lunedì 7 gennaio 2013

Gnocchi e Palmaro rispondono a Rodari - "Corrispondenza romana"


LA TRADIZIONE: UN NUOVO MOSTRO?

Che cosa ti combina l’astuzia della Ragione quando, invece di portare disastri nella Storia agli ordini del professor Hegel, si accontenta della cronaca ecclesiale e si intrufola in un’articolessa del dottor Paolo Rodari. Succede così che la prosa del dottor Rodari pubblicata sul “Foglio” del 31 dicembre con il titolo I nuovi crociati, in due righe appena riassume il senso di tutta la paginata: «avevamo pensato di aver vinto, che fosse prevalsa insomma la nostra linea, ma purtroppo non è stato così». Sono parole di Don Giovanni Nicolini, che Rodari presenta così: «mantovano, fu a Bologna che conobbe e frequentò Giuseppe Dossetti. È dall’amicizia con Dossetti e da una comunione profonda con lui e i suoi che don Nicolini ha fondato le Famiglie della Visitazione».
Il lettore avrà già compreso che don Nicolini, mantovano eccetera eccetera, sta parlando delle delusioni sofferte da coloro che speravano di vedere una Chiesa nuova fiammante venir fuori dal Concilio Vaticano II. Tanto che la frase del sacerdote mantovano sta all’interno del seguente ragionamento: «credo che le novità del Concilio abbiano trovato sul loro cammino degli ostacoli che probabilmente lo stesso Concilio non poteva prevedere. È stato un errore forse anche nostro: avevamo pensato di aver vinto, che fosse prevalsa insomma la nostra linea, ma purtroppo non è stato così. Il Concilio è stato una grande profezia di fronte alla quale però la chiesa, o almeno una parte di essa, si è spaventata».
Il lettore può toccare con mano che, pur avendo estrapolato la frase riportata sopra, non si è fatto torto al pensiero di don Nicolini. Tirate le somme, quelle 18 parole per 104 battute spazi compresi valgono la fatica di star dietro alle 2.291 parole per 14.438 battute di tutto l’articolo in cui, evidentemente, si vuol proprio mostrare che è davvero un peccato se è andata come don Nicolini avrebbe voluto. Tanto che il sommario del pezzo recita: «ultracattolici, una minoranza borderline e violenta che resiste. Don Piero Corsi con le sue tesi è l’ultimo dei loro kamikaze».
L’operazione è di quelle ben congegnate perché, additando al pubblico ludibrio il mostro di turno, si mira all’intero mondo della Tradizione. Lo si fa con i guanti bianchi e si arriva fino a dire che c’è tradizionalismo e tradizionalismo. Ma il problema è che poi si è costretti a spiegarsi.
L’articolo comincia con la requisitoria contro don Piero Corsi, il parroco di San Terenzio che è andato maldestramente a infilarsi nel tema del “femminicidio”. Don Corsi, evidentemente, è l’unico sacerdote a non meritare almeno un’attenuante, concessa spesso persino ai confratelli accusati di pedofilia. Il vaticanista coscienzioso, il bravo vaticanista direbbe Renzo Arbore, avrebbe almeno dovuto notare come don Corsi sia stato improvvisamente mollato da tutti: a partire dal suo vescovo, che dovrebbe fargli da padre, per arrivare fino al presidente della Cei, il cardinale Angelo Bagnasco, che, in quanto arcivescovo di Genova, non pare invece così sollecito nel condannare pubblicamente quel don Gallo che di cattolico non ha più nulla o quasi e se ne vanta in ogni dove.
Niente da fare, Rodari aveva bisogno di don Corsi per mostrare il volto cattivo di «certo tradizionalismo» che poi, a operazione conclusa, il lettore finisce per scambiare con l’intero mondo della Tradizione. Certo, il vaticanista usa i guanti bianchi e distingue. Ma, forse senza neanche aver letto Maritain, distingue per unire, perciò, se dice che don Corsi è un caso a sé, lo unisce subito alle vicende di don Floriano Abrahamowicz e don Giulio Tam, al negazionismo e al fascismo rimontante. Certo anche per quanto riguarda don Abrahamowicz e don Tam spiega che sono da tempo fuori dalla Fraternità San Pio X. Troppo di destra «persino» per gli eredi di monsignor Lefebvre: ma, intanto, un altro mattoncino è stato posato alla base dell’edificio del tradizionalismo brutto, sporco e cattivo.
Perché, il tradizionalismo, «certo tradizionalismo», sia così brutto sporco e cattivo lo spiegano gli esperti. Il primo della lista è, il professor Luca Diotallevi, sociologo che, assicura Rodari, «conosce e studia anche le dinamiche ecclesiali». Il ragionamento del sociologo che «conosce e studia anche le dinamiche ecclesiali» è fondato sulla seguente perla di originalità scientifica: «In fasi di trapasso da un “mondo” a un altro “mondo”, come quelle che stiamo vivendo, il processo di aggiornamento degli schemi cognitivi e dei modelli di comportamento richiede risorse che non tutti hanno. Questi sono tempi che richiedono a tutti una misura maggiore di coscienza, libertà e volontà. Di conseguenza, in queste fasi di passaggio, si creano gruppi marginali, ma anche molto numerosi, di individui segnati da una grande debolezza interiore».
Negli anni Sessanta del secolo scorso, i rotocalchi in lettura dai barbieri erano già pieni di analisi che mostrano come gli oppositori al nuovo che avanza, sempre un po’ ottusi, finiscano fatalmente nella frange estreme da buttare a mare. Ma se questa è l’analisi va riportata. Rincresce solo che al giornalista non sia scappata almeno una domanda, che poteva suonare più o meno così: professor Diotallevi, quando parla di passaggio dal vecchio mondo al nuovo mondo, visto che l’argomento in questione è la Chiesa cattolica, intende dire che è in atto il passaggio da una vecchia Chiesa a una nuova Chiesa? Se così fosse, di grazia, dove sta la continuità che ora invocano tutti?
Intanto, un altro mattoncino è stato posato al suo posto, in attesa che il secondo esperto, storico e sociologo anche lui assicura Rodari, porti il suo. Interviene così il professor Massimo Introvigne, con grave infortunio per l’aspirante bravo vaticanista che lo definisce «vicino ad Alleanza Cattolica», associazione, o agenzia come pare venga ora definita, di cui invece il professor Introvigne è vice reggente nazionale. Ad ogni buon conto, il professor è davvero un sociologo perché recentemente, quando si è visto costretto a spiegare gli strafalcioni ereticali del cardinale Martini, ha detto che si tratta di «cattiva sociologia» e non di cattiva teologia. Dal professor Introvigne, Rodari ricava che c’è tradizionalismo e tradizionalismo e che ce n’è persino uno buonissimo, quello del «pellegrinaggio organizzato in Vaticano da alcuni tradizionalisti per ringraziare il Papa del Motu proprio Summorum Pontificum sulla messa in latino». Un evento nato e morto nello spazio di un giorno. Evidentemente, qui parlava il sociologo e non lo storico. Rodari non specifica poi che cosa pensi lo studioso in quanto «vicino ad Alleanza Cattolica», ma questa, francamente è la pecca più veniale di tutto il pezzo.
Si arriva così al fuoco d’artificio finale riservato a don Nicolini e alla sua autocertificazione della sconfitta, alla quale però è difficile rassegnarsi. Non vi si rassegna, per esempio, l’attuale Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, l’arcivescovo Gerhard Ludwig Müller, a suo tempo noto per le tesi non troppo ortodosse sulle verginità di Maria. Sull’“Osservatore Romano” del 29 novembre scorso, Müller ha parlato di «interpretazione eretica» del Concilio Vaticano II tanto sul versante progressista quanto su quello tradizionalista. Per i commenti a questa uscita si rimanda ai pregevoli articoli di Roberto de Mattei, Paolo Pasqualucci e Arnaldo Xavier da Silveira sul sito www.conciliovaticanosecondo.it.
Qui rimane solo da dire che risulta difficile separare l’uscita di monsignor Müller dall’articolessa di Rodari. Non si vuole dire che vi sia concertazione. In ogni caso questa è l’agenda degli scogli che il mondo della Tradizione dovrà affrontare nel 2013.

Alessandro Gnocchi - Mario Palmaro

27 commenti:

  1. E' significativo che il Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede esprima un giudizio "informale" di eresia nei confronti della interpretazione del Vaticano II, il quale è responsabile a sua volta, ed in maniera altrettanto "informale" delle deviazioni che ne seguirono.

    In punta di diritto un Concilio non può essere rifiutato da un Cattolico. Ma in punta di diritto è altrettanto inconcapibile ignorare i molti degli abusi che si sono perpetrati in esso per arrrivare alla formulazione equivoca di alcuni documenti, così come è inconcepibile accettare delle proposizioni che contraddicono "ad sensum" i Concili ed il Magistero precedente.

    In punta di diritto non è ammissibile la riforma liturgica, così come è stata concepita, e men che meno la presunta abolizione della Messa Romana, che pure era ufficialmente dichiarata soppressa e sostituita dal Novus Ordo.

    Il diritto in generale, e il diritto canonico in ispecie, non presumono un'accettazione incondizionata e supina della legge, ma richiedono l'assenso razionale e motivato dell'intelletto, al quale la realtà appare, e per il quale il giudizio si formula sulla base del senso comune.

    E' quindi assurdo fingere, dopo cinquant'anni di disastri incommensurabili, che il Concilio Vaticano II non possieda in sé una valenza quantomeno deliberatamente equivoca: lo dimostrano ampiamente gli storiografi e quanti hanno analizzato la gestazione dei documenti conciliari.

    Non prendiamoci in giro: se si fossero sottoposti i testi del Vaticano II al Prefetto del Sant'Ufficio nel 1570, nel 1730, nel 1860 o nel 1950, essi sarebbero stati giudicati unanimemente come eretici o quantomeno gravemente equivoci. Stiracchiaire il senso di quei documenti in senso ortodosso significa prescindere dalla "mens" (uno degli elementi integranti nella promulgazione di un atto legale e canonico) del legislatore.

    E la "mens" del Concilio è ahimé chiarissima, così come chiarissimo è l'effetto che esso ha avuto.

    Un esempio. Se voglio fare una crostata di more, seguo la ricetta: pasta frolla, marmellata di more ecc. Ma se al posto delle more metto la senape, e al posto della pasta frolla metto la polenta, quella non rimane una crostata per il semplice fatto che, a posteriori, vado a cambiare artificialmente la ricetta.

    I distinguo da legulei (legulei "informali", ovviamente) confermano l'assurdità di perder tempo intorno ad un Concilio che dovrebbe semplicemente esser dimenticato, senza cercare grottescamente di renderlo presentabile.

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    1. A livello razionale mi sembra abbiate perfettamente ragione.L'unico dubbio che mi tormenta è questo:date per scontate le ambiguità di alcuni testi conciliari(o comunque la loro imperfezione ammessa anche dal Papa),la violazione della legalità conciliare,l'inusitato impatto mediatico sui lavori del concilio ,l'ingenuità di molti Padri manovrati dall'asse progressista ecc.,la disastrosa riforma liturgica,tutto ciò non rimane comunque coperto e per così dire sanato dall'autorità papale,da Paolo VI in avanti?Vorrei tanto che non fosse così,per meglio poter oppormi all'odierna apostasia,ma il timore è quello di una occulta anche a me stessa superbia,che mi allontani dalla dovuta obbedienza.Si confermano in pino le parole dei card.Ottaviani e Bacci sui laceranti dilemmi di coscienza

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    2. L'esame critico di Bacci-Ottaviani non si riferisce al rito poi entrato in vigore (la Messa attuale, per intenderci)

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    3. Nonostante qualche piccola correzione(e questo è già significativo)la sostanza resta quella

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  2. Piacerebbe sapere, sempre in punta di diritto: quale doveva essere l'assenso e l'obbedienza dovuta al Conciliabolo di Pistoia, prima che esso fosse condannato dal Pontefice? Che ermeneutica delle continuità si poteva cercare in quella congerie di eresie, pur di legittimarlo? E guarda caso le istanze erano le stesse dell'omologo Romano de quo.

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    2. Dimentichiamo due semplici cose:
      primo: il Sinodo di Pistoia fu un sinodo diocesano convocato da De Ricci (e non da Papa) e da lui presieduto: non è quindi classificabile come Concilio, men che meno ecumenico (vd. definizione di Concilio Ecumenico);
      secondo: l'Auctorem Fidei giunse pochissimi anni dopo il Sinodo di Pistoia (mi pare nel 1794, mentre il Sinodo dovrebbe essere poco dopo la metà degli anni 80, se non ricordo male).

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  3. Mi trovo completamente daccordo con Baronio.
    don Bernardo

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  4. L'articolo completo è qui:
    http://opportuneimportune.blogspot.it/2013/01/eretici-informali.html

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  6. Gentile Murmex,

    purtroppo la superbia è il vizio peggiore del tradizionalismo. Di non tutto il tradizionalismo, grazie a Dio.

    Che fare per non cadere in questo vizio? Bisogna amare il Papa, anche se questo può costare enormi sforzi e sacrifici. Il Papato, come ha insegnato mons. Lefebvre, è uno dei più grandi doni che Dio ha fatto alla Chiesa (gli altri due sono la Messa e la devozione alla Vergine). Amando il Papa e pregando quotidianamente per lui, svanirà la superbia. Per quanto possa sembrare difficile ora, bisogna fidarsi del Papa perchè l'unico che può far tornare a splendere la Chiesa è lui. Con l'aiuto della Grazia di Dio.

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  7. Antonio Peschechera da Barletta7 gennaio 2013 20:57

    Personalmente credo e conosco l'obbedienza alla Verità suprema che è Nostro Signore e, con tutti i martiri di sempre grido a più non posso Viva Cristo Re e grido ancora "sia fatta la tua volontà come in cielo, così in terra"; già, sono costretto a farlo anche per dire a tutti quelli che ex cathedra si sentono in diritto di fare distinzioni fra tradizionalismo 1 e 2, fra chi ha rispetto solo di una autorità umana e per niente nella Verità (vedi Muller) unica e immutabile: gentili amici e non, chi è cattolico è solo cattolico e in quanto tale ha la grazia e l'intelligenza di vedere gli errori e le eresie come di riconoscere i buoni frutti dei Sacramenti quali mezzi di grazia per la nostra vita. E, perdonatemi, fra chi va alla Santa Messa di sempre e chi, con molta superficialità va anche alla Messa di Paolo VI, il piagnone!

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  8. Gentile Matteo, grazie per la risposta,sull'amore al Papa siamo tutti d'accordo,e anche sulla preghiera per lui ,a maggior ragione perchè alcune volte suoi atti o detti ci creano confusione.E questo accade da dopo il CV2,quasi il contagio delle idee moderniste avesse lambito il trono supremo,(Escluso naturalmente il magistero infallibile,questo è impossibile)Però io vorrei una risposta più"teologica",per es.da un sacerdote come Areki.Sono portata a pensare che il novus ordo non sia buono,ma è lecito questo pensiero,essendo stato promulgato da un Papa (che sia santo o no non conta)?Quanto alla superbia non sono d'accordo che alligni particolarmente in ambito"tradizionalista":può allignare in ognuno,è uno dei vizi più subdoli,ma è propria in particolare dei modernisti perchè è da essa che nasce l'eresia.

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    1. L'eresia nasce anche da un certo mondo tradizionalista, che crede di saperne più del Papa (e/o dei Papi). Personalmente mi pare che il paradigma debba essere quello - ad esempio - del card. Siri (che non mi pare si possa accusare di modernismo, eresia ecc.).
      Non dimentichiamo che fu molto duro - ad esempio - quando mons. Lefebvre ordinò i vescovi: sapeva bene che occorre stare attaccati al Papa.

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    2. L'eresia nasce da un certo mondo tradizionalista...questa è una affermazione sua (fra l'altro mons Lefebvre non era assolutamente eretico).Che i modernisti siano sicuramente eretici lo dice invece il Magistero papale(modernismo=cloaca di tutte le eresie)

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    3. Infatti non dico che i modernisti non siano eretici; dico che anche tra certo mondo tradizionalista si annida una certa eresia, o una certa saccenza che pretende di insegnare al Papa stesso a fare il suo mestiere. Ora, la critica è una cosa, la saccenteria un'altra. Non può darsi che il tal Pontefice agisca in un certo modo perchè egli è Pastore UNIVERSALE?
      Non mi pare d'aver scritto che mons. Lefebvre fosse eretico. Anzi: non l'ho proprio scritto. Ho solo riportato un fatto storico: che cioè il card. Siri (che ripeto non può certo essere accusato di modernismo), sebbene probabilmente avesse una visione comune a Lefebvre su molti ambiti, tuttavia consigliò Giovanni Paolo II di usare la massima durezza allorchè Lefebvre fece quello che fece. Nel caso non lo sapesse, il consiglio a GPII di pubblicare il decreto di scomunica (che tuttavia era ipso facto) fu del card. Siri.
      Quanto scritto sopra è per risposta, ed esula dall'articolo.

      Per quanto riguarda l'articolo (ferma la mia stima per il binomio Gnocchi Palmaro), una cosa proprio non mi va giù. Quell'accenno polemico al pellegrinaggio a Roma, "nato e morto nello spazio di un giorno". A parte il fatto che ogni evento "nasce e muore" nello spazio della sua durata, mi chiedo se non si debba imputare tale presunto fallimento (tutto da dimostrare) anche ad un certo mondo tradizionalista...

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    4. Mi scusi, ma fra eresia e saccenza c'è una bella differenza,la saccenza è una debolezza ,una imperfezione che tutti più o meno in genere abbiamo,l'eresia formale di chi rimane ostinato come il subdolo modernista è un peccato mortale (impugnare la Verità:peccato contro lo Spirito Santo)

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  9. Questo articolo mi e' proprio piaciuto...con quei mattoncini...poi!Non riesco a capire neppure io come si possa continuare a difendere le continue innovazioni della Novus Ordo Missa dopo il V2. Recentemente in Brasile ho visto una messa cattolica ripresa con ragazze vestite da angeli sopra un carro roteante in festoni e musica da circo che portavano il vangelo da leggere verso il prete, ( cose da pazzzi)la chiesa era piena, eh! Se nessuno dei ordinari o dei altoprelati se ne lamenta, come mai non c'e' piu'il timor di Dio?

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    1. Non è possibile imputare le cretinate liturgiche al Rito della Messa. Per caso il Messale Romano prevede tali buffonate?
      Quasi che nel Rito Antico non esistano abusi.

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    2. Che nel rito antico esistessero abusi è certamente possibile,ma bisogna essere ciechi per non vedere la terribile deriva odierna;e questa è figlia del nuovo rito (senza negare che la prassi lo ha poi sopravanzato,ma ciò non sarebbe stato possibile col rito di S.Pio V).Da lì deriva infatti il protagonismo di preti e laici ,la perdita del senso del sacro,la confusione delle lingue ecc.

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    3. oltre a tutto ciò,c'è la questione ancora più grave dell'obnubilamento della vera essenza del Sacrificio della Messa.Rimando al post "scomuniche private e pubbliche eresie" su Chiesa e post concilio

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  10. Enrico Paolieri8 gennaio 2013 16:36

    Mi stavo giusto chiedendo quando avrebbero risposto a Rodari i due interessati e interessanti scrittori. Oramai credevo d'esser solo.
    E.P.

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  11. Apro una parentesi e chiedo: in questo blog si è mai parlato degli Araldi del Vangelo? Non è che per caso vale anche qui l'ostracismo nei loro confronti decretato dai pliniani di stretta osservanza?

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  12. Aggiungo: contrariamente a quanto da alcuni ripetuto, Guareschi, per simpatico che sia, non c'entra niente col "tradizionalismo", cattolico o meno che sia. Era semplicemente un giornalista che a un certo punto della sua vita ha sentito il bisogno di descrivere e rimpiangere un certo "piccolo mondo" di paese, ma non certo da un punto di vista ideologicamente "tradizionalista". Men che meno c'entra qualcosa con il plinianesimo.

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    1. Enrico Paolieri8 gennaio 2013 23:55

      Giovannino Guareschi con la Tradizione c'entra eccome. Evidentemente lei non conosce il personaggio.
      Saluti

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    2. E Molière era un simpatico avvocato che a un certo punto della sua vita ha sentito il bisogno di frequentare gli ambienti teatrali!

      pepito sbazzeguti

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