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lunedì 7 agosto 2023

La Chiesa inclusiva: tutti dentro, tranne Dio

Riprendiamo dal blog Settimo Cielo di Sandro Magister questa lucidissima analisi dell'attualità ecclesiale. Siamo lieti di proporla all'attenzione dei nostri lettori, perché ci pare ottimamente esplicativa della (triste) realtà che stiamo vivendo e che ulteriormente vivremo con il Sinodo.
Rivoluzione sessuale nella Chiesa. Dentro tutti, ma al prezzo di escludere Dio 
(s.m.) L’immagine simbolo del sinodo sulla sinodalità, convocato in sessione plenaria nel prossimo ottobre, è una tenda che si allarga. Per finalmente “accogliere e accompagnare” anche coloro che “non si sentono accettati dalla Chiesa”.

E chi sono i primi della lista di questi esclusi, nell’”Instrumentum laboris”, il documento che fa da guida al sinodo? “I divorziati e risposati, le persone in matrimonio poligamico o le persone LGBTQ+”.

Sono anni che nella Chiesa queste tipologie umane sono al centro della discussione. In Germania hanno sostanziato un intero “cammino sinodale” autoctono, con l’obiettivo dichiarato di rivoluzionare la dottrina della Chiesa sulla sessualità.

Ma anche la resistenza a questa deriva è forte, in chi vi vede un cedimento allo spirito del tempo, che mette in forse gli stessi fondamenti della fede cristiana.

L’intervento che segue è su questo versante critico. L’ha offerto alla pubblicazione su Settimo Cielo il teologo svizzero Martin Grichting, già vicario generale della diocesi di Coira.

Il quale chiude la sua riflessione citando Blaise Pascal nella sua polemica con i gesuiti del suo tempo. Sono pagine, scrive, “che ci confortano anche nella situazione attuale”.

*

LA CHIESA E L’”INCLUSIONE”
di Martin Grichting

L’”Instrumentum laboris” (IL) del Sinodo dei vescovi sulla sinodalità mette sotto accusa la Chiesa per il fatto che alcuni – dice – “non si sentono accettati” da essa, “come i divorziati e risposati, le persone in matrimonio poligamico o le persone LGBTQ+” (IL, B 1.2).

E chiede: “Come possiamo creare spazi in cui coloro che si sentono feriti dalla Chiesa e sgraditi dalla comunità possano sentirsi riconosciuti, accolti, non giudicati e liberi di fare domande? Alla luce dell’esortazione apostolica post-sinodale ‘Amoris laetitia’, quali passi concreti sono necessari per andare incontro alle persone che si sentono escluse dalla Chiesa in ragione della loro affettività e sessualità (ad esempio divorziati risposati, persone in matrimonio poligamico, persone LGBTQ+, ecc.)?”

Quindi è la Chiesa stessa, si insinua, la responsabile del fatto che tali persone si sentano “ferite”, “escluse” o “sgradite”. Ma che cosa fa la Chiesa? Non insegna nulla di sua invenzione, ma proclama ciò che ha ricevuto da Dio. Quindi, se delle persone si sentono “ferite”, ”escluse” o “sgradite” dai contenuti centrali degli insegnamenti della Chiesa sulla fede e sulla morale, allora si sentono ”ferite”, “escluse” o “sgradite” da Dio. Perché la sua parola stabilisce che il matrimonio è composto da un uomo e una donna e che il vincolo matrimoniale è indissolubile. E la sua parola ha stabilito che l’omosessualità vissuta e praticata è peccato.

Tuttavia, è palese che i gestori del sinodo non vogliono dire questo in modo così chiaro. Per questo motivo prendono di mira la Chiesa e cercano di mettere un cuneo tra essa e Dio. Se Dio, infatti, accetta tutti, è la Chiesa che esclude. Eppure Gesù Cristo ha detto: “Chi scandalizzerà uno solo di questi piccoli che credono in me, è molto meglio per lui che gli venga messa al collo una macina da mulino e sia gettato nel mare” (Mc 9,42). È curioso che i capi sinodali sembrino aver dimenticato questa parola di Gesù non inclusiva. E così sembra che sia solo la Chiesa a “ferire” e a far sentire le persone “non accolte” o “sgradite”.

Tuttavia, questa tesi ha gravi conseguenze. Se per duemila anni la Chiesa si è comportata in modo fondamentalmente diverso dalla volontà di Dio su questioni essenziali della dottrina della fede e della morale, non può più suscitare fede su nessuna questione. Perché allora che cosa è ancora certo?

Ciò che l’IL dà a intendere scardina l’intera Chiesa. Ma questo solleva anche la questione di Dio. Come si può pensare che Dio crei la Chiesa ‒ il corpo di Cristo che vive in questo mondo, a cui Dio dà il suo Spirito di verità come assistenza ‒ quando allo stesso tempo ha lasciato che questa stessa Chiesa e milioni di credenti si smarrissero su questioni essenziali per duemila anni? Come si potrebbe ancora credere a una Chiesa di questo tipo? Se è fatta così, tutto ciò che dice non è forse provvisorio, reversibile, erroneo e quindi irrilevante?

Ma la Chiesa è effettivamente “esclusiva”, cioè escludente, per il modo in cui si è comportata per duemila anni sulle questioni sollevate? No, da duemila anni essa vive l’inclusione. Altrimenti oggi non sarebbe diffusa in tutto il mondo e non comprenderebbe oggi 1,3 miliardi di credenti. Ma gli strumenti di inclusione della Chiesa non sono ‒ come pretende l’IL ‒ il “riconoscimento” o il “non giudizio” di ciò che contraddice i comandamenti di Dio. Gli “strumenti” con cui la Chiesa include sono il catecumenato e il battesimo, la conversione e il sacramento della penitenza. Per questo la Chiesa parla di comandamenti di Dio e di legge morale, di peccato, del sacramento della penitenza, di castità, di santità e di vocazione alla vita eterna. Sono tutti concetti che non si ritrovano nelle 70 pagine dell’IL.

Certo, nell’IL si trovano le parole “pentimento” (2 volte) e “conversione” (12 volte). Ma se si tiene conto del rispettivo contesto, si nota che questi due termini nell’IL non si riferiscono quasi mai all’allontanamento dell’uomo dal peccato, ma significano un’azione strutturale, cioè della Chiesa. Non è il peccatore che deve pentirsi e convertirsi, no, è la Chiesa che deve convertirsi – “sinodalmente” – al “riconoscimento” di coloro che professano di non voler seguire i suoi insegnamenti e quindi Dio.

Il fatto che i registi del sinodo non parlino più di peccato, di pentimento e di conversione dei peccatori fa pensare che ora credano di aver trovato un altro modo per togliere il peccato del mondo. Tutto questo ricorda gli eventi descritti da Blaise Pascal, nato 400 anni fa giusti, nelle sue “Provinciali” (Les Provinciales, 1656/1657). In esse Pascal affronta la morale gesuitica del suo tempo, che minava gli insegnamenti morali della Chiesa con una casistica fatta di sofismi, fin quasi a trasformarli nel loro contrario. Nella sua Quarta Lettera, cita un critico di Etienne Bauny che diceva di questo gesuita: “Ecce qui tollit peccata mundi”, ecco colui che toglie i peccati del mondo, fino a farne sparire con i suoi sofismi l’esistenza. Tali aberrazioni dei gesuiti furono in seguito condannate più volte dal magistero ecclesiastico. Perché non sono certo loro a togliere il peccato del mondo. È l’Agnello di Dio. E così è anche oggi, per la fede della Chiesa.

Per Blaise Pascal, il modo in cui l’inganno e la manipolazione avevano luogo nella Chiesa aveva qualcosa di spaventoso, e quindi anche di violento. Nella sua Dodicesima Lettera ci ha lasciato delle righe che ci confortano anche nella situazione attuale:

“Quando la forza combatte la forza, la più potente distrugge la minore; quando si contrappongono discorsi a discorsi, quelli che sono veraci e convincenti confondono e dissipano quelli che hanno per sé solo la vanità e la menzogna. Ma la violenza e la verità non hanno nessun potere l’una sull’altra. Non si creda però che le cose siano eguali. Tra loro c’è questa sostanziale differenza: che, mentre la violenza ha soltanto un corso limitato dal volere di Dio, che ne fa servire gli effetti alla gloria della verità che essa combatte, la verità sussiste in eterno e, alla fine, trionfa dei propri nemici, perché è eterna e potente come lo stesso Dio”.