lunedì 23 dicembre 2013

“Io le prometto di portare il suo dolore nella mia preghiera davanti al Signore” ( J.Ratzinger )


Don Louis Demornex, è un gigante buono con la barba bianca e la talare nera, che porta i sandali anche d’inverno. 
Sessant’anni, figlio di montanari francesi, vive qui dal 1970, anno della sua ordinazione sacerdotale. 
Ha in cura d’anime anche le parrocchie di altre due frazioni, Corigliano e Aulpi, e si muove su e giù per la montagna alla guida di una Peugeot scassata le cui lamiere sembrano rimanere assemblate solo in virtù dello sguardo miracoloso della Madonnina di gesso piazzata sul cruscotto. «Quando sono entrato in questa casa - dice - il tetto era sfondato e mancavano le finestre. 
La chiamavo la mia Betlemme. Poi, grazie all’aiuto dei ragazzi della parrocchia, abbiamo fatto l’impianto elettrico e portato l’acqua corrente. Adesso la chiamo la mia Nazareth…». 
Questo prete che vive davvero in povertà («non ho nulla, l’unica mia ricchezza è dentro al Tabernacolo»), dal 1° febbraio 2000, di punto in bianco, ha iniziato a celebrare le Messe domenicali nelle sue tre parrocchie secondo l’antico rito tridentino rimasto in vigore fino al Concilio Vaticano II. 
Messale di San Pio V, preghiere rigorosamente in latino, spalle ai fedeli, canti gregoriani. Padre Louis ha scritto tre lettere ai suoi fedeli, per chiarire la sua decisione. 
Ha spiegato che all’origine c’è la mancanza di rispetto verso l’Eucarestia che caratterizza, a suo dire, il nuovo rito: «Oggi i frammenti consacrati vengono profanati, le briciole cadono per terra e sono calpestate. E poi il sacerdote non si purifica più le mani, oppure se le lava, ma butta l’acqua… Tutto ciò fa pensare a una donna che butta il suo concepimento nelle immondizie. 
Chi fa così, o non crede più che ogni frammento sia Gesù Cristo intero, ed è quindi eretico. 
Oppure ci crede, e allora è sacrilego». 
Don Demornex ha preso la sua clamorosa decisione anche per una questione «caratteriale»: «Non ce la faccio a dire Messa rivolto al popolo - dice - mi distraggo, non riesco a mantenere il raccoglimento. 
E poi il rito tridentino non è stato mai abolito: Giovanni Paolo II ha concesso un indulto, permettendolo. 
Nei giorni feriali, quando i fedeli si contano sulle dita di una mano, io lo usavo già da tempo. 
Ora ho cominciato a celebrare così anche la domenica». 
Per tre mesi non accade nulla. Anche se nelle chiese di Fontanaradina, Corigliano e Aulpi l’orologio sembra essere tornato indietro di trent’anni, la frequenza alla Messa domenicale rimane alta. 
Qualche parrocchiano protesta, qualche altro va a Messa altrove. 
Alcuni, però, cominciano ad arrivare dai comuni limitrofi. 
Poi, lo scorso 6 maggio, un sabato, il vescovo di Sessa Aurunca, Antonio Napolitano, interviene. Com’era prevedibile. 
Fa scendere il corpulento sacerdote dalla montagna per consegnargli una lettera, nella quale lo accusa di svolgere la sua azione pastorale in «modo arretrato e arcaico». «Ho saputo - scrive il vescovo - che lei si discosta palesemente dalle disposizioni liturgiche vigenti» e celebra «l’Eucarestia voltando le spalle al popolo di Dio, contravvenendo alla Costituzione apostolica di Paolo VI con la quale si promulga il messale riformato a norma del Concilio». Conclusione: «La invito a rivedere il suo comportamento e magari anche l’inserimento nella diocesi di Sessa Aurunca… Altrimenti è libero di scegliere altre diocesi che meglio soddisfino le sue idee». Un chiaro invito a cambiare strada, oppure a fare le valigie. 
Nonostante la carenza di preti, la disciplina è disciplina. Poche ore dopo averla ricevuta, don Demornex legge la lettera a tutti i suoi parrocchiani, durante le tre Messe celebrate domenica 7 maggio. «Vi chiedo scusa se vi ho scandalizzato - dice dal pulpito - se vi ho traviati, se sono stato un cattivo parroco. Me ne devo andare». 
La reazione dei fedeli è inaspettata e sorprendente: pianti, abbracci, suppliche di ritornare sulla decisione. I giovani, appena usciti dalla chiesa, saltano in macchina e iniziano una raccolta di firme in favore del parroco. In appena due ore ne trovano ben 400 (Corigliano fa 600 abitanti), mentre a Sessa Aurunca firmano in 800. «Prima che arrivasse don Louis - si legge nella lettera scritta a mano dai parrocchiani - c’era poca gente che andava a Messa, pochi frequentavano i sacramenti. 
Ora la partecipazione è massiccia, c’è un grande lavoro di catechesi, è stata ripristinata l’Azione cattolica, l’adorazione delle quarant’ore, le novene per i santi, tante devozioni considerate da molti dei passatempi per vecchiette che invece sono di aiuto al cammino di fede». 
Nonostante l’affetto dei fedeli, l’«antiquato» padre Demornex è deciso a lasciare le sue tre parrocchie. Le manifestazioni del popolo lo sorprendono, ma non gli fanno cambiare idea: «Io ho sempre cercato di fare la volontà di Dio, non quella della gente. 
E il Vangelo insegna: la folla che oggi ti acclama con le palme domani può gridare “crocifiggilo”». 
Se ne va a Napoli, in casa di amici, e scrive il suo congedo al vescovo: «Ho commesso l’errore imperdonabile di farmi amare e stimare per motivi pre-conciliari». 
Ma i fedeli insistono, organizzano proteste davanti alla curia di Sessa Aurunca, chiedono udienza al vescovo. Monsignor Napolitano dice loro: «Io non l’ho mandato via». 
Così, dopo appena otto giorni di «esilio» e tante suppliche dei parrocchiani, il sacerdote ritorna. E continua, da allora, a celebrare indisturbato la Messa tridentina. «Ho educato i giovani a seguirla e lo fanno volentieri - spiega don Louis -. Per me l’importante non è il rito antico, ma il suo contenuto. 
Con la Messa di San Pio V era la Chiesa che celebrava in te. 
La nuova Messa, invece, non è mai esistita, perché ognuno la celebra a modo suo, con creatività, introducendo variazioni». 
Negli occhi chiari del gigante con la tonaca c’è una grande serenità, nonostante la polmonite che lo affligge. Si commuove mentre fa il cicerone nella piccola chiesa, mostrando le reliquie di Santa Teresina del Bambin Gesù e di San Pio X che ornano l’altare. 
Ha lo sguardo di un bambino a cui hanno appena regalato tutti i giocattoli del mondo. «Da quando ho ricominciato a dire la vecchia Messa sono ringiovanito. 
Ora sono in attesa delle decisioni del mio vescovo. In marzo ci sarà la visita pastorale, poi vedremo. Forse dovrò lasciare la parrocchia… 
Ma, per favore, non dica che sono un seguace di monsignor Lefébvre, perché non è vero. Io non appartengo a un partito. Sono e voglio essere, per grazia di Dio, soltanto un cattolico». 
Tra le carte che don Louis ha appoggiato sul tavolo della piccola cucina dai muri scrostati, c’è una missiva di solidarietà che arriva dal Vaticano. È del cardinale Joseph Ratzinger, il Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, che nella sua autobiografia (La mia vita, San Paolo editore, 1997) afferma: «Sono convinto che la crisi ecclesiale in cui oggi ci troviamo dipende in gran parte dal crollo della liturgia… La riforma liturgica ha prodotto danni estremamente gravi per la fede». 
Il parroco, che ora è seduto davanti a un piatto fumante di minestra di lenticchie appena scodellata per l’ospite e per sé, non vuol parlare di questa lettera. 
Poi, dopo aver resistito a lungo all’insistenza del cronista, ammette: «Sì, ho scritto al cardinale per raccontargli la mia storia e i motivi che mi hanno spinto a celebrare col vecchio messale. 
E lui mi ha risposto». 
Il 15 luglio 2000, il principe della Chiesa custode dell’ortodossia cattolica ha risposto proprio a lui, al prete con i sandali che vive nella fredda e spoglia «Nazareth» di Fontanaradina. 
«La sua lettera mi ha colpito e mi ha commosso - si legge nella risposta di Ratzinger a don Demornex - Quello che lei dice sulla laicizzazione dei preti, sull’anarchia liturgica e sulle molteplici profanazioni dell’Eucarestia è purtroppo vero. Lei ha confidato il suo profondo disagio al vescovo: egli non l’ha compresa e l’ha invitata a lasciare la parrocchia. 
Dal punto di vista formale e giuridico, è un suo diritto». «Lei sa bene - conclude il cardinale - che io non posso consigliarla di ribellarsi… Stia sicuro che il Signore non ci impone mai il peso di una croce senza aiutarci a portarla. Io le prometto di portare il suo dolore nella mia preghiera davanti al Signore». Don Louis Demornex ha scoperto di avere un amico anche a Roma.