martedì 30 ottobre 2018

Il vero significato di sacrificio e l'errore di Recalcati

Ringraziamo p. Giovanni Cavalcoli OP per queste riflessioni che ci ha autorizzato a pubblicare.

Roberto 


Le falsità di Massimo Recalcati circa il sacrificio religioso 
di p. Giovanni Cavalcoli

Interferenza della psicanalisi in teologia morale 

Noi Padri dell’Isola di Patmos abbiamo già avuto occasione di dimostrare come il dilagante fenomeno della pedofilia nel clero sia la conseguenza, nei soggetti che la praticano, del mancato rispetto della propria dignità sacerdotale, originato da una cattiva formazione seminaristica, basata su di un concetto eretico del sacerdote, tale da far temere che in molti casi le ordinazioni siano invalide. 

Dopo aver preso in considerazione in questo sito l’influsso del concetto rahneriano del sacerdozio, vediamo adesso il danno all’esistenza sacerdotale arrecato da un cattivo uso della psicanalisi. Tanto la visione rahneriana, peraltro, quanto quella offerta da questa psicanalisi, possono trovare, come vedremo, le loro radici nel disprezzo luterano del sacerdozio e nella concezione luterana della salvezza come solo effetto della divina misericordia [sola gratia], senza le opere, in particolare senza l’offerta del sacrificio. 

Certo, lo psicanalista Recalcati disprezza apertamente il sacerdozio, mentre Rahner affetta di stimarlo: ma nell’uno come nell’altro caso, sia copertamente sia scopertamente il sacerdozio viene distrutto. E tra i due il più pericoloso è Rahner, in quanto è più insidioso un nemico nascosto che non un nemico aperto. 

Massimo Recalcati è autore del libro che adesso esamineremo «Contro il sacrificio. Al di là del fantasma sacrificale»[1], il cui titolo è già tutto un programma. In esso Recalcati mostra come una certa idea rigorista del sacrificio, basata sull’idea ossessiva di dover soddisfare puntigliosamente per un Dio insaziabile, con un io sopraffatto da un senso di impotenza, in un’angosciante convinzione di avere a che fare con un Dio sempre insoddisfatto, possa condurre alla nevrosi. E fin qui nulla da dire. Fu già questo il dramma di Lutero. 

Ma la via di guarigione che l’Autore dà di questo tormento interiore e della pretesa spasmodica di risarcire esattamente Dio del danno ricevuto dal peccato, conduce il paziente, nell’illusione di essere guarito, ad una condizione di spirito – come avvenne per Lutero -, che sostituisce la presunzione alla disperazione, una sicurezza spavalda a un angosciante ed insopportabile senso di frustrazione,una vana confidenza in Dio al precedete senso di sentirsi schiacciato da Dio. 

L’Autore prende in esame un’idea di sacrificio, basata su di un’antropologia dualista di odio per il corpo e per il piacere, e su di un concetto di Dio colpevolizzante e senza pietà, un’idea di sacrificio, che è veramente un fantasma terrorizzante, un atto masochistico di culto morboso per la sofferenza e si sforza quindi di dare al paziente unità interiore, serenità, libertà, energia e vita, mostrando la vanità del fantasma. Tutto ciò è azione benefica. Dove invece Recalcati esce dalle sue competenze con risultati disastrosi è nel momento in cui, improvvisandosi teologo, pretende di sentenziare sul sacrificio religioso come tale, riconducendolo senz’altro alla sua deformazione neurotica, oggetto della psicanalisi. 

Interessante è la tesi di Recalcati, secondo la quale «la vita animale è senza sacrificio» [pp.25ss], tesi di una sorprendente ingenuità, di vago sapore leopardiano, giacchè l’Autore sembra non accorgersi che ciò è del tutto logico, dato che all’animale, proprio per la sua animalità, manca la possibilità di quella elevatezza d’animo che rende spiegabile il sacrificio. Sembra quasi di sentirlo dire: beati voi, animali, che non conoscete il sacrificio! 

Recalcati concorda con René Girard nel sostenere che la figura biblica del «capro espiatorio», vale dire del sacrificio del capro, sarebbe ciò in cui «si polarizza la violenza intrinseca nella vita sociale, consentendo in tal modo la fine del carattere» [p.73; cf anche p.140]. Osserviamo: che possa accadere che un ambiente criminoso meritevole di sanzione penale, creda di poter scaricare tutte le colpe su di un unico disgraziato[2], magari innocente, e così sfuggire alla giustizia, questo è vero; ma non ha nulla a che fare col concetto originario biblico del capro espiatorio. 

L’interpretazione di Girard non corrisponde affatto a ciò che la Bibbia intende. L’offerta a Dio del capro espiatorio non è altro che una prefigurazione del sacrificio di Cristo, «mite agnello immolato», che prende su di sé i peccati del popolo, che in tal modo ne viene liberato, senza che peraltro ciò ci esenti dal dovere di espiare le nostre colpe. 

È a questo punto che ci possiamo allacciare al discorso sul sacerdozio, giacchè ufficio del sacerdote è appunto quello di offrire a Dio sacrifici espiatori per la remissione dei peccati. Ed è chiaro che in questa falsificazione del sacrificio operata da Recalcati resta coinvolto anche il sacrificio della Messa. In questo rifiuto sprezzante, dunque, del sacerdozio e del sacrificio della Messa appare in trasparenza l’influsso di Lutero, mediato da Nietzsche, anche se l’Autore non lo nomina mai. Ma tale influsso si riconosce dal fatto che Recalcati si rifà comunque significativamente ad autori protestanti, come Kierkegaard, Bultmann e Ricoeur, ammirato da Enzo Bianchi [p.122] o filoprotestanti, come Lacan e Derrida. In particolare Recalcati loda Enzo Bianchi perché «sottrae l’esperienza cristiana al culto penitenziale del sacrificio» [p.60]. Abbiamo già avuto modo di parlare del Bianchi in questo sito. 

Il vero concetto del sacrificio 

Il sacrifico religioso suppone la subordinazione di sé ad una «Verità assoluta, incontrovertibile, imperitura, sovrastorica» [p.101], che è la verità divina. Ma è proprio questa verità che Recalcati nega. Non c’è da meravigliarsi pertanto, se gli sfugge completamente il valore e la dignità del sacrificio. 

L’apprezzamento per il sacrificio suppone inoltre il rispetto per la legge morale naturale o divina, dato che è per obbedire alla legge, che si compie il sacrificio. Invece tutto il libro di Recalcati è percorso da una requisitoria astiosa contro la legge, considerata come tirannica e repressiva dell’io, della libertà, della vita, del piacere, del «desiderio». 

L’apprezzamento per il sacrificio suppone altresì una decisa volontà di bene ed una netta opposizione al male. Ma è proprio questo che a Recalcati non va bene, perché egli preferisce non pronunciarsi per starsene in mezzo o, come si esprime Nietzsche, «al di là» [pp.112, 134, 137]. Questo sì è l’al di là che non esiste, perché il bene è il vertice dell’essere e non c’è nulla al di là di esso. L’«al di là» di Recalcati è in realtà un «al di sotto», è il meschino calcolo dell’egoista che rifiuta il sacrificio per salvare la pelle. 

Il sacrificio di Cristo, che è il Sacrificio salvifico per eccellenza, è ad un tempo soddisfattorio ed effetto della misericordia divina[3]. Cristo, infatti, come Figlio di Dio, paga sulla croce per l’uomo, creditore insolvente, il debito del peccato. Ma nel contempo l’uomo è chiamato ad unirsi attivamente al sacrificio di Cristo – ecco la Messa e l’ascesi cristiana – con le proprie opere. Se l’uomo tuttavia è in grado di pagare il suo debito, ciò lo deve alla divina misericordia, la quale, in Cristo e grazie a Cristo, gli concede di farlo. 

Ma di tutto ciò Recalcati non ha capito nulla. Per cui vien da chiedersi con quale diritto si permette di giudicare di cose che non conosce. La psicanalisi ha un suo ambito di competenza. Essa può trattare certo i casi di fraintendimento neurotico o schizofrenico del sacrificio e può curare questo disturbo con i suoi propri metodi. Ma è del tutto stolto e dannoso per il paziente che il medico desuma la cura da un concetto sbagliato o eretico del sacrificio, invadendo, oltre a tutto, il campo del teologo sacramentario o del liturgista. 

Lo psicanalista deve certo calmare lo stato ansioso di turbamento del paziente, ma per ottenere ciò, deve suscitare in lui amore e apprezzamento e non odio per il sacrificio. Altrimenti potrà sì assicurargli una certa calma emotiva, ma per provocare in lui un turbamento più profondo, che nasce dal rancore contro un valore, appunto il sacrificio, che invece dovrebbe destare in lui grande ammirazione. 

Da notare ancora che il sacrificio richiede di essere disponibili a lasciare questa vita mortale per la conquista della vita eterna oltre la morte. Ma Recalcati non crede affatto nella vita eterna [p.132], per cui è logico che non ammette il valore del sacrificio. Per lui l’unica vita è questa vita mortale, per cui rinunciare a questa vita mortale per un al di là che non esiste [p.134, 136], è suicidio e pura follia. 

Il pericolo morale ed anche psicologico che insidia l’offerta del sacrificio, come insegna chiaramente la Bibbia[4], è quello di offrire il sacrificio senza retta intenzione e senza umiltà, ma per esibizionismo e con presunzione. Infatti l’offerta del sacrificio non è fine a se stessa, ma dev’essere motivata dall’amore per Dio e per il prossimo, per cui, per essere sincera, salutare e fruttuosa, dev’essere accompagnata dalle opere dell’amore per Dio e per il prossimo, si trattasse anche della Messa, la quale pure è pregustazione della vita eterna, «fons et culmen totius vitae christianae». Se il sacrificio non è offerto con queste disposizioni d’animo, osserva la Bibbia[5], non è gradito a Dio, ma è peccato di superbia o di ipocrisia, che turba l’animo, non senza quei disturbi psicologici dei quali parla Recalcati. 



Perché Recalcati disprezza il sacrificio 

La negazione del sacrificio nasce in Recalcati dal suo modo di concepire l’agire umano, che si risolve, dietro suggerimento di Lacan, nella soddisfazione del “proprio desiderio” [pp.133-120]. Non ammette piani di desiderio, per i quali possa esser necessario rinunciare all’inferiore per salvare il superiore. Ora, invece, il sacrificio richiede in certe circostanze, la rinuncia a soddisfare certi desideri. Invece per Recalcati nulla deve essere anteposto al proprio desiderio; tutto deve servire ad accontentarlo. 

Inoltre, il difetto di fondo del lavoro di Recalcati sta nel fatto che non si preoccupa affatto di descrivere con esattezza e il dovuto rispetto il valore di quel sacrifico religioso, del quale il fantasma neurotico è una deformazione, ed al quale l’Autore avrebbe dovuto rimandare, come a modello comportamentale. Invece egli cade nell’equivoco gravissimo di confondere con Freud il normale col patologico, cadendo nella ben nota riduzione freudiana della religione a malattia mentale. Come poi possa a sua volta Freud essere caduto in un errore così grave si spiega col fatto che egli è ateo, per cui il sacrificio gli appare come l’offerta di qualcosa a un essere immaginario. 

Recalcati fraintende a suo favore, appoggiandosi su Enzo Bianchi [p.131], la frase di Gesù: «Misericordia voglio, non sacrificio» [Mt 9,12 e 13,7], senza considerare il fatto che qui Gesù condanna i sacrifici insinceri dei farisei, ai quali contrappone il sacrificio di Sé, veramente efficace per la remissione dei peccati. 

Altro grave difetto di Recalcati è quello di presentare il sacrificio non come amabile, ma come odioso; non come alto atto di virtù, ma come atto demenziale, non come una grazia ma come una disgrazia. Il tono col quale ne parla non è affatto sereno, non è quello propriamente scientifico ed oggettivo, considerata soprattutto la delicatezza dell’argomento, ma si vede che l’Autore prova una rancorosa ed irrazionale avversione al sacrificio ed esprime uno stato d’animo con numerose forzature interpretative, in modo da farlo apparire il più odioso possibile. Che cosa è successo in quest’anima, così da esser giunta ad uno simile stato di sovraeccitazione? Una qualche esperienza religiosa traumatica? Difficile dirlo. Forse lo psicanalista avrebbe bisogno di essere psicanalizzato. 

Aggiungiamo a ciò il fatto che Freud visse in un tempo nel quale una forma rigorista e repressiva di religiosità finiva col favorire l’autolesionismo e la frustrazione dell’istinto vitale. Simile all’analisi freudiana fu quella di Nietzsche, più volte citato da Recalcati insieme con Freud. Mentre questi vede nel sacrificio un atto irrazionale in senso psichicamente patologico, Nietzsche vede nel sacrificio una repressione della vita. 

Queste concezioni errate del sacrificio rispondevano a realtà sociali effettivamente esistenti a quel tempo in un certo ambiente soprattutto protestante. Infatti, se Lutero respinge il sacrificio della Messa, che per lui era empia pretesa umana di soddisfare alla giustizia divina, già sufficientemente soddisfatta dalla Croce di Cristo, non per questo il sacrificio è assente dall’etica luterana, non più però come atto di giustizia riparatrice, ma come atto di fede così come Lutero la intendeva, ossia adesione a una dottrina contraria alla ragione, eco del «credo quia absurdum» di tertullianana memoria. Si capisce allora che questo perverso sacrificio della ragione abbia qualcosa di patologico, e sia causa di neurosi, tale da offrire un aggancio a Freud. 

Il Concilio ha rimediato a questi problemi avviando una religiosità serena ed equilibrata. Il problema oggi è semmai il contrario: è quello di ridare ai giovani il senso del sacro, dell’assoluto, del dovere, della legge, della disciplina, del sacrificio, spingendoli a guardare in alto, troppo presi come sono dai piaceri di questa terra. 

Abbiamo davanti a noi dei caratteri molli, che non riescono a resistere nelle difficoltà e nelle tentazioni. Incapaci di assumere impegni definitivi, sono incerti e volubili. Caratteri disinvolti e ridanciani, ma la fragile corazza che a loro fornisce il modernismo copre solo un vuoto interiore e al primo urto della dura realtà, la corazza si spacca. E allora un Recalcati non li salva, ma occorre ridare loro il senso di Dio e la luce della fede. 

Influsso luterano 

C’è un’altra osservazione da fare. Il sacrificio religioso ha lo scopo di riconciliare l’uomo con Dio, e quindi di espiare la colpa e di compensare Dio per l’offesa del peccato. A tal riguardo è utile ricordare che Lutero scambia per crudeltà la severità divina che castiga ed esige riparazione. Ed è proprio qui che Recalcati confonde. 

Bisogna dire, infatti, che crudele è, in realtà, il Dio irrazionale di Lutero che col suo concetto della doppia predestinazione, premia chi non lo merita e castiga chi non lo merita. Se Dio esige riparazione, ciò non è dovuto a crudeltà, ma alla volontà divina di esaltare la dignità umana e renderla, in Cristo, capace di pagare il debito del peccato. Ora è noto come Lutero pensò di potersi liberare dall’immagine terrificante di un Dio crudele: con la convinzione che Dio non esiga il sacrificio della Messa, ma doni la sua grazia senza che sia necessaria la penitenza. 

Ora, la cura che Recalcati propone nelle neurosi causate dal terrore per il Dio crudele, è l’esatta trasposizione in psicanalisi della convinzione di Lutero di essere oggetto della misericordia del Dio perdonante senza che occorra celebrare il sacrificio della Messa e siano necessarie le opere della penitenza. 

Ma in Recalcati abbiamo l’aggravante che il Dio luterano, già illanguidito e rabbonito per la perdita della sua forza vendicatrice e del suo sostegno dato all’uomo nel sacrificare per i propri peccati, e ridotto ad essere il fornitore all’uomo impenitente della salvezza concessa «sola gratia», si rifugia nel Super-ego, per scomparire del tutto con l’abolizione psicanalitica del Super-ego e venir sostituito dal piacevole e onnicomprensivo «desiderio» emergente dall’inconscio e garante dell’umana felicità. 

Ci possiamo domandare però se, al di là di queste rosee promesse, la liberazione dalla neurosi prospettata da Recalcati nel suo libro possa essere veramente efficace o non finisca per provocarne un’altra più grave e segreta, originata da un piano più profondo dello spirito, quello che non riguarda il dominio della volontà sulle passioni, che tocca la pratica del sacrificio, ma la relazione della volontà con Dio, che giustifica l’esistenza del sacrificio, perché su questo piano intimo e profondo l’uomo, nonostante tutte le assicurazioni di Recalcati, sente di dover fare la pace con Dio, mentre lo sforzo di Recalcati di dissolvere questo «Altro», come lo chiama, non solo non porta nulla, ma, benchè il soggetto liberato riesca di esibire il suo ateismo spavaldo davanti agli altri, sente nel suo intimo di non poter cancellare quell’«Altro», che non è un effetto del Super-ego, ma un vero Soggetto, dal quale dipende la sua esistenza e al quale deve render conto del suo operato. 

Questo «Altro», ben lungi dallo scomparire, come fosse il prodotto della nevrosi, resta davanti al liberato come un’Ombra ancor più paurosa e minacciosa, a causa della ribellione del liberato, che a questo punto non è affatto liberato, ma più che mai trattenuto dal proprio «desiderio», che vanamente vorrebbe sostituire alla legge vivificante e liberante dell’«Altro». Se la neurosi è la frustrazione del proprio desiderio e se questo è desiderio della libertà, ebbene il liberato alla Recalcati è alla fine prigioniero del proprio desiderio, che dovrebbe sostituire la legge dell’«Altro» con la legge della «libertà». P.Giovanni Cavalcoli Varazze, 19 ottobre 2018 


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[1] Raffaello Cortina Editore, Milano 2017. 
[2] Emblematica e patetica fu la vicenda di Cusani all’epoca dello scandalo di «mani pulite» negli anni ’80-’90. 
[3] Cf il mio trattato Il mistero della Redenzione, Edizioni ESD, Bologna 2004, c.IV. 
[4] I Sam 15,22; Sal 40,7; 50,8; 51,18; Pr 15,8;21,3.27; Qo 4,17; Sir 34,20; 35,3; Is 1,11; Ger 6,20; 14,12; Os 6,6; Mt 9,13; 12,33. 
[5] Cf Sal 51,21; Sir 35,6; Is 56,7; Fil 4,18.