martedì 23 dicembre 2008

"Il piccolo libro che causerà una grande tempesta"


Dal sito de The Catholic Herald (ottimo settimanale inglese, concorrente del progressista The Tablet che, pur di grande tradizione, è ormai interamente ipotecato da una ideologia che ha risolutamente oltrepassato la soglia dell’eterodossia, ad esempio con la promozione del sacerdozio femminile), prendiamo questa recensione del grande studioso dom Alcuin Reid al libro da poco pubblicato da Mons. Athanasius Schneider, intitolato Dominus est (Roma, LEV, 2008).

L’autore è un giovane vescovo ausiliare della remota diocesi di Karaganda, in Kazakistan. Ricordo che, ancora semplice prete, partecipò al sinodo dei vescovi del 2005 sull’Eucarestia, in qualità di segretario della Commissione liturgica della conf. episcopale kazaka (ebbene sì: esiste evidentemente una conferenza kazaka e, non solo, ha pure delle commissioni interne...). In quella sede svolse un intervento (che trovate qui) circa la necessità di tornare a modi più reverenti di assumere la Comunione; intervento caduto nell’indifferenza generale e giudicato perfino patetico nel suo apparente nostalgismo.

I fatti successivi, la sua nomina a vescovo e l’orientamento liturgico che comincia a emergere dall’esempio di papa Benedetto, hanno fatto giustizia dell’atteggiamento di sufficienza di molti vescovi sinodali verso quel giovane prete ed ora le idee del neovescovo kazako sono presentate in un volumetto che ha addirittura l’onore di un plauso del card. Arinze, Prefetto fino a poche settimane orsono della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, e di una prefazione di Mons. Ranjit, Segretario della medesima Congregazione (leggila qui). Non solo: ma il libro fa molto parlare di sé e riceve una recensione come quella che di seguito traduciamo.


Il piccolo libro che causerà una grande tempesta
Alcuin Reid circa un libro raccomandato dal Card. Francis Arinze
19 dicembre 2008


Era il 1969. Il Papa era Paolo VI. La Congregazione per il Culto Divino emanò un’Istruzione, Memoriale Domini, sul modo di ricevere la S. Comunione. Una lettura molto interessante.

Dopo aver ricordato lo sviluppo della ricezione della comunione sulla lingua come il frutto di un "accresciuta comprensione della verità del mistero eucaristico, del suo potere e della presenza in esso di Cristo", l’Istruzione dichiara che "questo metodo di distribuire la S. Comunione dev’essere conservato... non solo perché ha molti secoli di tradizione dietro a sé ma specialmente perché esprime la riverenza dei fedeli per l’Eucarestia".

"Quest’uso nulla toglie in alcun modo alla dignità personale di coloro che accedono a questo grande Sacramento: è parte di quella preparazione necessaria per la più fruttuosa ricezione del Corpo del Signore", dice l’Istruzione.

E ancora avverte: "Una modifica in una materia di tale importanza, basata su una tradizione antica e venerabile, non solo concerne la disciplina. Essa porta certi pericoli che possono insorgere dalla nuova maniera di amministrare la S. Comunione: il pericolo di una perdita di riverenza per l’augusto Sacramento dell’altare, della profanazione, dell’adulterazione della vera dottrina".

E l’Istruzione pubblicava il responso dei vescovi del mondo intero, che portava a concludere: "La grande maggioranza dei vescovi crede la presente disciplina non dovrebbe essere cambiata e che, se così invece avvenisse, la modifica sarebbe offensiva ai sentimenti e alla cultura spirituale di quei vescovi e di molti fedeli".

Per tale ragione il documento riporta: "Il S. Padre ha deciso di non cambiare il modo attuale di distribuire la S. Comunione ai fedeli". E allora, visto che la comunione in mano è ora praticamente universale e le giovani generazioni non hanno conosciuto altro sistema, che cosa è accaduto?

Un cavillo c’era. L’Istruzione conteneva la previsione per le conferenze episcopali di consentire la Comunione in mano nei luoghi dove "l’uso contrario... prevale". E nella decade successiva e oltre, questo cavillo è stato sfruttato.

Oggi, gli avvertimenti dell’Istruzione circa la perdita di reverenza, fede e perfino sulla profanazione del Sacramento si sono, purtroppo, avverati. E’ tempo di tornare sulla questione. E questo è precisamente quel che ha fatto un giovane vescovo dell’Asia Centrale nel libro Dominus Est.

Il vescovo Athanasius Schneider, uno studioso della patristica, nominato vescovo da Papa Benedetto nel 2006, ha alzato la sua voce un una profetica invocazione alla Chiesa d’Occidente per richiamare l’importanza, se non la necessità, di ritornare alla pristina disciplina di ricezione della S. Comunione, in ginocchio e sulla lingua.

Non v’è dubbio, naturalmente, che, come attesta la stessa Memoriale Domini, è "vero che l’uso antico un tempo consentiva ai fedeli di prendere questo cibo divino nelle mani e metterlo essi stessi in bocca".

Questo fatto fu molto ostentato durante gli anni Settanta, assieme a discorsi sul modo di ricevere la S. Comunione come adulti maturi, e non bambini. Siamo stati incoraggiati a ritornare alla purezza primitiva della pratica della Chiesa delle origini, visto che emergevamo da secoli di incrostazioni asseritamente corrotte nel modo di render culto.
Comunque sia, nella nostra eccitazione egalitaria abbiamo ignorato il sobrio fatto che, come attesta il vescovo Schneider, "lo sviluppo organico" della pratica di ricevere la Comunione sulla lingua non è altro che "un frutto della spoiritualità e devozione eucaristica originata dai tempi dei Padri della Chiesa" e che l’esclusione di inginocchiarsi per la S. Comunione era una caratteristica della rivolta teologica protestante sia di Calvino sia di Zwingli.

Invero, niente meno che uno studioso come Klaus Gamber osserva che la ricezione della Comunione in mano "fu di fatto abbandonata... dal quinto o sesto secolo in avanti".

La Chiesa procedendo nel tempo accresce saggezza. La sua Sacra Liturgia, sviluppata nella tradizione, ne è un prezioso deposito. Tutti, tranne i liturgisti più partigiani, riconoscono oggi che molte delle affrettate decisioni prese nell’ambito della riforma e della pratica liturgica negli anni Sessanta e Settanta fu infetta da un archeologismo che fu nel miglior dei casi molto ingenuo e nel peggiore squilibrato. E’ tempo di riconsiderare alcune, se non addirittura molte, di quelle decisioni e di prendere passi decisivi per correggerle ove necessario. La Comunione in mano è una di quelle.

Affinché non si pensi che questo giovane vescovo – il cui racconto della sua formazione nella pietà eucaristica sotto la persecuzione comunista, nel primo capitolo, è un testo spirituale in sé – alzi solitaria la sua voce, chiariamo che il libro porta l’approvazione dei superiori della Congregazione per il Culto Divino. Il Card. Arinze, che ha lasciato l’incarico questo mese, dichiara: "Ho letto tutto il libro deliziato. E’ eccellente".

E l’Arcivescovo Malcolm Ranjith, un vero profeta della riforma liturgica di Benedetto XVI, scrive nella prefazione: "Io penso sia tempo di considerare attentamente la pratica della Comunione in mano e, se necessario, abbandonare una cosa che non fu in realtà mai richiesta nel documento del Concilio Vaticano II Sacrosanctum Concilium, né dai Padri conciliari ma fu... ‘accettata’ dopo che era stata introdotta come un abuso in alcuni paesi".

Questo piccolo libro, un breve ma approfondito esame dei Padri, della Chiesa delle origini, del Magistero e dei riti orientali e occidentali, è in grado di creare una tempesta: non in una tazza di tè, ma nelle menti di quelli indebitamente attaccati agli impropri cambiamenti esterni effettuati nella liturgia, in quello che può essere solo descritto come un periodo particolare della storia della Chiesa.

E’ un peccato che possa provocare una tempesta, poiché la pratica che raccomanda è espressione di amore e di umiltà, qualcosa da cui nessuno, che realmente adora il Cristo presente nel Santissimo Sacramento, dovrebbe indietreggiare.
Ma forse oggi un po’ di controversia è necessaria. Le future generazioni, tuttavia, potranno ben chiedersi perché ci abbiamo messo così tanto a comprendere che stiamo parlando, invero, del Signore, e comportarci nuovamente di conseguenza.

Siamo nel 2008. Benedetto XVI è il Papa. Il S. Padre ha già riformato egli stesso la maniera di ricevere la S. Comunione nelle Messe da lui celebrate. Seguiamo dunque il suo esempio. Che va perfettamente d’accordo con gli insegnamenti di Papa Paolo VI.

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