giovedì 5 dicembre 2013

"Il Papa che si rade, maddài!" - di Gnocchi e Palmaro



Dai disegni di Molino al sistema mediatico
il mondo toglie a Chiesa e Papa il loro quid cristiano
di Alessandro Gnocchi e Mario Palmaro - "il Foglio" 4-XII-2013



IL PAPA CHE SI RADE
Poi vennero le prime telecamere in Vaticano regnante Giovanni XXIII, i teleobiettivi su Paolo VI, il papato mediatico di Giovanni Paolo II e, ora, la quasi consustanzialità tra massmedia e Papa Francesco. Ma, in principio, fu la cara, vecchia, borghesissima “Domenica del Corriere”: fu proprio lì, su una sua copertina, che il 4 maggio 1952 Pio XII venne disegnato in vestaglia beige, ritto davanti al lavabo con un rasoio elettrico nella mano destra e un cardellino sulla sinistra.
Le raccolte dei quotidiani e dei periodici di quei giorni non raccontano reazioni sdegnate, o almeno un poco infastidite, quasi fosse cosa del tutto normale trovarsi davanti al Papa esibito come un borghese qualsiasi nell’atto di radersi la barba. Vista oggi, la tavola a colori di Walter Molino ha persino dell’ingenuo, ma allora aveva la forza di un servizio di apertura del telegiornale di prima serata.
Tra i pochi a scandalizzarsene si segnalò Giovannino Guareschi. Quel sentore di popolo e di Bassa Padana che portava nel sangue dal Primo Maggio 1908, induceva il malcreato compaesano di Giuseppe Verdi a coltivare un senso del pudore di cui la borghesia non aveva mai saputo cosa fare. “Vedendo sulla prima pagina della ‘Domenica’ il Papa che si sta facendo la barba nel gabinetto, in vestaglia da camera” scrisse allora Guareschi su “Candido” “ho provato un senso di acutissimo disagio. Non ho mai pensato che fosse un angelo a radere la barba al Papa, e mai ho pensato che in Vaticano non esistessero camerini da bagno.
Però qualcosa mi ha sempre impedito di pensare il Santo Padre in atto di farsi la barba nel camerino del bagno. (…) In seguito ho fatto in modo che quel disegno cadesse sotto gli occhi di molte persone per osservare le reazioni. E poiché mi sono accorto che la quasi totalità dei soggetti ha trovato la cosa quanto mai normale, ho concluso, ancora una volta di più, che io sono un sorpassato. (…) Siamo dei superati (…) e la prima pagina della ‘Domenica’ col Papa in borghese che si fa la barba nel gabinetto, ci sembra addirittura qualcosa di sacrilego.
Siamo dei sorpassati. Non fatecene una colpa: è soltanto una disgrazia. O una fortuna”.
L’era trionfale del Grande Fratello tecnologico divenuto ormai un facsimile del Corpo Mistico era di là da venire. Marshall McLuhan non aveva ancora spiegato che “l’idea secondo la quale ciò che conta è il modo con cui un mezzo viene usato è l’opaca posizione dell’idiota tecnologico”. Ma il grande inganno era già lì, in copertina sull’inoffensiva “Domenica del Corriere”, e il popolo di Dio, fin da allora in grave carenza di anticorpi contro lo spirito mondano, non ne avvertiva il fetore. Salvo qualche candida eccezione che, un decennio più tardi, la nuova ecclesiologia conciliare avrebbe rubricato tra i profeti di sventura.
La cesura tra Chiesa e mondo, che non separa un’epoca dall’altra ma corre intransigente lungo i secoli, come sempre era lì da vedere. Ma troppi cattolici avevano cominciato a socchiudere i loro occhi miopi nell’illusione di guardare più lontano.
Tentavano di intravedere un futuro e amabile incontro con lo spirito mondano e non si curavano del presente. Pur delicato come richiedevano le buone maniere del tempo, quel “Papa in borghese che si fa la barba” sulla “Domenica del Corriere” era un’astuta aggressione mondana mascherata da educata attenzione. Vero e proprio atto di guerra posto per via affettuosa e familiare, procedeva alla spoliazione di Pietro dai segni che i secoli cristiani avevano elaborato per farne il Vicario di Cristo agli occhi di ogni uomo: dei cattolici di “Famiglia cristiana”, dei borghesi della “Domenica del Corriere” e dei comunisti di “Vie Nuove”. Paramento dopo paramento, concetto dopo concetto, preghiera dopo preghiera, prima per sola mano del mondo e poi con complicità cattolica, la persona del Papa sarebbe stata spogliata di tutto, fino a lasciarle la sola logora veste da cappellano di ospedale da campo.
Ma, così denudato, il Vicario di Cristo, che anche a volerlo non può essere un altro San Francesco, diventa flebile persino nella voce. Per quanto meritori siano, i richiami che lancia contro lo spirito del mondo sono destinati a rimanere inoperanti: il discorso cristiano, privato degli ornamenti che gli sono propri, anche quando si fa invettiva, finisce per farsi rivestire di significati e di simboli orditi dal mondo stesso e, quindi, a per essere muto.
Da quando ha deciso di abbracciarlo, la Chiesa ha preso a parlare al mondo facendo proprio il suo bon ton, che negli Anni Cinquanta era borghese e di destra e oggi è borghese e di sinistra, ma comunque sempre un po’ radical e un po’ chic.
Per questo sono stati messi da parte intellettuali genuinamente popolari come Guareschi, che allo spirito mondano gettavano in faccia il suo peccato d’orgoglio con una ferocia esemplare anche oggi. Nessuna madame Verdurin avrebbe voluto nel suo salotto un bifolco capace di scandalizzarsi per il Papa ritratto in vestaglia, refrattario alle magnifiche sorti progressive e così poco comme il faut. “La storia non la fanno gli uomini.” Aveva osato scrivere quel contadino “gli uomini subiscono la storia come subiscono la geografia.
E la storia, del resto, è in funzione della geografia. Gli uomini cercano di correggere la geografia bucando le montagne e deviando i fiumi e, così facendo, si illudono si dare un corso diverso alla storia, ma non modificano un bel niente, perché, un bel giorno, tutto andrà a catafascio. E le acque ingoieranno i ponti, e romperanno le dighe, e riempiranno le miniere; crolleranno le case e i palazzi e le catapecchie, e l’erba crescerà sulle macerie e tutto ritornerà terra. E i superstiti dovranno lottare a colpi di sasso con le bestie, e ricomincerà la storia. La solita storia”.
Se ogni secolo, per rinsavire, ha bisogno di santi che lo contraddicano in nome di Cristo, quello attuale, popolato da troppe madame Verdurin extra muros e intra muros, mendica parole malgarbate come queste. Invettive che nulla hanno di mondano e perciò ricordano a ogni uomo la pochezza del suo potere sul tempo e sulla vita. Là dove impera l’orgogliosa frenesia del fare la storia, un po’ da salotto e un po’ da revolucion, si può contrapporre solo l’umile assunzione di ciò che nel tempo e nello spazio non è soggetto alle mode e non può mutare. Chi voglia soccorrere un’epoca in cui la rivoluzione manifesta i suoi esiti più blasfemi deve offrire in elemosina la moneta pulita e sonante tradizione.
Per restituire il vero senso della libertà a un uomo oppresso dalla tirannia della storia che registra il meramente avvenuto, bisogna indurlo a contemplare la nobiltà della tradizione che rappresenta il possibile e perciò l’universale. Ma oggi i cristiani trovano più comodo assoggettarsi al senso ultimo di qualsiasi filosofia della storia, che finisce sempre per spiegare che quanto è avvenuto doveva avvenire, togliendo alla tradizione il regno dei significati e lasciandole quello della fantasticheria.
Chiunque voglia sanare gli uomini dall’orgoglio originale e indurli alla vera povertà, quella di ogni creatura davanti all’eternità e all’infinità di Dio, come fa Guareschi nelle sue scandalose considerazioni, dovrebbe ribellarsi a una cultura che trasforma dei semplici fatti in verità intolleranti. Dovrebbe mostrare che la storia è il cortile angusto di ciò che è accaduto e non tornerà più, mentre la tradizione è il manifestarsi dell’eterno nel tempo e non perirà mai.
Una è la celebrazione grigia e senza prospettiva delle fortune dei potenti, l’altra è un mondo dalle mille dimensioni che consegna il suo destino anche all’ultimo degli ultimi. Ma la Chiesa d’oggi, meaculpista per il suo passato costantiniano e il matrimonio con un potere che pur sapeva tenere a bada, finisce per fornicare con un potente che non ne vuole sapere di vincoli spirituali e morali. Così premia senza vergogna Giorgio Napolitano, per mano della Pontificia Università Lateranense, in virtù del suo “generoso e sacrificato impegno nella promozione dei diritti della persona e nella tutela della dignità di ogni donna e ogni uomo (…) per la passione educativa nei confronti delle nuove generazioni (…) il cospicuo magistero e la coerente testimonianza di vita”. Non è così che si evoca almeno un senso di nostalgia di Dio, che si insinua anche l’ultimo dei barabba un filo di speranza da indurlo a sospirare “Che bello se il mondo fosse così”.
Il senso più profondo della narrativa guareschiana, che nasce dal sacro irrompere della tradizione nelle lande profane del mondo, sta nel coraggio che oggi la Chiesa non riesce più a darsi. Tuonare contro le ricchezze di qua e di là dal Tevere finendo per travolgere anche lo splendore dovuto a Dio non è affare da capitani coraggiosi, ma da furbi public relations. Però non produce prodigi perché anche il più abile dei pr non riuscirà mai a rendere desiderabile un mondo votato alla povertà e alla sciatteria. Non indurrà mai l’uomo a guardare in alto, ma lo costringerà a cercare in basso.
Il prodigio che per secoli la Chiesa ha prodotto con la sua liturgia, la sua preghiera, la sua predicazione, la sua teologia, la sua dottrina, il suo catechismo, e che oggi sopravvive a ogni voltare di pagina in opere come quelle di Guareschi e fa sospirare sul quel “Che bello se il mondo fosse così”, è frutto di un miracolo capace di mostrare come sarebbe il mondo se l’uomo non si opponesse alla Grazia. Non il mondo perfetto inventato dalle ideologie: anzi, un mondo ancora piagato dal dolore, dal male e dalla morte, ma in cui tutto, finalmente, ha un senso.
Un mondo trasfigurato già qui e ora per la presenza di Cristo crocifisso e della Chiesa che ne distribuisce la Grazia attraverso i sacramenti per mano dei suoi sacerdoti.
E’ qui che la tradizione, oltre la soglia anche della più povera cappella di campagna, si fa liturgia e, oltre il frontespizio della più popolare opera letteraria, si fa poesia. Alimentati dal senso della tradizione, il linguaggio poetico e quello liturgico, che nulla hanno di sentimentale, si incaricano di restituire il suo vero essere a ciò che il discorrere profano aveva illuso di esistere altrimenti e altrove. E’ il momento del grande ritorno a casa, un rimettersi al Creatore che Guareschi descrive con linguaggio quasi da predicatore medievale:“(…) gli uomini sono delle disgraziate creature condannate al progresso, il quale progresso porta irrimediabilmente a sostituire il vecchio Padreterno con le nuovissime formule chimiche.
E così, alla fine, il vecchio Padreterno si secca, sposta di un decimo di millimetro l’ultima falange del mignolo della mano sinistra e tutto il mondo va all’aria”.
Allora, solo il senso della tradizione, che è fatto di cerimoniosa precisione dottrinale e rituale, può ricomporre l’ordine voluto dal Creatore una volta per sempre. “Introibo ad altare Dei. Ad Deum qui laetificat juventutem meam”, e lì attorno si fanno presenti tutti: i Serafini, i Cherubini, i Troni, le Dominazioni, le Virtù, le Potestà, i Principati, gli Arcangeli, gli Angeli, i Santi, i Beati e tutti i morti e, nel cuore di chi si inginocchia con devozione, anche tutti i vivi a cui vuole bene.
Tra i Kyrie eleison, i Dominus vobiscum e gli Oremus, il tempo riprende il suo scorrere verso ordinato il Cielo con l’incenso, la luce delle candele e le preghiere, anche quelli ad maiorem Dei gloriam. E, fedele alla sua promessa, Nostro Signore viene ancora una volta a immolarsi per noi. Lo guardi, ti fai bambino e gli chiedi tutto quello che hai nel cuore e vorresti proteggerlo anche se lui è immensamente forte. Ma è proprio questo il bello di essere cattolici: provare tenerezza nei confronti dell’essere più potente dell’universo.
Tutto questo lo si comprende davvero soltanto entrando in chiesa. Non c’è linguaggio mondano che lo possa trasmettere neanche al più ben disposto degli uomini. Per quanto pia, è solo un’illusione quella che spinge i pastori ad assumere l’odore del gregge per farsi comprendere e per guidarlo. Nathaniel Hawthorne, nel “Il fauno di marmo”, scrive: “Gli amici uscirono dalla chiesa e guardando in su, dall’esterno, alla finestra che avevano ammirato da dentro, non vedevano nient’altro che il semplice contorno di un’ombra tetra. Niente poteva più essere distinto, né il singolo ritratto di un santo, di un angelo o del Salvatore, né tanto meno lo schema complessivo e il significato del disegno.
‘Tutto questo’, pensò lo scultore, è il più sconvolgente emblema di quanto sia diverso l’aspetto di una verità religiosa o di una storia sacra quando è visto dal caldo interno della fede oppure dal suo freddo e cupo esterno. La fede cristiana è una grande cattedrale, con vetrate divinamente dipinte. Stando fuori, tu non vedi alcuna gloria, né riesci a immaginarne una; stando dentro, ogni raggio di luce rivela un’armonia di ineffabili splendori’”.
Il tentativo di spiegare la Chiesa al mondo usando parole mondane è destinato a mostrare agli uomini “il semplice contorno di un’ombra tetra. E’ un parlare concitato da ospedale da campo, dominato dal pathos, che finisce per mondanizzare in arrendevolezza la misericordia. E’ un arrendevole ospedale da campo quello in cui si fermò Simone Weil, sulla soglia della conversione, senza mai entrare in Chiesa. Scrive in proposito Cristina Campo: “’Potrei darle il battesimo anche così’ disse a Simone Weil padre Perrin, e inevitabilmente, Simone fece un passo indietro. Un più profondo e rigoroso teologo le avrebbe negato il battesimo tout court, senza tentare né l’arrendevolezza né il ptahos.
E Simone Weil avrebbe, con ogni probabilità, piegato il ginocchio. La rivelazione di una Chiesa pura perché tremenda, pietosa perché inflessibile, in totale contraddizione con il mondo, tetragona e bruciante, non era certo per atterrire Simone Weil ma solo, appunto, ciò di cui, in Simone Weil, Simone Weil soprattutto desiderava la morte: la partie médiocre de l’âme”.
Chiunque offra di meno, pur a fin di bene, imbroglia e chiunque accetti di meno ci rimette. E ciò avviene perché, quasi sempre, nella Chiesa di oggi si scambiano i luoghi e i ruoli: si distribuisce misericordia dove servirebbe il rigore e si impiega il rigore dove servirebbe la misericordia. Per questo un prete come don Camillo, inflessibile dal pulpito e misericordioso in confessionale, è fuori moda. Quando celebra la Messa e predica tuonando contro le nefandezze del mondo moderno, comunismo compreso, si rende odioso alla borghesia di sinistra. Ma, quando assolveva Peppone con quindicimila “Pater noster” di penitenza, si inimica la borghesia di destra. Però alla fine Peppone, che ben poco ha del comunista e don Camillo lo sa benissimo, entra in chiesa e non solo di notte quando non vuole perdere la faccia davanti ai suoi compaesani.
Grazie a quel prete cattolicamente mal garbato e tridentino, Peppone ha vinto il peccato d’orgoglio che sfigura l’uomo moderno e postmoderno e si traduce nella pretesa di ricevere i sacramenti da una Chiesa a cui non si riconosce il potere di negarli. Ma ci vuole un don Camillo per guarire le pecorelle da tale malattia. Lui che, in riva al fiume per la benedizione rituale prega:  “Gesù se in questo sporco paese le case dei pochi galantuomini potessero galleggiare come l’arca di Noè, io vi pregherei di far venire una tal piena da spaccare l’argine e da sommergere tutto il paese. Ma siccome i pochi galantuomini vivono in case di mattoni uguali a quelle dei tanti farabutti, e non sarebbe giusto che i buoni dovessero soffrire per le colpe dei mascalzoni tipo il sindaco Peppone e tutta la sua ciurma di briganti senza Dio, vi prego di salvare il paese dalle acque e di dargli ogni prosperità”.
E l’amen rituale non sgorga dalle gole dei borghesi rintanati nelle loro case per timore di qualche palla di fucile. “’Amen’ disse dietro le spalle di don Camillo la voce di Peppone. ‘Amen’ risposero in coro, dietro le spalle di don Camillo, gli uomini di Peppone che avevano seguito il Crocifisso”.

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