sabato 4 agosto 2018

Forte e Martin: cavalli di Troia dell'omosessualismo?

Pubblichiamo di seguito due post di Costanza Miriana e Sabino Paciolla sulla deriva omosessualista della new wave ecclesiale, soprattutto in vista del prossimo Sinodo e dell'incontro mondiale delle famiglia che si terrà in Irlanda.
Da notare che le forti ambiguità di mons. Forte sono gia del 2014.

Con l'assistenza di Gesù e Maria SS., non praevalebunt!.

L



Sabino Paciolla, "MONS. FORTE: GARANTIRE I DIRITTI DEGLI OMOSESSUALI E’ UN FATTO DI CIVILTA’", 11-7-18


Per caso mi è capitato tra le mani un articolo di Vatican Insider, quello del 13 ottobre 2014, nel quale vengono riportate le parole di mons. Bruno Forte, segretario speciale del Sinodo straordinario sulla famiglia, quello che precedette quello ordinario da cui venne fuori l’Amoris Laetitia.

Quando si leggono degli scritti a distanza di tempo, dopo che sono accaduti tanti eventi successivi, quegli stessi scritti assumono una luce diversa. Molte cose diventano improvvisamente più chiare.

Il 20 giugno dell’anno successivo, il 2015, come si ricorderà, ci fu il Family Day di piazza San Giovanni. Ed il 30 gennaio dell’anno successivo, il 2016, ci fu il secondo Family Day al Circo Massimo con almeno un milione di persone. Eppure Renzi e la Cirinnà andarono avanti come degli schiacciasassi, incuranti di tutte quelle famiglie, fecero approvare la legge sulle unioni civili che, a parte l’adozione e l’obbligo di fedeltà, non previsti, sono in tutto e per tutto uguali al matrimonio eterosessuale. Perché?

A rileggere le parole di mons. Bruno Forte non è difficile pensare che non potesse che andare così.

Infatti, mons. Bruno Forte, in quanto segretario speciale del Sinodo, in sala stampa, durante il briefing, disse:

“La Chiesa non condivide che la stessa terminologia ‘famiglia’ possa essere indifferentemente applicata all’unione fra un uomo e una donna, aperta alla procreazione, e all’unione omosessuale. Detto questo, mi sembra evidente che le persone umane coinvolte nelle diverse esperienze hanno dei diritti che devono essere tutelati. Dunque il problema è anzitutto non la equiparazione tout court, anche terminologica, ma naturalmente questo non vuole affatto dire che bisogna allora escludere la ricerca anche di una codificazione di diritti che possano essere garantiti a persone che vivono in unioni omosessuali. E’ un discorso – credo – di civiltà e di rispetto della dignità delle persone”.

Capite? A parte il siparietto iniziale che “la Chiesa non condivide la stessa terminologia ‘famiglia’….bla bla bla….”, alla fine, però, Forte conclude dicendo che occorre riconoscere i diritti alle persone che vivono in unioni omosessuali. Anzi, bisogna farlo perché è un “discorso di civiltà e di rispetto della dignità delle persone”.

Se così fosse, qualcuno potrebbe trarre la conseguenza logica che coloro che si sono mossi nei due anni successivi per i due Family Day, cioè coloro che non volevano la codifica legislativa delle unioni civili, non erano altro che persone “incivili” ed “irrispettose” della dignità altrui. Sono sicuro che non fosse questo il pensiero di mons. Forte.

E Renzi e la Cirinnà? Beh, con quelle parole dette dal segretario speciale del sinodo, scelto personalmente e direttamente da Papa Francesco, con quell’endorsement che veniva dagli alti gradi della Chiesa potevano mai fermarsi? Certamente no. Renzi e la sua sodale Monica Cirinnà, di tutta quella moltitudine di gente in piazza, come si suol dire, se ne impiparono ampiamente. A quel popolo fecero il famoso gesto dell’ombrello, lo stesso fatto da Alberto Sordi nel film “I vitelloni”.

Inoltre, sempre durante quel briefing, un giornalista chiese a Forte se vi fossero semi del Verbo e elementi di santificazione e verità presenti anche fuori dal matrimonio tradizionale, comprese le convivenze omosessuali. La risposta di mons. Forte fu emblematica:

“Mi sembra che l’atteggiamento del documento – ha risposto l’arcivescovo di Chieti – va nel senso di cogliere il positivo dovunque si trovi, e ce n’è certamente. Tagliare con l’accetta è facile, discernere e valorizzare tutto il positivo, anche in queste esperienze, credo sia un esercizio di onestà intellettuale e carità spirituale”.

E dunque, se riconoscere i diritti delle coppie omosessuali è “segno di civiltà e rispetto della dignità umana”, se riconoscere nelle coppie omosessuali semi di verità e santificazione è segno di “onestà intellettuale e carità spirituale”, mi chiedo allora che senso abbia prendersela con il povero vescovo tedesco Franz-Josef Bode, vicepresidente della Conferenza Episcopale Tedesca, quando qualche mese fa ha proposto di benedire le coppie omosessuali. Dice infatti Bode: “ormai sono un fatto: visto che c’è molto di positivo, buono e corretto in questo, perché non considerare non una messa, ma almeno una benedizione?”.

Ed arriviamo così ai nostri giorni. Ad ottobre prossimo c’è il Sinodo dei Giovani. Nell’Instrumentum laboris spuntano per la prima volta nella storia della Chiesa le parole “giovani LGBT”. A molti è sembrata una mano tesa ad un certo mondo. Sorpreso, qualche giornalista chiede al card. Baldisseri come mai quelle parole. Baldisseri risponde che ad utilizzarle sono stati i giovani nel loro documento stilato al termine della riunione pre-sinodale: “Ci hanno fornito un documento e noi lo abbiamo citato”. Peccato che alcuni sono andati a spulciare e verificare, peccato che quelle parole non vi fossero affatto.

Infine, il mese prossimo, in Irlanda, si celebrerà l’Incontro Mondiale delle Famiglie. Tra gli altri relatori è stato invitato anche il padre gesuita Martin a parlare di LGBT, colui che in una intervista ha detto che le coppie omosessuali a messa, allo scambio del segno della pace, dovrebbero anche baciarsi. Che dire? Che Dio ce la mandi buona.



Costanza Miriano:"Perché Martin al meeting delle famiglie oscurerà tutto il resto", 14-7-18


Che invitare padre Martin tra i relatori al meeting mondiale delle famiglie che si terrà a Dublino in agosto sia un errore terribile è evidente. Resta solo da capire se sia stato fatto per ingenuità o ignoranza, oppure perché tra gli organizzatori c’è qualcuno che odia le famiglie.

Dunque, vediamo: dal ’94 ogni tre anni si tiene questo incontro mondiale. L’idea fu di san Giovanni Paolo II: quell’anno le nazioni Unite avevano indetto l’”Anno internazionale della famiglia”, e la Chiesa voleva rispondere con la sua profezia sulla famiglia, la sua visione che tanto aveva – ha – da annunciare al mondo. Ovviamente non è un incontro in cui si dia un aiuto pratico alle famiglie, non è questo il momento in cui la Chiesa si mette al loro fianco, come fa o dovrebbe fare tutto l’anno, parrocchia per parrocchia, realtà per realtà. Anche perché di solito quelle che vanno – a parte quelle del luogo – sono famiglie impegnate nella Chiesa, inserite in qualche cammino, in qualche realtà associativa e che già vivono la fede.

Il punto centrale di questi raduni mondiali dunque è fondamentalmente comunicativo. Devono essere un segno per il mondo, si promuovono idee, c’è il congresso e ci sono relatori molto interessanti e un programma ricco, ma, come dicevo, per quelli già “inseriti”, che vanno lì, mentre per i milioni di famiglie che ricevono il messaggio da casa loro, il meeting ha valore di segno profetico. I giornali, i siti rilanciano solo alcune parole del Papa – ovviamente, rigorosamente selezionate – qualcuno si va a rileggere il discorso per intero, la maggior parte no, e di solito finisce lì.

Quest’anno, sono pronta a scommetterci, ci sarà però uno che occuperà le pagine dei giornali insieme al Papa, nel pochissimo spazio che si degneranno di dedicare a Dublino. Questo sarà padre Martin, il gesuita che ha scritto un libro per dire che se le persone che provano attrazione per lo stesso sesso sono infelici, la colpa è della Chiesa. Non degli abusi che molti di loro hanno subito, non del fatto che gli atti omosessuali sono profondamente contrari alla felicità umana, ma della Chiesa che è cattiva. Un sacerdote, dunque, che non vuol bene alla Chiesa e che non dice la verità (infatti il suo libro comincia con una bugia, cioè racconta della strage nel locale di Orlando lasciando intendere che sia di matrice omofobica, quando il killer probabilmente era egli stesso un assiduo frequentatore del locale per omosessuali in cui è avvenuta la strage).

Non basta. Questo sacerdote terrà una relazione dal titolo “Showing welcome and respect in our Parishes for ‘LGBT’ People and their Families”. È la seconda volta che l’acronimo LGBT, inventato di sana pianta dai militanti omosessualisti, viene scritto nero su bianco in un documento della Chiesa. Ma la prima volta era su richiesta dei giovani interpellati per la preparazione del documento per il sinodo sui giovani. E già mi era parsa un’assurdità perché i padri non dovrebbero assecondare tutte le follie dei figli, ma correggerli perché fioriscano e siano felici. Questa volta invece è un sacerdote a scegliere di usarla, uno che dovrebbe conoscere bene la posizione della Chiesa, a meno che non sia coinvolto in prima persona. E la Chiesa non è sua, ma è un deposito che ha ricevuto e che dovrà tramandare, di cui dunque non può fare quello che vuole.

Che la Chiesa usi questo acronimo in un programma ufficiale è una grave offesa alle persone che vivono la loro attrazione verso lo stesso sesso con fatica, cercando Dio e senza assecondarla. Vuol dire inchiodare una persona alla propria attrazione, vuol dire togliergli la propria dignità di persona che è e sarà sempre molto di più della sua attrazione, anche quando deciderà di esercitarla e di aderirvi. Non sarà mai una persona LGBT, sarà una persona e basta.

Che la Chiesa inviti Martin a parlare al mondo nel raduno mondiale della famiglie è, soprattutto, uno schiaffo in piena faccia ai milioni di famiglie che stanno in trincea, che combattono con la povertà, con un figlio disabile, con la mancanza di lavoro o con la fatica bestiale quando il lavoro c’è, con la tentazione di mollare tutto, con la fatica della fedeltà a situazioni drammatiche: queste famiglie se ad agosto apriranno i giornali leggeranno solo del sacerdote militante. Niente verrà riportato sui siti, nessuna delle belle parole dei tanti che invece parleranno di esperienza vissuta, del loro lavoro a fianco delle famiglie ferite – quale famiglia non lo è, in qualche modo? – di tutto l’enorme patrimonio di saggezza che la Chiesa può offrire. Niente di niente. Il sacerdote mediatico americano sarà l’unica notizia, e la colpa di chi è? Non lo so. So che a molti non era gradito, e che c’è stato un braccio di ferro per evitare che venisse invitato. Non so chi fosse a favore di questo invito, anche se posso immaginarlo, so comunque che ha vinto. So però chi ha perso. So che hanno perso le famiglie. So che perde anche la Chiesa, perde credibilità. Perché la militanza LGBT non c’entrava veramente niente con il cuore del tema delle famiglie. Ci sono centinaia e centinaia di milioni di famiglie assetate di verità, e che saranno schifate da questa propaganda. So che hanno perso, infine, le persone che provano (o credono di provare) attrazione per lo stesso sesso, il cui problema è la ricerca della verità, non che venga “mostrato loro rispetto”, perché di rispetto ne hanno, tanto più nelle parrocchie, ma non è quello il loro problema.

Conosco un pochino i mezzi di informazione: quando c’è un convegno, un’iniziativa ufficiale, la stampa non riporta mai i contenuti veri e propri, considerati sempre troppo istituzionali e poco notizia. In gergo si dice “fammi un pezzo a margine”, cioè raccontami non la cosa centrale, non il tema del convegno che quello si sa ed è una noia mortale, ma qualcosa di contorno, un pezzetto intrigante, qualcosa che guadagni un decimo di share o un clic in più. È la malattia dell’informazione, ma bisogna saperlo. Bisogna saper usare i mezzi di informazione. Navarro Valls spiegava sempre a Giovanni Paolo II: se lei dice questo, domani i giornali scriveranno quello. Ecco, io non sono Navarro Valls, ma fin qui ci arrivo anche io: se a Dublino va il prete pro LGBT, la notizia per i giornali sarà lui, il prete che non condivide il catechismo (dice che induce al suicidio!), non la coppia che racconta come è uscita da una crisi, come si rimane sul campo di battaglia consegnando il cuore a Cristo, come si diventa una sola carne vivendo il mistero grande di cui parla Gesù nel Vangelo, che è invece quello che davvero serve alle famiglie assetate di verità e bellezza, non di propaganda. Un po’ la stessa cosa che è successa con Amoris laetitia: due paragrafi dell’ottavo capitolo hanno azzerato tutto il resto per la stragrande maggioranza della gente che, colpevolmente, non si sogna proprio di leggere esortazioni postsinodali, lettere apostoliche, encicliche. Bisogna sapere come funziona la comunicazione e usarla per il bene.

Se chi ha deciso il programma è solo ingenuo, siamo ancora in tempo per rimediare. Se odia le famiglie, beh, allora è stato proprio bravo a piazzarlo in cartellone.

8 commenti:

  1. Credo che il committente dell'affresco della cattedrale di Terni sia mons. Paglia e non mons. Forte.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Certamente: mons. Forte non c'entra niente con il blasfemo afresco opera e pensiero di Mons. Paglia !

      Elimina
  2. Ma che ne parliamo a fare di questa razza di vipere che ha ormai imboccato la larga strada della perversione? Perché sprecare fiato per quest'orda di accoliti di sha-tan che hanno fondato una combriccola sha-tanica vestendo i panni della Cattolicità? E già: il grande inganno è proprio questo: che pervertiti e corrotti come il Martin e il Forte rappresentino ufficialmente la Chiesa cattolica mentre ne sono totalmente fuori ma fanno di tutto per distruggerla da dentro, secondo la ben nota strategia vaticanosecondista.(Capito, signor Stefano Amore?).


    RispondiElimina
  3. https://www.radiospada.org/2018/07/arcigay-scrive-a-mons-lambiasi-w-la-rivoluzione-bergogliana-grazie-a-bergoglio-che-ha-incontrato-sposi-gay/. Lambiasi e Bergoglio: una vera e propria calamità.

    RispondiElimina
  4. Primula Rossa4 agosto 2018 17:50

    Il filosodomita Martin è l'autore del libro "Building a Bridge. How the Catholic Church and and LGBT Community Can Enter into a Relationship of Respect, Compassion, and Sensivity", Harper Collins 2018.
    Un titolo che è un'accozzaglia di elementi totalmente inconciliabili, e che la dice lunga sulla situazione penosa in cui versa la (falsa) chiesa cattolica.

    RispondiElimina
  5. I discorsi involuti ed equivoci, non certo evangelici, mutuati dai filosofi idealisti ( il suo idolo è Hegel ) e da passeggiate nell'oracolo di Tubinga, del " teologo" Forte sono da sempre quelli di un dissociato che boccheggia nella speranza di essere fatto cardinale. Lo smaccato appoggio a Bergoglio lo merita.

    RispondiElimina
  6. "Forte & Martin", suona bene come patronimico della cosca sodomita.

    RispondiElimina
  7. Mai come oggi le parole di Lefebvre risultano profetiche....

    RispondiElimina

L'inserimento senza moderazione dei commenti è limitato ai soli post usciti nella medesima giornata di inserimento e nel giorno precedente. Per i post più vecchi, i commenti saranno sottoposti a moderazione.
Qualora fosse attiva la moderazione, possono passare anche alcuni giorni prima del controllo da parte della Redazione.