martedì 12 maggio 2009

C'è bisogno di "Disputationes theologicae"

Raffaello, Disputa del SS. Sacramento, Stanza della Segnatura, Roma

Il giovane e valente don Stefano Carusi coordina un nuovo sito (questo il LINK) che si propone, nella più nobile tradizione scolastica, di affrontare con la libertà e l'efficacia della rete quelle disputazioni e quaestiones quodlibetales, tanto necessarie al sapere e all'intelletto, che appaiono neglette nell'attuale prassi dell'insegnamento teologico. Ecco un excerptum dalla sua presentazione del sito:

L’irenismo teologico, che fiumi d’inchiostro ha fatto versare negli ultimi tempi, sembra aver indotto tanti teologi, molti dei quali anche di valore, a pubblicazioni prolisse e non di rado ricche della più ricercata bibliografia, le quali tuttavia si distinguono precipuamente per l’assenza di scelte teologiche chiare e per l’arte sottile di aggirare le questioni scomode e spinose. Un vago sentimentalismo religioso si sostituisce al nerbo della speculazione scolastica, annacquando la scienza divina in un brodo insipido e deludente perché privo di corpo. In tanti atenei, purtroppo anche romani, nei quali alcuni dei nostri collaboratori studiano e insegnano, si è rinunciato a fare teologia; si assiste ad un’inversione dell’attitudine accademica che ci lascia ogni giorno più attoniti: si mettono in discussione dogmi solennemente definiti, ma è impossibile approfondire e se necessario contestare quelle che sono, nel migliore dei casi, mere opinioni teologiche. Quest’attitudine, tuttaltro che scientifica e soprattutto sommamente incapace di soddisfare l’intelligenza, ha spinto alcuni chierici, studenti di ieri e di oggi, di atenei teologici romani a creare una tribuna nella quale ci si potesse confrontare in un dibattito teologico serio, che abbia come limiti della discussione il magistero della Chiesa con la sua tradizionale prudenza e non la politica ecclesiastica nel senso deteriore del termine.

Vi invitiamo caldamente ad inserire il neonato sito tra i vostri preferiti; e per meglio invogliarvene, ecco qualche scambio di un'intervista all'abbé Hery, rettore del Seminario dell'Istituto del Buon Pastore a Courtelain

- Come è possibile una tale “critica costruttiva”, visto che il Vaticano II è un atto di magistero autentico, in pratica intoccabile?

Il Concilio è certamente un atto di magistero autentico. Ma non è intoccabile, poiché la “ricezione autentica” del Concilio, secondo il Santo Padre, non ha ancora avuto luogo, o non è soddisfacente; ciò significa dunque che può essere ritoccato, per mezzo di un processo d’interpretazione. Esiste uno spazio di libertà lasciato alla controversia teologica sul testo del magistero conciliare, restando salva la Tradizione dogmatica e apostolica…

- Non è forse mettere la Tradizione al di sopra del Magistero?

La Tradizione non è né al di sopra, né al di sotto del Magistero. Nel citato discorso del 25 [rectius 22]/12/2005, il nostro Papa ha fustigato “l’ermeneutica della discontinuità”, la quale oppone il magistero conciliare alla Tradizione. In effetti il magistero autentico non dispone mai della Tradizione a suo piacimento e non è al di sopra di essa: quando stabilisce in maniera infallibile, è ciò che io chiamo la Tradizione “in atto”. Quando non stabilisce in maniera infallibile, come la maggior parte del Vaticano II, il magistero (anche autentico) deve essere interpretato e ricevuto, senza rottura con la Tradizione, dunque alla luce di quest’ultima.

- Potrebbe precisarci come la ricezione di un concilio permette di farne la critica costruttiva?

Il problema posto dal Vaticano II è che esso non assomiglia affatto ai precedenti concili. Quest’ultimi presentavano degli insegnamenti, delle definizioni del dogma, delle condanne di errori opposti, che obbligavano la fede. All’inverso, rinunciando per principio pastorale a qualsiasi pretesa dogmatica (all’infuori della ripresa di qualche punto anteriormente definito dal magistero solenne), il Vaticano II non s’impone alla Chiesa come oggetto d’obbedienza assoluta per la fede (cfr. can. 749), ma come oggetto di “ricezione”. Ora, la ricezione induce un processo d’interpretazione. Per un tale “corpus” di testi, quest’ultima richiede lavoro, e soprattutto tempo. Il Cardinale Jean-Pierre Ricard a Lourdes, il 4 novembre 2006, ha precisato: “Il Concilio deve ancora essere recepito” (cioè re-interpretato). E ha indicato la direzione da seguire : applicarsi ad “una rilettura serena della nostra ricezione del Concilio” e non “una lettura ideologica”, specialmente per “riprenderne i punti che meritano ancora di essere presi in considerazione”. La qual cosa significa una vasta operazione di messa in questione (nel senso scolastico); di chiarimento (nel senso di discernimento) tra ciò che vale la pena di essere salvaguardato e ciò che non ne vale la pena; inoltre un’interpretazione corretta di ciò che possa o debba essere salvaguardato.

- Quale sarà per voi il criterio di questo discernimento e di questa interpretazione?

Il “setaccio” da usare è chiaramente, non già la filosofia odierna, ma la coerenza, la compatibilità o la continuità del Magistero con la Tradizione. La Tradizione in atto (fede e sacramenti) include l’insegnamento solenne dei concili anteriori e dei Papi. Essa costituisce, oggi come ieri, il legame essenziale e attivo della comunione fra cattolici. Salva restando l’autorità di Roma – e la possibilità per la teologia di progredire in maniera critica cercando delle risposte a dei problemi nuovi, che non si ponevano, per esempio, durante il Vaticano I.

- Vorrebbe dire che il Vaticano II fornisce un’opportunità di riflessione critica e di approfondimento per la Chiesa?

E’ innegabile che il Vaticano II pone alla Chiesa le questioni essenziali della modernità: la coscienza, la libertà religiosa, la verità, la ragione e la fede, l’unità naturale o soprannaturale del genere umano, la violenza e il dialogo con le culture, la grazia e le aspettative degli esseri umani, ecc. Non ci si può accontentare oggi di risposte di ieri, quest’ultime devono prendere in considerazione le nuove problematiche. Ma il Concilio è datato 1965 e oggi non è più un discorso chiuso su se stesso. Noi lo riconosciamo per ciò che è: un concilio ecumenico che rileva del magistero autentico, ma non infallibile in ogni punto e, in ragione proprio delle sue novità, si scontra con certe difficoltà nella sua continuità con il Vangelo e la Tradizione.

[..]

- Seppure in una prospettiva di “continuità”, gli approcci “ermeneutici” sono oggetto di posizioni differenziate. Quale metodo di lavoro adottare?

In effetti, l’ermeneutica è essa stessa oggetto di un dibattito preliminare. Un tale lavoro supporrebbe anzitutto la definizione del metodo e dei principi ermeneutici. Si tratta di salvare il testo del Concilio alla lettera, costi quel che costi, come un blocco infallibile, sacro e ispirato fino all’ ultimo “iota”, ad immagine della Bibbia? Un tale postulato potrebbe portare ad una forma di fondamentalismo conciliare, rovinoso per la Chiesa. Si tratta piuttosto di ritrovare lo spirito del testo, aldilà della lettera? Ma il Santo Padre stesso ha scartato la rivendicazione invocatrice di questo “spirito del Concilio”, indefinibile e causa di tante “rotture” (pratiche, dottrinali, liturgiche) nel seno della Chiesa. Si tratta allora di ritrovare l’intenzione dei Padri Conciliari, redattori del testo? Qui nasce una seria difficoltà pratica: il testo del Concilio Vaticano II è un “patchwork”, il risultato di un compromesso nel seno di un’assemblea, tra differenti gruppi di lavoro spesso in opposizione tra loro, ciascuno dei quali ha cercato di “tirare a sé” il senso, tra una frase e l’altra….. Non resta allora altro che andare a ritrovare l’intenzione di Paolo VI? Oppure quella della Chiesa? Ma l’intenzione della Chiesa non può essere che tradizionale. E inoltre, la Chiesa non si è ancora espressa in maniera “autentica” sul senso che deve essere dato ai testi maggiori del Concilio, che pongono gravi difficoltà per la trasmissione della fede. E’ per questo che il papa Benedetto XVI, nel suo discorso del 22/12/2005, afferma che bisogna rivenire non solo al testo del Concilio, ma anche sul testo del Concilio. Sarà la base del nostro lavoro critico.

Ed ecco infine le conclusioni di un intervento di mons. Brunero Gherardini:
  • il Concilio Ecumenico Vaticano II è indubbiamente magisteriale;
    altrettanto indubbiamente non è dogmatico, bensì pastorale essendosi sempre come tale presentato;
  • le sue dottrine son infallibili ed irreformabili solo se e là dove son desunte da pronunciamenti dogmatici;
  • quelle che non godono di supporti tradizionali costituiscono, nel loro complesso, un insegnamento autenticamente conciliare e quindi magisteriale, se pur non dogmatico, ingenerando così l'obbligo non della fede, ma d'un'accoglienza attenta e rispettosa, nella linea d'una leale e riverente adesione;
  • quelle, infine, la cui novità appare o inconciliabile con la Tradizione, o ad essa contrapposta, potranno e dovranno esser seriamente sottoposte ad esame critico sulla base della più rigorosa ermeneutica teologica.

32 commenti:

  1. Ancora con la bufala del "concilio pastorale" come fosse una definizione di valore teologico! BASTA! E' una descrizione di intenti, non di valore. In nessuna raccolta di documenti del Concilio Ecumenico Vaticano II troverete la qualifica generica di "Pastorale".
    Lo ripetiamo alla nausea: sono solo i singoli documenti ad essere connotati, a secondo del grado dogmatico o disciplinare incluso nel loro titolo, di uno specifico peso magisteriale.
    Quindi una "costituzione dogmatica" approvata da un concilio ecumenico ha un supremo valore, un decreto ha il valore disciplinare che gli compete il suo grado magisteriale (ed evidentemente la fede da prestare all'uno e all'altro documento varia). Una costituzione "pastorale" (e ancora c'e' chi si chiede giustamente cosa sia) ha un valore certamente inferiore, una meditazione autorevole, ma che non pretende l'infallibilità.
    Ci siamo? Anche il concilio di Trento non ha solo canoni dogmatici, ma pure disposizioni disciplinari o semplicemente visioni teologiche adatte ad un certo tempo.
    Riepiloghiamo: guardiamo i singoli documenti, ed in essi i singoli enunciati (come giustamente ribadito anche nell'articolo), e smettiamola una buona volta di agitare l'inutile qualifica di "pastorale" ad un concilio che è semplicemente, come tutti gli altri, un concilio ecumenico.

    RispondiElimina
  2. No, caro don Tiddi, non ci sto. Non è come dici tu. Fu Paolo VI che definì il Vaticano II un Concilio d'indole pastorale già nel 1966. Sicuramente non è stato dogmatico poichè non ha definito nulla. Sappi solo che la maggioranza dei vescovi era persino contraria a definire la Madonna quale Madre della Chiesa. Non solo: rifiutò la proposta di Wojtyla di dedicare un documento ad hoc alla Vergine. Per definire una costitutzione dogmatica non basta il nomen iuris che essa si è data ma bisogna esaminarne il contenuto. E sopprattutto bisogna che ci sia qualcuno (il Papa) che esplicitamente dica o scriva che essa è dogma.Cappittommihhai? Alessandro. P. S. per don Tiddi et similia: non sono un rimbeliccito ultra centenario tradizionalista ma un "figlio" del Concilio. Sono infatti nato nel 1959.

    RispondiElimina
  3. Ancora per don Tiddi: ti pare che il Vaticano II sia come tutti gli altri? Avrai mica la faccia tosta di volerlo paragonare a Nicea o a Efeso o a Calcedonia o al Tridentino o anche solo al Vaticano I? Ma cosa t'hanno insegnato in seminario? Non sai che ci sono stati Concili che sono passati come acqua fresca? Chi di noi si ricorda del Lateranense V (1517)? Che traccia esso ha lasciato nella Chiesa? Nessuna. Vedrai che fra 50 quasi nessuno si ricorderà del Vaticano II. Esso sarà studiato solo dagli storici della Chiesa. Alessandro

    RispondiElimina
  4. Che finalmente si abbia il coraggio di dirlo e di scriverlo: aver voluto indire un Concilio senza saper prima (che iniziasse) cosa volere da esso e dove andare con esso oppure aver avuto in mente e l'essersi dati un finalismo molto generico (dialogo con la modernità) e geograficamente limitato (il Vaticano II è stato terribilmente centrato solo sul mondo occidentale) è stato un errore. Don Tiddi, ma cosa pensi che importasse alle giovani Chiese dell'Africa, dell'Asia e dell'America latina del dialogo col mondo quando non avevano neppure da mangiare? Alessandro

    RispondiElimina
  5. don gianluigi b12 maggio 2009 10:32

    Caro Don Tiddi, invece di deliziarci con le tue sparate e sparire come di solito fai senza rispondere a chi ti contraddice con argomenti, perché non ci spieghi quali sono le verità stabilite dalle costituzioni dogmatiche del Vat.II che dobbiamo accogliere e credere come valore supremo?

    Facci solo un esempio e saremo contenti!!

    RispondiElimina
  6. Ogni pastorale poggia su una teologia. Se lo scopo è pratico, è la teoria che lo caratterizza e lo giustifica. Così, la Sacrosanctum Concilium, soprattutto nella sua prima parte, si colloca decisamente su un piano teologico. E' da questo impianto teologico che le norme pratiche ricavano il loro valore.
    M. A.

    RispondiElimina
  7. DANTE PASTORELLI12 maggio 2009 10:40

    UN PO' DI VALIUM PER DON TIDDI!

    Quello che abbiamo letto, compresi alcuni punti dell'amico e maestro mons. Gherardini, son le considerazioni sempre svolte dai migliori teologi.
    Nella sua stessa promulgazione il Concilio volle esser pastorale. Giovanni XXIII così lo volle: una presentazione in linguaggio più adeguato ai tempi della dottrina immutabile. Così lo intesero i padri conciliari. Ed ogni volta che qualcuno affacciava dubbi sull'ortodossia di certe affermazioni, i novatori rispondevano: ma è pastorale, non dottrina!
    Paolo VI quando non sapeva cosa rispondere, lo definiva pastorale, quando se ne voleva servire come arma contro chi sollevava dubbi, caro Alessandro, come in una lettera a mons. Lefebvre, lo esaltava ad un livello superiore a quello di Nicea, in modo sconsiderato, smentendo se stesso.

    Nessun mutamento di dottrina ha introdotto il Vaticano II come afferma il card. Ratzinger? Bene.
    Accettiamo i suoi documenti alla luce del magistero precedente. Quello che non è in continuità si studia, e si scarta quando proprio cozzi in modo in modo plateale con la Tradizione e porta novità infauste nel Deposito della Fede.
    Via via nei miei commenti ho indicato alcuni punti: i documenti da reinterpretare o da scartare, se non in tutto almeno, in parte perché un'interpretazione
    sulla linea della continuità è impossibile, son la Nostra Aetate e la Dignitatis Humanae.

    RispondiElimina
  8. Per favore, si comprende la vis polemica, specie se animata da sacro zelo, ma non parliamo di "faccia tosta" o studi inappropriati: questo principio vale sempre, ma in particolare allorché un commentatore si esprime, in modo argomentato, su un punto tra l'altro assai disputato.

    RispondiElimina
  9. Dante,
    solo valium?
    Alessandro

    RispondiElimina
  10. Non c'è ragione di scaldarsi tanto. Lo "scarto" di ciò che non serve del Vaticano II lo farà (e ha già iniziato a farlo, in molti casi) la storia, intesa anche solo come passare del tempo. Ciò che ha risposto a finalità momentanee e transitorie è destinato a passare.

    RispondiElimina
  11. don gianluigi b12 maggio 2009 11:06

    Caro Don Tiddi, se come dici tu, le costituzioni dogmatiche del Vat.II hanno un supremo valore, come devo intendere Lumen Gentium, al cap. III, in cui si spiega che tutti i Vescovi, anche quelli senza diocesi, ricevono il potere di governo(giurisdizione) dall'ordinazione episcopale? Questa dottrina cozza contro quella insegnata da Pio XII nell'enciclica Mystici Corporis (e in altri testi magisteriali), che definisce che il Papa dà la giurisdizione ai Vescovi, che ricevono dall'ordinazione episcopale solo il potere di santificare(cioè di cresimare, ordinare i preti, etc.).

    Inoltre sempre Lumen Gentium afferma che il potere supremo e universale nella Chiesa risiede in due soggetti: uno è il Papa da solo e l'altro il Collegio episcopale con il Papa. Questa dottrina si oppone alle definizioni del Concilio Vaticano I, in cui è definito che il potere appartiene solo al Papa ad esclusione di altri soggetti.

    Se fosse un documento infallibile qui i conti non tornano, poiché sarebbe stato fallibile il Vat. I

    RispondiElimina
  12. si, Jacopo, condivido quanto hai scritto ma mi scaldo leggendo delle affermazioni che sembrano uscite da qualche velina del Min. cul. pop. o dal Politburo sovietico. Le affermazioni di don Tiddi sono affette da rigidità mentale o ideologismo e non si basano (volutamente) su ciò che Giovanni XXIII definì essere il Vaticano II. Alessandro

    RispondiElimina
  13. l'intervento di don Tiddi è il classico esempio di linguaggio ecclesiasticamente corretto che va a braccetto e vive in simbiosi col politicamente corretto. Libera nos ab eo, Domine! Alessandro

    RispondiElimina
  14. Sono anche io in sintonia con Jacopo. Parte del V2 segna già il passo, parte non neppure iniziato a camminare, perché, immediatamente distorta, è degenerata. Il tempo farà il suo corso e prima o poi (più prima, ho l'impressione) il V2 apparirà "pastorale" - nel senso di arcadico e remoto - anche a don Tiddi.

    RispondiElimina
  15. Il V2 finirà per fare la fine del Lateranense V. Nessuno più se lo ricorderà e lo si troverà solo nei manuali di storia della Chiesa, grazie all'interpretazione eversiva (sì, cari amici, vete letto bene: eversiva) datane dai cattoprogressisti che continuano imperterriti, con le loro tesi, a scavare la fossa al V2. Alessandro

    RispondiElimina
  16. Raoul de Gerrx12 maggio 2009 12:09

    «Le Concile n'est pas négociable! Le Concile n'est pas négociable!», criait l'autre jour le cardinal Barbarin dans le poste de télévision.

    Barbarinades!

    RispondiElimina
  17. DANTE PASTORELLI12 maggio 2009 13:11

    Caro JACOPO, io non mi scaldo affatto. Son calmo e sereno. Ormai guardo le cose di questo mondo, anche quelle della Chiesa struttura umana, con molta distanza, anche quando non posso far a meno di esprimer giudizi negativi. I miei occhi son rivolti più in alto.
    Mi preoccupano i travasi di bile dei modernisti: per loro, non per me.

    RispondiElimina
  18. Fantasticate, fantasticate....

    Intanto Sua Santità Benedetto XVI, nel biglietto lasciato al Muro Occidentale, in Israele, cita in maniera evidente l'inizio della Gaudium et Spes. Durante invece l'incontro con i due rabbini capo d'Israele, ha citato la Nostra Aetate.

    Concilio si...
    A proposito.... penso che tra 50 anni il tradizionalismo non sarà nemmeno un ricordo, ne lo studieranno...

    RispondiElimina
  19. caro anonimo delle 15,15, qualche mese fa il Patriarca di Mosca e di tuttele Russie si era felicitato col Papa per la reintroduzione della Messa V.O.. L'altro giorno un principe giordano musulmano ha dato il benvenuto al Papa citando, fra l'altro, la liberalizzazione della Messa in latino. I musulmani, che teologicamente vivono su un altro pianeta, hanno capito come gira la Chiesa, tu invece, esimio cattoprogressista, ti ostini a non voler capire. Impetra su di te la propiziatrice benedizione apostolica del Papa che ne hai davvero bisogno. Alessandro

    RispondiElimina
  20. Qualche decennio fa si dicevano le stesse cose: fra pochi anni la messa antica non se la ricorderà più nessuno, e invece?.........invece l'interesse cresce.
    A fantasticare non siamo noi, ma altri.
    eh eh!

    RispondiElimina
  21. Cari Signori, io credo di avere scritto correttamente. E non credo voi non sappiate leggere!!!
    Ho scritto TRADIZIONALISMO. Non ho scritto "Messa in Latino" nè "Motu Proprio".

    Tradizionalismo è.... altro.
    Ha quanto sembra invece difettate in qualcosa di altro....
    ma fa nulla, è tipico....

    L'anonimo delle 15,15

    RispondiElimina
  22. Fra' Lampredone12 maggio 2009 15:53

    Dant’è distante, Tiddi è tra Cariddi
    e Scilla, et un’anonemo n’assilla
    rimanducando futile postilla
    simile a mantra in homo sanza siddhi.

    RispondiElimina
  23. DANTE PASTORELLI12 maggio 2009 16:01

    E c'è pure chi, da altre sponde religiose, rivolge al Papa il saluto in latino.

    RispondiElimina
  24. DANTE PASTORELLI12 maggio 2009 16:04

    Oh, se avesse scritto qualche versetto del Vangelo!

    RispondiElimina
  25. L'anonimo delle 15,15 ha ragione: il tradizionalismo svanirà, quando i suoi assunti, che sono quelli della Chiesa di sempre, saranno ridiventati patrimonio comune della Chiesa, che se ne sarà riappropiata, come si sta riappropiando della liturgia di sempre, pur con qualche fisiologico versamento di bile.

    RispondiElimina
  26. L'anonimo delle 15,15 dice la stessa cose che diceva Lefebvre.

    RispondiElimina
  27. Che il papa nel biglietto lasciato al muro del pianto abbia citato in maniera evidente l'inizio della Gaudium et spes è pura fantasia. Sul biglietto ha scritto: "Dio di Abramo, Isacco e Giacobbe, ascolta il pianto degli afflitti, dei timorosi e degli spogliati. Manda la tua pace su questa Terra Santa, sul Medio Oriente e l'intera famiglia umana". Può citare l'inizio della Gaudium et spes come mille altri testi...

    RispondiElimina
  28. Non so in cosa difettiamo noi ma all'anonimo delle 15,15 nel suo 2° intervento manca un corso di recupero di grammatica.

    "Ha quanto sembra..."

    Antonio

    RispondiElimina
  29. DANTE PASTORELLI12 maggio 2009 18:42

    Via, è vero, l'avevo subito notato, ma non l'ho sottolineato perché ho creduto trattarsi senz'altro di una svista.
    Col PC, se non si riguarda il tutto attentamente, di errori se ne commetton tanti.
    Su di un forum si può proceder subito ad una correzione, qui no.
    C'è l'anteprima, ma è noioso stare a riguardar subito quel che s'è scritto e i refusi sfuggono. Almeno così capita a me.

    Io non amo il termine "tradizionalismo" e non mi riconosco nell'aggettivo "tradizionalista": implicano anche posizioni in campi non religiosi che non mi si confanno. Trovo tale definizione riduttiva ed anche pericolosa, essendoci, come ben sappiamo, un'eresia tradizionalista (de Bonald, de Lamennais ecc.).
    Parliamo di fedeltà alla Tradizione, alla dottrina immutabile, alla S. Messa Romana, di formazione "tradizionale" nei seminari ecc. Cerchiamo di essere cattolici senza inutile aggettivazione.
    Capisco però che si ricorre a certe definizioni per motivi di comodità e rapida comprensione

    RispondiElimina
  30. DANTE PASTORELLI12 maggio 2009 18:54

    Dio di Abramo, Isacco e Giacobbe. Questi santi personaggi credettero nel Cristo venturo: dunque nel Dio Uno e Trino ab aeterno.

    RispondiElimina
  31. Per don Tiddi e la sua bufala del "concilio pastorale" ecco che cosa disse una persona poco avezza alle bufale :

    “Alcune descrizioni suscitano l'impressione che dopo il Vaticano II tutto sia diventato diverso e che tutto ciò che è venuto prima non potesse essere più considerato o potesse esserlo soltanto alla luce del Vaticano II. 
Il Vaticano II non viene trattato come una parte della complessiva tradizione vivente della Chiesa, ma come un inizio totalmente nuovo. Sebbene non abbia emanato alcun dogma e abbia voluto considerarsi più modestamente al rango di Concilio pastorale, alcuni lo rappresentano come se fosse per così dire il superdogma, che rende tutto il resto irrilevante, mentre possiamo rendere davvero degno di fede il Vaticano II se lo rappresentiamo molto chiaramente così com'è: un pezzo della tradizione unica e totale della Chiesa e della sua fede”.

    Cardinale Joseph Ratzinger, discorso ai vescovi cileni, 1988

    RispondiElimina
  32. Invito tutti, e in particolare don tiddi, a scriverci alla nostra e-mail esprimendoci la sua posizione ben argomentata.
    Il nostro indirizzo e-mail è: disputationes.t@libero.it

    NICOLAS FULVI

    RispondiElimina

L'inserimento senza moderazione dei commenti è limitato ai soli post usciti nella medesima giornata di inserimento e nel giorno precedente. Per i post più vecchi, i commenti saranno sottoposti a moderazione.
Qualora fosse attiva la moderazione, possono passare anche alcuni giorni prima del controllo da parte della Redazione.