venerdì 15 maggio 2015

Chiesa "moschea" alla Biennale di Venezia: Intervento del delgato del Patriarcato



Davvero basiti per le notizie che giungono dalla Biennale di Venezia in merito al caso, tristemente noto, della Basilica di S. Maria della Misericordia, abbiamo contattato il Patriarcato, tramite l'ufficio stampa, a cui abbiamo domandato un parere, un loro punto di vista e la loro presa di posizione. 
Ci hanno cortesemente risposto che la nostra mail è stata portata all'attenzione del Patriarca, e nel frattempo ci hanno resi edotti di un intervento ufficiale del Patriarcato che, per tramite del delegato per i beni culturali ecclesiastici, è stato consegnato ai media martedì scorso, facendo seguito al Comunicato del Patriarcato di venerdì scorso (8 maggio 2015). 
Ringraziamo l'Ufficio Stampa per il riscontro sollecito e per l'invio del testo di don Caputo, che pubblichiamo di seguito, in cui il delgato affronta le problematiche questioni sollevate da questa vicenda.
Chissà se ci risponderà anche il Patriarca in persona?
Roberto


Installazione artistica della Biennale e moschea a Venezia: non confondere i piani e uscire dall’ambiguità, l’attuale situazione è frutto di forzatura e strumentalizzazione.
La richiesta di una moschea a Venezia? Questione importante che va affrontata, in modo diverso e più serio. Nel rispetto di tutti, e dei musulmani prima di tutto.


In questi giorni quasi tutti si stanno concentrando sulla domanda se la chiesa veneziana di Santa Maria della Misericordia, ora adattata a moschea, sia stata ridotta o meno ad “uso profano non indecoroso” - lo stiamo ancora verificando - ma intanto, com’era purtroppo prevedibile, nella vicenda si sono confusi e superficialmente mescolati due piani e ambiti che invece sono - e devono restare - ben distinti per la loro serietà e complessità: la questione relativa all’installazione artistica del padiglione islandese della Biennale d’Arte e la richiesta di realizzare una moschea nella città di Venezia.

Partiamo dal primo punto: è proprio per la volontà di non intrecciare in modo ambiguo i due aspetti che la richiesta avanzata dall'artista al Patriarcato, all’inizio dell’anno, di ottenere la concessione di una chiesa per la sua “idea” artistica, aveva ricevuto una prudente risposta negativa. Era, infatti, evidente quanto fossero delicate le implicazioni di una simile installazione che mirava a riprodurre una vera e propria moschea all’interno di una chiesa.

Innanzi tutto perché in una chiesa? Non mancano a Venezia spazi architettonici in disuso, che non avrebbero urtato la sensibilità di alcuni ed avrebbero aperto ad un maggior desiderio di integrazione. Già nel mese di febbraio si era sottolineato che, per rispetto profondo verso i credenti, verso la città e tutti i soggetti interessati, bisognava tenere in considerazione (e non tralasciare) il fatto che un’installazione del genere avrebbe avuto implicazioni culturali, religiose e di vita pubblica che non avrebbero potuto essere risolte solo nel rapporto fra chi dispone di uno spazio e i realizzatori della proposta artistica. Era necessario un più ampio e reale coinvolgimento della città ed in particolare delle comunità religiose interessate.

Dato che era stata espressamente richiesta una chiesa, in quell’occasione era stato indicato anche che un simile spazio, per il suo alto valore simbolico e artistico, non era adeguato alle finalità della richiesta. Si suggeriva inoltre, visto il valore principalmente “architettonico” dell'intervento artistico, volto al riuso di un ambiente preesistente in città, di rinviare la realizzazione del progetto alla Biennale di Architettura, per discutere il problema del riuso urbano di parti della città, in modo d’avere anche il tempo di valutare ogni aspetto coinvolgendo tutti i soggetti interessati, nonché per condividerne le finalità artistiche.

Mai nessun membro della comunità musulmana è stato coinvolto dall'artista nei contatti con il Patriarcato per tale proposta espositiva ed anche questo aspetto è risultato non positivo e non opportuno, soprattutto dopo che la Diocesi aveva richiesto il coinvolgimento di tutti i protagonisti, compresa la Biennale, la Soprintendenza, il Comune, il Paese espositore, soggetti che si ritrovano in conferenza di servizi prima dell'avvio della Biennale anche per aspetti meno rilevanti di questo.

La realizzazione finale - ora sotto i nostri occhi - appare quindi come una grande forzatura ed una sostanziale strumentalizzazione di tutti i soggetti coinvolti, compresa in primo luogo la comunità musulmana che, pur partendo da una richiesta legittima (ecco il secondo aspetto: l’esigenza di una moschea a Venezia), si vede così offerto un luogo che viene occupato in modo non regolare, per finalità “seconde”, ovvero artistiche, e aggirando di fatto questioni che, invece, sono serie e rilevanti. Ribadisco che tali questioni meritano - anzi esigono - un approccio serio e partecipato da tutti, nel dialogo delle comunità religiose interessate e, più in generale, dell’intera comunità cittadina. La richiesta di una moschea in città, insomma, è questione importante e che va affrontata, ma con metodi e modi ben diversi e più fondati. Nel rispetto autentico di tutti.

Non c'è polemica nelle affermazioni del Patriarcato e neppure in queste mie considerazioni, ma solo la volontà di uscire dall'ambiguità, che pone tutti in atteggiamento di sospetto o peggio di pre-giudizio, per giungere finalmente ad un’oggettiva e leale chiarezza alla quale  finalmente, nelle ultime ore, le dichiarazioni di molti stanno cercando di puntare.

Nel frattempo l'intento polemico e provocatorio dell'artista è stato raggiunto e quindi anche lui si porta a casa - come succede tante volte in questa città - il suo “guadagno” di fama ottenuto utilizzando (meglio sarebbe dire: sfruttando) Venezia come una vetrina, senza curarsi troppo del rispetto delle regole, delle leggi ma soprattutto della sua storia e dei suoi abitanti, lasciando uno strascico di polemiche inutili dalle quali la città - già di per sé fragile e sensibile - rimane sempre più indebolita. Bisogna uscire decisamente dalla provocazione artistica, che ormai non è più solo tale, e cominciare ad affrontare le questioni serie nella loro singolarità e nella chiara distinzione dei piani.

A prescindere quindi dalla riduzione o meno ad “uso profano non indecoroso” della chiesa, pare logico che la stessa comunità musulmana - che, sicuramente, desidera essere partecipe e attiva nella vita della città - prenda le distanze da questa provocazione rilanciando la richiesta di un suo spazio per la preghiera che sia adeguato, dignitoso e riconosciuto da tutta intera la comunità civile. Ci troverebbe interlocutori attenti e sensibili, a favore di una soluzione condivisa, senza incomprensioni e senza ferite nei confronti di alcuna comunità religiosa. E sarebbe anche l’occasione per lasciar cadere la provocazione costruita dall’artista: l'“opera”, infatti, senza la preghiera, svuota quel luogo del suo significato artistico e vale ben poco o… nulla, perché manca di vita.


Venezia, 12 maggio 2015

                                                                    
arch. don Gianmatteo Caputo
    
                                     delegato patriarcale per i beni culturali ecclesiastici