intellectualis natura Deum maxime imitari potest. Imitatur autem intellectualis natura maxime Deum quantum ad hoc, quod Deus seipsum intelligit et amat. Unde imago Dei tripliciter potest considerari in homine. Uno quidem modo, secundum quod homo habet aptitudinem naturalem ad intelligendum et amandum Deum, et haec aptitudo consistit in ipsa natura mentis, quae est communis omnibus hominibus. Alio modo, secundum quod homo actu vel habitu Deum cognoscit et amat, sed tamen imperfecte, et haec est imago per conformitatem gratiae. Tertio modo, secundum quod homo Deum actu cognoscit et amat perfecte, et sic attenditur imago secundum similitudinem gloriae. Unde super illud Psalmi IV, signatum est super nos lumen vultus tui, domine, Glossa distinguit triplicem imaginem, scilicet creationis, recreationis et similitudinis. Prima ergo imago invenitur in omnibus hominibus; secunda in iustis tantum; tertia vero solum in beatis".
[15] S. Th. IIIª q. 8 a. 3 ad 2: "…Qui vero his peccatis subduntur, non sunt membra Christi actualiter, sed potentialiter, nisi forte imperfecte, per fidem informem, quae unit Christo secundum quid et non simpliciter ut scilicet per Christum homo assequatur vitam gratiae; fides enim sine operibus mortua est, ut dicitur Iac. II. Percipiunt tamen tales a Christo quendam actum vitae, qui est credere, sicut si membrum mortificatum moveatur aliqualiter ab homine".
[16] Cf. S. Th. IIIª q. 8 a. 3 ad 2; vedi nota 94 e 98.
[17] Cfr. S. Th. Iª q. 93 a. 4 co.; vedi nota 97.
[18] S. Th. IIIª q. 8 a. 3 ad 2: "…nisi forte imperfecte, per fidem informem"; vedi nota 98.
[19] http://tinyurl.com/pfvvhgf.
[20] Sinodo dei Vescovi - "Lineamenta" per la XIV Assemblea Generale Ordinaria: La vocazione e la missione della famiglia nella Chiesa e nel mondo contemporaneo (4-25 ottobre 2015), 9-12-2014: http://tinyurl.com/jkwxgqz
[21] Lettera enciclica Ecclesia de Eucharistia, 17-4-2003, §§ 34-35 passim.