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mercoledì 12 febbraio 2020

L'anima non deve capire, deve volare.

di Enrico Salvi


Com’è noto, la parola greca psyché significa sia anima sia farfalla, e la farfalla vola.  
Leggera e delicata, vola. Quindi l’anima è fatta per volare perché è leggera, delicata. L’anima è anche (quindi non soltanto e non soprattutto) mente che pensa. L’anima è mente che pensa grazie al Verbo che la crea e la ispira nel contempo lasciandola libera, sicché essa può trovarsi, ed in effetti molto spesso si trova, appesantita dal suo pensare, ciò impedendole di involarsi per ritornare all’Oltre, al di là del pensare, e ovviamente del parlare: ritornare verso la sua Origine che è l’Essere, ovvero l’Io Sono. Non altro vale per l’anima se non il ritorno all’Io Sono. Tutto il resto, come avverte l’Ecclesiaste, è «vanità delle vanità, tutto è vanità. Che profitto ha l’uomo di tutta la fatica che sostiene sotto il sole? Una generazione se ne va e l’altra viene», ciò trovando conferma nell’avvertimento dell’Io Sono: «Che giova infatti all'uomo guadagnare il mondo intero, se poi perde la propria anima?». 

Ora, l’Io Sono non può essere “capito”. Infatti, o lo si è per assimilazione o resta un indice
concettuale, un indice pensato. E perché l’Io Sono assimili a Sé l’anima, questa deve involarsi lasciando la zavorra del pensare attraverso cui tenta di “capire”, perché capire non è conoscere e conoscere significa essere. E l’anima può conoscere l’Io Sono, cioè l’Essere, soltanto essendoLo per partecipazione, appunto essendone assimilata. 

L’Essere, l’Io Sono, è semplice (simplex, sine piega) mentre il pensare è complicato (complex, cum piega), quindi mai la complicazione potrà assimilarsi alla semplicità. Non può darsi alcuna semplicità complicata, e, all’inverso, alcuna complicazione semplice. Ecco pertanto che semplificandosi, l’anima vola abbandonando la complicazione del pensare per lasciarsi assimilare dall’Io Sono, dal Semplice per eccellenza. E qui è bene insistere: l’Essere, l’Io Sono, il Semplice, è l’Ineffabile: In = Non, effabilem = che può parlare, quindi l’inesprimibile a parole (poiché non afferrabile dal pensare).

«Cercate le cose di lassù […] rivolgete il pensiero alle cose di lassù, non a quelle della terra. Voi infatti siete morti e la vostra vita è nascosta con Cristo in Dio! »: così esorta san Paolo. E «lassù» non si giunge “capendo” bensì volando. L’essere morti significa aver abbandonato il pensare (un morto non pensa); significa abbandonare «le cose della terra». Dunque: morire per volare. Abbandonare quella che si crede sia la vita, cioè il pensare, per innalzarsi alla vera Vita, che è «nascosta» nell’Essere, nell’Io Sono. 

Se ci si chiedesse perché l’anima appesantisca oltre il necessario le sue impalpabili ali col pensare, la risposta non potrebbe essere che questa: essendo caduta nel tempo e nello spazio, essa è costretta a pensare per ottemperare alle incombenze di ogni genere che incontra nel tempo e nello spazio, comprese quelle filosofiche e teologiche, e poiché il tempo trascorre sul piano orizzontale e terrestre, il piano verticale e celeste essendo quello dell’Eterno, ecco che, mentre la supporta nel tempo e nello spazio, il pensare le impedisce di spiccare il volo. Ciò che “capisce”, o crede di “capire”, appesantisce le sue ali e la trattiene sulla terra precludendole quel volo che, per essere spiccato, lo si ribadisce, deve liberarsi dalla zavorra del pensare.

L’anima in quanto farfalla è libera, ma proprio questa libertà costituisce per essa il pericolo maggiore. Infatti, essa è libera perfino di scambiare il capire per l’essere, mentre invece essa è in quanto riceve il proprio essere dall’Essere, dall’Io Sono. Scambiando il capire per il proprio essere, l’anima resta impigliata nella rete del suo prodotto, nella complicazione del pensare. L’anima pensa, e ciò facendo capisce o crede di capire l’oggetto del suo pensare (dacché non può darsi un pensare senza oggetto), ma è l’identificarsi con tale capire che le fa assumere una determinata forma, che per di più si aggiunge alla forma dell’oggetto pensato, e ciò, seppur illusoriamente – ma l’illusione è vera finché perdura – le impedisce di volare.

La parola orpello risulta ottima per definire tutto ciò che l’anima produce pensando. Secondo l’etimologia, essa «proviene dal latino auripellum composto da aurum oro e pellis pelle, ed indica l’ottone battuto in sottilissima lamina color dell’oro, di cui si fanno ornamenti che hanno più splendore che valore, e figurativamente si dice di cosa che brilla ma non ha intrinseco pregio». Come dire che in relazione all’Essere, all’Io Sono, anche il pensiero più bello e profondo brilla di uno splendore fittizio, quindi illusorio e perciò fuorviante.

Si tratta qui della forma mentis: «struttura mentale, modo di vedere quale si determina nell'individuo dall'intrecciarsi degli elementi caratteriali e di indole personale con l'azione formatrice dell'ambiente socioculturale e dell'educazione, e che si rivela sempre attraverso il comportamento, specialmente se rivolto ad affrontare problemi teorici o pratici». È quindi la forma mentis, data la sua struttura formale e, occorre sottolinearlo, assai complicata (dunque agli antipodi della semplicità) a costituire l’orpello-zavorra che impedisce il volo dell’anima. 

Invece, di per se stessa l’anima non ha forma: non per nulla essa è rappresentata dalla farfalla, la cui sua estrema leggerezza l’accomuna all’aria. E di fatti psyché significa anche soffio, respiro: l’anima è un soffio, precisamente il soffio di Dio, ricevuto da Dio: «il Signore Dio plasmò l'uomo con polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita e l'uomo divenne un essere vivente». Piccolo inciso: chi ha consapevolezza che dal suo naso entra ed esce l’alito di vita di origine divina che lo tiene in vita? Chi ha consapevolezza che nel respiro è, per così dire, nascosta la propria anima che è senza forma e quindi è libera da ogni forma?

Come intermezzo al proseguire nella presente esposizione, può risultare molto interessante la seguente citazione a proposito dell’anima-farfalla:

«[…] L’identificazione della farfalla con l’anima umana continua durante tutta l’era romana per essere assorbita poi dal Cristianesimo che si appropria di questa simbologia e l’immagine della farfalla continua ad esprimere i contenuti simbolici di rinascita ed immortalità dello spirito; gli artisti se ne avvalgono per esprimere messaggi spirituali e religiosi e la farfalla rimane presente in tutto l’arco della creazione artistica occidentale, dalle origini sino ad oggi. Alcuni dipinti murali delle Catacombe riprendono e rielaborano il mito di Psyche; nell’arte rinascimentale la farfalla è ora presente accanto alla Madonna o nella mano del Cristo Bambino quale simbolo di resurrezione; nel dipinto allegorico di Dosso Dossi del 1524 nel quale Giove è intento a dipingere farfalle, l’artista ha probabilmente voluto rappresentare il Dio cristiano che crea la vita e si prende cura dell’anima; nel ritratto di Ginevra d’Este, eseguito da Pisanello nel 1434, unitamente alle aquilegie ed ai garofani, simbolo entrambi di fertilità, amore e lealtà, la presenza delle farfalle è certamente legata all’anima e alla resurrezione della giovane sposa, uccisa a 21 anni dal marito per gelosia ed al cui triste presagio di morte imminente allude il rametto di ginepro nello sfondo. L’arte barocca esprime nelle nature morte, dette ‘vanitas’, la fragilità e brevità della vita umana: assieme ai fiori, simbolo della bellezza che svanisce rapidamente e della caducità di ogni cosa terrena, la farfalla, quasi sempre presente, sta a significare da un lato la brevità della vita e dall’altro la speranza di resurrezione e di immortalità dell’anima» (gevforli.it/La-farfalla-mito-e-bellezza-pdf).

Ed ora, a proposito del “capire”, possiamo accennare all’episodio più significativo della favola di Amore e Psiche, e che può essere senz’altro letto in chiave cristiana. Psiche (l’anima), vuol vedere – “capire” – chi sia Amore (Dio), il quale, innamorato di lei, si reca a trovarla soltanto al calar del sole per non rivelarle la sua identità. Ma Psiche non si accontenta di ricevere Amore nel buio (della fede); essa vuol vedere – “capire” – il suo volto, e così pensa – pensa! – di illuminargli il viso con una lampada mentre lui dorme. Ma, svegliato da una goccia di olio bollente caduta dalla lampada sulla sua spalla, Amore rimane così deluso dal gesto di Psiche da arrivare ad abbandonarla. 

Qui si trova un chiaro monito: un modo sicuro di “far fuggire” Dio, l’Io sono, è quello di volerlo “capire”, quindi di volerlo vedere, giacché il capire, in fondo, è una modalità visiva: chi pensa, vede o crede di vedere nella sua mente l’oggetto del suo pensare, e parla e scrive di questo suo vedere-capire che però è immancabilmente soggettivo. Sennonché l’Essere, l’Io Sono, non è un oggetto bensì il Soggetto Unico, il Principio da cui tutto prende vita, compresa l’anima, alla quale l’unica possibilità di volare risiede nell’abbandonare la zavorra costituita dal pensare e quindi dall’oggettivazione dell’Essere, dell’Io Sono, onde lasciarsi assimilare da Esso. Al riguardo, ci si può riferire al “volatile spirituale” che simboleggia il volo dell’anima verso Dio nel Passio dell’abate Ilduino (in Figure del pensiero medievale, a cura di Inos Biffi e Costante Marabelli).

Limitarsi a pensare l’Io Sono è palesemente inutile, mentre è possibile pensare intorno ad Esso, ma ciò significa farne un oggetto, e parlarne e scriverne non fa che farlo restare in un’isolata ed impenetrabile trascendenza, ciò equivalendo a negare la possibilità dell’anima di involarsi verso di Esso per esserne assimilata. Alla lunga, inoltre, l’insistere a pensare intorno all’Io Sono finisce per piombare la fede, cioè proprio la virtù che fa volare l’anima!, una fede sublimata che nel buio non ha bisogno di un oggetto (Dio) che la giustifichi, perché proprio nel buio, dunque nel nascondimento, e solo in esso, Amore è già vicino a Psiche: «la vostra vita è nascosta con Cristo in Dio! »

Ma la storia di Amore e Psiche, cioè di Dio e dell’Anima, ha un ulteriore sviluppo che conferma come il buio della fede, nella quale Psiche riceve Amore, sia indispensabile all’unione dell’anima con Dio. Aprendo il vaso contenente un po’ di bellezza di Proserpina, con la quale intende ripristinare la propria, Psiche cade in un sonno profondo, appunto nel buio della fede, che fa di nuovo avvicinare Amore, il quale rinchiude il sonno nel vaso e punge Psiche con una delle sue frecce risvegliandola. E qui non sarà inutile ricordare di passaggio come il motivo del risveglio dell’Anima da parte di Amore trovi il suo riscontro in quello della Bella Addormentata grazie al bacio del Principe Azzurro, come anche nell’evangelico: «La bambina non è morta, ma dorme … presa la mano della bambina, le disse: “Talità kum”, che significa: Fanciulla, io ti dico, alzati!». Risveglio che trova riscontro nel Cantico dei cantici: «Ora l’amato mio prende a dirmi: “Alzati, amica mia, mia bella, e vieni, presto!». E ancora, a proposito del bacio divino: «Mi baci con i baci della sua bocca! Sì, migliore del vino è il tuo amore. Inebrianti sono i tuoi profumi per la fragranza; aroma che si spande è il tuo nome: per questo le ragazze di te s’innamorano». Le «ragazze», le anime, le farfalle che volano incontro all’Amato! 

Non possono concludersi le presenti considerazioni senza un riferimento al momento eccelso dalla Comunione. La stupenda immagine che si propone riassume con eccellente chiarezza tutto quanto osservato, rendendo superfluo ogni ulteriore commento.




3 commenti:

  1. "...se a un bambino autistico quando gli passa la palla da basket questo ritrae le mani, come riesce a passargli la palla e fare in modo che questo la raccolga con le mani che non sa usare?"

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    1. Fuor della metafora, 08:24? Vuole illustrare? Grazie.

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    2. ? Sicuramente Vista la sintassi questo è un prete modernista...

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