mercoledì 26 marzo 2014

I vecchi demoni del gallicanesimo ... Le chiese nazionali possono essere autonome?

Le chiese nazionali possono essere autonome? 
di Aymeric Christensen 

Problema ricorrente nella Chiesa cattolica, la questione dell'autonomia delle chiese locali rispetto al centro romano torna d'attualità in questi ultimi tempi, e anche in maniera sorprendente. 
L'ultima situazione controversa: il caso Brugère, dal nome della filosofa il cui intervento è stato annullato mercoledì 19 marzo dalla Conferenza episcopale francese. 
Parlavamo già la settimana scorso della polemica attorno a questa decisione dibattuta che, come sottolinea Stéphanie Le Bars sul suo blog di Le Monde, “dimostra che persistono all'interno della Chiesa cattolica forti dissensi venuti a galla in occasione del dibattito sul matrimonio per tutti”. 
Al di là delle motivazioni precise di quel cambiamento di programma – che si tratti della pressione di certi cattolici, come già è stato detto, o della reale divisione dei vescovi tra di loro sull'opportunità di tale intervento nel quadro di un corso di formazione (una giornata di formazione è il luogo per aprire un dibattito?) - un testo di padre Louis-Marie Guitton, sul sito dell'Osservatorio sociopolitico della diocesi di Fréjus-Toulon, è arrivato a sospettare una forma di gallicanesimo da parte della CEF: “Nel momento in cui papa Francesco si dice favorevole ad una vera sussidiarietà nella Chiesa, si può temere che i vecchi demoni del gallicanesimo non siano del tutto morti. I “servizi” o le “commissioni”, anche se sono nazionali, non sono la 'Chiesa francese'”. 
Le conferenze episcopali possono essere autonome o i vescovi (“successori degli apostoli”) devono essere sempre in totale comunione tra di loro e a fortiori con il papa? Il problema di fondo non è di oggi. 
Ricordiamo un famoso dibattito tra il cardinale Joseph Ratzinger e il cardinale Walter Kasper, all'inizio degli anni 2000. 
Il futuro Benedetto XVI difendeva una visione della Chiesa universale come “una realtà ontologicamente e cronologicamente preliminare a qualsiasi Chiesa particolare singolare”, ossia un centro e molteplici comunità locali; una visione criticata da colui che era allora segretario del Pontificio Consiglio per la promozione dell'unità dei cristiani (in seguito ne è diventato presidente), difensore dell'idea di un primato delle Chiese locali. 
Il problema ecclesiologico è di fatto determinare lo statuto esatto delle Chiese nazionali sotto forma di conferenze episcopali. 
Contrariamente al vescovo, che presiede la sua diocesi in maniera autonoma, le conferenze non hanno una realtà sacramentale. 
Possono, allora, avere un'autorità disciplinare concreta, o una autorità dottrinale? 
Con il rischio di rendere fragile la comunione? 
È l'opzione che sembra privilegiare il cardinale Lorenzo Baldisseri, segretario generale del Sinodo dei vescovi. 
La esprime chiaramente in un'intervista concessa al nostro collega Jean Mercier (“Hors-série sur pape François”): “Il processo di decentralizzazione avviene nella misura in cui si dà importanza alle conferenze episcopali e agli altri organismi regionali e continentali. 
In Evangelii Gaudium, il papa ricorda il Concilio Vaticano II, affermando che, in un modo analogo alle antiche Chiese patriarcali, le conferenze episcopali possono 'contribuire in maniera molteplice e feconda a che il sentimento collegiale si realizzi concretamente'. 
In quale modo? 
Nello stabilire che le Conferenze episcopali possano essere i 'soggetti di attribuzioni concrete, compresa una certa autorità dottrinale autentica.”
Tale sembra essere, in ogni caso, il ruolino di marcia su cui avanza attualmente il G8 dei cardinali.

Di Aymeric Christensen - in “www.lavie.fr” del 21 marzo 2014 (traduzione: www.finesettimana.org )-


Fonte : http://www.finesettimana.org/pmwiki/uploads/Stampa201403/140325christensen.pdf

A.C.

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