Echi di poesia tridentina in Vittorio Sereni – “Viaggio all’alba” (1965)
astolphus
domenica, 26 Aprile 2009, 0:44 2 min di lettura
La minaccia di addurre altri versi di poeti contemporanei attinenti alla messa tradizionale, espressa in calce alla precedente noticina quasimodiana, non era a vuoto, ed eccomi quindi a proporre un’altra breve lettura. La ricavo, come è avvenuto nel caso precedente, da un poeta che non è “religioso” nel senso letterale del termine, né particolarmente vicino alla fede cattolica. Vorrei insomma evitare di proposito di giocare in casa. Si tratta di una poesia di Vittorio Sereni (1913-1983), uno dei più validi autori del nostro Novecento [nella foto]. Risale agli anni Quaranta e si trova nella raccolta Gli strumenti umani, apparsa nel 1965. Premetto al testo solo una breve indicazione che può agevolare la lettura: Voldomino (interpretato nei versi che seguono come una derivazione da “Vultus Domini”) è una località del Comune di Luino, la città natale di Sereni, sul lago Maggiore.
VIAGGIO ALL’ALBA
Quanti anni che mesi che stagioni
nel giro di una notte:
una notte di passi e di rintocchi.
Ma come tarda la luce a ferirmi.
Voldomino, volto di Dio.
Un volto brullo ho scelto a rispecchiarmi
nel risveglio del mondo.
Ma dimmi una sola parola
e serena sarà l’anima mia.
Da notare per noi specialmente il novenario e l’endecasillabo finali, che riprendono la seconda parte del “Domine non sum dignus”: “…Sed tantum dic verbo, et sanabitur anima mea”. Invocazione che in questa poesia è rivolta a un luogo amato, allo spettacolo dell’alba e, indirettamente, a un soprannaturale, a un “volto di Dio” che si intravede dietro di loro. Sereni ha cercato proprio nella liturgia una formula in grado di esprimere questo senso di abbandono fiducioso e di rigenerazione. Ci si può perfino spingere a ipotizzare che la poesia sia nata intorno a un’associazione di termini: Voldomino – Dominus – Domine non sum dignus, …sed tantum eccetera.
La resa in italiano delle parole della messa è abbastanza fedele, salvo un particolare. A Sereni, poeta laico, suscitava evidentemente disagio l’idea di salvezza per intervento divino espressa nel verbo “sanabitur”, tanto da sostituirla con una meno impegnativa ma non antitetica serenità (che fra l’altro evoca il suo cognome, nei poeti ogni tanto c’è un pizzico di civetteria…). Non gli ha creato però nessun imbarazzo il concetto di anima, che ha trasferito senza modifiche dal modello latino, mantenendo addirittura la posposizione del possessivo.
L’anima diede invece fastidio vent’anni dopo agli autori della riforma liturgica del 1969, i quali la soppressero sostituendola con “ed io sarò salvato”. Erano più laici, forse, di Sereni? Sul “Domine non sum dignus” la riforma del resto si è accanita, mutando anche “ut intres sub tectum meum” in “di partecipare alla tua mensa”, ma questo è un discorso che esula dalla poesia in oggetto.
Post scriptum: Si potrebbe notare che il lombardo Sereni (Luino è in diocesi di Milano) doveva avere più familiarità con il rito ambrosiano che con quello romano, ma il “Domine non sum dignus” esiste comunque anche nel rito ambrosiano.