domenica 28 febbraio 2016

«Mio padre Antonin Scalia, un buon servitore dell’America, perché lo era innanzitutto di Dio»


Un altro ricordo (vedi QUI su MIL) del grande giudice della Corste Suprema USA, amico della Tradizione e della Messa di sempre. Ancora più toccante perchè fatto dal figlio sacertote (parrocco biritualista della diocesi di Arlington.
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 Tempi 23-2-16
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Pubblichiamo in una nostra traduzione il testo integrale dell’omelia pronunciata sabato 20 febbraio da Paul Scalia, sacerdote della diocesi di Arlington, Virginia, nella basilica del santuario dell’Immacolata Concezione di Washington durante la Messa per il funerale di suo padre, il giudice della Corte suprema degli Stati Uniti Antonin Scalia, scomparso improvvisamente il 13 febbraio scorso.
Siamo qui riuniti a causa di un uomo. Un uomo conosciuto personalmente da tanti di noi, e conosciuto per reputazione da molti altri; un uomo amato da tanti e disprezzato da altri; un uomo conosciuto per le grandi controversie e per la grande compassione. Quest’uomo, naturalmente, è Gesù di Nazareth.
È Lui che noi proclamiamo: Gesù Cristo, Figlio del Padre, nato da Maria Vergine, crocifisso, sepolto, risuscitato, assiso alla destra del Padre. È a causa Sua, a causa della Sua vita, morte e resurrezione che noi non ci lamentiamo come coloro che non hanno speranza, ma raccomandiamo fiduciosi Antonin Scalia alla misericordia di Dio.

La scrittura dice: «Gesù Cristo è lo stesso ieri e oggi e per sempre», e questo segna una buona strada per i nostri pensieri e le nostre preghiere qui oggi. Infatti noi guardiamo in tre direzioni: al passato, con gratitudine; all’oggi, in preghiera; e all’eternità con speranza.
Guardiamo a Gesù Cristo ieri – cioè al passato – con gratitudine per le benedizioni che Dio ha consesso a Papà. La scorsa settimana, molti hanno raccontato ciò che Papà ha fatto per loro, ma qui oggi noi ricordiamo ciò che Dio ha fatto per Papà; come Egli lo ha benedetto. Rendiamo grazie innanzitutto per la morte espiatrice e la resurrezione vivificatrice di Gesù Cristo. Il nostro Signore morì e risuscitò non solo per tutti noi, ma anche per ognuno di noi. E in questo momento noi guardiamo al passato della Sua morte e della Sua resurrezione, e rendiamo grazie perché Egli è morto e risorto per Papà. Rendiamo grazie inoltre perché Gesù gli ha donato una nuova vita nel Battesimo, lo ha nutrito con l’Eucarestia e si è riconciliato con lui nel confessionale. Rendiamo grazie perché Gesù gli ha concesso 55 anni di matrimonio con la donna che amava.
Dio ha benedetto Papà con una profonda fede cattolica – la convinzione che la presenza e la potenza di Cristo proseguono anche oggi nel mondo attraverso il Suo Corpo, la Chiesa. Amava la chiarezza e la coerenza dell’insegnamento della Chiesa. Aveva a cuore i riti della Chiesa, specialmente la bellezza del suo culto antico. Confidava nella potenza dei Sacramenti come mezzi per la salvezza – come Cristo all’opera in lui per la sua salvezza.
Tuttavia, una volta, un sabato pomeriggio, mi rimproverò per avere servito in confessionale quel giorno. E mi auguro che sia in qualche modo un conforto (per gli avvocati presenti) il fatto che il collare romano non rappresentava una garanzia contro le sue critiche. Non era in questione quel pomeriggio il fatto che io avessi ascoltato le confessioni, ma che lui stesso si era ritrovato in coda al mio confessionale. E subito l’aveva lasciata. Più tardi mi disse: «Col cavolo che mi confesso con te!». Il sentimento era reciproco.
Dio ha benedetto Papà, come è noto, con l’amore per il suo paese. Sapeva bene che cosa combattuta fosse stata la fondazione della nostra nazione. E proprio come i padri fondatori, vedeva in quella fondazione una benedizione. Una benedizione rapidamente perduta quando la fede è messa al bando dalla pubblica piazza, o quando ci rifiutiamo di portarvela. Così comprendeva che non c’è conflitto fra amare Dio e amare il proprio paese, tra la propria fede e il proprio pubblico servizio. Papà comprendeva che più andava a fondo della sua fede cattolica, più diventava un buon cittadino e un pubblico servitore. Dio lo ha benedetto con il desiderio di essere un buon servitore del paese, perché lo era innanzitutto di Dio.
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Noi Scalia comunque rendiamo grazie per una particolare benedizione concessa da Dio. Dio ha benedetto Papà con l’amore per la sua famiglia. Ci siamo commossi leggendo e ascoltando le tante parole di elogio e di ammirazione per lui, per la sua intelligenza, i suoi scritti, i suoi discorsi, la sua autorità e così via. Ma la cosa più importante per noi – e per lui – è che era Papà. Era il padre che Dio ci ha dato per la grande avventura della vita di famiglia. È vero, qualche volta dimenticava i nostri nomi o li scambiava, ma siamo in nove. Ci amava e cercava di mostrare questo amore, e cercava di condividere la benedizione della fede che gli era cara. E ci ha dati l’uno all’altro perché ci sostenessimo l’un l’altro. Questa è la più grande ricchezza che i genitori possono trasmettere e adesso noi siamo particolarmente grati per essa.
Così guardiamo al passato, a Gesù Cristo ieri. Ricordiamo tutte queste benedizioni e rendiamo onore e gloria a Nostro Signore perché esse sono opera Sua.
Guardiamo a Gesù oggi, in preghiera – in questo momento, qui e ora, mentre piangiamo la persona che amiamo e ammiriamo, una mancanza che ci addolora. Oggi preghiamo per lui. Preghiamo per la pace della sua anima. Ringraziamo Dio per la Sua bontà verso Papà, come è buono e giusto. Ma noi sappiamo anche che, sebbene Papà credeva, credeva in maniera incompiuta, come tutti noi. Cercava di amare Dio e il prossimo ma, come tutti noi, lo faceva in modo incompiuto. Era un cattolico praticante – praticante nel senso che non era ancora compiuto. O meglio, che Cristo non era ancora compiuto in lui. E solo coloro nei quali Cristo è portato a compimento possono entrare in Paradiso. Siamo dunque qui per offrire preghiere per quel compimento, per questa opera definitiva della grazia di Dio, la liberazione di Papà da ogni fardello del peccato.
Non lo dico io. Papà per primo – e questo non sorprende – aveva qualcosa da dire in proposito. Anni fa, scrivendo a un ministro presbiteriano di cui aveva apprezzato la funzione in occasione di un funerale, sintetizzò con esattezza la trappola dei funerali (e il motivo per cui lui non amava gli elogi funebri). Scriveva: «Anche quando il defunto sia stato una persona ammirabile – a dire il vero soprattutto quando il defunto sia stato una persona ammirabile – celebrare le sue virtù può farci dimenticare che stiamo pregando e rendendo grazie per l’inspiegabile misericordia di Dio verso un peccatore». Ora, lui non si sarebbe sottratto a questo giudizio. Siamo qui, dunque, come vorrebbe lui, per pregare per l’inspiegabile misericordia di Dio verso un peccatore; verso questo peccatore, Antonin Scalia. Non dimostriamogli un amore fasullo e non lasciamo che la nostra ammirazione gli faccia venir meno le nostre preghiere. Continuiamo a mostrare affetto per lui e facciamogli del bene pregando per lui: perché ogni macchia di peccato sia lavata, perché ogni ferita sia sanata, perché egli sia purificato da tutto ciò che non è Cristo. Riposi in pace.
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Infine, guardiamo a Gesù per sempre, in eterno. O meglio, contempliamo il nostro posto nell’eternità, se sarà accanto al Signore o meno. Anche mentre preghiamo perché Papà entri rapidamente nella gloria eterna, dovremmo preoccuparci per noi stessi. Ogni funerale ci ricorda quanto sia sottile il velo che separa questo mondo e il prossimo, il tempo e l’eternità, l’occasione della conversione e il giorno del giudizio. Perciò non possiamo lasciarci senza un cambiamento. Non ha senso celebrare la bontà e la misericordia di Dio se non siamo attenti e sensibili a queste realtà nelle nostre stesse vite. Dobbiamo permettere a questo incontro con l’eterno di cambiarci, di distoglierci dal peccato e farci rivolgere a Dio. Il padre domenicano inglese Bede Jarrett lo ha tradotto in una bella preghiera: «O forte Figlio di Dio… mentre Tu prepari un posto per noi, prepara anche noi per quel luogo felice, così che possiamo stare con Te e con coloro che amiamo per tutta l’eternità».
«Gesù Cristo è lo stesso ieri e oggi e per sempre». Cari amici miei, questa è anche la struttura della Messa – la preghiera più grande che possiamo offrire per Papà, poiché non è la nostra preghiera ma quella del Signore. La Messa guarda a Gesù ieri. Penetra nel passato – all’Ultima Cena, alla crocefissione, alla resurrezione – e rende questi misteri e la loro potenza presente qui, su questo altare. Gesù stesso è presente qui oggi, sotto forma di pane e di vino, affinché possiamo unire tutte le nostre preghiere di ringraziamento, di dolore e di supplica con Cristo stesso, come un’offerta al Padre. E tutto questo con uno sguardo all’eternità – protesi verso il cielo – dove speriamo di godere la perfetta unione con Dio stesso e di vedere di nuovo Papà, e di gioire con lui nella comunione dei santi.
Foto Ansa/Ap

2 commenti:

  1. Scusate ma il colore liturgico di un funerale è nero? Nel novos ordo permesso anche il Viola ma bianco sicuramente no (tranne il Giappone)cos'è Scalia è un santo Vergine?
    Questo è abuso liturgico purtroppo commesso da un prete che celebra in entrambe le forme dell'unico rito romano. Grave mancanza....

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  2. Se non sbaglio la conferenza episcopale statunitense, nell'ambito delle proprie prerogative, ha adottato il bianco come colore per le esequie. Dunque Scalia jr., celebrando Novus Ordo il funerale del padre, si è uniformato ad una legittima - per quanto discutibile - norma canonica locale. Nessuna grave mancanza. Antiquario.

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