lunedì 6 aprile 2009

L'opposizione romana al Papa secondo l'abbé Barthe. Quarta parte


E’in causa l’Humanae Vitae

Il card. Martini [nel suo ultimo libro Conversazioni notturne a Gerusalemme] si oppone in modo frontale all’enciclica Humanae Vitae (i quaranta anni trascorsi dall’Humanæ Vitæ sono da lui comparati ai quarant'anni di esilio degli Ebrei nel deserto). Ma esalta soprattutto un cattolicesimo, se non adogmatico, nel quale la predicazione del dogma venga messa quanto meno in sordina: « Dobbiamo imparare a vivere l’immensità dell’essere cattolici. E a conoscere gli altri. (…) Per proteggere questa immensità, non conosco niente di meglio che continuare sempre di più a leggere la Bibbia. (…) Se noi ascoltiamo Gesù e se ci rivolgiamo ai poveri, agli oppressi, ai malati, (…) Dio ci condurrà al di fuori, nell’immensità. Ci insegnerà a pensare in modo aperto».

Allo stesso modo, secondo il cardinale [anonimo] intervistato da Olivier Le Gendre, la teologia del celibato sacerdotale è di fatto superata: «Siamo la religione dell’Incarnazione» ; non dobbiamo pertanto più separare il prete dalla vita concreta. Ma prima di tutto, ritiene che si debba rompere con una logica «difensiva» nei confronti del mondo moderno. E a questo punto s’infiamma : è il modo di proporsi del governo della Chiesa che deve sparire per sempre, «è fare leggi ininterrottamente, è il tentativo di limitare la vita da una lunga enunciazione di leggi, è voler centralizzare sempre e ad oltranza il timore di fughe all’esterno che ci paralizza. E’ questo comportamento da monarca benevolente nel migliore di casi, ma autoritario in quello peggiore. In breve, è questo essere ‘romani’ prima di tutto ridando vita in questi tempi moderni a quel sistema imperiale che a forza di dipendere da una sola testa è, di fatto, crollato in periferia. E’ la sacralizzazione ad oltranza dell’autorità, è questo mettere alla gogna del liturgicamente corretto ogni emozione e ogni sua espressione, è il tenere a freno la spontaneità perché risulterebbe pericolosa. Insomma, è voler dominare, dominare ancora e sempre dominare, nonché controllare in permanenza».


Papa Benedetto XVI irrita alla Curia

19 aprile 2005. Il significato di un’elezione


Alla morte di Giovanni Paolo II, la situazione della Chiesa era preoccupante. Il cardinale Ratzinger pareva quello meglio piazzato per porvi rimedio. Ma l’azione del Papa ha deluso le speranze dei più liberali che speravano in un semplice Papa di transizione.

Cos’è successo al conclave del 2005, s’interroga l’anonimo cardinale ? «Nulla, risponde sarcastico, perché tutto è avvenuto prima». E questo è vero. L’ondata che ha fatto confluire a Roma milioni di pellegrini per salutare le spoglie mortali Giovanni Paolo II è moralmente incanalata dal decano del Sacro Collegio, Joseph Ratzinger, assolutamente a suo agio nel dare il senso storico ad una emozione di questo tipo. E’ forse esagerato affermare che il cardinale Ratzinger ha beneficiato di un sorta di «primarie» per mezzo d’una specie di referendum informale? «Sono stato, dice l’anonimo cardinale, il testimone interessato e un po' perplesso di un processo assai appassionante, quello che spinge un numero relativamente importante di uomini, rappresentanti di molte nazioni unite dalla stessa fede, ad accordarsi per amore o per forza sulla scelta di colui che li deve dirigere, essi stessi e la Chiesa tutta intera».

Una formidabile inquietudine

In effetti, al termine delle riunioni cardinalizie che hanno preceduto l’entrata in conclave, e dove i rapporti più che allarmanti sulla situazione del sacerdozio cattolico nel mondo hanno di fatto cristallizzato una formidabile inquietudine in tutto il collegio cardinalizio, a quel punto tutto era ormai praticamente giocato. Fra le altre qualità, Joseph Ratzinger appariva ai cardinali elettori come l’uomo giusto che poteva tentare di raddrizzare l’immagine morale e ecclesiale del prete in America, in Africa, nelle Filippine e altrove. E, rassicurati che Joseph Ratzinger sarebbe stato colui la cui elezione poteva essere la più entusiasticamente accolta dall’opinione pubblica cattolica, dimenticarono tutte le riserve che provenivano dalle sue idee liturgiche. «Nessun altro, oltretutto era più accreditato per la possibilità d’essere papa. Come se non ci fossero più stati altri candidati da coinvolgere! L’inquietudine dei cardinali risultava talmente forte da riallinearsi a quello che conoscevano meglio, quali che fossero gli inconvenienti della sua candidatura».

Questo passaggio chiave del libro di Olivier Le Gendre – il capitolo sul conclave del 2005 – mostra come la Confessione di un cardinale dati a circa due anni fa. La tesi che vi è sviluppata, per delegittimare il Papa, è esattamente la stessa che voleva accreditare un’operazione molto simile, una «confessione» di cardinale, montata – con molta probabilità dallo stesso Silvestrini – nel settembre 2005. Un cardinale, anch’esso anonimo – forse il cardinal Pompedda, ormai deceduto – avrebbe redatto un «Diario segreto del conclave» nei giorni 18 e 19 aprile 2005. Rischiava poco la scomunica ipso facto riservata a chiunque violi il segreto, giurato sul Vangelo all’apertura del conclave, in quanto infrangeva quel segreto solo indirettamente: il cardinal Pompedda e altri elettori avevano raccontato tutto ad amici cardinali di più di 80 anni i quali, tutto sommato, avevano bene il diritto si sapere. Poi questi confidenti, i quali non avevano giurato, ritenevano di avere diritto di rivelare tutto. In questo modo il cardinale Achille Silvestrini e i suoi amici avevano escogitato, nella miglior tradizione dell’informazione/disinformazione, un sedicente «Diario» passato a Lucio Brunelli, vaticanista televisivo del TG2, il quale l’aveva pubblicato nella prestigiosa rivista di geopolitica Limes – del gruppo di sinistra dell’Espresso. Il libro di Olivier Le Gendre riprende integralmente le «rivelazioni» del settembre 2005, delle quali nessuno del resto discute la veridicità limitata ai fatti: il cardinale Joseph Ratzinger venne eletto al quarto turno di scrutinio con 84 voti a favore. Avendo scartato al primo turno tutti i grandi nomi dell’opposizione, i liberali portarono i loro voti sul cardinal Bergoglio, di Buenos Aires, che non risultava propriamente dei loro.


Una schiacciante maggioranza

L'elezione del Papa richiedeva i due terzi dei voti, ossia 77. I liberali speravano che la minoranza di blocco (39 voti) si potesse impegnare sul suo nome, per obbligare poi i partigiani del card. Ratzinger a transigere. Il cardinale che si "confessava" con Lucio Brunelli qualche mese dopo il conclave, come del resto quello che si "confessa" con Olivier Le Gendre, fingono di credere (o piuttosto finge, perché sicuramente è lo stesso cardinale) che, dato che Bergoglio aveva ottenuto 40 voti contro 72 di Ratzinger al terzo voto, l'elezione del card. Ratzinger è avvenuta per il rotto della cuffia: "Se i quaranta voti di Bergoglio si fossero mantenuto negli scrutini successivi, Ratzinger non avrebbe potuto ottenere la maggioranza dei due terzi". In realtà, tutti gli specialisti dei conclavi, e il card. Silvestrini meglio di tutti, sanno giustamente che con una tale avanzata ottenuta tanto rapidamente su un nome - quello di Joseph Ratzinger – nessuna minoranza di blocco è capace di formarsi. E' evidente che l'elezione di Joseph Ratzinger è stata una delle più "confortevoli" dopo quella di Eugenio Pacelli nel 1939, con un fenomeno identico di immediata e irresistibile ascensione di un nome fin dall'inizio del conclave.

segue

Collegamenti alle precedenti parti dello studio dell'abbé Barthe:



12 commenti:

  1. Lo Spirito santo stavolta ha soffiato fortissimo ed e' stato irresistibile !

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  2. Certo c'è da preoccuparsi fortemente per il dopo Benedetto XVI. Non tanto per le affermazioni di Martini, che è vecchio, quanto per il "dente avvelenato" di tutti gli altri. Questi si stanno già preparando adesso per la successione. Non si faranno prendere alla sprovvista. Speriamo ovviamente nello Spirito Santo ma... Santita! Non stiamo con le mani in mano! Le nomine di oggi sono essenziali! Lo Spirito Santo dobbiamo aiutarlo noi oggi. Se non si fa nulla e si spera solo nello Spirito Santo, questo è un peccato: si chiama "Tentare Dio".

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  3. Questa volta sono d'accordo con Bongi.

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  4. il problema è sempre quello: la qualità del collegio cardinalizio che va fermamente e urgentemente aumentata, anche a costo di aumentare il numero degli elettori

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  5. Concordo con Bongi in toto !
    A.C.

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  6. DANTE PASTORELLI6 aprile 2009 20:30

    Il cardinalato è ormai diventato come il famoso sigaro: non si nega a nessuno.
    Un collegio pletorico è ingovernabile. Più che aumentarne il numero, sarebbe bene tornare ai 75 (massimo) d'un tempo. Non basta esser nero, bianco o rosso o con gli occhi a mandorla per avanzar diritti al cardinalato. Non si devono distribuir le cariche per accontentar questa o quella regione del mondo. Si dovrebbe tornare a conferir questo altissimo onore con relative responsabilità a persone che davvero possono illustrar la Chiesa e morire per essa.
    Le varie parti del mlondo posson trovar voce autorevole con i loro rappresentanti negli uffici vaticani.

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  7. A che serve un papa stratosferico se non prepara suoi successori? Pio 11 con Pacelli, Pio 12 con Siri (tentativo abortito), Giovanni 23 con Montini, Giovanni Paolo 2 con Ratzinger, sono esempi che dovrebbero ricordare qualcosa.
    Certo ci sono gli stacchi, ma oggi non intravedo nulla di diverso se non il nulla: in un modo o nell'altro tutti si stannno "sputtanando".
    Il prossimo papa forse sarà per forza meno carismatico di Wojtyla e meno super-teologo di Ratzinger.
    Forse sarà l'ora di un papa sorridente, un Luciani redivivo, altrettanto conservatore in dottrina e liturgia, altrettanto energico con i dissenzienti (vedi discorso ai gesuiti), altrettanto semplice e in grado di farsi mare da tutti, progressiti e conservatori.
    Ma c'è?

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  8. in grado di farsi AMARE da tutti, progressisti e conservatori

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  9. Dissento, in parte, da Dante. Persone degnissime si trovano ad ogni latitudine: gialli, neri, con gli occhi a mandorla. Giustamente Paolo VI lo internazionalizzò perchè la Chiesa non inizia e non finisce con l'Occidente, ormai sazio e disperato. Concordo invece con Dante là dove afferma che è pletorico: ad oggi sono ben 186 cardinali. E poi diciamolo: non ha mai avuto alcun senso escludere i cardinali ultra ottantenni dal conclave. Nel 2005, ad esempio, i cardd. Mayer e Tonini, ultra novantenne, erano più che lucidi con la testa per essere in grado di votare. Se proprio non si vuole in toto smentire Paolo VI, si prenda atto che la vita media si è molto allungata rispetto al 1970, l'anno della Ingravescentem aetatem, e lo si innalzi almeno a 85 anni. Ma la cosa più giusta sarebbe quello di abrogarlo. Una cosa che nessuno dice è che mentre i cardinali ultra ottantenni non godono più di elettorato attivo, continuano invece a godere di quello passivo. La pletoricità del collegio cardinalizio comporta anche che fra di loro i cardinali finiscano per conoscersi pochissimo: me lo disse il card. Canestri, emerito di Genova, in occasione dell'ultimo conclave. Alessandro

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  10. Be' io un negretto (diciamo "fumé") che vedrei volentieri in porpora - e magari anche in tinte più chiare - ce l'avrei. Si chiama Albert Malcolm Ranjith Patabendige Don.

    Pour parler, sia chiaro! Ma visto che ci troviamo tra gli amabili e svagati conversari della tea room Barthe...

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  11. nel Regno dei Cieli i primi non sono i ministri (preti, vescovi, cardinali, papi) ma i santi (cfr. Christifideles laici). Solo apparentemente la Chiesa è governata dagli uffici di curia, dalle conferenze episcopali. E' Cristo stesso che l'assiste e la guida. Nel XVI secolo, periodo orribile per la cristianità a causa della frattura mai riconposta del protestantesimo, il Signore ha mandato tanti santi. Ne voglio ricordare tre: Ignazio di Loyola, Teresa d'Avila e Carlo Borromeo. Dovrebbero bastarci questi per guardare con maggior fiducia verso il futuro e soprattutto verso la Provvidenza. Crediamo ancora al "non prevalebunt" (Mt. 16)? Alessandro

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  12. DANTE PASTORELLI9 aprile 2009 19:07

    Alessandro, il senso del mio discorso era quello: si può benissimo internazionalizzare il collegio cardinalizio, ma il solo fatto d'essere asiatico, europeo, o africano non dev'essere una sorta di lasciapassare automatico, di diritto alla porpora.
    Se si diminuisce il mumero dei cardinali non significa che Asia, Africa, Australia, America del Sud non debbano avere i loro cardinali.
    Ma non si può e non si deve formar questo collegio col bilancino della politica.
    Per tastare il polso delle singole nazioni ci sono i vescovi, i nunzi ecc.
    La funzione dei cardinali è di guidare la Chiesa col Papa. Per far ciò la nazionalità non importa.
    A me, se vengon nominati meno cardinali italiani non interessa minimamente. L'importante è che gli eletti siano davvero coadiutori del papa.
    Intanto Benedetto XVI ha confermato per altri 2 anni Tettamanzi. E' segno che ha lavorato bene ed in perfetta consonanza col S. Padre...

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