domenica 26 aprile 2009

Echi di poesia tridentina in Vittorio Sereni


La minaccia di addurre altri versi di poeti contemporanei attinenti alla messa tradizionale, espressa in calce alla precedente noticina quasimodiana, non era a vuoto, ed eccomi quindi a proporre un’altra breve lettura. La ricavo, come è avvenuto nel caso precedente, da un poeta che non è “religioso” nel senso letterale del termine, né particolarmente vicino alla fede cattolica. Vorrei insomma evitare di proposito di giocare in casa. Si tratta di una poesia di Vittorio Sereni (1913-1983), uno dei più validi autori del nostro Novecento [nella foto]. Risale agli anni Quaranta e si trova nella raccolta Gli strumenti umani, apparsa nel 1965. Premetto al testo solo una breve indicazione che può agevolare la lettura: Voldomino (interpretato nei versi che seguono come una derivazione da “Vultus Domini”) è una località del Comune di Luino, la città natale di Sereni, sul lago Maggiore.


VIAGGIO ALL’ALBA


Quanti anni che mesi che stagioni
nel giro di una notte:
una notte di passi e di rintocchi.
Ma come tarda la luce a ferirmi.
Voldomino, volto di Dio.
Un volto brullo ho scelto a rispecchiarmi
nel risveglio del mondo.
Ma dimmi una sola parola
e serena sarà l’anima mia.


Da notare per noi specialmente il novenario e l’endecasillabo finali, che riprendono la seconda parte del “Domine non sum dignus”: “…Sed tantum dic verbo, et sanabitur anima mea”. Invocazione che in questa poesia è rivolta a un luogo amato, allo spettacolo dell’alba e, indirettamente, a un soprannaturale, a un “volto di Dio” che si intravede dietro di loro. Sereni ha cercato proprio nella liturgia una formula in grado di esprimere questo senso di abbandono fiducioso e di rigenerazione. Ci si può perfino spingere a ipotizzare che la poesia sia nata intorno a un’associazione di termini: Voldomino – Dominus Domine non sum dignus, ...sed tantum eccetera.

La resa in italiano delle parole della messa è abbastanza fedele, salvo un particolare. A Sereni, poeta laico, suscitava evidentemente disagio l’idea di salvezza per intervento divino espressa nel verbo “sanabitur”, tanto da sostituirla con una meno impegnativa ma non antitetica serenità (che fra l’altro evoca il suo cognome, nei poeti ogni tanto c’è un pizzico di civetteria…). Non gli ha creato però nessun imbarazzo il concetto di anima, che ha trasferito senza modifiche dal modello latino, mantenendo addirittura la posposizione del possessivo.

L’anima diede invece fastidio vent’anni dopo agli autori della riforma liturgica del 1969, i quali la soppressero sostituendola con “ed io sarò salvato”. Erano più laici, forse, di Sereni? Sul “Domine non sum dignus” la riforma del resto si è accanita, mutando anche “ut intres sub tectum meum” in “di partecipare alla tua mensa”, ma questo è un discorso che esula dalla poesia in oggetto.

Post scriptum: Si potrebbe notare che il lombardo Sereni (Luino è in diocesi di Milano) doveva avere più familiarità con il rito ambrosiano che con quello romano, ma il “Domine non sum dignus” esiste comunque anche nel rito ambrosiano.

Saluti carissimi

Jacopo

19 commenti:

  1. Il sottofondo semitico del nostro "anima" (come hanno inteso tutti i contemporanei) vuol dire "io". Oggi usare anima signifcherebbe replicare Marco Aurelio. Per una volta, gli innovatori hanno ragione.

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  2. Questo commento è stato eliminato dall'autore.

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  3. questo se pensiamo a anima come "nefesh", molto usato nell'ebraico biblico, che può indicare la 'persona'; ma la vita di fede sviluppa diversi livelli dell'anima, fino a giungere all'"anima vivente"

    poiché la 'salvezza' è l'insieme dell'intero processo di liberazione, guarigione, trasformazione operato dalla Grazia attraverso la vita di Fede, continuare ad usare il termine 'anima' mi sembrerebbe molto pertinente... si tratta in fondo di un 'quid' che "anima" la persona in un modo completamente diverso in base ai livelli che, per Grazia e in risposta alla Grazia, essa può raggiungere

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  4. Grazie per queste riflessioni (penso anche a quella di Quasimodo) che dimostrano la potenza certamente non umana di una liturgia, che riesce a nutrire l'ispirazione di poeti laici...

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  5. Miriam mi hai rubato le parole di bocca! Stavo appunto per scrivere che hagrid dimentica la fondamentale distinzione paolina tra "soma psychikòn", che sostanzialmente traduce l'ebraico nefesh, e "soma pneumatikòn". No, per i cristiani l'anima non è solo l'equivalente del nostro "io", c'è ben di più, c'è lo pneuma. Credere che l'io sia l'anima è un grave errore, fra l'altro. Non vuol dire che se per esempio ci viene l'Alzheimer tanti saluti all'anima?

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  6. Ottimo anche questo nuovo spunto di Jacopo. L'imprinting tridentino agiva sottotraccia anche nei non credenti, e in modo rilevante negli artisti della parola. A questo punto sarebbe interessante domandarsi quanti e quali echi tridentini sussistano in un poeta cristiano come Mario Luzi (compitino per Jacopo?).

    Quanto alla vulgata identità di io e anima, è figlia dell'etilismo gnoseologico della modernità. Anche in questo caso gli innovatori non hanno ragione, no. Tra l'altro è opportuno chiedersi se sia giunto il momento di invertire la polarità della presupposizione esegetica e tornare a non considerare un accidente (quasi un'interferenza) il fatto che i testi cui ci riferiamo sono scritti in greco e hanno preso quota nel mondo dell'antichità classica; chiedersi se la verità del Cristianesimo, anziché stare nel sostrato ebraico, non stia invece nella più formidabile emancipazione da esso. (Per me interrogative retoriche).

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  7. Un'opinione:

    Premesso che il Domine non sum dignus, compreso il "sanabitur anima mea", è preso tal quale dalla Vulgata (Mt., III, 5-9), motivo già sufficiente per rispettare il testo;

    Premesso anche che l'originale del Vangelo è in greco (non in ebraico né aramaico) e quindi il sottofondo semitico resta estraneo al testo (a meno di voler fare speculazioni su quali fossero gli ipsissima verba, poi resi in greco dall'evangelista: ma chissà che le parole non fossero proprio in greco - se non in latino - visto che le pronunziò un centurione);

    Tanto premesso, perché non rispettare sempre il più possibile i testi come ci sono stati tramandati (come hanno capito gli anglofoni, che stanno passando dal "And also with you" a "And with your spirit")? Quand'anche fossimo così in comunione spirituale con Marc'Aurelio, tanto meglio. E pure con Adriano, l'altro grande imperatore stoico; pensiamo alla bellezza struggente dei suo versi proprio sull'anima:

    Animula vagula blandula,
    Hospes comesque corporis
    Qua nunc abibis in loca
    Pallidula, rigida, nudula,
    Nec, ut soles, dabis iocos

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  8. Seguendo Miriam, vorremmo ancora una volta ringraziare ex imo cordis il nostro Jacopo, che ci regala queste illuminazioni poetiche e letterarie.

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  9. Son cosine microscopiche, ma mi fa piacere che anche da qui si possa prendere lo spunto per discorsi elevati...

    Al caro Franco Pernice rispondo che Luzi è terreno di caccia, anche se così di primo acchito, frugando nella memoria, mi pare che gli echi liturgici in lui non abbondino. C'è, mi sembra, una citazione del "Deducant te angeli" (in latino!) in una delle sue ultime poesie, ci sono chiaramente diversi spunti di carattere religioso, non di tipo liturgico però. Ma quella di Luzi è una produzione molto abbondante, e anche diseguale vorrei dire, anche se personalmente lo considero la voce più alta della poesia italiana della sua epoca, e quindi può darsi che in questo momento mi sfugga qualcosa di importante. Ad ogni modo tenendo come filo conduttore "l'influsso della liturgia tridentina sui poeti italiani del Novecento" l'unico rischio che non si corre è quello di restare a corto di esempi. Prometto altre uscite sempre che la Redazione e i lettori nel frattempo non si stufino...

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  10. voglio ricordare che, nel redigere la Vulgata, S. Girolamo ha consultato rabbini... con questo non voglio rimanere ancorata al substrato ebraico del Vangelo, riconoscibile anche nel grco dei LXX e nel vangelo di Giovanni, per non parlare di quello di Matteo...

    Ma questo non è fondamentale: la nostra 'lettura spirituale' nella Chiesa ci fornisce già elementi più che sufficienti

    e concordo sia con Jacopo, che ringrazio per il suo intervento, che con la Redazione e i suoi rimandi pertinenti ad "anima"

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  11. Ad ogni modo tenendo come filo conduttore "l'influsso della liturgia tridentina sui poeti italiani del Novecento" l'unico rischio che non si corre è quello di restare a corto di esempi. Prometto altre uscite sempre che la Redazione e i lettori nel frattempo non si stufino...

    caro Jacopo,
    ero già rimasta toccata dal tuo primo intervento, di cui il secondo non fa che confermare la fondatezza della tua intuizione e sarei felice che tu condividessi con noi altre 'chicche' del genere, che non sono un esemplice esercizio intellettuale - pure edificante oltre che interessante - ma rafforzano in noi la consapevolezza di quello che abbiamo perso e che per un miracolo (motu proprio) stiamo recuperando...

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  12. ... aggiungo che sono praticamente innamorata della Vetus latina che è già un 'testo sacro' e non una una lingua d'uso comune, che - se non ricordo male - già Papa Damaso non volle toccare quando nel IV secolo sostituì con la Vulgata le sole "Letture"

    e proprio come testo sacro è talmente sublime che coglierne le profonde infinite ricchezze richiede grande rispetto e raccoglimento e, soprattuto, frequentazione. Ed è assolutamente intraducibile!

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  13. Non solo non ci stufiamo ma, anzi, invitiamo Jacopo a proseguire. E anche se il Novecento è già terreno amplissimo di caccia, perché trascurare gli altri secoli, dal Dugento in poi? Anzi: le letterature straniere, le tralasciamo?
    Se qualcun altro lettore vuol contribuire a questa 'caccia al tesoro' letteraria, non ha che da mandare i suoi contributi al solito indirizzo: redazione@messainlatino.it

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  14. Luzi, in Sotto specie umana, usa terminare molte poesie con un verso latino. Credo che la cosa abbia un significato strutturale e strutturante, sarebbe interessante sentire Jacopo in proposito.

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  15. A che pro l'anima senza il corpo?
    "pro redemptione animarum suarum, pro spe salutis et incolumitatis suae", salvezza è anxhe salute psicofisica. Ovviamente l'io della tradizione semitica non è l'anima platonica
    http://www.letterepaoline.it/node/112
    Nel credo noi professiamo la resurrezione della carne e l'immortalità dell'anima è solo una conseguenza.

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  16. Allora però dovremmo sostituire anche la parola "cielo" ("che sei nei cieli", "regno dei cieli" ecc. ecc. ecc.) con un'altra espressione, tipo "dimensione ultraterrena", o che so io. Questo per voler essere "moderni" e "up to date" a tutti i costi. Mi sembra invece che le espressioni originali conservino intatto il loro valore benché il modo di concepire il cielo, come elemento fisico, sia indubbiamente cambiato rispetto a quei tempi. Non c'è nulla da fare, modificando le parole si modifica anche la sostanza, e bisogna andarci molto cauti.

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  17. Se andiamo indietro nel tempo, gli echi del rito tradizionale in ambito letterario si moltiplicano, come è scontato che avvenga, dato che il Vetus Ordo apparteneva all'hypokeimenon di quell'universo culturale, sociale e antropologico. Per il Novecento - e, se vogliamo, il tardo Ottocento - la ricognizione si fa molto interessante proprio perché nei poeti di questo periodo l'azione sottotraccia del Vetus è assai meno scontata e assai meno decifrabile.

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  18. Non ci siamo capiti. Se il cielo fosse l'iperuranio platonico, non avrebbe posto nella nostra preghiera, così come se l'anima cristiana fosse quella platonica o quella dell'imperatore Adriano.
    Sì, dunque, al cielo, perchè è semitico, e per lo stesso motivo, sì all'io al posto dell'anima.

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  19. Allora solo quello che è semitico ha diritto di cittadinanza nel cristianesimo? Scusa, ma dovremmo buttare a mare il 90% della nostra identità. No grazie. Il cristianesimo si è confrontato da subito, fin dalle primissime generazioni, con la cultura e la filosofia greca, e sotto il suo influsso ha sviluppato con maggiore profondità diverse concezioni. Ovvio che l'anima dei cristiani non è quella di Platone o di Aristotele, manca per esempio la totale svalutazione del corpo inteso come carcere che era tipica del pensiero classico. Ma lo scambio è stato quanto mai proficuo, e andare oggi (per il solito, malinteso archeologismo...) a una caccia alle streghe, o alle "infiltrazioni" greche e latine nel cristianesimo, è pura follia. Il cristianesimo è anche l'erede della grande civiltà greca e latina, e dobbiamo esserne orgogliosi. L'anima con l'io, che fra l'altro non ha proprio un bel nulla di semitico e invece mi sa tanto di psicologia moderna, non la scambio. E come ho detto prima, non è un semplice dibattito terminologico, cambiando le parole cambiano anche i concetti.

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