giovedì 11 giugno 2009

La riforma liturgica, "benvenuta e necessaria", ha però un "lato oscuro"

di Robert Imbelli

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"La Chiesa fa l'Eucaristia e l'Eucaristia fa la Chiesa", recita un adagio dell'età patristica sottolineando l'esistenza di un rapporto intimo e reciproco fra il corpo eucaristico e il corpo ecclesiale del Signore. Tuttavia è importante comprendere correttamente qual è la priorità. Come rileva Benedetto XVI "la possibilità per la Chiesa di "fare" l'Eucaristia è tutta radicata nella donazione che Cristo le ha fatto di se stesso" perché "Egli è per l'eternità colui che ci ama per primo" (n. 14). Nell'Eucaristia l'amore di Cristo si incarna più pienamente: proprio il suo corpo e il suo sangue sono dati per noi. Dopo il Vaticano II la riforma, benvenuta e necessaria, della liturgia ha portato con sé molti ricchi frutti. Le Sacre Scritture hanno ritrovato un posto d'onore, per consentire al popolo di Dio di nutrirsi alla mensa della Parola e a quella eucaristica. Inoltre il maggior coinvolgimento dell'intera assemblea nella celebrazione ha portato a un partecipazione più attiva da parte di tutta la comunità, rispondendo all'esortazione del concilio alla participatio actuosa. Tuttavia, anche i più accesi sostenitori dei riti liturgici riformati ammettono l'esistenza di un potenziale "lato oscuro" della riforma. La celebrazione dell'Eucaristia versus populum e la tendenza a evidenziare l'Eucaristia come pasto della comunità può, senza volerlo, mettere in ombra la natura unica di questo posto, reso possibile dal sacrificio di Cristo. È il dono di sé di Cristo che è al centro di questo pasto: "Il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo" (Giovanni, 6, 51). "L'Eucaristia è Cristo che si dona", scrive Benedetto XVI e in latino è ancora più efficace: Christus se nobis tradens ("Cristo si dona per noi"). La sottolineatura della dimensione collettiva della liturgia, di per sé indiscutibilmente valida, rischia di trasformarsi in un'autocelebrazione della comunità. Questo rischio diviene più elevato in una cultura terapeutica, nella quale cioè l'emozione superficiale spesso viene assunta come criterio di autenticità. Il risultato può essere un corpo "decapitato", una comunità privata del capo. Del resto la necessità di evidenziare il primato di Cristo quale capo del corpo e fonte della sua vita, non è emersa solo dopo il Vaticano II. Molto tempo prima, il teologo gesuita, più tardi cardinale, Henri de Lubac, scrisse nella Méditation sur l'Église: "Di certo non c'è confusione fra il capo e le membra. I cristiani non sono il corpo né fisico né eucaristico di Cristo, e la sposa non è lo sposo". C'è un'unione intima in un'irriducibile distinzione. Cristo, il capo, non è mai privo del suo corpo, che è la Chiesa, e la Chiesa non può prosperare se non nell'unione donatrice di vita con il suo capo. È quindi essenziale coltivare nella spiritualità un senso vivo della presenza reale di Cristo, che è resa pienamente dall'Eucaristia, ma va accompagnata da altre esperienze della presenza di Cristo. I cristiani orientali, ad esempio, hanno promosso la pratica della "preghiera di Gesù", spesso sincronizzata con il proprio respiro. La tradizione benedettina cerca invece di riconoscere la presenza di Cristo nell'ospite. In altri casi il recupero dell'adorazione del Santissimo Sacramento ha aiutato molte persone a riscoprire la presenza viva del Signore fra i membri del suo popolo. L'Eucaristia diviene quindi una scuola della presenza del Signore, che ci insegna a percepirne la presenza in ogni aspetto della vita. Il sacerdote che celebra l'Eucaristia dovrebbe cercare di essere anche il mistagogo della comunità, per condurre la comunità a una comprensione profonda della presenza salvifica di Cristo. Un aspetto cruciale di questa mistagogia è l'inserimento di momenti di profondo silenzio nella celebrazione eucaristica, utili per meglio assaporare la presenza di Cristo nella Parola e nel sacramento. In un mondo in cui sembra prevalere troppo spesso l'assenza di significato e di speranza, i cristiani, formati nell'Eucaristia, possono essere testimoni di una presenza reale, sia nel culto del Cristo risorto sia nel proprio servizio verso quanti soffrono per cause materiali e spirituali. La loro esperienza di Cristo nell'Eucaristia li spingerà a cantare con Bernardo di Chiarvalle: Jesu dulcis memoria, dans ver cordis gaudia/sed super mel et omnia, ejus dulcis praesentia!

Da l'Osservatore romano odierno

11 commenti:

  1. I rischi indicati non sono da sttovalutare. Sarebbe però più completo il discorso se si indicassero anche i rischi della forma straordinaria di celebrare. Se il Messale di Paolo VI "rischia" di mettere in ombra la dimensione dell'eucaristia como sacrificio, il Messale del 1962 "rischia" di mettere in ombra la dimensione di bancheto (naturalmente sacrificale) dell'eucaristia. Se il Messale di Paolo VI quando si celebra versus populum "rischia" di trasformarsi in un'autocelebrazione dell'assembela, il Messale del 1962 "rischi" di trasformarsi in una celebrazione clericale. I "rischia" sono sempre all'agguato... L'importante è celebrare in modo corretto.

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  2. I rischi ci sono dappertutto, ma a quale rischio oggi siamo più esposti, qual è quello più diffuso nelle celebrazioni che avvengono quotidianamente? Non è davvero difficile rispondere.

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  3. DANTE PASTORELLI11 giugno 2009 09:44

    Nella S. Messa tradizionale non si rischia proprio niente.
    Il "banchetto" si realizza nella S. Comunione, ed in questa celebrazione il valore sacrificale è esaltato, perché necessariamente preliminare: non c'è banchetto senza sacrificio. Inoltre anche nelle messe "private" il banchetto si realizza nel sacerdote che rappresenta tutta la Chiesa. ANCHE SE "PRIVATA" LA MESSA E' UN ATTO DI CULTO PUBBLICO, A CUI PARTECIPA TUTTA LA CHIESA: TRIONFANTE, PURGANTE E MILITANTE.

    La celebrazione clericale, direi meglio la celebrazione sacerdotale, ché quel clericale sa tanto di proviocatorio dispregio,è necesaria perché solo il sacerdote opera la transustanziazione: è stato ordinato per questo.
    Il popolo offre tramite il sacerdote alter Christus: un alter Christus che il popolo mai può diventare ed al quale mai può sostituirsi.

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  4. I nefasti frutti dell'autocelebrarsi del sacerdote divenuto "dio" non "alter Christus" nelle clebrazioni versus populus, dovrebbe far riflettere e diramare quanto prima delle "riforme" che riportino il ruolo del sacerdote al "giusto"posto.
    Mi spiego. la prima parte della messa il celebrante può stare "versus populus" presiede la preghiera.
    Ma dal momento dell'offertorio il sacedote con il popolo ,"di mezzo" veicola per mezzo di Gesù Cristo unico mediatore , sotto l'azione dello Spirito Santo, offre al Padre con il popolo. Quindi "coram Deo".

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  5. Nel V.O. non c'è nessun rischio, visto che è il rito che la Chiesa ha celebrato per 20 secoli. Semmai è il Messale di Paolo VI, redatto da Bugnini, che ha consentito ogni genere di abusi liturgici, ad essere un pericolo. Certo è importante celebrare in maniera corretta, ma purtroppo è proprio il nuovo messale, che prevede una certa creatività liturgica, a rappresentare un pericolo, non certo il V.O.

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  6. l'unico rischio per il VO riguarda chi si non lo comprende e si ostina nella sua ignoranza colpevole

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  7. L'Osservatore Romano dice oggi che nella riforma liturgica c'è un lato oscuro? Strano, qualche decennio fa disse che nella riforma non c'era nessuna ombra, ma solo un "mare di luce"!!!
    Ma forse il giudizio di allora non era obiettivo.

    INNOMINATO

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  8. la liturgia è il campo di una immportantissima battaglia fra due opposte concezioni ecclesiologiche: la prima para protestante (che trova alimento nell'inesistente spirito del Concilio e nel popolo bue), la seconda fedele (lei sì) ai dettami della Sacrosanctum Concilium. Alessandro

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  9. "il popolo bue"
    Alessandro, non sono del tutto d'accordo: il popolo è stato diseducato e imbesuito...(parlo almeno per me stesso), e solo da 3-4 anni sta prendendo lentamente coscienza della situazione (vogliamo essere più precisi? diciamo dall'aprile 2005 e parlo sempre per me stesso ;-)
    Luigi

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  10. L'Italia è l'unica nazione nella quale, durante la celebrazione eucaristica, si legge la parola sacrificio. Questa parola non è presente neanche nei vangeli.Il testo ufficiale ci è dato dal latino.Nelle altre nazioni durante la messa non si sente parlare di sacrificio ma si dice: "Questo è il mio corpo dato e donato per voi".Questo risale all'epoca della riforma liturgica, quando i conservatori hanno scelto di dare a tutto l'insieme il titolo di sacrificio di Cristo.

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  11. Livio Sismondini15 febbraio 2011 13:29

    Paolo VI si è accorto troppo terdi dei gravissimi guasti provocati dalle idee errate e dalle disinvoltoure del Bugnini anche se dopo averlo o fatto cadinale (ahi ahi!) lo ha cacciato finalmente a fare il nunzio in Irak. Non ha tuttavia avuto il coraggio di bloccare tutto e di rifare la riforma da capo. Una responsabilità non da poco di cui abbiamo pagato per oltre 40 le gravi conseguenze.  Il profondo riaggiustamento che riporti Cristo al centro dell'evento ed eviti le spalle del celebrante al Crocifisso, le particole nelle mani sporche, l'assunzione delle Comunine in piedi me la presunzioen del popolo di essere concelebrante (come i protesianti) senza averne la consacrazione ... ecc. ecc. .... .
    Preghiamo che lo Spirito Santo acceleri il tempi alzando la voce!

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