giovedì 4 marzo 2010

Così parla un vero vescovo

Dall'America segnali incoraggianti. Il vescovo di Denver, mons. Chaput (per inciso, lontano discendente di San Luigi di Francia per parte di padre e pellerossa per parte di madre) ha tenuto un discorso a Houston, in una conferenza organizzata da pastori battisti, sul tema delle relazioni tra fede religiosa e politica. Il vescovo ha pubblicato un saggio sul tema, Render unto Caesar, in cui critica il laicismo e la riduzione della religione a fatto privato. La relazione di mons. Chaput è di lunedì sera; già la mattina dopo, Magister l'ha pubblicata in italiano; come dire, la cosa era ben preparata e il discorso di mons. Chaput non è destinato solo ai pastori battisti... Anche perché il Nostro osa l'inosabile (finora): se la prende con la concezione politica del mostro sacro Kennedy e con l'ancor più sacro e intangibile dogma della separazione tra fede e sfera pubblica. Riportiamo di seguito ampi stralci dell'allocuzione (sottol. nostre). Vedrete che il vescovo di Denver ha il gusto (che manca crudelmente alla stragrande maggioranza dei suoi colleghi italioti) per la parola diretta, il concetto chiaro, il discorso bene organizzato e schematizzato.


Una delle ironie nel mio discorso di stasera è questa. Sono un vescovo cattolico, che parla a un'università battista nel cuore protestante dell'America. Ma sono stato accolto con più calore e amicizia di quanta ne possa trovare in tanti luoghi cattolici. Questo è un fatto che merita di essere discusso. Vi tornerò verso la fine della mia conferenza. [...]

Prima di dedicarmi alla sostanza della nostra discussione mi preme avvertirvi di tre cose.

La prima è questa: i miei pensieri di questa sera sono strettamente miei personali. Non parlo a nome della Santa Sede, o dei vescovi americani, o della comunità cattolica di Houston. Nella tradizione cattolica, il vescovo locale è il primo proclamatore e maestro della fede e il pastore della Chiesa locale. Qui a Houston avete un vescovo di valore – un uomo di grande fede e intelletto cristiani – nel cardinale Daniel DiNardo. In tutto ciò che è cattolico questa sera, sono felice di rispettare la sua guida.

La mia seconda avvertenza è quest'altra: sono qui come cattolico americano e come cittadino americano, in quest'ordine. Entrambe queste identità sono importanti. Non devono confliggere. Ma neppure sono la stessa cosa. E non hanno il medesimo peso. Io amo il mio paese. Apprezzo lo spirito dei suoi documenti fondanti e delle sue pubbliche istituzioni. Ma nessuna nazione, nemmeno quella che amo, ha diritto alla mia acquiescenza, o al mio silenzio, nelle materie che appartengono a Dio o che minano la dignità della persona umana che Egli ha creato.

Il mio terzo avvertimento è che i cattolici e i protestanti hanno memorie differenti della storia americana. Lo storico Paul Johnson una volta scrisse che l'America "è nata protestante". Questo è sicuramente vero. Quale che sia o diventi l'America di oggi o di domani, la sua origine è profondamente modellata da uno spirito cristiano protestante, e il frutto di questo spirito è stato, tirate le somme, una grande benedizione per l'umanità. Ma è anche vero che, sebbene i cattolici siano sempre stati presenti e in crescita negli Stati Uniti, essi hanno vissuto per due secoli subendo discriminazioni, fanatismo religioso e violenze intermittenti. I protestanti naturalmente ricorderanno le cose in un modo un po' differente. Ricorderanno la persecuzione cattolica dei dissenzienti in Europa, gli intrecci tra la Chiesa romana e i poteri statali, le diffidenze papali nei confronti della democrazia e della libertà religiosa.

Non possiamo cancellare queste memorie. E non possiamo – né dobbiamo – voltar pagina sulle questioni che ancora ci dividono come credenti in termini di dottrina, di autorità e di concezione della Chiesa. Un ecumenismo basato sulle buone maniere invece che sulla verità è vuoto. È anche una forma di menzogna. Se condividiamo l'amore di Cristo e vincoli familiari nel battesimo e nella Parola di Dio, allora a un livello fondamentale noi siamo fratelli e sorelle. I membri di una famiglia si scambiano gli uni e gli altri più che una cortesia di superficie. Noi ci scambiamo gli uni e gli altri quel tipo di rispetto fraterno che "dice la verità nell'amore" (Efesini 4, 15). Inoltre urge scambiarci gli uni e gli altri solidarietà e sostegno nell'affrontare una cultura che sempre più irride la fede religiosa in generale e la fede cristiana in particolare. E questo mi porta al cuore di ciò che vi voglio dire.

Il nostro tema di questa sera è la vocazione del cristiano nella vita pubblica americana. È un tema piuttosto ampio. Tanto ampio che vi ho scritto un libro. Questa sera voglio concentrarmi in modo speciale sul ruolo dei cristiani nella nostra vita civile e politica. La parola chiave della nostra discussione sarà "vocazione". Essa viene dalla parola latina "vocare", che significa "chiamare". I cristiani credono che Dio chiama ciascuno di noi singolarmente, e tutti noi come comunità credente, a conoscerlo, amarlo e servirlo nelle nostre vite quotidiane.

Ma c'è di più. Egli ci chiede anche di fare discepoli in tutte le nazioni. Ciò significa che abbiamo il dovere di predicare Gesù Cristo. Abbiamo il mandato di propagare il suo Vangelo di verità, misericordia, giustizia e amore. Queste sono parole di missione, parole di azione. Non sono facoltative. Hanno conseguenze pratiche sul modo in cui pensiamo, parliamo, facciamo scelte e viviamo le nostre vite, non solo a casa ma sulla pubblica piazza. L'autentica fede cristiana è sempre personale, ma non è mai privata. E dobbiamo riflettere su questo semplice fatto alla luce di un particolare anniversario.

Nell'autunno di cinquant'anni fa, nel settembre del 1960, il senatore John F. Kennedy, candidato democratico alla presidenza, parlò alla Greater Ministerial Association di Houston. Aveva un obiettivo: doveva convincere 300 pastori protestanti piuttosto diffidenti, e il paese nel suo insieme, che un cattolico come lui era in grado di servire con lealtà come capo supremo della nostra nazione. Kennedy convinse il paese, se non proprio i pastori, e riuscì ad essere eletto. E il suo discorso lasciò un'impronta durevole nella politica americana. Fu sincero, convincente, argomentato... e sbagliato. Non sbagliato sul patriottismo dei cattolici, ma sbagliato sulla storia americana e ancor più sul ruolo della fede religiosa nella vita della nostra nazione. E non fu semplicemente "sbagliato". Il suo discorso di Houston minò dalle fondamenta il ruolo non solo dei cattolici, ma di tutti i credenti religiosi, nella vita pubblica e nello spazio politico dell'America. Oggi, mezzo secolo dopo, ancora paghiamo quel danno.

[..]
All'inizio della sua esposizione, Kennedy disse: "Io credo in un'America nella quale la separazione tra Chiesa e Stato è assoluta". Posta la diffidenza storicamente presente nei confronti dei cattolici nel nostro paese, le sue parole furono scelte con accortezza. Peccato che la Costituzione americana non dica questo. I Padri Fondatori non credevano in questo. E la storia degli Stati Uniti lo smentisce. Diversamente dai capi rivoluzionari in Europa, i fondatori della nazione americana guardavano con favore alla religione. Molti erano personalmente credenti. Di fatto, uno dei motivi principali per cui fu scritta la clausola del Primo Emendamento che vieta ogni sostegno federale a una Chiesa, fu che diversi padri della Costituzione vollero proteggere le Chiese protestanti sostenute da fondi pubblici che già si erano stabilite nei loro Stati. John Adams davvero preferì un "dolce ed equo stabilimento della religione" e aiutò a includere questo nella Costituzione del 1780 del Massachusetts.

I fondatori dell'America incoraggiarono il mutuo supporto tra religione e governo. Le loro ragioni erano pratiche. Nella loro visione, una repubblica come gli Stati Uniti ha bisogno di un popolo virtuoso per sopravvivere. La fede religiosa, correttamente vissuta, forma un popolo virtuoso. [..]
Il discorso di Houston creò anche un problema religioso. A suo merito, Kennedy disse che, se i suoi compiti come presidente "mi chiedessero di violare la mia coscienza o di violare l'interesse nazionale, io rinuncerei alla mia carica". Avvertì anche che "non rinnegherei le mie convinzioni o la mia Chiesa al fine di vincere queste elezioni". Ma nei suoi effetti il discorso di Houston fece esattamente questo. Diede inizio al progetto di alzare un muro tra la religione e il processo del governare in una forma nuova e aggressiva. Divise le credenze private della persona dai suoi compiti pubblici. E collocò "l'interesse nazionale" sopra e contro "le pressioni o i precetti religiosi esterni".

Al suo uditorio di pastori protestanti, l'insistenza di Kennedy sulla coscienza personale può essere suonata familiare e rassicurante. Ma ciò che Kennedy fece in realtà, secondo lo studioso gesuita Mark Massa, fu qualcosa di estraneo e di nuovo. Egli "secolarizzò la presidenza americana al fine di conquistarla". In altre parole, "proprio perché Kennedy non apparteneva alla corrente dominante della religiosità protestante che aveva creato e sostenuto le 'strutture di plausibilità' della cultura politica americana almeno a partire da Lincoln, egli dovette 'privatizzare' le credenze religiose presidenziali – incluse specialmente le proprie – al fine di conquistare questa carica".

Nella visione di Massa, il modello di secolarità proposto dal discorso di Houston "rappresentò una quasi totale privatizzazione del credo religioso: una privatizzazione così spinta che degli osservatori religiosi sia di parte cattolica che di parte protestante discussero le sue evidenti implicazioni ateistiche per la vita e l'azione pubblica". E l'ironia – anch'essa rilevata da Massa – è che alcune di quelle stesse persone che in pubblico si dicevano in ansia per la fede cattolica di Kennedy, ottennero un risultato molto diverso da quello che si aspettavano. In effetti, "lo stesso sollevare la questione cattolica aprì decisamente la strada verso una secolarizzazione dello spazio pubblico americano, privatizzando le credenze personali. Proprio lo sforzo di 'salvaguardare' l'aura religiosa [essenzialmente protestante] della presidenza... contribuì in modo significativo alla sua secolarizzazione".

Cinquant'anni dopo il discorso di Houston, abbiamo cattolici in cariche pubbliche nazionali più numerosi che in passato. Ma io mi chiedo se ne abbiamo mai avuti anche solo alcuni che possano coerentemente spiegare come la loro fede ispiri le loro opere, o almeno si sentano obbligati a provarci. La vita del nostro paese non è più "cattolica" o "cristiana" di quanto lo fosse cento anni fa. Di fatto si può pensare che lo sia di meno. E almeno uno dei motivi è il seguente: troppi cattolici confondono le loro opinioni personali con una reale coscienza cristiana. Troppi vivono la loro fede come se fosse un'idiosincrasia privata: una cosa che non permetteranno mai diventi una seccatura per gli altri. E troppi semplicemente non credono. Forse negli ambienti protestanti è diverso. Ma spero che mi perdoniate se dico: "Ne dubito".

John Kennedy non creò le tendenze nella vita americana che ho appena descritto. Ma, almeno per i cattolici, il suo discorso di Houston chiaramente le alimentò. Il che mi porta al secondo punto del mio discorso: quale può essere un approccio propriamente cristiano alla politica? John Courtney Murray, lo studioso gesuita che parlò così intensamente della dignità della democrazia americana e della libertà religiosa, una volta scrisse: "Lo Spirito Santo non discende sulla Città dell'Uomo in forma di colomba. Viene solo nell'energia senza fine dello spirito di giustizia e di amore che abita nell'uomo della Città, il laico".

Ecco cosa ciò significa. Il cristianesimo non riguarda prevalentemente – o almeno in misura significativa – la politica. Riguarda il vivere e diffondere l'amore di Dio. E l'impegno politico cristiano, quando c'è, non è mai prevalentemente il compito del clero. Questo compito appartiene ai laici credenti che vivono nel modo più pieno nel mondo. La fede cristiana non è una lista di precetti etici o di dottrine. Non è un insieme di teorie sulla giustizia sociale ed economica. Tutte queste cose hanno il loro posto. Tutte possono essere importanti. Ma la vita cristiana comincia in una relazione con Gesù Cristo; e porta frutti di giustizia, misericordia e amore che noi mostriamo agli altri a motivo di questa relazione.


[..]

Prima di concludere, voglio toccare brevemente il terzo punto che ho menzionato all'inizio della conferenza: le situazioni reali entro cui ci troviamo oggi, e ciò che i cristiani devono fare per affrontarle. Mentre preparavo il testo per questa sera, ho messo in fila tutte le questioni urgenti che richiedono la nostra attenzione come credenti: aborto; immigrazione; i nostri obblighi per i poveri, i vecchi e i disabili; i problemi della guerra e della pace; la nostra confusione nazionale circa l'identità sessuale a la natura umana, e gli attacchi al matrimonio e alla famiglia che derivano da questa confusione; la crescente separazione della scienza e della tecnologia dalla riflessione morale; l'erosione della libertà di coscienza nel nostro dibattito sul sistema sanitario nazionale; il contenuto e la qualità delle scuole che formano i nostri bambini.

La lista è lunga. Io credo che l'aborto sia la fondamentale questione di diritti umani del nostro tempo. Dobbiamo fare tutto ciò che possiamo per aiutare le donne nella loro gravidanza e per far cessare l'uccisione legale di bambini prima della nascita. Dovremmo ricordare che i romani avevano un odio profondo per Cartagine non perché Cartagine era loro rivale nel commercio, o perché la sua gente aveva diversi la lingua e i costumi. I romani odiavano Cartagine soprattutto perché vi si sacrificavano i bambini a Baal. Per i romani, che pure non mancavano d'esser crudeli, quella era una forma di barbarie e di perversione unica al mondo. Come nazione, dovremmo utilmente chiederci a chi e a che cosa sacrifichiamo i nostri 40 milioni di aborti "legali", dal 1973.

Tutte le questioni che ho messo ora in fila dividono il nostro paese e le nostre Chiese in un modo che Agostino avrebbe trovato abbastanza comprensibile. La Città di Dio e la Città dell'Uomo si sovrappongono in questo mondo. Solo Dio conosce a quale Città ciascuno appartenga. Ma nel frattempo, mentre cerchiamo di vivere il Vangelo in cui diciamo di credere, ci capita di trovare amici e fratelli in luoghi inattesi, in posti improbabili; e quando ciò accade, anche un luogo straniero può sembrare come un luogo di casa.

La vocazione dei cristiani nella vita pubblica americana non ha una specifica etichetta battista o cattolica o greca ortodossa o altra. Le parole di Giovanni 14, 6 – "Io sono la via, la verità e la vita; nessuno viene al Padre se non per mezzo di me" – che sono la chiave dell'identità della Houston Baptist University, bruciano come fuoco in questo cuore e nel cuore di ogni cattolico che comprende veramente la sua fede. Il nostro compito è di amare Dio, predicare Gesù Cristo, servire e difendere il popolo di Dio e santificare il mondo come suoi inviati. Per fare questo lavoro, dobbiamo essere uniti. Non "uniti" in parole pie o buone intenzioni, ma uniti davvero, uniti perfettamente, nella mente nel cuore e nell'azione, come Cristo ha voluto. Questo è ciò che Gesù intendeva quando disse: "Non prego solo per questi, ma anche per quelli che crederanno in me mediante la loro parola: perché tutti siano una sola cosa; come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch'essi in noi, perché il mondo creda che tu mi hai mandato" (Giovanni 17, 20-21).

Noi viviamo in un paese che fu una volta – nonostante i suoi peccati e mancanze – profondamente modellato dalla fede cristiana. Può essere così di nuovo. Tuttavia, o lo faremo assieme, o non lo faremo per nulla. Dobbiamo ricordare le parole di sant'Ilario, di tanto tempo fa: "Unum sunt, qui invicem sunt", si è una cosa sola quando si è l'uno per l'altro (9). Voglia Dio donarci la grazia di amarci l'un l'altro, aiutarci l'un l'altro e vivere pienamente l'uno per l'altro in Gesù Cristo, così che possiamo lavorare assieme nel rinnovare questa nazione che ha servito così bene l'umana libertà.

10 commenti:

  1. Un intervento davvero lineare e di spessore; certamente una personalità come quella di Mons. Chaput, per il bene della Chiesa, meriterebbe di potersi esplicare nei dicasteri vaticani. Una sola curosità, qualcuno è venuto a sapere come è stato preso dagli ospiti battisti?

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  2. Nobis quoque peccatoribus4 marzo 2010 12:55

    Il discorso mi sembra sulla stessa linea di quello del Santo Padre alla Casa Bianca il 16 aprile 2008.

    Osservazioni realistiche se si guarda alla storia degli Stati Uniti. Ma seguendo lo stesso ragionamento si deve osservare che i maggiori Stati europei sono stati fondati e resi grandi da monarchi cattolicissimi, che hanno inteso come loro dovere proclamare e difendere la Verita' della Fede in Cristo Signore e nella Chiesa Una Santa Cattolica Apostolica. Ricorderete, che SS. il beato Pio IX e il suo predecessore definivano la liberta' di coscienza un "delirio".

    "In attesa, e per tutto il tempo della persecuzione, i figli della Chiesa «rivestiti con armi di luce» (Rom. XIII, 12), dovranno agire con tutte le loro forze per la verità e la giustizia; è il loro dovere sempre, e oggi più che mai." (SS. S. Pio X, Vehementer nos, 1906).

    FdS

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  3. er tripparolo4 marzo 2010 13:19

    m'bè
    visto che ce se aritrovava
    ce poteva pure dì a chi dovremmo votà

    certo, sempre che a sua endicazione
    se aritrovasse in linea
    cò a coscienziucci mia!

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  4. quale "sacrificio"4 marzo 2010 13:21

    <span><span><span>Come nazione, dovremmo utilmente chiederci a chi e a che cosa sacrifichiamo i nostri <span>40</span> milioni di aborti "legali", dal 1973.</span></span>  
     
    Nell'epoca del genocidio legalizzato -la moderna strage degli Innocenti- questo Pastore merita una lode speciale per aver fatto menzione di questo Olocausto, che continua nel silenzio assordante della stampa e dei media laicisti, senza paura di mettersi contro il pensiero materialista dominante (servo di satana, primordiale omicida), mostrando un coraggio raro, dando un prezioso esempio di amore per la Verità a tutto il mondo (non solo cattolico), in particolare all'Italia, antica culla della Cristianità, dove da oltre 30 anni continua, favorito dalla Legge, questo enorme Olocausto.   
    Anche dell'Italia infatti possiamo ben dire, a tal proposito:   
    <span> "Viviamo in un paese che fu una volta – nonostante i suoi peccati e mancanze – profondamente modellato dalla fede cristiana" !</span></span>

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  5. Non ho letto tutto il discorso, ma:


    Quale che sia o diventi l'America di oggi o di domani, la sua origine è profondamente modellata da uno spirito cristiano protestante, e il frutto di questo spirito è stato, tirate le somme, una grande benedizione per l'umanità.

    Ehm, posso non condividere?? L'Americanismo mi è sembrato molto fonte di scristianizzazione della società, nonché prono a lobby che direi tutt'altro che cristiane... se questi e i cristiani rinati sono i frutti dello spirito protestante, campa cavallo. E poi non mi è piaciuto il suo mettere quasi a pari livello le due fedi. Può, in conclusione, uno spirito che rifiuta la verità trasformarsi in una benedizione?

    Lo stimerò in toto quando affermerà chiaro e tondo che i protestanti sono eretici e scismatici, ed extra ecclesia nulla salus; o almeno, quando ribadirà con parole chiare la differenza tra verità ed eresia. Sembrerà troppo duro il mio parlare anche a molti amici tradizionalisti, o parrà pretender troppo per un vescovo di oggi, eppure è questa la chiarezza di cui ci sarebbe bisogno. Finora con questo ecumenismo si è andati poco avanti.

    Detto questo, faccio salve le cose buone e coraggiose pronunciate.

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  6. <span>

    Ed ecco come parla un vescovo francese:

    http://www.perepiscopus.org/ext/http://www.temoignagechretien.fr/journal/article.php?num=3385&categ=Monde

    Secondo mons. Noyer, vescovo emerito di Amiens, che ritiene senza esitazione alcuna che la prima missione della Chiesa è la Compassione, anche se ammette che c`è una Verità che...bisogna cercare... ,i vescovi sarebbero combattuti fra la Compassione e la ricerca della Verità, loro vorrebbero essere vicini, accogliere, incoraggiare ma...la cattiva istituzione (il "cattiva" lo aggiungo io) ricorda loro in permanenza le risposte preconfezionate, i giudizi definitivi che sono obbligati (poverini) a ripetere, insomma Compassione contro Verità !

    E questo è un comunicato del superiore della FSSPX per la Francia.

    http://www.laportelatine.org/district/france/bo/felons/eveqfelons.php
    </span>

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  7. Egregia Lore,
    mi permetta di rifarmi a Toqueville. E' meglio un anarchico di uno statalista. Il primo lo puoi convertire ( anglicani a quanto pare) il secondo è schiavo dello stacto. Una zecca comunista o socialista.
    Il tempo ci darà ragione! Non dimentichi che nel bene o nel male gli USA sono la nazione con più cattolici. Circa 70 milioni. Ed in prospettiva, con una buona azione papale le chiese che entreranno nella Chiesa potrebbero essere molte di più Penso a battisti e metodisti che mi giungono voci dall'alto ( minuscolo alto! Sia chiaro!) sono sulla buona strada!
    L'America è un crogiuolo....bisogna evitare che diventi una obamiana terra di nichilismo giuridico! Mi sembra che sull'aborto il presidente americano stia scricchiolando e non poco!
    Matteo Dellanoce
    Ps un brano di Tocqueville molto chiaro!

    <p><span>«Vedo una folla innumerevole di uomini simili e uguali che girano senza tregua su se stessi per procurarsi piccoli piaceri volgari, con cui si appagano l’anima…
    Al di sopra di questa folla s’eleva un potere immenso e tutelare, che s’incarica solo di assicurare il loro godimento e di vegliare sulla loro sorte.
    È assoluto, minuzioso, metodico, preveggente e persino mite.
    Assomiglierebbe alla podestà paterna, se, come questa, avesse come scopo di preparare gli uomini all’età virile; ma, al contrario, non cerca che di fissarli in un’infanzia perpetua; vuole che i cittadini se la godano, purché non pensino ad altro che a godersela.
    Lavora volentieri alla loro felicità, ma vuole esserne l’unico agente e il solo arbitro.
    Si cura della loro sicurezza, prevede e assicura i loro bisogni, facilita i loro piaceri, conduce i loro affari principali, dirige le loro industrie, regola le loro successioni, divide le loro eredità».
    In questo modo, il sovrano «rende meno utile e più raro l’uso del libero arbitrio; (…) non spezza le volontà: le rammollisce, le piega e le dirige; raramente obbliga ad agire: si oppone senza posa a che si agisca; non distrugge: impedisce di nascere; non distrugge: disturba, comprime, snerva, spegne, rende sciocchi, e infine riduce ogni nazione ad essere solo un gregge di animali timidi e industriosi, di cui il governo è il pastore».</span>
    </p>

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  8. Andrea Carradori4 marzo 2010 17:15

    Cara Luisa.
    Ho guardato il sito La Porte Latine : c'è da rimanere senza fiato per le notizie che vengono riportate dalla vicina Francia !
    Vien voglia di andare su un monte e fare l'eremita, anche perchè ho paura che quelle fallaci e nefaste mode stiano per approdare anche nella nostra Italia.
    Vigiliamo !!!

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  9. ...e quand'anche noi vigilassimo  con cento occhi ciascuno, che cosa mai potremmo fare per arginare l'avanzata di simili nefaste idee, coltivate e innaffiate per oltre 40 anni, se i nostri pastori prenderanno esempio da questi ?
    (ammesso che non facciano già simili discorsi....) ?
    quale forza di persuasione abbiamo noi, che difendiamo la Verità, la Quale è Essa stessa Somma Carità,  contro i soliti falsificatori della Misericordia, che arrivano a farci credere che Nostro Signore, Verità in Persona non fosse stato abbastanza compassionevole quando disse:
    "Andate, predicate, battezzate tutte le genti...." ?

    O anche San Paolo, apostolo delle genti, che disse:
    "Guai a me se non evangelizzassi!"
    sarebbe,  secondo questi ill.mi vescovi superato perchè non poteva conoscere la vera compassione, oggi scoperta da tali nuovi annunciatori di quella, che si scontra con la Carità?

    Chi ascolterà mai la nostra voce ?
    chi ascolterà il triste ammonimento di Nostro Signore:
     "Quando il Figlio dell'uomo tornerà, troverà la fede sulla Terra?"...?
    :(

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  10. << E poi non mi è piaciuto il suo mettere quasi a pari livello le due fedi. Può, in conclusione, uno spirito che rifiuta la verità trasformarsi in una benedizione? >>

    E' pur sempre un americano. Non potrà mai sviluppare  una vera  idiosincrasia per l'egemonia culturale e politica della propria nazione. Gli americani pensano che gli Stati Uniti siano investiti di una missione divina. Non a caso hanno bombardato ed invaso  l'Iraq,  con la scusa di importare la Democrazia.
     Essere americani significa, anche se in piccola parte, essere protestanti. 

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