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mercoledì 1 novembre 2023

Rolando Rivi: il martire bambino vittima delle ideologie comuniste

Ancora sul seminarista martire Beato Rolando Rivi, ucciso dai partigiani comunisti per non essersi voluto togliere la talare.
QUI Informazione Cattolica
QUI altri post di MiL sul nostro santo.
Un libro tutto da leggere.
"Un seminarista di soli 14 anni seviziato e ucciso da partigiani comunisti per avere "un prete in meno" un domani. Il volume di Andrea Zambrano ricostruisce la vicenda con un «doppio livello di lettura: storico-politico e religioso», come scrive nella Prefazione il presidente della Camera Lorenzo Fontana".
Luigi

Stefano Chiappalone, La Nuova Bussola Quotidiana, 2-10-23

A Piane di Monchio, nel Modenese, sorge una croce: quella croce che sola può tramutare in redenzione e riconciliazione l’orrore scatenatosi nell’aprile 1945 in quel luogo dove non cresce più l’erba, quasi a delimitare il suolo consacrato dal sangue di Rolando Rivi. Sul seminarista quattordicenne si avventò una furia cieca che solo il furore ideologico anticristiano alimentato dal mysterium iniquitatis può spiegare. Per i suoi carnefici Rolando non era un ragazzino, ma “un prete in meno”. Per altri è stato comunque una figura ingombrante, su cui far calare una coltre di silenzio (anche intra-ecclesiale) che si può dire definitivamente dissipata soltanto con il processo canonico, tardivamente introdotto soltanto nel 2006 e poi culminato con la beatificazione di Rolando, celebrata a Modena il 5 ottobre 2013.

La dolorosa e gloriosa vicenda è ripercorsa nel libro Rolando Maria Rivi. Il martire bambino (Ares, Milano 2023), di Andrea Zambrano, firma ben nota ai lettori de La Bussola, con Prefazione di Lorenzo Fontana, Presidente della Camera dei Deputati, che ne sottolinea il «doppio livello di lettura: storico-politico e religioso». Infatti, se «da un lato, esso offre uno spaccato della nostra storia e della latente “guerra civile” che ha opposto per tanti anni, in modo più o meno sotterraneo, italiani a italiani, vittime spesso indifese del fanatismo politico; dall’altro», scrive Fontana, «ci ricorda come la Chiesa sia Ecclesia pressa e come i suoi uomini siano costretti non solo a portare la Croce ogni giorno, ma anche a subire oltraggi e dileggi, persecuzioni e violenze».

Ecclesia pressa, cioè perseguitata, schiacciata, lo fu davvero e nel modo più raccapricciante nel piccolo corpo del seminarista ritrovato la mattina del 15 aprile 1945, Domenica in Albis, al termine di un «doppio calvario»: quello di Rolando, ucciso il 13 a seguito di accuse incredibili («era una spia») e torture indicibili; e il martirio dei familiari, che ne perdono le tracce il mattino del 10, per poi udire voci sull’arresto di un seminarista e infine scoprire la macabra verità. La Passione di Rolando si intreccia all’angosciosa ricerca di suo padre, Roberto, accompagnato da don Alberto Camellini. Le residue speranze si infrangono davanti al ventitreenne comandante partigiano Narciso Rioli: «L’abbiamo ucciso noi alle Piane di Monchio perché era una spia». Al calar della sera si imbattono anche nell’esecutore materiale, il venticinquenne Giuseppe Corghi. Inizialmente nega, ma poi prevale il senso di impunità: «Sì, è stato ucciso qui. L’ho ucciso io, ma sono perfettamente tranquillo». Corghi parla di «un regolare processo e un verbale, controfirmato dal quattordicenne», che avrebbe ammesso l’accusa di spionaggio al soldo dei tedeschi. Ma quel verbale non salterà mai fuori, neppure, anni dopo, in tribunale, nel processo iniziato nel 1952, che condannerà Corghi e Rioli rispettivamente a 23 e 22 anni di carcere. Ma ne sconteranno molti di meno.

Ecclesia pressa, schiacciata e ridotta a uno straccio come l’abito talare da cui Rolando non voleva separarsi, in quanto simbolo della totale dedizione a Cristo, e per la stessa ragione così inviso ai carnefici che glielo strapparono a forza, manifestando quell’odium fidei identificato come tale anche dal giudice: «Un chiaro ed univoco indizio che nel Rivi Rolando si odiò la qualità di “religioso” è costituito dal vilipendio di cui fu oggetto per l’abito talare che indossava», appallottolato e preso a calci esclamando: «Ecco la tonaca del prete!», parodiando l’Ecce Agnus Dei della Messa. L’accanimento verso l’abito non fu che il preludio dell’accanimento verso il giovane seminarista, incatenato e martoriato. Le sevizie «non si limitarono soltanto alla spoliazione o a “qualche cinghiata”» ma si spinsero a indicibili livelli di sadismo emersi durante il processo. «Tutto si è svolto in un parallelo struggente quanto veritiero della Passione di Gesù».

Zambrano ricostruisce il contesto storico e quello sociale, ambientale, in cui matura la persecuzione anticlericale di cui fa le spese il povero Rolando (e non solo lui). Lo stesso don Camellini subirà un duplice attentato. E la paura fa calare una coltre di silenzio sui fatti avvenuti. Nella Baccarani, compagna di classe di Rolando, incontrata dall’autore, «accetta di comparire con nome e cognome. Un nome e cognome che per settant’anni ha tenuto un segreto, custodito dalla paura e dal timore di vendette». Rievoca una sera in cui un vicino, Nino Giovanelli, lasciando tutti allibiti, rivelò di essere stato presente al supplizio di Rolando: «Giovanelli appariva imperturbabile, come se avesse visto una cosa normale. Raccontò anche con dovizia di particolari la pelle di Rolando che si staccava a scaglie dalla sua schiena a causa della violenza delle cinghiate». Quando Giovanelli se ne andò, terminato il macabro racconto, il padre di Nella «si alzò e impose a tutti noi figli il silenzio: “Guai a chi parla di questo fatto”». Un silenzio che penetra fin dentro la Chiesa locale, «almeno fino al 1° marzo 1958, data in cui sul settimanale diocesano La Libertà il vescovo [mons. Beniamino Socche, nominato a Reggio Emilia l’anno successivo alla morte di Rolando] fa pubblicare i nomi delle vittime della violenza rossa», tra i quali il nostro piccolo seminarista martire, il cui ricordo fino ad allora era confinato «alla ristretta cerchia della parrocchia di San Valentino», da cui uscirà solo nel 1985, grazie a un volume pubblicato nel quarantennale della morte, e poi definitivamente con il lento avvio della causa di beatificazione.

Il testo è arricchito anche da una testimonianza di riconciliazione. Protagonista dell’ultimo capitolo è Meris Corghi, figlia di Giuseppe, «l’uomo che premette il grilletto in quel 13 aprile 1945, freddando il pretino quattordicenne». Oltre settant’anni dopo, nella pieve di San Valentino il 15 aprile 2018 è avvenuta «la richiesta di perdono del carnefice, attraverso le parole della figlia», e l’abbraccio con Rosanna e Maria, rispettivamente sorella e cognata di Rolando. «Insieme hanno deposto una corona di fiori davanti all’altare maggiore della pieve romanica dove il corpo di Rolando giace dietro un paliotto d’altare che lo raffigura assieme a Maria e Gesù». Corghi era morto nel 1998, senza mai essersi riconciliato pubblicamente. «Qualcun altro doveva farlo al posto suo. (…) È come se ci trovassimo di fronte ad una sorta di sostituzione vicaria in favore di un’anima. Quasi un tentativo in extremis di donare anche al carnefice il balsamo della misericordia».