mercoledì 2 aprile 2014

Un bellissimo tractus quaresimale

di Don Alfredo M. Morselli


Chi ha la grazia di poter celebrare o assistere alla S. Messa antica anche nei giorni feriali, non può non essere ricolmato da grandi sentimenti di devozione, ogniqualvolta si arriva al momento di quel tractus, che le sante rubriche prescrivono in molte S. Messe feriali proprie del tempo di Quaresima:
Tractus

Ps 102:10

Dómine, non secúndum peccáta nostra, quæ fécimus nos: neque secúndum iniquitátes nostras retríbuas nobis.

Ps 78:8-9. 

V. Dómine, ne memíneris
iniquitátum nostrárum antiquárum: cito antícipent nos misericórdiæ tuæ, quia páuperes facti sumus nimis. Hic genuflectitur
V. Adiuva nos, Deus, salutáris noster: et propter glóriam nóminis tui, Dómine, líbera nos: et propítius esto peccátis nostris, propter nomen tuum.
Spesso i tractus, come i gradualia, sono composti assemblando (mai a caso, ma seguendo il topos, ovvero il tema principale della Messa in cui sono collocati) brani diversi della Sacra Scrittura, riprendendo in qualche modo la regola rabbinica della gezerah shavah: essa consisteva nell'accostare due brani della S. Scrittura accomunati da una parola aggancio, interpretandoli così l'uno alla luce dell'altro. Nella liturgia cattolica, Gesù (e solo Lui può farlo, in quanto Egli è la stessa Parola di Dio) apre pienamente il senso della Scrittura. Sicuramente la riforma liturgica ha portato quantitativamente un aumento di brani biblici inseriti nella Messa; ma quanto alla qualità delle scelte dei lezionari, della pertinenza e della omogeneità tra mistero celebrato, eucologia e testi biblici, si è oggettivamente molto perplessi.

Ma torniamo al nostro tractus e cerchiamo di commentarlo, con una catechesi liturgica ben distinta e non mescolata con la stessa celebrazione.

Innanzi tutto osserviamo la figura retorica di questo tractus: si tratta di una struttura circolare ABA'
A) peccata nostra, inquitates nostras, iniquitatum nostrarum
B) misericordiae tuae, salutaris noster
A) propítius esto peccátis nostris, propter nomen tuum
La nostra Madre Chiesa, attraverso il testo sacro, ci fa riconoscere in primo luogo i nostri peccati e le nostre iniquità: questa è roba nostra in senso stretto. Molto bene spiega la nostra condizione il Montfort, nel suo Trattato dell vera devozione a Maria, § 79:
Per vuotarci di noi stessi occorre, in primo luogo, conoscere bene, con la luce dello Spirito Santo, le nostre cattive inclinazioni, la nostra incapacità ad ogni bene utile alla salvezza, la nostra debolezza in ogni cosa, la nostra incostanza in ogni tempo, la nostra indegnità di ogni grazia e la nostra iniquità in ogni luogo. Il peccato del primo padre ci ha tutti quasi completamente guastati, inaciditi, gonfiati e corrotti, come il lievito inacidisce, gonfia e corrompe la pasta in cui è messo. I peccati attuali da noi commessi, mortali o veniali che siano, anche se perdonati, hanno aumentato la nostra concupiscenza, debolezza, incostanza e corruzione, lasciando delle scorie nella nostra anima. I nostri corpi sono talmente corrotti, che lo Spirito Santo li chiama corpi di peccato, concepiti nel peccato, nutriti nel peccato e capaci di tutto; corpi soggetti a mille e mille malattie, che si corrompono di giorno in giorno e generano putredine. La nostra anima, unita al corpo, è divenuta così carnale che viene chiamata carne: “ogni vivente aveva corrotto la sua vita”. Abbiamo per eredità l'orgoglio e l'accecamento nello spirito, l'indurimento nel cuore, la debolezza e l'incostanza nell'anima, la concupiscenza, le passioni in rivolta e le malattie nel corpo. Siamo, per condizione naturale, più superbi dei pavoni, più attaccati alla terra dei rospi, più brutti dei capri, più invidiosi dei serpenti, più golosi degli animali immondi, più collerici delle tigri, più pigri delle tartarughe, più deboli delle canne e più incostanti delle banderuole. Abbiamo di nostro soltanto il nulla e il peccato, ed altro non meritiamo che l'ira di Dio e l'inferno eterno.
Per capire la nostra condizione, possono essere utili ancora le parole di San Paolo: "Che cosa mai possiedi che tu non abbia ricevuto? E se l'hai ricevuto, perché te ne vanti come se non l'avessi ricevuto" (1 Cor. 4,7)
Dobbiamo mettere le nostre azioni in due sacchi; quella buone sono un dono di Dio, il quale coronando i nostri meriti corona i suoi doni (Cf S. Agostino, cit in C. d T., De Justificatione): la robaccia e i peccati sono cosa nostra.
Di fronte ai nostri peccati, solo nostri, che altro fare se non chiedere il compimento di quanto giurato dallo Spirito Santo al salmo 102, 10-13:
Non secundum peccata nostra fecit nobis nec secundum iniustitias nostras retribuit nobis,
quoniam secundum altitudinem caeli a terra corroboravit misericordiam suam super timentes se;
quantum distat ortus ab occidente longe fecit a nobis iniquitates nostras,
quomodo miseretur pater filiorum misertus est Dominus timentibus se.
Vediamo come il testo originale di Ps 110,10 è all'indicativo, III persona singolare; la Chiesa invece, nella liturgia, verte questo versetto alla II persona singolare, in forma di supplica: dà compimento o Signore a ciò che lo Spirito Santo ha giurato: "Dio non fa con noi come i nostri peccati richiederebbero". Origene commenta questo versetto considerando come Dio non punisce neppure i reprobi con i supplizi che essi meritano (Cf. Ex Commentariis in Ps., ad loc., MG 12).
E se nel nostro cuore sorge la domanda: come fa Dio a salvare la sua giustizia, se non ci punisce come ci meritiamo?, la risposta è semplice e facile: Gesù si è caricato delle nostre colpe, ha pagato lui ciò che il Padre risparmia a noi. E così questo responsorio è un eccellente introduzione al tempo di Passione.

E allora o Dio - prosegue la Chiesa -  sii a noi propizio, renditi vicino a noi cancellando i nostri peccati (propítius esto peccátis nostris), non per i nostri meriti o per un nostro diritto, che non esiste; ma per il tuo nome, per la tua Essenza misericordiosa che non può venire meno, giacché in te, o Dio, non vi è mutamento. Non per le opere della legge, ma per la giustizia che vien dalla fede: noi non cerchiamo una giustizia propria, ma accogliamo la misericordia di Dio.

A conclusione di quanto scritto, possiamo osservare come questo tractus descrive lo stato dell'uomo peccatore e di Dio misericordioso, il cambiamento di situazione per l'uomo, e, infine, la causa di tutto ciò:
a) lo stato attuale: a noi il peccato: peccato nostra; a Dio la misericordia: misericordia tua.
b) il cambiamento di situazione: salutaris noster; non è più nostro il peccato, ma è nostra la salvezza.
c) la causa: propitius esto… propter nomem tuum; Dio che si fa vicino e la sua essenza immutabile e misericordiosa.
Che la Vergine Immacolata, Madre di Misericordia, tragga dal nostro cuore lacrime di compunzione, propositi di emendarci non velleitari, risoluzioni di energica e fattiva riparazione, l'inizio di nuova vita di santità e di apostolato.



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